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L’Ultima Cena del Signore
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Nell’atto stesso in cui Dio condannò l’uomo prevaricatore, promise a consolazione delle future generazioni un nuovo Adamo, il quale avrebbe dovuto riparare tutti i danni che il primo Adamo aveva causati con la sua disubbidienza. Il “seme della donna” qui solennemente promesso è per eccellenza Gesù Cristo, il quale, nato senza concorso d’uomo (ma attraverso Maria Santissima, la quale ha cooperato alla redenzione del mondo), avrebbe schiacciato la testa del serpente vincendolo pienamente e riducendolo all’impotenza con la debolezza e l’infermità della sua natura umana assunta; le sofferenze che avrebbe patito il Redentore erano contenute nella predizione che il suo calcagno (la sua natura umana) sarebbe stato insidiato (nella Passione cruenta), la vittoria nelle parole che avrebbe schiacciato la testa del serpente (morendo e risorgendo).

A partire da questa solenne promessa, Dio legò la storia profetica del futuro di tutte le nazioni, una storia che si perse nei millenni, storia di fatiche, spine e triboli (tutte cause conseguenti al peccato), ma ciononostante sempre caratterizzata da un preciso significato, necessario affinché l’uomo potesse realmente conoscere, di generazione in generazione, i motivi delle sue sofferenze terrene e, continuando ad innalzare lo sguardo al suo creatore, potesse vivere nella speranza di una futura liberazione (la qual cosa è già avvenuta con l’incarnazione del Verbo, ma si compirà pienamente solo alla fine dei tempi). Il “significato” di tale esistenza è sempre stato racchiuso in quella iniziale promessa, che l’uomo ebbe il compito di custodire e tramandare.

Così, sebbene il germe della corruzione fosse presente in tutta la natura decaduta, alcuni discendenti di Adamo svolsero meglio di altri tale “compito” (che era un dimostrazione di fede inconcussa), credendo nella futura redenzione e distinguendosi da tutte quelle genti che, quantunque originassero da una comune radice (le settantadue famiglie formatesi a partire dai nipoti di Noè, capostipiti delle nazioni), si allontanarono da quel ceppo primordiale non solamente da un punto di vista razziale (che agli occhi di Dio non ha importanza), ma principalmente a causa dell’abbandono di quell’attesa e soprattutto della fede basata su quella primordiale promessa; perdendo questa guida ed allontanandosi da una via che accettava il sacrificio e la fatica connaturate all’esistenza come giuste conseguenze di una colpa originale, siffatte genti si imbarbarirono nell’orgoglio e nella ribellione, accettando di seguire e professare culti sempre più idolatrici (ispirati certamente da satana), degradando sé stessi e le loro discendenze in una progressiva caduta dei costumi che inevitabilmente ne conseguì — la quale, in altre circostanze, può avvenire anche in senso contrario, ovvero quando la depravazione dei costumi anticipa e precede la deviazione idolatrica (è il caso di quegli israeliti che mischiandosi agli Hittiti in matrimoni misti, come conseguenza naturale si misero a servire i loro dèi: i Baalim e le Astaroth).

Come insegna San Tommaso, il fulcro della vita civile rimane la dottrina religiosa e mancando questa la Nazione è spazzata via.

Genesi (cap. XI) descrive la prima tra queste grandi degradazioni, quando le settantadue famiglie costruirono la torre che fu chiamata Bab Il, “Porta di Dio”, seguendo il falso insegnamento di Nemrod e rigettando la religione di Adamo. Nemrod viene indicato come padre e fondatore del paganesimo, perché insegnava che il cielo era un soffitto di cristallo, che gli avi erano saliti nel firmamento divenendo i pianeti, che le forze naturali erano divinità, e che fosse diritto dell’uomo ribellarsi ad un Dio a tal punto malvagio da aver provocato il diluvio contro l’umanità. Come molto similmente avverrà secoli più tardi alle dieci tribù scismatiche, che andando dietro a Geroboamo abbandoneranno le orme di Davide cadendo nell’idolatria (3 Re 14, 1-18), anche nel caso di Babele ben si intravede che fu principalmente una ribellione di ordine teologico e il primo grande atto di scisma che la storia conobbe.

Al contrario di quanto accadde alle popolazioni di cui sopra, alcuni uomini “giusti” e le loro famiglie, restando fedeli alla tradizione primordiale, grazie al beneplacito di Dio ed attraverso successive benedizioni nel corso dei secoli (periodo patriarcale > periodo mosaico > periodo profetico nel quale Dio ispirò forza ed entusiasmo per la conservazione della vera religione) ricevettero una sempre più perfetta conoscenza di simboli e cerimonie, le quali, combinandosi per millenni, servirono loro per alimentare un speranza certa nella futura venuta del Redentore. Tale “Rivelazione progressiva” potrebbe essere paragonata ad una sorgente di luce che, inizialmente debole, divenne in seguito sempre più pura e splendente. Dio, rispettando le leggi della vita e andando incontro ai bisogni speciali di ogni epoca e di ogni generazione, ha voluto distribuire i suoi strumenti provvidenziali attraverso la storia per condurre l’umanità al raggiungimento dei destini da Lui fissati.

Abramo aveva ricevuto da Dio rivelazioni e confidenze ed era stato da Lui prescelto perché insegnasse ai suoi figli e a tutta  la sua discendenza a conservare la via di Jahvé, praticando la santità e la giustizia. Se prima della Legge, Abramo e gli altri Padri furono profeticamente istruiti in ciò che appartiene alla fede nella divinità, sotto la Legge tale rivelazione fu fatta in modo più eccellente di prima, perché era ormai necessario istruire a questo riguardo non solo alcune persone speciali e certe famiglie, ma tutto il popolo. Fu precisamente questo il carattere di superiorità che distinse siffatta stirpe da tutte le altre: una superiorità di ordine puramente teologico, che le consentì (attraverso Abramo, Isacco, Giacobbe e le successive generazioni fino a Mosè) di convergere in un popolo cosiddetto “eletto”, che fosse cioè depositario della Verità in quanto prescelto fin dal principio per dare i natali al futuro Redentore. Nostro Signore è pertanto l’unico creatore della “nazione eletta”.

Il Nuovo Testamento – nonostante qualcuno si prodighi a volerlo negare – è ricolmo di allusioni a tale “storia preparatoria”, che vede nell’uscita dall’Egitto il suo “tipo” per eccellenza, in quella festa che anche noi cattolici celebriamo con il nome di Pasqua, fulcro di tutta la storia teologica. Il sacrificio dell’agnello difatti congiunse il Vecchio ed il Nuovo, perché il sacrificio cruento dell’animale sacro affiancò sempre quello incruento dell’offerta del pane e del vino. Questi tre simboli (agnello, pane e vino), che fin dai primordi furono l’oggetto ed il soggetto del culto teologale ispirato da Dio, si fusero durante la notte dell’Ultima Cena, ove tutto si compì nel sacrificio eucaristico celebrato da Nostro Signore, il quale portò a termine una storia millenaria fatta di tradizioni e memorie che risalivano infallibilmente al primo uomo.

È pur vero però che nessuno scritto, nessun rapporto o monumento di età precedente a che Dio spazzasse via la malvagità del mondo con le acque della sua ira è sopravvissuto e giunto fino a noi. Malgrado ciò, un punto di congiunzione tra il “prima” e il “dopo” è esistito, e precisamente nella persona di Sem, quel figlio maggiore di Noè che, ereditando il sacerdozio del padre con il suo nome teologale di Melchisedech, per primo offrì il pane e il vino della futura Messa (come insegna infallibilmente San Paolo nella lettera agli Ebrei). Fu dunque Sem, in qualità di sommo sacerdote, a rappresentare l’ultimo anello di congiunzione con il mondo prediluviano, che nell’osservanza e nella conservazione delle verità religiose secondo i costumi patriarcali dell’epoca – quando il figlio maggiore era depositario unico ed erede di tutte le conoscenze del padre, delle proprietà e del suo sacerdozio – fece transitare quelle verità (la religione di Adamo, di Abele e di Noè) oltre le acque del diluvio, per depositarle nelle mani di Abramo a favore delle successive generazioni (e quindi a nostro favore).

La domanda che oggi ci vogliamo porre, nel presentare il nuovo libro, è se sia realmente possibile approfondire la vita dei grandi patriarchi e padri delle nazioni, e far procedere questa storiologia sacra fino a farla approdare con oggettività e cognizione di causa al luogo in cui essa conobbe il suo pieno compimento, ovvero in quel sacro Cenacolo ove Cristo, in qualità di re e sommo sacerdote, celebrò la prima Messa della storia.

È possibile una tale ricerca?

Un autore, durante il corso della sua vita, seguì le tracce di questi studi. Fu il sacerdote americano James L. Meagher (1848-1920), che a cavallo tra l’ottocento ed il novecento scrisse numerosi testi sulla ‘Storia delle Tradizioni’. Del Rev. Fr. James L. Meagher si sa poco, e della sua persona ci sono pervenute scarse informazioni. Americano di probabile origine europea, padre Meagher visse in un periodo molto delicato per la Chiesa cattolica d’oltreoceano, influenzata come fu da idee massoneggianti e giudaizzanti, e permeata da praticismo scarsamente dottrinale (per approfondimenti vedere: Henri Delassus, L’Americanismo e la congiura anticristiana).

Se della vita privata del reverendo Meagher si conosce poco o nulla – salvo che fu nominato ‘Dottore in Teologia’ da Leone XIII e che fu presidente di una compagnia editoriale per la stampa e la diffusione di testi cattolici negli Stati Uniti – i suoi libri più celebri hanno conosciuto numerose ristampe in lingua inglese fino al giorno d’oggi, il più noto tra i quali è certamente l’opera dal titolo How Christ said the First Mass (“Come Cristo ha celebrato la Prima Messa”), che la EFFEDIEFFE ha deciso di assumere, traducendola, per farne un nuovo libro da divulgare presso i suoi lettori.

Come a breve vedremo, in un’epoca in cui la Chiesa americana tendeva a degenerare in una sorta di nuova religione permeata dalle speranze e dai progetti del giudaismo, col fine di indebolire ed annichilire le nazioni cattoliche per dare l’egemonia a quelle protestanti, il reverendo Meagher mise la sua formazione culturale e teologica al servizio di numerosi studi che ebbero lo scopo di far conoscere le verità del cattolicesimo, sia da un punto di vista tradizionale che, soprattutto, da un punto di vista storiografico.

Testi come Le sette porte del Paradiso (o i sette sacramenti, con loro storia e disciplina), Il Regno di Cristo sulla terra (o la costituzione della Chiesa Cattolica, con origine e storia di ogni ordine); Le religioni del mondo (come i settantadue nipoti di Noè fondarono le nazioni antiche); La tragedia del Calvario (o i più minuti dettagli della vita di Cristo) – e specialmente lo studio da noi oggi pubblicato –, servirono per ridonare al pensiero cattolico la sua perfetta fisionomia storica, e per tornare a ribadire, contro il dilagare dello scientismo e del razionalismo ottocentesco di stampo massonico, quanto la “struttura” del cattolicesimo non fosse affatto paragonabile a quella delle altre tradizioni religiose che, seppur antiche, non potevano essere equiparate ad un insegnamento che non solo poteva dimostrare di risalire direttamente a Gesù Cristo (problema del protestantesimo) o ai patriarchi dell’Antico Testamento (problema del giudaismo e del musulmanesimo) ma addirittura ai padri stessi dell’umanità, ovvero Adamo, Noè e Sem (problema, in parte, delle religioni orientali).

La storia di Israele non è affatto uguale a quella degli altri popoli insegna Meagher sulla scia dei Padri classici, e le leggi naturali che comandano, per esempio, la genesi storica della Grecia e di Roma non sono affatto le medesime che sono all’origine di tutto il movimento rispecchiato nella Bibbia. Negare questo, come fecero i razionalisti, significa negare l’azione di Dio col suo speciale carattere di magistero, per cui mentre operò nella Grecia e in Roma solo mediante la natura umana attuata nei tipi classici dello spirito mediterraneo (così insegna San Paolo nella lettera ai Romani), in Israele Egli agì con intervento immediatissimo, che presuppose sì la natura umana ma andò anche oltre, ovvero allo scopo manifesto e concreto stabilito dalla sua sapienza, scopo che molto spesso trovò intralcio ed opposizione nel “popolo dalla dura cervice”.

La questione legata a questo “popolo” è pertanto quella che a noi maggiormente interessa in questa sede, e certamente è anche la più spinosa, perché ci tocca maggiormente da vicino avendo con loro una comune radice teologica, o, più esattamente, una radice che proviene da tutte quelle tradizioni che il popolo ‘una volta eletto’ servì a custodire fino all’arrivo del Messia atteso. Essendo quella ebrea un’etnia di mentalità semita, essa si è sempre distinta per il suo asettico conservatorismo tipico di tutti i popoli asiatici. L’ebreo ortodosso ha disperatamente cercato di conservare intatta la sua religione, e specialmente quella del periodo del grande Tempio (benché non possa più praticarla ritualmente); lì – a quelle tradizioni ormai superate da venti secoli – si è fermato, non avendo mai avuto il lume della grazia per addentrarsi oltre la materialità degli antichi riti. La sinagoga (così “fedele” nell’accecamento) nella fede e nella pratica è di pochissimo cambiata rispetto ai giorni di N.S. Gesù Cristo, se non per l’odio anticristiano che costantemente la alimenta. La roccaforte rappresentata da Mosè e dai suoi libri, i primi cinque libri del Vecchio Testamento, e soprattutto dal Talmud, il commentario interpretativo di riti e tradizioni mosaiche, fa sì che l’ebreo si avvinghi con tutte le sue forze ai dettagli più minuti delle sue leggi religiose, conservandosi come popolo distinto tra le nazioni ed auto-ostacolandosi nella via della sua conversione.

“Evitati per secoli da tutti gli uomini — scrive padre Meagher — fino alla fine dei tempi si aggireranno come Caino tra le nazioni con un segno sopra di loro (nonostante i loro sforzi per cancellare tale macchia): ‘Lui è un ebreo’”.

Quando i romani distrussero Gerusalemme, le disgrazie connesse allo storico fatto legarono i giudei ancor più strettamente alle loro tradizioni ormai superate, tradizioni che, via via impastate con tutti gli errori interpretativi di cui oggi siamo a conoscenza (false tradizioni rabbiniche ed anticristianesimo), vennero finalmente trascritte nel Talmud. Il Talmud però, a differenza di una comune credenza, all’errore non ha mai smesso di affiancare tutta una serie di tradizioni che, quantunque già perfezionate dal cristianesimo, possono ancora e lecitamente essere considerate veraci e storicamente interessanti nel caso in cui un teologo preparato avesse sufficiente pazienza per studiarle a fondo. Su codesto punto entra in gioco una porzione della ricerca condotta dal reverendo Meagher.

Meagher, scorporando dagli scritti rabbinici l’afflato anticristiano (di cui è specialmente ricolma la versione del Talmud detta “di Gerusalemme”), è riuscito nell’impresa di trarne tutti quei dettagli sulla Pasqua per come veniva celebrata ai tempi di N.S. Gesù Cristo, soprattutto presenti nella sua porzione più antica, detta Mishna, la più pura e migliore, perché la sua origine proviene molto probabilmente da prima della cattività babilonese, quando Israele era ancora guidato dai profeti ispirati dallo Spirito Santo.

I riti e le cerimonie descritti nella Mishna — per la precisione nel ‘Trattato Yomah’ della versione babilonese, che è dedicato a descrivere quella festa del Giorno dell’Espiazione che anticipava il vero Giorno dell’Espiazione del Venerdì Santo di cui Mosè ebbe chiara prescienza —, sembrano rivelazioni provenienti da un mondo ormai scomparso, che padre Meagher, nel testo che oggi andiamo presentando, è riuscito a portare alla luce prendendo il buono (le vere tradizioni mosaiche) e tagliando ciò che il Talmud ha di cattivo (le spiegazioni più pazze ed esagerate dei rabbini), cercando dunque in mezzo alla spazzatura “l’oro puro e trasparente” dei tempi che precedettero N.S. Gesù Cristo. Il teologo americano organizzò il tutto al fine di mostrare come e soprattutto quanto meravigliosamente la Messa cattolica, con il suo elaborato cerimoniale, fosse già preannunciata nella Pasqua di Mosè, in quella dei Patriarchi, dei profeti e dei veggenti dell’Antico Testamento.

Il lavoro di Meagher può essere per noi molto prezioso. Difatti, differentemente da quello che ancora molti cattolici oggigiorno ritengono, in senso metafisico la storia del Tempio e del suo culto condusse senza errori le menti degli ebrei fino ai giorni del Messia; questo perché il Tempio e il suo cerimoniale formavano un libro divino, scritto dentro e fuori dalla mano stessa di Dio, la quale, attraverso lo Spirito Santo, impresse una verità religiosa in ogni oggetto e movimento del culto Pasquale precristiano. Se l’origine del culto divino è in Dio, e noi dobbiamo crederlo certamente, tale origine deve essere allora ricostruibile e rintracciabile; siffatto argomento è evidente, poiché l’alternativa sarebbe la completa incertezza da dove il culto cristiano abbia avuto origine e come la sua liturgia cattolica si sia formata, e soprattutto quali furono le Tradizioni che anche Nostro Signore assunse e rispettò, trasformandole, quando celebrò la sua Ultima Cena.

L’autore parte indicando tale assunto nell’introduzione al suo libro, riscontrando come in epoca moderna, a causa della disattenzione, della fretta e della poca cura dei popoli occidentali per la storia e le tradizioni, anche i fedeli più attenti e preparati non conoscano gli aspetti della vera origine del cattolicesimo.

Come scrive difatti l’autore,

«le persone mondane guardano con stupore alla Messa, e spesso dicono: “Qual è il significato di questa forma di culto divino? Da dove provengono queste cerimonie? Perché i sacerdoti indossano questi abiti particolari? Perché non celebrano il servizio liturgico in un linguaggio che la gente possa capire?”. Anche il cattolico a volte si domanda: “La Messa deriva dall’Ultima Cena, ma N.S. Gesù Cristo e gli Apostoli dissero la prima Messa come fanno i sacerdoti e i vescovi del nostro tempo? Nostro Signore quella notte osservò una qualche forma di culto particolare? Se lo ha fatto, su cosa era fondato questo culto? Fin dai suoi primordi la Chiesa ha usato l’Ordinario della Messa, ma anche noi cattolici ignoriamo la sua origine”».

Un’opinione comune (anche tra il clero) vuole che N.S. Gesù Cristo abbia celebrato la Prima Messa secondo una forma breve di benedizione e di preghiera, e poi abbia consacrato il pane ed il vino, abbia dato agli Apostoli la Comunione ed infine predicato il sermone che il Vangelo di Giovanni riporta. Inoltre si sostiene che quando gli Apostoli dicevano Messa recitassero solo alcuni Salmi, leggessero le Scritture, predicassero un sermone, consacrassero il pane e il vino, recitassero la preghiera del Signore ed infine distribuissero la Comunione. In età apostolica alcuni santi avrebbero poi aggiunto altre preghiere e cerimonie; solo successivamente papi e concili avrebbero sviluppato maggiormente i riti, composto nuove preghiere, e solo durante il Medio Evo la Messa crebbe e si espanse nell’elaborata Liturgia e nel Cerimoniale che noi oggi conosciamo.

Ma queste opinioni sono tutte errate, e tale ignoranza religiosa è frutto di una precisa strategia per confondere le tradizioni dei popoli europei come avvenne all’epoca di Nimrod e della Torre di Babele, nella ciclica tentazione di voler costruire un agglomerato umano garante dell’errore e quindi contrario ai piani di Dio (la qual cosa provoca sempre un’inevitabile dispersione). La dominazione culturale impartita dall’ebreo post-cristiano e dal non-credente (di formazione protestante) ne è difatti la fonte principale. Visto che il Tempio e la sua distruzione sono rimasti un’indicibile enigma ai loro occhi, e visto il rabbioso ripudio operato nei confronti di Nostro Signore, il quale ha perfettamente compiuto tutte le loro attese messianiche, per risolvere tali conflitti i moderni dominatori diffusero scritti, opinioni e teorie nel tentativo di propagare false idee ed erronee deduzioni filologiche che servissero da una parte a negare il vecchio per colpire il nuovo, dall’altra a disallineare il prima ed il dopo, separando l’Antico dal Nuovo e pretendendo che l’uno potesse quindi sopravvivere senza l’altro; tali errori, in definitiva, servirono per suffragare l’accusa di sempre, ovvero che l’antico non conduce infallibilmente al nuovo, il quale risulterebbe pertanto un’invenzione, una digressione, in definitiva uno scisma che può ancora essere corretto, reinterpretato e definitivamente riassorbito.

Abbiamo voluto pubblicare lo studio di padre Meagher perché serve bene a chiarire e confutare molte di queste false interpretazioni.

“La Chiesa cattolica soltanto, scrive l’autore, ha la chiave che sblocca i misteri di quel labirinto, di quel grande e sbalorditivo edificio (…) Il meraviglioso edificio, con i suoi riti e le sue cerimonie, era un poema divino scritto da Dio stesso per rivelare presente, passato e futuro” — ovvero la venuta di Cristo e il sacrificio che avrebbe compiuto nella sua Passione.

Come difatti oggi, nella Messa, ogni cerimonia ed oggetto ci mostrano che Egli è venuto ed ha compiuto quelle prefigurazioni nel suo Corpo, così tutte le impressionanti e solenni cerimonie del Tempio erano state caricate con il tipo, l’immagine e la figura del Messia atteso, al punto che ogni movimento dei suoi ministri ed ogni oggetto sacro parlava ed annunziava esclusivamente la Sua futura venuta, la sua vita, la sua Persona e le opere che avrebbe compiuto.

Assumendo questa ipotesi, si deve prendere in considerazione che in ogni offerta del culto ebraico fosse già prefigurato infallibilmente il Calvario, ed addirittura il sacrificio eucaristico. Padre Meagher cercherà di dimostrarlo in numerose occasioni nel corso del suo studio.

“N.S. Gesù Cristo — scrive l’autore — è stato offerto nell’agnello per dimostrare la sua innocenza, nel vitello per i meriti della sua croce, nell’ariete per prefigurare il suo governo, in una capra perché Lui portò i nostri peccati, in un piccione e colomba a causa delle sue due nature, o in un piccione a causa della sua purezza, e in una colomba a causa del suo amore per l’uomo”.

Eclatanti coincidenze legate al culto sacerdotale del Tempio anticiparono di secoli i più minuti dettagli della Passione di Gesù. Ad esempio, al fine di prelevare gli animali per il sacrificio, era tradizione che le Guardie, guidate dai sacerdoti, uscissero dalla “Porta delle Pecore” e scendessero nella Valle del Cedron proprio come uscirono quella notte fatale, guidate da Giuda, quando arrestarono N.S. Gesù Cristo; con i soldi del tesoro del Tempio compravano le vittime, proprio come diedero il denaro a Giuda. I sommi sacerdoti avevano poi costruito un ponte attraverso il torrente Cedron vicino al Getsemani, ed attraverso quel ponte portavano ogni vittima ben legata, proprio come condussero N.S. Gesù Cristo, legato, la notte del suo arresto. Le guardie dirigevano  quindi gli animali fin davanti ai sacerdoti, come più tardi avrebbero fatto con il Signore.

Se il Tempio fu pertanto il cuore e l’anima del culto ebraico precristiano – nel quale, rammentiamolo, soltanto il Signore veniva adorato in un’epoca del più profondo paganesimo –, la Provvidenza volle che il cerimoniale che in quel luogo veniva officiato si salvasse dall’oblio e dalla distruzione per tramite dell’umanità di N.S. Gesù Cristo, che lo assunse interamente e vi pose sopra il suo sacro sigillo e la sanzione della sua Divinità. L’edificio del Tempio scomparve 36 anni dopo la resurrezione di Cristo, ma il suo suggestivo e imponente cerimoniale giunse fino a noi incorporato, trasfigurato e completato nella Santa Messa. Egli è difatti venuto non per abolire, ma per compiere gli antichi riti e le antiche promesse.

Durante quella notte dunque, la notte del giovedì santo, non venne officiato un nuovo e sconosciuto culto, ma venne immolato quell’agnello che già immolavano Abele e i patriarchi antidiluviani, che era nei sacrifici di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e il cui sangue era nei fiumi che arrossavano il Tempio da secoli, velato nei significati mistici della religione della vecchia alleanza e spiegato nelle parole profetiche dei grandi uomini del Vecchio Testamento. Millenni di attesa e di speranza stavano per compiersi quella sera del 14 del mese lunare di Nisan, e tutto, poi, sarebbe stato sigillato nella terribile tragedia del Calvario che avrà luogo il giorno successivo.

Padre Meagher riassumerà nella sua opera questi attimi solenni, in cui si condensarono credenze e culti millenari, spiegandone l’intero significato con una mirabile cognizione di causa.

Quella santa notte il Tempio giudaico aveva di fatto terminato la sua missione. Fu allora che cominciò quella delle popolazioni “bianche” discendenti da Jefet, secondogenito di Noè. Lo Spirito Santo, parlando attraverso il grande patriarca (non a caso tutti quanti i Patriarchi, ancorché antecessori di Abramo, vengono onorati dalla S. Scrittura con il titolo di “profeti”, Adamo stesso, primo profeta), vaticinò che i discendenti di Jafet avrebbero goduto dell’istinto colonizzatore, della civiltà, del progresso, dell’invenzione e della superiorità. A Jafet — “l’allargato” o “l’uomo bianco” — Noè disse: “Che Dio ingrandisca Jafet, e possa dimorare nelle tende di Sem, e Canaan sia il suo servo”.

“Questa è la ragione per la quale gli uomini bianchi — spiega padre Meagher — sono a tal punto superiori alle altre razze: Dio previde che gli ebrei avrebbero rigettato N.S. Gesù Cristo, e che uomini bianchi lo avrebbero ricevuto, e così Egli li predispose a questa grandiosa missione, a ricevere cioè il Vangelo e a portare avanti la Chiesa nel corso dei secoli”.

Il libro del reverendo Meagher, attraverso grandiosi argomenti, è in grado di istruire il cattolico sulla vera origine delle nostre Tradizioni. Risulta ad esempio sorprendente la storia che l’autore ricostruisce in merito a quel Cenacolo dove venne celebrata l’Ultima Cena. Questo era difatti un luogo particolarmente sacro, dove vissero, morirono e furono sepolti Melchisedech, Davide, Salomone e tutti i re discendenti dalla famiglia di David fino alla cattività babilonese. E fu proprio Melchisedech che per primo offrì il pane e il vino nel suo palazzo sul Monte Sion, nel luogo stesso in cui Gesù celebrò la prima Messa.

“Il Cenacolo, che era il più bello degli edifici pubblici religiosi presenti a Gerusalemme — scrive l’autore —, sorgeva sulle tombe di Davide e dei Re. Apparteneva dunque alla famiglia di Davide. La madre del Signore era la principessa della famiglia reale e l’erede di David. N.S. Gesù Cristo era il principe della Casa di David, erede dei grandi re che dormono nelle tombe rocciose al di sotto, e il palazzo apparteneva alla sua famiglia. Attraverso sua madre era il diretto rappresentante della famiglia reale di Davide; Egli aveva il più alto titolo sull’edificio e ciò fu la ragione per la quale il Cenacolo fu dato a Lui per celebrare la festa con i suoi Apostoli”.

Nostro Signore, che si nascose quando la folla tentò di farlo re (Giov., VI, 15), nondimeno era legittimo erede di quel titolo, sia come Re di gloria sia in qualità di rampollo del casato di Davide; ed essendo anzitutto insignito della più alta autorità nell’abbondanza delle sue delizie spirituali, certamente non si diportava, in secondo grado, nemmeno come un vagabondo pauperista, ma era insignito anche esteriormente, fin nell’abbigliamento e nell’aspetto, da tutte le qualità che a Lui competevano: principalmente come Dio e successivamente quale discendente del più importante casato d’Israele. Tutti i membri di stirpe reale, spiegherà l’autore, vestivano di viola a quel tempo, anche se la loro famiglia non sedeva sul trono. I discendenti di Davide erano poi altamente onorati; il Talmud ci dice che solo loro avevano il diritto di sedere nel cortile dei Sacerdoti, e che quando entravano nel santuario gli araldi gridavano: «Date onore alla famiglia di Davide».

“[Se] la tonaca dell’imperatore romano era di un rosso brillante, e questo colore lo ritroviamo oggi nella tonaca rossa del cardinale, i re e i membri delle famiglie reali indossavano invece una tonaca viola, perché il viola è il colore simbolo dell’autorità e del dominio […] N.S. Gesù Cristo, essendo principe della Casa di David — il più alto onore tra i re ebrei — portava anch’Egli una tunica di color viola, la quale manifestava pubblicamente il suo diritto di nascita; anche a causa del suo titolo regale gli derivava la profonda invidia che i farisei provavano nei suoi confronti. Egli è spesso rappresentato nell’arte come vestito di color porpora, il cutonet o xiton per l’appunto. Questa è la ragione per la quale i vescovi indossano una tonaca violacea; questo era il colore della tonaca di N.S. Gesù Cristo durante l’Ultima Cena”.

Come in tempi passati si è sempre saputo, anche il lato estetico del cerimoniale, la sua bellezza e ricchezza, i suoi gesti e segni hanno una loro fondamentale importanza. “Se i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme si rivestivano di paramenti magnifici e costosi quando sacrificavano animali che solamente prefiguravano la Vittima della croce, quanto più belli e senza macchia dovrebbero essere i nostri paramenti, quando offriamo nella Messa il vero Agnello di Dio!”, commenta padre Meagher.

Paradossalmente gli antichi riti, ritenuti quasi indegni e chissà quanto superstiziosi, erano molto più pii e manifestavano molta più fedeltà rispetto a quelli a cui noi oggi partecipiamo con poca fede e trasporto; maggiore era anche lo spirito di penitenza a quell’epoca, e i segni di croce erano abbondantissimi anche nel rituale del Tempio. Durante i servizi della sinagoga difatti, i sacerdoti pregando stendevano le mani in forma di croce, seguendo l’esempio di Mosè, che pregò per la vittoria sui nemici di Israele mentre Aronne e Cur sostenevano le sue braccia in forma di croce. Durante queste preghiere era proibito tenere le mani più in alto dei filatteri posti sulle fronti. Anche Isaia nella sua descrizione dell’Ultima Cena predisse il Signore “mentre estenderà le mani in mezzo a loro, come colui che nuota distende la sua mano per nuotare”. Seguendo siffatti esempi, nel corso della Messa il celebrante dovrebbe ancora oggi estendere le sue mani, formando una croce con il suo corpo, imitando il Crocifisso; ma oggi ci si vergogna di farlo, e per certi versi siamo diventati peggiori degli stessi ebrei, perché ci manca il coraggio di desiderare una ritualità precisa, indicativa, significativa, la quale non è un residuato nostalgico come l’ha definita papa Francesco, bensì la volontà stessa di Dio che si manifestò nel culto antico e successivamente volle trasfigurarsi nella nostra Messa Cattolica. Purtroppo oggi si è pressoché del tutto smarrito il senso necessario di unità liturgica, e nella Messa ogni sacerdote ha un suo modo di celebrare, via via sempre più originale e personale; si respira uno stato di profonda anarchia.

Se, sulla scorta dei grandi Profeti dell’A. T., sappiamo che Dio non accetta l’atto esterno di religione se non quando è santificato dal sentimento interno, e senza di ciò ogni forma di culto è come un corpo senza anima, se Dio esigeva la purità interna da un popolo carnale qual era Israele, tanto più la esigerà dai cristiani, che devono vivere la vita di Dio. A maggior ragione però il cattolico, attraverso la Grazia che gli viene comunicata, non dovrebbe vergognarsi di desiderare un culto di grande magnificenza e di ritualità perfetta. Gli ignoranti (come sempre risultano essere i protestanti) non sanno che avvenne allo stesso modo durante l’Ultima Cena; anzi, che proprio la Prima Messa della storia fu una solenne Messa e non un banchetto fraterno dove ci si limitò a “spezzare il pane”. Innumerevoli indizi seguiti da padre Meagher – che opera un lavoro di ricostruzione tra i più convincenti, indicando ruoli, mansioni e disposizione di posti, e specialmente spiegando quali furono le cariche ricoperte dagli Apostoli – indurranno a ritenere che l’Ultima Cena sia stata una magnifica Messa pontificale cantata dal Signore e dai suoi Apostoli.

Coloro che amano la Messa antica, ed anzi la Messa Cattolica in generale, troveranno in quest’opera spunti e nozioni di grande interesse, soprattutto perché essa fu scritta ben prima della riforma degli anni ’60, quando la Chiesa ed il suo clero erano lontani dall’immaginarsi la futura rivoluzione liturgica, risultando così una composizione quasi sospesa nel tempo, universale e profeticamente anticipatoria. Inoltre, ben lungi dall’essere un semplice testo di liturgia, il lavoro di padre Meagher sorprende per la storia universale che narra e ricostruisce, una storia che cominciò da prima del diluvio e si compì nella vita di Nostro Signore.

Per confermare il lettore in quanto andiamo descrivendo, riportiamo una piccola carrellata di pareri di cattolici di lingua inglese (espressi su Amazon.com) che nel corso degli anni si sono potuti immergere nella lettura di questo capolavoro:

È una storia cattolica tra le più potenti che abbia mai letto. Attraverso di essa scopri come l’intera storia del mondo è legata insieme alla storia ed alle origini del Santo Sacrificio della Messa. Apprendi come Dio aveva predetto la Crocifissione e la Messa nella storia di Adamo e nei suoi discendenti in tipi, immagini ed emblemi. Scopri come i segni, i simboli e le cerimonie della Messa erano già presenti nel Tempio ebraico e come i misteri della Messa cattolica venivano lì celati. Scopri le origini di un clero celibe, dell’acqua santa, delle candele, delle statue nelle chiese, delle pissidi, dell’incenso, dei santuari, dei paramenti, dei colori liturgici, dei tavoli credenziali, del pane, del vino, dell’olio, dei calici e delle varie liturgie del tempio ebraico dell’Antico Testamento. Apprendi come la Messa fu predetta nella Pasqua e poi istituita nel Cenacolo, e come l’agnello sacrificale veniva crocifisso ed arrostito sulla sua croce da millenni. Questo lavoro fenomenale rivela anche molti aneddoti curiosi sulla vita di Adamo ed Eva, l’origine delle razze nei tre figli di Noè e soprattutto la storia di Sem, ovvero di quel Melchisedech figura di Cristo; ed ancora la tradizione secondo la quale il cranio di Adamo fosse stato sepolto sul Calvario, e come Giuda fosse il nipote di Caifa sommo sacerdote. Da questo libro impari ad adottare quella intelligenza metastorica che fu caratteristica dei primi Padri della Chiesa e le ragioni e le origini di ogni aspetto della Santa Messa e di ogni gesto che Cristo e gli Apostoli realizzarono durante l’Ultima Cena. Una ricerca sconcertante! Aiuta tutti a capire quale tesoro nascosto abbiamo la grazia di conoscere nelle nostre celebrazioni”.

Questo libro permette di capire come vi sia una linea ininterrotta che andò dal Tempio in cui Cristo adorò il Padre all’altare cattolico. Meraviglioso. Esso spiega al lettore le vere radici della Messa cattolica. Mozzafiato. Una lettura informativa che non si dimentica facilmente”.

Il testo di padre Meagher è un valore per chiunque sia interessato ad aumentare il suo apprezzamento per il cattolicesimo romano, per il Santo Sacrificio della Messa, e per le prefigurazioni del Vecchio Testamento. La spiegazione della tesi di fondo da parte dell’autore è qualcosa che probabilmente sarà difficile trovare altrove in modo così compatto. Esso ci svela i misteri celesti dell’Ultima Cena, di Gesù e di Gerusalemme stessa”.

L’autore ha trascorso anni nel mondo ebraico, ed attraverso le migliaia di pagine del Talmud è andato alla ricerca delle tesi di questo suo libro straordinario ed unico. La tesi dell’autore è che il primo e secondo Tempio, e le formule mosaiche per il culto rituale e sacrificale, fossero realizzazioni architettoniche e liturgiche della Passione di Cristo, dei sette Sacramenti, e della Chiesa Cattolica Romana. Realizzando così un’opera solida e convincente che si estende per centinaia di pagine”.

Se siete interessati a saperne circa i tipi e i simboli che prefiguravano la Messa, allora questo libro è obbligatorio. Organizzato per argomenti, pagina dopo pagina è un ottimo compagno per il vostro studio sui sacri testi. Questo libro racchiude un tesoro”.

Questo libro è una lettura obbligatoria per tutti i cattolici. Biblico al punto giusto e reso solido dai fatti. Si tratta di una lezione di storia che inizia con Adamo ed Eva fino a giungere a quello che vediamo oggi nella Messa. È veramente utile per capire il motivo per il quale la Messa deve essere celebrata ogni giorno e in che modo è stata istituita da Cristo. Questo libro è obbligatorio per tutti i cattolici, perché vi renderà cattolici più battaglieri, ben informati e orgogliosi di esserlo”.

Dal canto nostro, in merito alla nostra edizione italiana, grazie ad un lavoro durato diversi mesi crediamo di poter affermare di essere riusciti nell’intento di adattare al meglio il testo originale, dettagliando maggiormente il lessico ed il procedere delle pagine nella lingua italiana (di molto superiore a quel ramo occidentale delle lingue germaniche a cui l’inglese appartiene), aggiungendo anche alcune belle illustrazioni non presenti nel testo americano.

Quest’opera risulta molto importante per la nostra casa editrice, ed arriva al momento più opportuno perché avvia un percorso nuovo per noi, ed anticipa la ripubblicazione dei principali libri dell’Antico Testamento che realizzeremo prossimamente sul commentario Martini-Sales.

Troppo spesso ci è capitato di leggere e sentire, da chi si professa ancora cattolico, un odio ed una repulsione nei confronti della storia preparatoria dell’Antica Alleanza, la qual cosa come abbiamo visto può provocare gravi danni, sia culturali sia soprattutto teologici, che poi si rifletteranno inevitabilmente anche in disordini spirituali. Negare o rigettare l’“antico” significa negare un piano di Dio per l’uomo; significa negare l’annuncio e l’attesa del Messia, veramente culminato con la venuta di Nostro Signore; significa negare la fede e la fiducia in un Dio trinitario che non ha tardato a compiere i suoi disegni per salvarci e non ha ingannato l’umanità con false promesse; in definitiva, significa negare la teologia stessa e la storia dell’intera salvezza.

Siamo pertanto estremamente felici di poter sottoporre tale eccellente scritto all’attenzione del lettore; è anch’esso un testo dimenticato, di quelli che contraddistinguono tutta la nostra editoria, procurato con grandi sacrifici; un vero gioiello per chi fosse seriamente interessato a scoprire qualcosa di più sulle origini della Messa e di molte tradizioni cattoliche, ed in generale sulla genesi dell’umanità stessa, nella storia di Adamo e dei suoi discendenti.

Spero possa risultare utile a voi come lo è stato per noi. Lo affido nelle mani di San Pietro. Che piaccia a lui di farlo conoscere anche nel nostro disastrato Paese, che nonostante tutto rimane la sede terrena della vera Chiesa di Dio.

Lorenzo de Vita
 
(L'Ultima Cena del Signore, 436 pp. con bandelle)


23,00 euro



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