Imprenditori suicidi vittime anche dell’usura bancaria
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ALBIGNASEGO - Forse, se avessero saputo di essere “vittime” delle banche, molti imprenditori non si sarebbero tolti la vita per la disperazione. Erano convinti di dovere agli istituti di credito decine di migliaia di euro, invece erano le banche a dover loro delle somme ingenti. La Confedercontribuenti torna a proporre il mai sopito tema dell’usura bancaria, che mette al tappeto le imprese, applicando tassi ingiusti, sottraendo capitale agli imprenditori e togliendo loro il credito. E questi falliscono e a volte si uccidono: ma se qualcuno li aiutasse a sbirciare nei loro conti, troverebbero che magari sono creditori verso le banche e non debitori.

«I dati dicono che le imprese in rosso devono alle banche 83 miliardi di euro» sostiene Alfredo Belluco, presidente di Confedercontribuenti Veneto «ma è così solo in parte. Anche le banche devono dei soldi indebitamente sottratti agli imprenditori e qui in Veneto, regione che da sola rappresenta il 10 per cento dell’economia, calcoliamo che siano 40 i miliardi di euro che gli istituti di credito debbono alle aziende.

Sfido Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia (associazione artigiani e piccole imprese) di Mestre a un incontro pubblico, perché noi lottiamo da anni contro l’usura bancaria e ogni settimana chiudiamo dei casi di risarcimento, dimostrando che gli istituti di credito hanno praticato tassi da usura. Ma mancano anche le istituzioni, soprattutto pubblici ministeri che applichino le leggi a favore degli imprenditori vittime delle banche, che sospendano i pagamenti e li avviino al fondo di solidarietà, che contiene 52 milioni di euro. Sono soldi che restano inutilizzati invece di aiutare le aziende a risollevarsi. In tre anni sono stati erogati soltanto 6 mila euro».

L’associazione si fa supportare dal commercialista Riccardo Tasca, che controlla minuziosamente i conti degli imprenditori che arrivano, disperati, a chiedere aiuto.

«Ho seguito tre casi di imprenditori suicidatisi anche per le pressioni esercitate dalle banche» racconta Tasca, «le quali in alcuni casi hanno applicato tassi del 100 per cento, chiedendo insistentemente agli imprenditori di rientrare con quanto avuto in prestito più gli interessi altissimi. Due di loro avrebbero dovuto restituire alla banca 50 mila euro, un altro 100 mila. Solo che dai conti che ho verificato, uno era in realtà in credito dalla banca di 270 mila euro, uno di 407 mila e un altro di 700 mila euro. Ma loro si sono uccisi, senza sapere che avrebbero potuto esigere quei soldi. Dopo la loro morte le banche hanno azzerato il debito di costoro, sistemando così gli eredi, ma non hanno restituito loro quanto dovuto. La Confedercontribuenti porterà avanti le cause di risarcimento, se gli eredi lo vorranno. Ma nessuna somma di denaro, per quanto alta, potrà mai ripagare il valore di una vita umana e restituire queste persone alle loro famiglie».

Cristina Salvato

Fonte >  Mattino Padova



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