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Consolato Usa a Bengasi era sede Cia
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WASHINGTON - Ad ormai pochissimi giorni dalle elezioni presidenziali, l'intelligence Usa ribatte con forza alle accuse di non essere intervenuta tempestivamente e in modo efficace durante l'attacco al consolato Usa a Bengasi dello scorso 11 settembre 1, in cui persero la vita l'ambasciatore Christopher Stevens e altri tre cittadini americani. Nuovi documenti e le dichiarazioni rese sotto la protezione dell'anonimato da una fonte qualificata dell'intelligence sembrano scagionare i responsabili della sicurezza del consolato americano in Libia, e smentire le accuse mosse alla Casa Bianca dallo staff dello sfidante di Obama, il repubblicano Mitt Romney, rilanciate da Fox News 2

Il Wall Street Journal riporta oggi che nella sede diplomatica agiva sotto copertura un nutrito staff della Cia, cui appartenevano ben 23 dei trenta funzionari in servizio presso l'ufficio diplomatico: erano in forza al Dipartimento di Stato unicamente gli altri sette. La missione, che secondo il quotidiano Usa ebbe inizio già poco dopo lo scoppio della rivolta contro il regime di Muammar Gheddafi nel febbraio 2011, aveva l'obiettivo di svolgere operazioni di anti-terrorismo, oltre che di mettere in sicurezza determinati armamenti pesanti, onde evitare che cadessero nelle mani di jihadisti infiltratisi tra ribelli.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, le difficoltà a fronteggiare l'attacco dell'11 settembre sarebbero da attribuire a problemi di comunicazione tra Dipartimento di Stato e Cia, con il primo convinto che il personale dell'intelligence sarebbe intervenuto in caso di emergenza per tutelare il consolato. "Loro erano la cavalleria", ha detto una fonte Usa riguardo al personale Cia, sottolineando come proprio la presenza dell'intelligence avesse rafforzato la decisione del Dipartimento di Stato di mantenere il consolato a Bengasi, nonostante i rischi denunciati nei mesi precedenti. Il giorno dopo l'attacco, una volta fatto sgomberare tutto il personale americano, la Cia inviò agenti libici nella "dependance" per distruggere tutti i documenti e le attrezzature ritenute sensibili, mentre l'edificio che ospitava il consolato venne abbandonato ai saccheggi.

Ieri la Cia ha fornito una ricostruzione cronologica di quella notte: la reazione all'assalto fu tempestiva e accurata, nel giro di appena 25 minuti dall'allarme il personale era già pienamente operativo, dato che la maggior parte degli agenti si trovavano nell'edificio preso di mira, e altri in una palazzina che ne distava appena un chilometro. Sempre secondo le fonti di Langley vi fu inoltre un fitto scambio di comunicazioni tra lo stesso consolato e la sede del Dipartimento di Stato a Washington, che dispensò non solo istruzioni ma anche informazioni su quanto stava accadendo all'esterno dell'edificio assediato. Meno di due ore dopo l'inizio dell'attacco, inoltre, un drone del ministero della Difesa Usa impegnato in un'altra operazione in territorio libico fu dirottato su Bengasi, affinchè contribuisse a raccogliere elementi sulla situazione di crisi. Nel frattempo una squadra di forze speciali della Cia, di stanza a Tripoli, atterrava all'aeroporto di Bengasi per andare a dare man forte ai colleghi e aiutarli nell'evacuare il consolato. Quando giunsero a destinazione, tutti gli americani presenti erano stati contattati, radunati e messi in salvo, almeno per il momento, con l'esclusiva eccezione di Stevens, con ogni probabilità aggredito mortalmente nei primissimi istanti dell'assalto.

Fonte >  repubblica.it


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