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Perché Papa Ratzinger-Benedetto XVI dovrebbe ritirare le sue dimissioni
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1. LE DIMISSIONI

L’11 febbraio 2013, festa della Santa Vergine di Lourdes, il mondo ha ascoltato impietrito il Comunicato con cui è stato annunciato che Papa Joseph Ratzinger-Benedetto XVI ha dato le dimissioni, con effetto il giorno 28 dello stesso mese, dal suo altissimo Trono di Vicario di Cristo, di Sommo Romano Pontefice, di Vescovo di Roma e del mondo.

Le motivazioni adombrerebbero un sentimento di riconoscimento razionale e ponderato di insufficienza della persona, ormai molto avanti negli anni, impossibilitata ad affrontare i doveri cui è chiamato un Pontefice “del giorno d'oggi”, ossia davanti al carico immenso, sempre più oneroso, oramai davvero soverchiante, dell’altissimo ufficio.

Quel che qui si vuole esprimere potrebbe contrastare in qualche misura o anche totalmente il punto di vista di persone religiose di diversa sensibilità da quella di chi scrive, ma mi si permetta di esporre il mio convincimento prendendolo quale vuol essere e non come forse nella foga del discorso potrebbe apparire: una del tutto possibile congettura, un’ipotesi di lavoro; certo: ragionevolmente convinta, adeguatamente argomentata – si crede – logicamente e scritturalmente, che non vuole avere alcuno scatto di perentorietà, se non quello di sollecitare il tempo a fermarsi almeno qualche attimo, così da avere per un giorno, quasi, il sole fermo, e così non permettere ciò che, nella prospettiva qui da me aperta – l’irreparabile, appunto – davvero avvenga. In un lunedì di ordinario concistoro, divenuto improvvisamente fatidico, la cattolicità resta frastornata, inebetita da un annuncio inatteso, da una sonorità di tuono che quasi la pietrifica: “Il Papa si dimette”. La notizia avvolge il mondo in un baleno, e subito lo rinserra come in unica pietra.

2. L’ELEZIONE DI PIETRO. A COSA? ALLA CROCE DI CRISTO

Il Papa si dimette. Si dimette?! Come: “Si dimette”? E la madre di famiglia? e la luna? è caduta anche la luna? perché non si dimette la madre di famiglia? perché non cade la luna? Come fa il Papa a ‘dimettersi’?

Infatti la carica ricoperta da un Papa è carica dove il sacrificio è natura sua indistruttibile e assoluta conditio a priori a ogni altra considerazione: « “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. Gli rispose GESÙ: “Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”». (Gv 21, 15-8).

La croce è lo status di ogni cristiano: Cristo, crocevia tra Dio e gli uomini, Imago dell’Immagine di Dio per rappresentare dai Cieli Dio agli uomini e dalla terra gli uomini a Dio; è il modello esemplare a ogni suo seguace. Non c’è seguace di Cristo, non c’è “cristiano” cui la croce possa essere alleggerita, né tantomeno tolta: a san Paolo, esemplarmente, che per ben tre volte supplicò il Signore di sollevarlo dai tormenti, Cristo rispose: « Ti basta la mia grazia. La mia potenza infatti si manifesta pienamente nella [tua] debolezza » (2 Cor 12, 9). E se si sale al Monte degli Ulivi, si sentirà ancora l’eco delle decise, coraggiose parole di obbedienza e sottomissione del divino Agonizzante: « Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà » (Mt 26, 42).

Conseguenze: ribellarsi al proprio status, rigettare una grazia ricevuta, parrebbe per un cristiano, da san Paolo in giù – per non dire da Cristo in giù –, colpa (grave) contro la virtù della speranza, contro la grazia e contro il valore soprannaturale dell’accettazione della propria condizione umana, tanto più grave se la condizione ricopre ruoli in sacris, come è la condizione, di tutte la più eminente, di Papa.

Non mi avvalgo delle centinaia di Pontefici che accettarono fino allo stremo il durissimo incarico: a decine li troviamo, nei secoli più terrificanti e bui della storia, eletti al Sacro Soglio magari già vecchi di anni oltre ogni dire – e spesso, maliziosamente, eletti proprio in quanto vecchi e acciaccati oltre ogni dire –, e Papi che ciò accettarono spesso ben sapendo della malizia con cui si approfittava della loro canizie.

Chi non ha letto nei libri di storia dei Papi che gli eletti dopo Papa Gregorio X, furono tutti di breve, di brevissima durata, perché nominati con la machiavellica intenzione che per la loro età o la loro salute o entrambe le cose, sul Sacro Soglio restassero l’espace d’un matin, così da creare una situazione insostenibile e poi prenderla ancor meglio in pugno?

3. LA CROCE DEI PAPI NELLA STORIA


Non mi avvalgo delle centinaia di Papi che eroicamente resistettero davanti ai soprusi più sfacciati, alle angherie più ribalde, ai tormenti più atroci: querce indomite, spesso però dal fisico di fuscelli e di men che fuscelli, macerati poi di sovente anche da lunghi digiuni e da vere penitenze (allora digiuni e penitenze si comandavano e si facevano), la Chiesa offre boschi interi di forti Papi tanto ben radicati nell’amore a Cristo e nella fede che di tale amore è la sostanza più interna e inflessibile: queste robustissime querce, come Pietre son rimaste tutte al loro posto malgrado la violenza dei tormenti soffiasse sopra di esse e tutt’attorno – e certo anche nei loro cuori di carne, ben tremebondi com’erano per ciò che sapevano essi di essere se non avessero anche saputo che era il Signore a comandarli dov’erano –, cercando di spazzarle via come pagliuzze e anche abbruciarle.

Non mi avvalgo poi delle decine e decine di Papi propriamente e materialmente ‘martiri’, sarebbe troppo facile: il loro sangue si è sparso a fiumi per almeno tre secoli sulla rena del primo Cristianesimo davanti a plebi e imperatori che sghignazzando li avrebbero anche volentieri calpestati pur di annientare in loro il loro vero nemico, Cristo GESÙ: essi non si sottrassero al martirio, né al carcere durissimo, né ai lavori forzati, ma tutto assunsero nella loro intrepida ma anche trepidissima carne. « “Simone di Giovanni, mi ami tu?” “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. “Pasci i miei agnelli”. ». Che è a dire: “Simone di Giovanni, vuoi vincolarti a me con il vincolo più forte della morte?” “Sì, Signore, lo voglio”. “Governa ciò che è mio”. Neanche la morte può recidere un vincolo tre volte più forte della morte come è questo vincolo, questo specialissimo vincolo. Non c'è un vincolo tra Cielo e Terra, tra Verità e umanità, più solido e più indistruttibile di questo vincolo.

Dunque non mi avvalgo della storia. Ma è del Cristo che mi avvalgo. La storia nulla è, se non le si riconosce l’intima sua qualità di rivestire, di ricoprire, quasi di nascondere, un’essenza, la quale essenza però, di suo, le sfugge, le è superiore, e la governa: i Papi, molti, moltissimi Papi si sono sacrificati fino a dare la vita, e non solo col sangue; molti, la maggioranza straripante, si sono interamente regalati all’amore totale e totalizzante per il loro Cristo e per il loro gregge, il quale è loro perché è del loro Cristo. La storia dei Papi è stracolma di esempi straordinari di immolazione sull’altare della fede e dell’amore per il loro GESÙ. L’essenza rivestita dalla storia, immobile e sovrastorica, è l’amore divino che l’ha generata, che da Dio fluisce ma pure che a Dio ritorna attraverso l’immolazione dei suoi adoratori e seguaci.

Molti, non tutti, dicevo, sono i Papi ‘donatori di sé’: molti, e non tutti, perché la storia, schiava del diavolo, mille volte cerca di sottrarsi all’amore potente ma delicato di Cristo, e viene strattonata con le unghie e con i denti dal vile menzognero, malgrado l’amore del Cristo sia mille volte più ragionevole e diecimila volte più persuasivo delle insignificanti suggestioni del feroce e astutissimo suo imitatore.

4. PIETRO E IL PRIMO TENTATIVO DI DIMISSIONI DALLA CROCE

Sull'Appia antica, all’incirca all’incrocio con la via Ardeatina, ai tempi della prima persecuzione di Nerone, gli Atti di Pietro, pur apocrifi, narrano comunque di un Pietro fuggiasco, che, impaurito, terrorizzato dalla ferocia neroniana scatenata come fuoco contro la nuova setta dei Cristiani, temendo di presto perdere la vita, corre sulla strada che porta a Brindisi, per poi lì imbarcarsi verso Israele, verso Ierusalem, ma si imbatte in GESÙ, che cammina in direzione contraria, verso l’Urbe: « Quo vadis, Domine? », « Dove vai, Signore? », stu-pefatto gli dice. E GESÙ: « Vado a morire al posto tuo, Simone ».

Notare: “Simone”, non “Pietro”. Il fuggiasco non è più degno di portare il nome caricatogli dal Cristo, Cefa, Pietra, Roccia, ‘L’Infallibile certezza di altissima Verità’. Il pavido egoista e molto umano Simone, che certo avrebbe ricevuto la più totale comprensione dai de Bortoli, dai Galli della Loggia, dai Magris, dai Mancuso, dai Mauro, dai Melloni, dagli Scalfari, dai liberali insomma di tutto il mondo dentro e fuori la Chiesa, quasi il suo sia « per il bene della Chiesa » un gesto di grande libertà e di ardente coraggio, « un gesto profetico », come sussiegosamente esclamano persino i laicisti più spinti, si trova nudo nel suo antico nome di pescatore da nulla, Simone: un uomo slegato dalla Croce.
Ma qui ci si chiede se quell’uomo non si sia slegato, in qualche modo, anche dalla Provvidenza dei Cieli.

Ecco cosa succede quando un Papa (ma anche un vescovo qualsiasi, anche un chierico tra i tanti, dirò di più: persino l’ultimo dei fedeli) fugge dal luogo dove l’ha spinto Cristo a penare, a soffrire, forse a morire: succede che Cristo va a penare, a soffrire, forse anche a morire, sì, al posto suo.
Il fatto è che quella sofferenza qualcuno la deve fare, e la deve fare perché la deve offrire, perché il male non può andare perduto: il male, ogni singolo male, va redento, va riscattato, ossia non solo va raccolto e tramutato nel bene originale che era, ma, con l’avvento di Cristo, va fatto salire alla pienezza del bene divino e di bene divino va riempito.

Cristo ha portato la croce nel mondo per togliere, « inchiodandolo alla croce » (Col 2, 14), il male dal mondo, come dice il Salmo: « Gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me » (Sal 69, 10): il male, immane insulto dei demoni e dell’Inferno alla meraviglia dell’opera della creazione compiuta da Dio Padre, è ricaduto tutto sulla croce del Figlio, tutto, così che essa ha raccolto tutto il male del mondo e lo ha inchiodato a sé. Tutti i fedeli di Cristo si lasciano compenetrare dal desiderio d’amore di dedizione di partecipare in crocifiggente pienezza al suo Sacrificio anche solo con la propria semplice vita quotidiana da nulla, con atti banali quali salire sui mezzi pubblici stracolmi, affrontare il freddo e il gelo per fare anche qualcosa di più del proprio dovere, non rispondere a un ingiusto rimprovero, preparare la tavola con amore anche quando a fine giornata si è prostrati dalla fatica, pronti sempre a salire nell’immolazione in atti sempre più eroici – pubblici o silenti che siano – sempre nella più generosa offerta di sé, nell’obbedienza anche estrema alle leggi di Dio e a ogni suo volere, inchiodandosi in ogni modo comunque alla croce con lui e così, trafitti dai medesimi chiodi dal demoniaco insulto, in ogni attimo invece vincerlo.

Qui non ci si sta interrogando su quali possano essere le ragioni di un ripiegamento, perché, o si sta alle ragioni addotte – « sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino » –, o si possono aprire le porte alle illazioni più fantasiose, ma lasciando nell’angolo il punto fondamentale: se le dimissioni costituiscano o non costituiscano un bene per la Chiesa, cioè se siano moralmente un lacerante vulnus o invece l’unica strada da prendere per il prosieguo del suo cammino di evangelizzatrice e santificatrice del mondo.

5. SE LE DIMISSIONI DEL PAPA SIANO CONVENIENTI AL MOMENTO STORICO CHE STA ATTRAVERSANDO LA CHIESA

Davanti alla Chiesa si sono assiepati in questi ultimi cinquant’anni conflitti teologici sempre più gravi, le eresie più antiche e pericolose si sono ridestate come serpi alzando il capo davanti e fin dentro le chiese di tutto il mondo senza che alcun Pastore le riconoscesse, le additasse, le fulminasse; la sconcezza della libertà di Rito si è sparsa per gli altari dell’orbe cattolico schiacciando al muro l’unico Rito che avrebbe avuto e difatti aveva la forza di combattere e vincere il liberalismo e il modernismo dedogmatizzante ora tanto vittorioso; per non dire delle terrificanti, squallide e odiose cancrene in cui sono stati e sono tutt’ora coinvolti a centinaia i suoi Pastori, e, di questi, proprio quelli che più dovrebbero mostrare integrità celestiale per il loro contatto con la purezza infantile; premono infine da ogni dove, ossia persino dalle voci inaspettate di cardinali ad alta visibilità e ad ancor più alto progressismo come il defunto Carlo Maria Martini, e in generale oramai direi da pressoché tutta l’universalità cattolica, che, avendo subìto negli ultimi cinquant’anni una forte accelerazione alla propria già latente protestantizzazione dal Rito dedogmatizzato del Novus Ordo Missæ, ora non chiede che di uniformarsi, nei costumi, alle dottrine naturalistiche assorbite, premono, dicevo, le richieste per equiparare i costumi cattolici a valenza soprannaturale a quelli laicisti a valenza naturalistica, e quest’ultimo è forse, di tutti, l’elemento più vistoso, e magari anche lo scatenante.

La marcatura naturalistica è oramai nella Chiesa spiccatissima (vedi Comunione e Liberazione), il sentire semiprotestantico prepotente (vedi Bose, Taizé, Sant'Egidio, Neocatecumenali e Focolarini), e quelle pur larghe sacche cattoliche integre che ancora volentieri sarebbero anche disposte a rigettare l’una e l’altro, sono intimidite, intimorite oltre ogni dire dalla voce grossa e boriosa dei potentissimi laicisti e liberisti, i quali, esterni e interni alla Chiesa, dettano legge, nel senso che, appropriatisi da decenni dei registri accademici e dei tabulati degli organici di filosofia, scienza, cultura, pedagogia, di tutte le arti e della comunicazione, impongono come vere e come naturali quelle leggi velleitarie e innaturali che da se stessi si sono a propria misura procacciate.

Da qui le richieste di rivoluzionare finalmente i costumi concedendo per esempio la comunione alle coppie divorziate e ai risposati, il matrimonio alle persone dello stesso sesso, il diritto alle medesime, una volta “sposate”, di adottare bambini, per non parlare delle pretese che si hanno nel vastissimo e delicatissimo campo del diritto alla vita, pressato dalla nascita alla morte da richieste germinate non da altro che dal più sfrenato naturalismo. Ma perché non chiamarlo con il suo nome? Esso nient’altro è se non sfrenato, puro e semplice egoismo.

Tutte queste varie maree che sui due piani – teoretico sopra, pratico sotto – sono da tempo straripate nella Chiesa dopo il Vaticano II, che ha aperto le porte della doppia esondazione allorché trapassò il linguaggio della Chiesa, da naturaliter dogmatico qual era, a simpliciter pastorale, che poi neanche pastorale è, come dimostro ne Il domani – terribile o radioso? – del dogma appena pubblicato, in tal modo polverizzando l’unica e sola diga veritativa che avrebbe potuto e dovuto tenere la Chiesa a propria difesa dal demonio e dal mondo, e, in sé, l’uomo, e intorno a sé la civiltà, la storia, l’avvenire tutto, per tutti tenere e tutti portare nella realtà.

Quindi si deve capire bene, a mio avviso, che non è certo questo il momento in cui – se per ipotesi la cosa si potesse realizzare, ma ora si vedrà che no: non si può – si possano dare le dimissioni da Vicario di Cristo: la Chiesa è sotto schiaffo ora più che mai, e il timoniere, con gli argomenti portati, a mio avviso deve stare ben saldo, malgrado tutto, al suo posto di timoniere. A Dio il sommo timone: Egli sa commisurare le nostre forze alle altrui, e ciò sufficit.

6. LE DIMISSIONI DI BENEDETTO XVI, IL CONCILIO VATICANO II E IL CONCETTO DI AUTORITÀ

Le dimissioni di Benedetto XVI vanno inquadrate in questo scenario ipodogmatico, a basso profilo veritativo, in questa che Amerio chiamava « desistenza dell’autorità », dove dominano i gesti e i linguaggi artificiali, i gesti e i linguaggi di legno, finti, irreali, portati dal mondo nella Chiesa in occasione dell’assise di cinquant’anni fa, che siano quelli del linguaggio magisteriale piuttosto che quelli della liturgia, quelli delle nuove comunicazioni con cui ancora il magistero si inerpica con una certa dose di sprovvedutezza, tipo Biennale di Venezia o twitter, alla ricerca della società, o quelli di irrevocabili decisioni del supremo Pastore: magistero pastorale post Vaticano II, Novus Ordo Missæ e dimissioni papali sono tre eventi epocali, grandiosi, abnormi, protratti per decenni nel tempo o ratti come fulmine che siano non ha alcuna influenza né importanza: restano comunque artificiali, restano avvenimenti disgiunti, sconnessi, avulsi dalla realtà.

Il motivo per cui sono “di legno”, come ho detto, i linguaggi di magistero e liturgia post Vaticano II, lo spiego esaurientemente nel mio appena citato Il domani del dogma; quello invece per cui lo sono le attuali dimissioni papali lo argomenterò ora: va considerato infatti che il canone 332.2 del Codice di Diritto Canonico, di recessione dal triplo mandato che le consentono (recessione dal munus docendi, dal munus regendi e dal munus sanctificandi), non a caso voluto da quel Papa autodimissionato che Dante inchioda nella vigliaccheria (Inf., III, 60), Pietro da Morrone-Celestino V, usa assolutamente del potere che gli è conferito di monarca sommo e assoluto, ma è un canone che mette in contraddizione il papato con se stesso, e ciò, a mio avviso, non è possibile.

7. IL CONCETTO DI “POTERE ASSOLUTO DEL PAPA”

Infatti, nemmeno Dio usa assolutamente del suo potere assoluto, né lo potrebbe, ma solo relativamente, come ben spiega san Tommaso, che in primo luogo ricorda: « Nulla si oppone alla ragione di ente, se non il non-ente » e spiega: « Dunque, alla ragione di possibile assoluto, oggetto dell’onnipotenza divina, ripugna solo quello che implica in sé simultaneamente l’essere e il non-essere. Ciò, infatti, è fuori del dominio della divina onnipotenza, non per difetto della potenza di Dio, ma perché non ha la natura di cosa fattibile o possibile. Così, resta che tutto ciò che non implica contraddizione, è contenuto tra quei possibili rispetto ai quali Dio si dice onnipotente » (S. Th., I, 25, 3).

Solo la nozione di Dio che hanno gli Islamici è una nozione assolutista, perché per essa Dio è onnipotente nel senso che può persino – per tale sua illimitata potenza – volere di non essere Dio. Ma san Tommaso mostra che Dio, Essere tutto in atto, non può volere ciò che ripugna all’essere: lui, l’Essere, non può volere di non essere (e neanche lo può pensare).

Solo un Papa, si dice, può avere il potere di dimettersi, ma io dico che tale potere non l’ha neanche il Papa, perché sarebbe l’esercizio di un potere assoluto che contrasta con l’essere di se stesso medesimo, di non essere quel che si è.  Ora, imporre a se stesso di non essere se stesso è impossibile, come si è visto essere impossibile persino a Dio, perché, come a Dio, ciò implica la contraddizione dell’essere.

Un occhio non può dire a se stesso di accecarsi, né un piede di rattrappirsi. Essi ricevono da altri la vista e il moto, e da altri ne riceveranno l’annichilimento. Certo, altri sono i datori di vista e moto e altri i loro distruttori, come nel caso di un Papa i datori del suo essere sono i cardinali elettori e il suo rapitore è invece Dio, ma, come si vede, i soggetti: occhio, piede o Papa che siano, per quanto perfetti in ciascuna delle specifiche loro forme di occhio, di piede e di Pontefice Massimo, sono del tutto impotenti in quanto a ricevere o viceversa veder da sé sottratta la loro propria vita e sussistenza.

Cosa vuol dire infatti “essere Papa”? Ecco cosa vuol dire: come il sacerdote riceve uno status, un marchio – l’ordine del sacerdozio – che rimane in eterno, perché riceve dal vescovo la partecipazione al sacerdozio di Cristo che è sacerdozio eterno, così anche la papalità riceve da Dio un munus spirituale: la vicarietà di Cristo Capo della Chiesa in eterno, che solo Dio può togliere. E Dio la toglie solo con la morte. Ma la toglie solo al corpo che muore, non all’anima che non muore. È solo in questo senso che si dice che Dio fa scendere dalla Croce: perché il corpo ha smesso di soffrire.

I poteri che implicano l’eternità possono essere interrotti solo materialiter, non substantialiter, infatti chi è consacrato sacerdote rimane sacerdote in eterno, che egli sia post mortem eletto al Regno dei Cieli o gettato nelle fiamme perenni.  Nella Chiesa esiste un solo sacerdozio in Cristo, come sappiamo, ma i gradi di sacerdozio sono due: uno universale, al quale partecipano tutti i battezzati, e uno sacramentale, conferito con l’Ordine. Ma anche questo grado di sacerdozio, metafisicamente parlando, si distingue in due gradi: uno è quello di tutti i chierici, l’altro è quello, ad personam, conferito unicamente al Vicario di Cristo, al Papa, in virtù della sua vicarietà: egli solo è rappresentante di Cristo in terra.

Il Papa riceve da Dio ad personam un vincolo mistico tra sé e il Corpo mistico della Chiesa, vincolo che lo lega ad essa con un legame divino unico, che non ha assolutamente nessun altro membro della Chiesa, come ad essa con il suo amore divino – e dunque legame divino – è legato il Cristo.

Questo vincolo, tre volte stretto all’essere dal laccio perentorio della risposta « Signore, tu lo sai che ti amo » alla perentoria domanda di Cristo: « Simone di Giovanni, mi ami tu? », è un vincolo che solo la morte può togliere. Ma, ripeto, è, questa, un’interruzione unicamente materiale: l’amore proclamato e dunque affermato come ‘fatto dato nell’essere’, nell’essere rimane, e vi rimane in eterno. È il carisma di Pietro.

8. LE DIMISSIONI DI UN PAPA DAVANTI ALLA LEGGE CANONICA E DAVANTI ALLA LEGGE METAFISICA DELL’ESSERE

Le dimissioni sono permesse legalmente, il canone congetturato dalla persona stessa che aveva maturato la volontà di dimettersi ne configura le modalità. Ma l’istituto delle dimissioni non è stato mai indagato nella sua conformazione metafisica, e tutti hanno sempre ritenuto che esse potessero discendere dal potere assoluto del monarca, che può tutto, senza distinguere – come invece fa san Tommaso – tra potenza assoluta in sé e potenza assoluta relativamente alla ragione di ente, ossia al principio di non-contraddizione.

Le dimissioni non sono permesse metafisicamente, e misticamente, perché nella metafisica sono legate al laccio dell’essere, che non permette che una cosa contemporaneamente sia e non sia, e nella mistica sono legate al laccio del Corpo mistico che è la Chiesa, per il quale la vicarietà assunta con il giuramento dell’elezione pone l’essere dell’eletto su un piano ontologico non accidentalmente ma sostanzialmente diverso da quello lasciato: dal piano già alto del sacerdozio sacramentale di Cristo lo pone sul piano ancora più metafi-sicamente e spiritualmente alto di Vicario di Cristo.

Dunque la legge è sovrastata ancora una volta dalla metafisica, che è a dire che la storia (la legge positiva appartiene alla storia) ancora una volta è sovrastata dalla metafisica, dall’ontologia, che è a dire dalla verità delle cose, dalla legge naturale, in primo luogo dal principio di non-contraddizione, cui deve assolutamente obbedire.

Non considerare questi fatti è a mio parere un colpo micidiale al dogma, dimissionarsi è perdere il nome universale di Pietro e regredire nell’essere privato di Simone, ma ciò non può darsi, perché il nome di Pietro, di Cephas, di Roccia, è dato su un piano divino a un uomo che, ricevendolo, non è più solo se stesso, ma “è Chiesa”: « Tu sei Pietro, e su questa Pietra fonderò la mia Chiesa » (Mt 16, 18).

Il dogma rigetta il colpo, e non ne risente, perché l’atto, come solito, non è stato formalizzato dogmaticamente, ma ne risente la Chiesa nel suo ambito umano, che difatti accusa il colpo nella sua confusione estrema, nella prostrazione e nel turbamento massimi subito corsi per tutta la cattolicità.

9. IL CONFLITTO TRA LEGGE CANONICA E LEGGE METAFISICA HA COME CONSEGUENZA LA CREAZIONE DI UN ANTIPAPA

Senza contare che si sta realizzando la probabilità che, lasciando che una legge positiva permanga nell’ordinamento canonico malgrado sia in patente contrasto con una legge metafisica che le è superiore e che dovrebbe governarla, ciò porti a conseguenze ancor più gravi della gravità dell’atto compiuto a mezzo di quella legge: non potendo in realtà dimettersi il Papa autodimessosi, il Papa subentrante, suo malgrado, in realtà, metafisicamente parlando, che vuol dire nella realtà più vera e che di per sé sorpassa ogni legge storica, non sarà che un antipapa. Ma regnante sarà lui, l’antipapa, non il vero Papa, ora dimesso. Siamo tornati ai secoli atri di Guiberto e di Maginulfo, ma ribaltati, e dunque ora, di quelli, questo secolo è anche peggio.

La Chiesa sta correndo verso il naturalismo, e queste dimissioni papali, staccando ancor più la Chiesa reale da quella metafisica da cui dipende, la avvicinano ancor più all’orlo del baratro. Che questo orlo non sia superabile, come dimostro ancora in Il domani – terribile o radioso? – del dogma, non toglie il pericolo, ma lo accentua, perché il mondo e il diavolo, credendoci, inneggiano come già fatta alla vittoria.

10. CONCLUSIONE: RITIRARE LE DIMISSIONI

Si può suggerire a un Papa ciò che il Papa deve fare? In linea di massima non si potrebbe, sarebbe cosa davvero massimamente disdicevole. Ma il momento è di tale gravità, è di tale straordinarietà, è di tale turbamento che si rende necessario osare ciò che in tempo ordinario è proibito, e qui si compie proprio questo atto: si osa mettere sul tappeto davanti al Trono più alto ciò che si considera essere un dato da prendere in seria considerazione, e ciò si osa fare prima che sia troppo tardi, prima che sia compiuto l’ineluttabile: prima che sia compiuto un atto legale, sì, ma metafisicamente “ripugnante”.

La considerazione finale è dunque questa, e la porto dopo aver fatto tutte le premesse che ho fatto sul valore assolutamente scientifico e dunque del tutto ipotetico delle mie osservazioni e argomentazioni, e il rispetto sommo da dare alla persona e ancor più alla figura del Sommo Pontefice.

Papa Joseph Ratzinger-Benedetto XVI non dovrebbe dimettersi, ma dovrebbe recedere da tale sua suprema decisione riconoscendone il carattere metafisicamente e misticamente inattuabile, e così anche legalmente inconsistente.

« Cristo fu tentato per tre volte dal diavolo nel deserto – dice sant’Agostino commentando il Salmo 60 –, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione [la fragilità, la minimanza, l’inettitudine], da sé la tua gloria [sulla sua croce], dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria ».

11. IL VERO ATTO DI CORAGGIO, SCANDALO DEL MONDO, È NON SCENDERE DALLA CROCE A NESSUN COSTO

Con nell'animo queste considerazioni, non le dimissioni, ma il loro ritiro diventa sì un atto di soprannaturale coraggio, e Dio solo sa quanto la Chiesa abbia bisogno di un Papa soprannaturalmente, e non umanamente, coraggioso. Un Papa cui non inneggino i liberali di tutta la terra, ma gli Angeli di tutti i Cieli. Un Papa martire in più, giovane leoncello del Signore, porta più anime al Cielo che cento Papi dimissionati (quanti saranno da oggi in futuro i Papi).

Atto dunque dettato da argomenti soprannaturali, riconoscendo che dalla Croce gloriosa non si scende perché comunque non si può scendere, meglio: perché, pur tentati, non c’è la strada per scendere, e la strada che si intravvede esservi non è vera, ma è una strada di nuvole, di niente, e tanto più non può scendere e percorrere quella strada inconsistente la persona del Papa: la propria libertà, in specie se libertà di Papa, è affissata, è inchiodata alla volontà divina, unica, potente e vera Realtà che sulla Croce mistica ha voluto con sé il suo Vicario.

Enrico Maria Radaelli
- Milano, 18 febbraio 2013
San Simone, vescovo


Fonte >  enricomariaradaelli.it



 
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Commenti  

 
# Anton 2013-02-21 09:26
Ho un dubbio: Pietro voleva imbarcarsi verso Israele, Gerusalemme? Perché Israele e non la Palestina? La Palestina era una terra, Israele un popolo. Se chiamiamo Israele la Palestina legittimiamo il sionismo criminale.
Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione
 
 
# astrorosa1 2013-02-21 14:57
Spero non voglia anche Lei tradire DIO.
Il Cardinal Ratzinger è già sceso dalla
croce

Gesù non ha abdicato dal suo ruolo
di capo della Chiesa.
Gesù è il capo Spirituale e Materiale della Chiesa.
Le sue manifestazioni sono opera dello
Spirito Santo per portare l'uomo alla conversione ed alla rinuncia delle passioni onde dominare la sua natura
animale.


Al Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Al Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale di S.S. per la diocesi di Roma.
Al Cardinale Tarcisio Bertone, Arcivescovo di Genova.

e, p. c.

Al Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato di S.S.
Al Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto e la disciplina dei Sacramenti.
Al Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione dei Vescovi.
Al Cardinale Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l'evangelizzazion e dei Popoli.
Al Cardinale Hoyos Dario Castrillon, Prefetto della Congregazione per il Clero.
Al Cardinale Mario Francesco Pompedda, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica


Signori Cardinali,
ho il diritto di chiamarvi "confratelli", perchè io e voi abbiamo in comune l'episcopato, la pienezza del sacerdozio che ci rende più simili a Cristo e, di conseguenza, dovrebbe renderci più uniti a Lui e più in comunione tra noi.
Carissimi confratelli, è ormai trascorso un anno da quando mi avete comunicato con una semplice lettera la mia dimissione dallo stato clericale. Mi avete condannato andando palesemente contro le norme stabilite dal C.I.C.
Infatti la dimissione dallo stato clericale non può essere stabilita per legge particolare (can.1317) e, poiché è una pena perpetua, neanche per decreto (can. 1342 §2). Deve essere dichiarata solo per via giudiziale da un tribunale di tre o cinque giudici (can. 1425).
Inoltre la dimissione dallo stato clericale è espressamente prevista dalla normativa e può essere inflitta solo se il chierico ha commesso uno dei delitti indicati nei canoni 1364, 1367, 1370 §1, 1387, 1394 §1, 1395.
Io non ho commesso nessuno di questi delitti, come è facile dimostrare, e anche voi l'avete esplicitamente riconosciuto, perché non siete stati in grado di trovare in me neanche uno di essi.
Infine siete arrivati a negarmi il diritto di difendermi e questo è un grave abuso di potere.
Poiché eravate consapevoli che la vostra decisione non aveva né basi giuridiche e né motivazioni morali, avete attribuito al S. Padre la responsabilità di aver firmato il decreto per la mia dimissione dallo stato clericale e mi avete comunicato che "poiché la decisione è pontificia, è inappellabile".
In seguito alla vostra arbitraria decisione ho scritto una lettera ai Cardinali di tutto il mondo, ai Vescovi d'Italia, ai Responsabili della Curia Romana e ai Sacerdoti di Roma per dimostrare, e non mi è stato difficile, che avete compiuto un atto moralmente illecito e giuridicamente invalido.
La maggioranza degli ecclesiastici a cui ho esposto il mio caso, pur riconoscendo che ero nel vero e nel giusto, non ha protestato contro "la mia immediata dimissione dallo stato clericale ex officio et in poenam, cum dispensatione ab ominbus oneribus e sacris Ordinibus monantibus", perché ha pensato, come voi avete fatto credere, che è stata decisa dal S. Padre con un suo decreto.
Poiché è un mio diritto prendere visione del decreto pontificio e possederne almeno una fotocopia autenticata, invito voi cardinali Ratzinger, Ruini e Bertone, a mostrarmelo.
Qualora vi rifiutaste di mostrarmi il decreto pontificio, vorrebbe dire, senza ombra di dubbio, che tale decreto non esiste e sarebbe evidente che vi siete nascosti, mentendo, dietro il S. Padre per ridurmi allo stato laicale.
Non ho nessuna paura di mettere al corrente dell'intera questione tutti i Vescovi e i Cardinali della Chiesa e fare i necessari passi presso la competente autorità ecclesiastica perché la verità sia riconosciuta.
Nel frattempo attenderò sereno e fiducioso che il Signore intervenga per abbattere i superbi dai loro troni ed innalzare gli umili.
Distinti ossequi.

Roma, 24 ottobre 2003
Festa della Madre dell'Eucaristia

† Claudio Gatti
Vescovo Ordinato da Dio
Vescovo dell'Eucaristia
Lettera indirizzata da Don Claudio Gatti il 24 Ottobre 1998 a tutti i sacerdoti di Roma tramite i capi delle prefetture della Diocesi.

Ai sacerdoti di Roma
Cari fratelli in Cristo e confratelli nel sacerdozio,
Gesù ha detto che l'ormai nota lettera che ho indirizzato al clero cattolico di tutta la Chiesa è stata rifiutata e strappata solo da alcuni ecclesiastici che mi hanno accusato di essere un orgoglioso sobillatore, mentre da molti, anche se si comportano come Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea per paura di compromettersi, "è conservata come una reliquia".
Il Signore più volte ha anche rivelato che diversi di voi credono all'origine soprannaturale delle apparizione mariane e dei miracoli eucaristici, ma perché temono che, manifestando di aderirvi, possono perdere il posto e il potere, fanno finta di non crederci.
In un colloquio con Mons. Nosiglia ho detto: "Sappiamo molte più cose di quanto possiate immaginare", non per farcene un vanto, ma per aiutare coloro che vogliono cambiare atteggiamento nei riguardi dei grandi interventi di Dio nel luogo taumaturgico.
Il Signore ci rivela quanto è necessario conoscere per darci la possibilità di difenderci dagli attacchi preparati in conciliaboli segreti, resistere alla persecuzione organizzata da persone molto in alto che non appaiono mai e soprattutto per permetterci di vivere serenamente e fiduciosamente i momenti in cui la Chiesa sarà sconvolta da lotte fratricide. Poi con il trionfo dell'Eucaristia la Chiesa sarà rinnovata e restituita ad una meravigliosa bellezza e forza incomparabile, perché il grande sacramento d'amore e di unione sprigionerà un'azione così potente che prima riunirà alla Chiesa Cattolica le Chiese Cristiane divise e poi farà confluire verso l'unica vera religione, quella cattolica, tutte le altre religioni.
Davanti a noi si apre il terzo millennio intensamente eucaristico e gli uomini non potranno distruggere i piani di Dio, anche se qualche volta hanno la presunzione di poterlo fare.
Gesù ha affermato che l'autorità ecclesiastica:
a) ha tentato di mettermi contro di Lui e di violentare la mia coscienza, senza riuscirvi;
b) mi ha ricattato, 1) perché mi ha minacciato la sospensione a divinis, quando mi ha ordinato, senza preventivamente aver fatto nessun serio esame dei fatti soprannaturali e senza aver interrogato nel rispetto del Vangelo e del Codice me, la veggente e le centinaia di persone testimoni dei numerosi e grandi miracoli eucaristici, di non adorare l'Eucaristia portata da Gesù, dalla Madonna, dagli angeli e dai santi; 2) perché mi ha imposto, come condizione per essere riammesso all'esercizio del sacro ministero, di riconoscere che mi ero ingannato e che avevo ingannato le persone che erano venute a pregare nel luogo taumaturgico.
I miracoli sono "segni" della divinità del Cristo e il Signore nel luogo taumaturgico ne ha operati molti che nella precedente lettera vi ho descritto dettagliatament e.
Inoltre a me, che avevo portato in Vicariato l'Eucaristia che aveva sanguinato, Mons. Nosiglia, con un gesto imbarazzato e infastidito, ha detto nervosamente: "Che cos'è questo pezzo di pane?" e ha rifiutato di trattenerla per farla esaminare.
c) Ha abusato del potere nei nostri riguardi, 1) quando ha ritirato, senza nessun motivo, la facoltà, concessami dal Card. Poletti, di celebrare la S. Messa e di conservare l'Eucaristia nella nostra cappella; 2) quando prima ha proibito alle persone di venire a pregare nel luogo taumaturgico e di partecipare agli incontri biblici e poi, dietro mia insistenza, ha permesso che ne potessero venire cinquanta; di conseguenza avrei dovuto respingere dopo la cinquantesima persona tutte le altre; 3) quando mi ha ordinato di non predicare i ritiri spirituali ai giovani e agli adulti del Movimento Impegno e Testimonianza nella nostra casa che gode di locali idonei e di giardino silenzioso e mi ha obbligato a chiedere ospitalità presso istituti religiosi, ai quali spesso ho dovuto anche pagare l'uso dei locali; 4) quando mi ha impedito di celebrare la S. Messa, una sola volta la settimana, nella casa S. Gaetano ai partecipanti ai nostri incontri biblici, pur avendo il consenso delle Suore. Il direttore, a nome del Vicariato, mi ha riferito: "Don Claudio, puoi celebrarvi da solo, ma non con i membri della tua comunità"; 5) quando ha ostacolato in tutti i modi le persone di venire a pregare a via delle Benedettine, seminando calunnie e diffondendo zizzania contro di noi. Anche voi avete ricevuto precisi ordini in tal senso per iscritto e a voce; 6) quando ci ha proibito di rilasciare interviste e di ricevere i giornalisti, mentre Gesù ha ripetuto più volte: "Perché le grandi opere di Dio devono passare sotto silenzio?"; 7) quando, senza avere in mano nessun elemento per dare giudizi, ha chiesto al responsabile di Internet di non pubblicare sulla rete telematica i messaggi della Madre dell'Eucaristia; 8) quando non ha impedito a radio che si definiscono cattoliche di buttare fango su me e Marisa, sulle apparizioni più importanti e sui miracoli eucaristici più grandi di tutta la storia della Chiesa; 9) quando ha formulato contro di noi i seguenti giudizi contrari alla verità e alla carità: "Il demonio porta le particole. Le apparizioni delle ostie sono fenomeni da baraccone o sono frutto di patologia religiosa. È tutto una grandissima bufala. Fanno giuochi di prestigio. Spaccano la Chiesa in due. I presunti messaggi della Madre dell'Eucaristia sono robaccia". Ho citato solo giudizi che l'autorità ecclesiastica ha comunicato alla stampa o a membri della mia comunità, ho taciuto quelli che non sono ripetibili e che sono stati pronunciati più volte in conciliaboli segreti; 10) quando ha proferito parole offensive, soprattutto contro Marisa che è stata definita: "pazza, eretica, bestemmiatrice, indemoniata, idolatra," e peggio; l'autorità ecclesiastica ha più volte trasgredito il canone 220.
Io ho sempre chinato il capo ed ho sempre ubbidito, anche se non ero d'accordo, come ho detto personalmente al Card. Ruini.
Gesù e la Madonna hanno più volte affermato "Il vostro sacerdote è sempre stato ubbidiente a Dio e alla Chiesa"; di conseguenza non io ho disubbidito alla Chiesa, ma i grandi uomini della Chiesa non hanno ubbidito a Dio, perché si sono opposti alla sua divina volontà, ai suoi disegni, ai suoi miracoli eucaristici. Quando l'uomo, qualunque carica ricopre nella gerarchia, si oppone coscientemente a Dio, si assume gravissime responsabilità che possono mettere in serio pericolo la salvezza della sua anima.
La frase che ha fatto inorridire tutto il Paradiso è stata: "Mi vendicherò e lo schiaccerò".
Colui che l'ha pronunciata, e noi sappiamo chi è, ha dimostrato di avere nel cuore odio, rancore, disprezzo e spirito di vendetta. Costui si è macchiato di un grave peccato davanti a Dio e coloro che hanno sentito pronunciare quella frase ed hanno taciuto per convenienza o per paura, sono diventati responsabili dello stesso peccato; questo insegna la Sacra Scrittura.
A causa di questi motivi, ma soprattutto di uno, il più grave, del quale per ora non possiamo parlare, il Signore Gesù mi ha ordinato di interrompere momentaneamente con l'autorità ecclesiastica qualsiasi rapporto e dialogo, finché non avrà ritirato i decreti promulgati contro di noi e che Dio ha dichiarato "nulli, invalidi, illegittimi" e finché non avrà presentato le scuse per iscritto a me, a Marisa e alla mia comunità per le gravi e pesanti accuse, calunnie, diffamazioni che ha più volte pronunciato contro di noi e che sono state, anche se non tutte, riportate in più occasioni dalla stampa e in servizi televisivi.
Io, Marisa, i miei giovani e i miei adulti abbiamo praticato con amore nei riguardi dei superiori la correzione fraterna, come insegna il Vangelo. (cfr. Mt 18,15-17)
Gesù ha ripetuto più volte nei suoi messaggi che la correzione fraterna va fatta a tutti, anche ai sacerdoti, ai vescovi e ai cardinali; noi l'abbiamo fatta, ma non è stata accettata, anzi per noi è diventata controproducent e e causa di nuove sofferenze.
Fate un serio ed onesto esame di coscienza, non abbiate paura degli uomini, ma di Dio che vi giudicherà e, se è necessario per il trionfo della verità, date anche le dimissioni dai vostri incarichi e difendete la verità con coraggio, perché questa "Vi farà liberi". (Gv 8,32)
Questa lettera è stata dettata dall'amore e dalla sollecitudine per le vostre anime, anche se può sembrare in alcuni passaggi dura, forte e tagliente; leggetela con umiltà e attenzione.
Come dardi infuocati sono conficcate nella mia mente e nel mio cuore le parole di Gesù: "Che giova, infatti, all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perderà l'anima sua? Oppure, che cosa può dare l'uomo in cambio dell'anima sua?". (Mt 16,26)
Per un momento spogliatevi delle vostre cariche, liberatevi del vostro potere, inginocchiatevi davanti alla Eucaristia, anche a quella portata qui da Gesù e che ha versato sangue e chiedetevi: "Chi sono io davanti a Te, mio Dio?".
Ascoltate il vostro cuore, apritevi alla comprensione dei disegni di Dio e abbandonatevi a Lui, come figli tra le braccia del Padre.
Se mi sono rivolto direttamente a voi è solo per ubbidire all'ordine di Gesù, praticare la correzione fraterna nei vostri riguardi e darvi prova tangibile del vero amore.
Ricordatevi le significative parole di S. Agostino "Timeo Dominum transeuntem et non plus revertentem". So che dovremo ancora soffrire prima del trionfo dell'Eucaristia, del trionfo della verità e del nostro trionfo; Gesù e la Madonna hanno annunciato che tutto questo inizierà a verificarsi nel 1999.
L'attesa ormai è breve, è rimasto poco tempo prima che Dio intervenga; questo è ancora il tempo della misericordia, poi inizierà quello della giustizia e non vorrei trovarmi allora tra coloro che hanno combattuto Gesù Eucaristia che ha versato sangue e che è stato trasportato nel luogo taumaturgico.
Ultimamente la Madre dell'Eucaristia ha annunciato molte volte che "Quando Dio Padre deciderà, io volerò in mezzo a voi e tutti mi vedrete in questo luogo taumaturgico, non altrove.
Vedrete il mio corpo. Dio farà questo regalo a voi che siete stati sempre presenti, che avete affrontato situazioni difficili e dolorose causate dalle persone che non credono nei miracoli eucaristici che sono avvenuti nel luogo taumaturgico. Ricordatevi: prima mi vedrà il sacerdote, poi voi".
Io e Marisa sapevamo da diversi anni che la Madonna sarebbe stata vista da tutti nel luogo taumaturgico, ma per ordine di Dio abbiamo dovuto tacere e tenere segreta la promessa.
Noi ci auguriamo che la Madre dell'Eucaristia non sia vista solo dagli "operai della prima ora", ma anche da quelli "dell'ultima ora"; da coloro che prima hanno combattuto i miracoli eucaristici avvenuti nel luogo taumaturgico e poi si sono convertiti e hanno creduto in essi.
Vi ho scritto questa nuova lettera per invitarvi ad assumere le vostre responsabilità e a fare con coraggio e onestà la scelta di campo, perché un giorno, ormai vicino, quando si realizzerà quanto ho annunciato nella prima e seconda lettera, non potrete dire: "Io non sapevo niente".
Noi ora stiamo vivendo il momento più duro, più sofferto, più combattuto della nostra vita e seguiamo l'esempio di Maria che dopo la morte del Divin Figlio - ha detto - aveva nel suo cuore sofferenza e gioia: sofferenza perché il Figlio era morto, gioia perché attendeva con fede incrollabile che risorgesse.
È meglio patire ora qualche sofferenza per Cristo che essere per tutta l'eternità distaccati e lontani da Lui.
Sono per noi di consolazione le parole di Paolo: "Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore". (Rm 8,35-39)
Saluto "tutti i fratelli con un bacio santo". (I Tess 5,26)

Sac. Claudio Gatti

Roma, 24 ottobre 1998, V° anniversario delle apparizioni pubbliche della Madre dell'Eucaristia.
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# Maurizio Blondet 2013-02-21 16:51
Blondet

Avviso ai lettori: questo don Claudio Gatti si è auto-proclamato vescovo, dopo essere stato sospeso a divinis per certe apparizioni di ostie insanguinate, in connessione col culto sorto attorno alla veggente Marisa Rossi, la quale vede la Madonna che le parla in aramaico. Magari è tutto vero, ma preferisco che si sappia....i KEvin Annett pullulano.
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# NominorLeo7 2013-02-24 04:35
Non sarà, l'avvertenza data qui dal Direttore, un pochino troppo dolce ? La lettera di Gatti, se proprio si vuol pubblicare, non avrebbe forse bisogno di un ampio cappello esplicativo, e meglio ancora dissuasivo ?

Mi pare così stonata, dopo il saggio magistrale, eppur controvertibile , di Redaelli .
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# belloniluca 2013-02-21 22:53
Pur rispettando le circostanziate riflessioni del prof. Radaelli mi permetto di citare un testo (di Don Julian Carròn, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, associazione chiamata in causa, seppur tangenzialmente , nel presente saggio) che getta una luce, a mio avviso più completa, sul gesto di Sua Santità Benedetto XVI.
Si tratta di un articolo comparso sulla prima pagina di Repubblica il 15 febbraio 2013.

Luca Belloni

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Caro Direttore,
il suo editoriale sull’annuncio di Benedetto XVI descrive la situazione in cui tutti ci siamo venuti a trovare lunedì mattina. «È una notizia universale, che fa il giro del mondo e lo stupisce. (…) Guai a far finta di niente».
Per un istante il mondo si è fermato. Tutti, dovunque fossimo, abbiamo sostato in silenzio, specchiandoci nei volti altrettanto stupiti di chi avevamo accanto. In quel minuto di silenzio c’era tutto. Nessuna strategia di comunicazione avrebbe potuto provocare un simile contraccolpo: eravamo davanti a un fatto tanto incredibile quanto reale, che si è imposto con una tale evidenza da trascinare tutti, facendoci alzare lo sguardo dalle cose solite.
Che cosa è stato in grado di riempire il mondo intero di silenzio, all’improvviso?
Quel minuto stupefatto ha bruciato d’un colpo tutte le immagini che di solito ci facciamo del cristianesimo: un evento del passato, una organizzazione mondana, un insieme di ruoli, una morale circa le cose da fare o da non fare. No, tutto questo non riesce a dare ragione adeguata di ciò che è accaduto l’11 febbraio. La spiegazione va cercata altrove.
Perciò, davanti al gesto papale mi sono detto: qualcuno si sarà domandato chi è mai Cristo per Joseph Ratzinger, se il legame con Lui lo ha indotto a compiere un atto di libertà così sorprendente, che tutti − credenti e non credenti − hanno riconosciuto come eccezionale e profondamente umano? Evitare questa domanda lascerebbe senza spiegazione l’accaduto e, quel che è peggio, perderemmo ciò che di più prezioso ci testimonia. Esso grida, infatti, quanto è reale nella vita del Papa la persona di Cristo, quanto Cristo deve essergli contemporaneo e potentemente presente per generare un gesto di libertà da tutto e da tutti, una novità inaudita, così impossibile all’uomo. Pieno di stupore, sono allora stato costretto a spostare lo sguardo su ciò che lo rendeva possibile: chi sei Tu, che affascini un uomo fino a renderlo così libero da suscitare anche in noi il desiderio di quella stessa libertà? «Cristo me trae tutto, tanto è bello», esclamava un altro appassionato di Cristo, Jacopone da Todi: non ho trovato altra spiegazione.
Con la sua iniziativa il Papa ha dato una tale testimonianza a Cristo da far trasparire con potenza tutta la Sua attrattiva, a tal punto che essa in qualche modo ci ha afferrati tutti: eravamo davanti a un mistero che catturava l’attenzione. Dobbiamo ammettere quanto sia raro trovare una testimonianza che costringa il mondo, almeno per un istante, a tacere.
Anche se, subito dopo, la distrazione ci stava già trascinando altrove, facendoci scivolare – l’abbiamo visto in tante reazioni − negli inferi delle interpretazioni e dei calcoli di “politica ecclesiastica”, impedendoci di vedere che cosa ci ha realmente avvinto nell’accaduto, nessuno potrà più cancellare da ogni fibra del proprio essere quell’intermina bile istante di silenzio.
Non solo la libertà, ma anche la capacità del Papa di leggere il reale, di cogliere i segni dei tempi, grida la presenza di Cristo. Parlando di Zaccheo, il pubblicano salito sul sicomoro per vedere passare Gesù, sant’Agostino dice: «E il Signore guardò proprio Zaccheo. Egli fu guardato e allora vide. Se non fosse stato guardato, non avrebbe visto». Il Papa ci ha mostrato che solo l’esperienza presente di Cristo permette di “vedere”, cioè di usare la ragione con lucidità, fino ad arrivare a un giudizio assolutamente pertinente sul momento storico e a immaginare un gesto come quello che lui ha compiuto: «Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede». Un realismo inaudito! Ma dove ha origine? «Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura» (Udienza generale del mercoledì, 13 febbraio 2013).
L’ultimo atto di questo pontificato mi appare come l’estremo gesto di un padre che mostra a tutti, dentro e fuori della Chiesa, dove trovare quella certezza che ci renda veramente liberi dalle paure che ci attanagliano. E lo fa con un gesto simbolico, come gli antichi profeti di Israele che, per comunicare al popolo la certezza del ritorno dall’esilio, facevano la cosa più apparentemente assurda: comperare un campo. Anche lui è così certo che Cristo non farà mancare la Sua guida e la Sua cura alla Chiesa che per gridarlo a tutti fa un gesto che a tanti è sembrato assurdo: mettersi da parte per lasciare a Cristo lo spazio di provvedere alla Chiesa una nuova guida con le forze necessarie per assolvere il compito.
Ma questo non riduce il valore del gesto alla sola Chiesa. Attraverso la cura della Chiesa, secondo il Suo misterioso disegno, Cristo pone nel mondo un segno nel quale tutti possono vedere che non sono da soli con la loro impotenza. Così «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza», che spesso provocano confusione e smarrimento, il Papa offre a ogni uomo una roccia dove ancorare la speranza che non teme le burrasche quotidiane permettendogli di guardare al futuro con fiducia.
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# cgdv 2013-02-21 23:51
Un testo del presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione pubblicato in prima pagina su Repubblica:
non potrei immaginare niente di peggio.
Giuliano
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# belloniluca 2013-02-22 10:14
Citazione cgdv:
Un testo del presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione pubblicato in prima pagina su Repubblica:
non potrei immaginare niente di peggio.
Giuliano

Liberissimo si pensarla come le pare.
Le sue argomentazioni, mi permetta, non entrano però nel merito di quanto dice don Carron.
La mia proposta voleva essere un contributo al giudizio sulla drammatica situazione attuale, situazione in cui davvero non mi sembra ci sia bisogno di pregiudizi ma di ragioni forti per far fronte alla marea montante del nulla.
Cordialmente

Luca Belloni
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# betamax 2013-02-22 22:33
Mi spiace, ma l'intervento di Carròn gronda retorica e vuotaggine. Si vede bene che ha una tesi da difendere per partito preso, che è diventato pure lui sale sciapo, buono da gettare a terra. Come si fa a usurpare il sanguigno Jacopone al servizio di un gesto che appare il suo contrario? Non giudico la persona, ma il gesto.
Un gesto che qualsiasi medievale taccerebbe di viltà, parola di Dante.
La realtà di questa viltà non si cambia magicamente con il belleto di espressioni spericolate ("minuto stupefatto", "atto di libertà così sorprendente, che tutti hanno riconosciuto come eccezionale e profondamente umano", "perderemmo ciò che di più prezioso ci testimonia", "grida quanto è reale nella vita del Papa la persona di Cristo", "gesto di libertà da tutto e da tutti, una novità inaudita, così impossibile all’uomo", "il Papa ha dato una tale testimonianza a Cristo da far trasparire con potenza tutta la Sua attrattiva", "nessuno potrà più cancellare da ogni fibra del proprio essere quell’intermina bile istante di silenzio", "grida la presenza di Cristo", "Un realismo inaudito!", "l’estremo gesto di un padre che mostra a tutti, dentro e fuori della Chiesa, dove trovare quella certezza che ci renda veramente liberi", "mettersi da parte per lasciare a Cristo lo spazio di provvedere alla Chiesa", "il Papa offre a ogni uomo una roccia dove ancorare la speranza").
Suvvia, forse il lettore di Repubblica tutto questo fumo negli occhi non lo noterà, se ne compiacerà anzi, si sentirà "più buono" come si dice si debba essere a Natale, sentirà di essere un pochino come il Papa, si auto-assolverà dunque sussiegosamente dei tradimenti (tutti ne abbiamo)... ma un buon cristiano qualunque non la beve, caro Carròn.
Sotto alle grandi parole, come spesso accade, si nasconde un vuoto pauroso. Non ho titoli per dare un giudizio teologico, ma ho tanti anni di esperienza nel correggere temi e testi, so quel che dico, e il mio giudizio tecnico è: "Simula".
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# Mateusz 2013-02-24 00:54
Fa bene a citare la retorica vuota e nauseabonda del Carron. Ho frequentato Comunione e Liberazione, che in passato ha fatto sinceramente vibrare a molti corde profonde; chi la conosce però sa che si tratta del suo linguaggio, che non può fare a meno di cianciare continuamente di "stupore", "avvenimento", "libertà" e via farfugliando, tenendo a bocca aperta, a prender mosche, migliaia di ingenui giovani a parate di vanità e vacuità quali il meeting di Rimini, dove, è bene ricordare, pochi mesi fa è stato osannato il distruttore dell'Italia e degl'italiani, il rigor montis. CL stia pure con i forti di questo mondo, Gesù stava con qualcun altro.
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# belloniluca 2013-02-24 21:31
Citazione betamax:
Mi spiace, ma l'intervento di Carròn gronda retorica e vuotaggine. Si vede bene che ha una tesi da difendere per partito preso, che è diventato pure lui sale sciapo, buono da gettare a terra. Come si fa a usurpare il sanguigno Jacopone al servizio di un gesto che appare il suo contrario? Non giudico la persona, ma il gesto.
Un gesto che qualsiasi medievale taccerebbe di viltà, parola di Dante.
La realtà di questa viltà non si cambia magicamente con il belleto di espressioni spericolate [...]

Suvvia, forse il lettore di Repubblica tutto questo fumo negli occhi non lo noterà, se ne compiacerà anzi, si sentirà "più buono" come si dice si debba essere a Natale, sentirà di essere un pochino come il Papa, si auto-assolverà dunque sussiegosamente dei tradimenti (tutti ne abbiamo)... ma un buon cristiano qualunque non la beve, caro Carròn.
Sotto alle grandi parole, come spesso accade, si nasconde un vuoto pauroso. Non ho titoli per dare un giudizio teologico, ma ho tanti anni di esperienza nel correggere temi e testi, so quel che dico, e il mio giudizio tecnico è: "Simula".

Gentile Betamax,
nonCitazione betamax:
Mi spiace, ma l'intervento di Carròn gronda retorica e vuotaggine. Si vede bene che ha una tesi da difendere per partito preso, che è diventato pure lui sale sciapo, buono da gettare a terra. Come si fa a usurpare il sanguigno Jacopone al servizio di un gesto che appare il suo contrario? Non giudico la persona, ma il gesto.
Un gesto che qualsiasi medievale taccerebbe di viltà, parola di Dante.
La realtà di questa viltà non si cambia magicamente con il belleto di espressioni spericolate ("minuto stupefatto", "atto di libertà così sorprendente, che tutti hanno riconosciuto come eccezionale e profondamente umano", "perderemmo ciò che di più prezioso ci testimonia", "grida quanto è reale nella vita del Papa la persona di Cristo", "gesto di libertà da tutto e da tutti, una novità inaudita, così impossibile all’uomo", "il Papa ha dato una tale testimonianza a Cristo da far trasparire con potenza tutta la Sua attrattiva", "nessuno potrà più cancellare da ogni fibra del proprio essere quell’intermina bile istante di silenzio", "grida la presenza di Cristo", "Un realismo inaudito!", "l’estremo gesto di un padre che mostra a tutti, dentro e fuori della Chiesa, dove trovare quella certezza che ci renda veramente liberi", "mettersi da parte per lasciare a Cristo lo spazio di provvedere alla Chiesa", "il Papa offre a ogni uomo una roccia dove ancorare la speranza").
Suvvia, forse il lettore di Repubblica tutto questo fumo negli occhi non lo noterà, se ne compiacerà anzi, si sentirà "più buono" come si dice si debba essere a Natale, sentirà di essere un pochino come il Papa, si auto-assolverà dunque sussiegosamente dei tradimenti (tutti ne abbiamo)... ma un buon cristiano qualunque non la beve, caro Carròn.
Sotto alle grandi parole, come spesso accade, si nasconde un vuoto pauroso. Non ho titoli per dare un giudizio teologico, ma ho tanti anni di esperienza nel correggere temi e testi, so quel che dico, e il mio giudizio tecnico è: "Simula".



Gentile Betamax,
sinceramente, a prescindere dal fatto che lei condivida o meno le posizioni di Carron, la cosa che, in lei e in altri lettori, più mi sconcerta è l'(apparente) incapacità di affrontare con argomentazioni non apodittiche (e quindi, in ultima analisi, pregiudizialmen te legate al movimento guidato da Carron e non alle sue dichiarazioni) una tesi che, sinteticamente, si potrebbe riassumere così: il Papa ha indicato al mondo (che è stato costretto a fare i conti almeno per un istante con un gesto straordinario e a domandarsene le ragioni) che la Chiesa su una cosa sola poggia, ovvero sulla presenza reale di Cristo, suo vero Capo.

Nella "Declaratio" di Papa Benedetto XVI tale elemento appare chiarissimo ("Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. ").
In quanto alla posizione sul ministero papale non posso che associarmi a quanto, in maniera efficace e chiarissima, dice Ansgario in un commento successivo.

Mi appare drammaticamente chiaro che contro un'idea bell'e fatta (come diceva Péguy) nessuna argomentazione, anche in buona fede, può spuntarla, motivo per cui non commento le (per me illogiche) osservazioni sui lettori di Repubblica (quotidiano che, peraltro, aborro) che grazie a don Carron si sentirebbero più buoni a Natale (?) e, per soprammercato, si potrebbero auto-assolversi(??)come il Papa (???).
La conclusione è per me ugualmente viziata da una parte da una completa mancanza di rigore argomentativo(l 'opinione non fa argomento si diceva un tempo) e dall'altro da una sorta di presunzione di competenza conseguente all' "uso" dello strumento della correzione di elaborati scritti che la porterebbe a saper individuare con certezza le intenzioni non dichiarate dell'autore di un testo.
Non escludo che questo sia possibile (non la conosco personalmente) ma mi permetto di ricordarle che la Prudenza è virtù cardinale e la Carità, teologale.
Cordialmente

Luca Belloni
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# Il trovatore. 2013-03-05 22:58
Ottima risposta.
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# italiano borbonico 2013-02-23 06:15
A livello formale, spero risulti evidente a tutti che non c'è paragone tra l'austera bellezza e la logica stringente del testo del prof. Radaelli e le scialbe pennellate e - come direbbe Amerio - i circiterismi rassicuranti di don Carròn.

A livello sostanziale, le argomentazioni di Radaelli sono ascendenti e coerenti col concetto metafisico di Bene rivelato da Cristo; quelle di Carròn, invece, non sono convincenti: perché mai dovremmo cogliere nella decisione di Benedetto di ritornare Joseph un segno del grande amore che nutre verso Cristo?
Si tratta di un sollievo, non di un inasprimento del dolore che ha provato in questi anni per testimoniarlo.
Al di là degli arzigogoli retorici, la libertà di cui argomenta il capo di CL è quindi nella versione modernista e illuminista e non in quella reale e drammatica della Croce.

Le supposte motivazioni del gesto e le presunte ragioni di opportunità non cancellano lo sgomento...
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# Il trovatore. 2013-03-05 22:59
Appunto.
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# Demetrio vallese Pad 2013-02-22 14:46
E se non riuscissimo a cmprendere a fondo il messaggio nascosto in questi gesto del Santo Padre?
Non è solo il linguaggio delle parole che necessita di un contesto per essere capito.
Forse è il contesto storico, culturale e apocalittico do oggi che si fa fatica a delineare con chiarezza. O meglio, che si ha timore di delineare con chiarezza.
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# ansgario 2013-02-22 22:59
Mi dispiace per Radaelli, ottimo filosofo: ha applicato le categorie metafisiche inopportunament e. Al di là di ogni apparenza, della consuetudine storica e ogni amplificazione devozionale, il sommo pontificato non è per la teologia autenticamente cattolica una sorta di supersacramento dell'episcopato. La paternità spirituale inerisce ontologicamente al sacramento dell'ordine sacro, che imprime nell'anima del consacrato un carattere indelebile che lo assimila a Cristo, sommo ed eterno sacedote. Un papa che si dimette non perde la paternità, ma il primato di giurisdizione e l'infallibilità in docendo ex cathedra in materia di fede e di morale. Perde cioè quelle qualità che gli derivano non dal sacramento, bensì dal consenso liberamente dato al proponente dopo l'elezione. La giurisdizione, coi carismi correlati, non viene dagli elettori, ma direttamente da Dio, che chiama il prescelto attraverso il segno della elezione (o acclamazione, o altra modalità prevista), anche qualora l'eletto non avesse ancora ricevuto l'ordine sacro, che si impegna a ricevere al più presto. Questo per ribadire che il carattere permanente e metafisico dell'ordinazione non ha niente a che fare con le qualità immanenti della giurisdizione, che di per sé potrebbero nella Chiesa essere affidate, in casi eccezionali, ad un laico, o per lo meno ad un chierico che non sia vescovo. E' il caso di molti ordinari diocesani (amministratori apostolici, vicari, abati territoriali), che ricevono dal papa la giurisdizione, pur non essendo vescovi. Queste non sono opinioni; sono dati del catechismo. Quanto al caso di Celestino V, non va enfatizzato come se fosse un'eccezione ancora da approfondire teologicamente. Non è così: la questione è chiarissima, come ho tentato di esporre qui sopra. C'è anzi da aggiungere che Benedetto XVI è solo il sesto tra i vari papi che nella storia hanno rinunziato: non al sacramento, ma al servizio della giurisdizione universale su tutta la Chiesa con i carismi adeguati. La Chiesa ha sempre insegnato che i carismi e i ministeri (anche quello petrino) sono dati non per se stessi, ma per l'edificazione del corpo di Cristo ed hanno un valore temporaneo. Niente carattere ontologico, perciò. Anziché addurre motivazioni ideologiche fuori posto, si vadano invece a vedere i precedenti storici, che molto hanno da insegnare: per esempio il caso di Benedetto IX, che fu papa per tre volte con lo stesso nome, avendo rinunciato per ben due volte ed eletto successivamente dopo altri papi validamente eletti.
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# don Augusto Modena 2013-02-22 23:22
Sono le stesse parole di papa Ben. XVI che non gli danno ragione delle sue dimissioni, quando afferma che "il papa non deve dimettersi nel messo della battaglia ma solo quando c'è pace", ma tutti i "sassolini" che si sta togliendo ora per denunciare tutti problemi del vaticano testimoniano che non è il momento di dimettersi ma di combattere ancora a costo della vita, come ha fatto Giovanni Paolo I. Per cui: perché Dio dovrebbe mandare ora un papa più forte e battagliero di lui? Non lo farà vedrete... conosco il Signore.
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# fabulus 2013-02-23 06:30
Il gesto di Ratzinger abbandonando una nave in piena tempesta, rappresenta la bestemmia allo Spirito Santo, perchè nn si è abbandonato alla Terza Persona della SS Trinità. Correggetemi se sbaglio
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# NominorLeo7 2013-02-24 04:38
Non hai il diritto di parlare così. Non sei tu a giudicare.
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# ppastor 2013-02-23 12:27
Il prof. Roberto De Matteis, nel suo articolo “Considerazioni sull’atto di rinuncia di Benedetto XVI” (su “Corrispondenza romana”, del 12.02.2013), tra le varie cose dice:

«Il caso di rinuncia dunque, in sé, non scandalizza: è contemplato dal diritto canonico e si è storicamente verificato nei secoli. Va notato però che il Papa può rinunciare, e talvolta ha storicamente rinunciato al Pontificato, in quanto esso è considerato un «ufficio giurisdizionale della Chiesa», non legato indelebilmente alla persona di chi lo occupa. La gerarchia apostolica esercita infatti due poteri misteriosamente uniti nelle stesse persone: la potestà di ordine e la potestà di giurisdizione (cfr. ad esempio san Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, II-IIae, q. 39, a. 3, resp.; III, q. 6. a. 2). Entrambi i poteri sono diretti a realizzare i fini peculiari della Chiesa, ma ciascuno con caratteristiche proprie, che lo distinguono profondamente dall’altro: la potestas ordinis è il potere di distribuire i mezzi della grazia divina e si riferisce all’amministraz ione dei sacramenti e all’esercizio del culto ufficiale; la potestas iurisdictionis è il potere di governare l’istituto ecclesiastico e i singoli fedeli.
La potestà di ordine si distingue dalla potestà di giurisdizione non solo per diversità di natura e di oggetto, ma anche per il modo con cui è conferita, in quanto essa ha come sua proprietà di essere data con la consacrazione, cioè per mezzo di un sacramento e con l’impressione di un carattere sacro. Il possesso della potestas ordinis è assolutamente indelebile in quanto i suoi gradi non sono uffici temporanei, ma imprimono carattere in chi ne è insignito. Secondo il Codice di Diritto Canonico, una volta che un battezzato diventa diacono, presbitero o vescovo, lo è per sempre e nessuna autorità umana può cancellare tale condizione ontologica. La potestà di giurisdizione invece non è indelebile ma è temporanea e revocabile; i suoi uffici, a cui sono preposte persone fisiche, terminano con la cessazione del mandato.
Un’altra importante caratteristica della potestà di ordine è la non territorialità, poiché i gradi della gerarchia di ordine sono assolutamente indipendenti da ogni circoscrizione territoriale, almeno per quanto riguarda la validità dell’esercizio. Gli uffici della potestà di giurisdizione, al contrario, sono sempre circoscritti nello spazio ed hanno nel territorio uno degli elementi costitutivi, eccettuato quello del Supremo Pontefice, il quale non è sottoposto ad alcuna limitazione spaziale.
Nella Chiesa la potestà di giurisdizione compete, iure divino al Papa e ai Vescovi. La pienezza di questo potere risiede tuttavia solo nel Papa che, quale fondamento, sorregge tutto l’edificio ecclesiastico. In lui si trova tutto il potere pastorale, e nella Chiesa non se ne può concepire altro indipendente.
La teologia progressista sostiene invece, in nome del Concilio Vaticano II, una riforma della Chiesa, in senso sacramentale e carismatico, che oppone la potestà d’ordine alla potestà di giurisdizione, la chiesa della carità a quella del diritto, la struttura episcopale a quella monarchica. Al Papa, ridotto a primus inter pares all’interno del collegio dei vescovi spetterebbe solo una funzione etico-profetica, un primato di «onore» o di «amore», ma non di governo e di giurisdizione. In questa prospettiva è stata evocata da Hans Küng, e da altri, l’ipotesi di un pontificato “a termine” e non più a vita, come forma di governo richiesta dalla velocità di cambiamento del mondo moderno e dalla continua novità dei suoi problemi. «Non possiamo avere un Pontefice di 80 anni che non è più pienamente presente dal punto di vista fisico e psichico», ha dichiarato all’emittente “Südwest-rundfunk” Küng, che vede nella limitazione del mandato del Papa un passo necessario per la riforma radicale della Chiesa. Il Papa sarebbe ridotto a presidente di un Consiglio di amministrazione , ad una figura meramente arbitrale, con a fianco una struttura ecclesiastica “aperta”, quale un sinodo permanente, con poteri deliberativi.
Se però si ritiene che l’essenza del Papato sia nel potere sacramentale di ordine e non in quello supremo di giurisdizione, il Pontefice non potrebbe mai dimettersi; se lo facesse, perderebbe con la rinuncia solo l’esercizio della suprema potestà, ma non la potestà stessa, che sarebbe indelebile come l’ordinazione sacramentale da cui scaturisce. Chi ammette l’ipotesi della rinuncia deve ammettere con ciò che il Papa deriva la sua summa potestas dalla giurisdizione che esercita e non dal sacramento che riceve. La teologia progressista è dunque in contraddizione con sé stessa quando pretende di fondare il Papato sulla sua natura sacramentale, e poi rivendica le dimissioni di un Papa, che possono invece essere ammesse solo se il suo incarico è fondato sul potere di giurisdizione. Per la stessa ragione non ci potranno essere, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, “due papi”, uno in carica e uno “emerito”, come è stato impropriamente detto. Benedetto XVI tornerà ad essere sua eminenza il cardinale Ratzinger e non potrà più esercitare prerogative, come l’infallibilità , che sono intimamente legate al potere di giurisdizione pontificio.
(…) La vocazione di un Pastore, come quella di ogni battezzato, vincola infatti non fino ad una certa età, e ad una buona salute, ma fino alla morte. Sotto questo aspetto la rinuncia dal pontificato di Benedetto XVI appare come un gesto legittimo dal punto di vista teologico e canonico, ma sul piano storico, in assoluta discontinuità con la tradizione e la prassi della Chiesa.
(…) Non ci troviamo di fronte ad una grave inabilità, come era il caso di Giovanni Paolo II nel suo ultimo scorcio di pontificato. Le facoltà intellettuali di Benedetto XVI sono pienamente integre, come ha dimostrato in una delle sue ultime e più significative meditazioni al Seminario Romano, e la sua salute è «complessivamen te buona», come ha precisato il portavoce dalla Santa Sede, padre Federico Lombardi, secondo cui però il Papa ha avvertito negli ultimi tempi «lo squilibrio tra i compiti, tra i problemi da affrontare e le forze di cui si sente di non disporre».
Eppure, fin dal momento dell’elezione, ogni pontefice prova un comprensibile sentimento di inadeguatezza, avvertendo la sproporzione tra le capacità personali e il peso dell’incarico a cui è chiamato. Chi può dire di essere in grado di poter sostenere con le sue sole forze il munus di Vicario di Cristo? Lo Spirito Santo assiste però il Papa non solo al momento dell’elezione, ma fino alla morte, in ogni momento, anche il più difficile, del suo pontificato. Oggi lo Spirito Santo viene spesso invocato a sproposito, come quando si pretende che esso copra ogni atto e ogni parola di un Papa o di un Concilio. In questi giorni però è il grande assente dai commenti sui mass-media che valutano il gesto di Benedetto XVI seguendo un criterio puramente umano, come se la Chiesa fosse una multinazionale, guidata in termini di pura efficienza, a prescindere da ogni influsso soprannaturale.
Ma c’è da chiedersi: in duemila anni di storia, quanti sono i Papi che hanno regnato in buona salute e non hanno avvertito il declino delle forze e non hanno sofferto per malattie e prove morali di ogni genere? Il benessere fisico non è mai stato un criterio di governo della Chiesa. Lo sarà a partire da Benedetto XVI? Un cattolico non può non porsi queste domande e se non se le pone, esse saranno poste dai fatti, come nel prossimo conclave, quando la scelta del successore di Benedetto si orienterà fatalmente verso un cardinale giovane e nel pieno delle forze, perché possa essere ritenuto adeguato alla grave missione che lo attende. A MENO CHE IL CUORE DEL PROBLEMA NON SIA IN QUELLE «QUESTIONI DI GRANDE RILEVANZA PER LA VITA DELLA FEDE», A CUI HA FATTO RIFERIMENTO IL PONTEFICE, E CHE POTREBBERO ALLUDERE ALLA SITUAZIONE DI INGOVERNABILITÀ IN CUI SEMBRA TROVARSI OGGI LA CHIESA.
Sarebbe poco prudente, sotto questo aspetto, considerare già “chiuso” il pontificato di Benedetto XVI, dedicandosi a prematuri bilanci, prima di attendere la fatidica scadenza da lui annunciata: la sera del 28 febbraio 2013, una data che rimarrà impressa nella storia della Chiesa. Prima, ma anche dopo quella data, Benedetto XVI potrebbe essere ancora protagonista di nuovi e imprevisti scenari. IL PAPA INFATTI HA ANNUNCIATO LE SUE DIMISSIONI, MA NON IL SUO SILENZIO, e la sua scelta gli restituisce una libertà di cui forse si sentiva privato. Che cosa dirà e farà Benedetto XVI, o il cardinale Ratzinger, nei prossimi giorni, settimane e mesi? E soprattutto, chi guiderà, e in che maniera, la navicella di Pietro nelle nuove tempeste che inevitabilmente l’attendono?»
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# mass 2013-02-23 16:24
Purtroppo già in passato, prima del CVII, si sono avute alcune dimissioni papali e secondo quanto riporta Socci lo stesso Pio XII a causa di grave malattia prese in considerazione l'ipotesi delle dimissioni. Ora o la chiesa è in grave stato di deviazione dottrinale da almeno qualche secolo oppure le dotte considerazioni soprascritte si prestano a più di un obiezione.
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# ClodoveoX 2013-02-28 12:16
prendere in cosideraCitazione mass:
Purtroppo già in passato, prima del CVII, si sono avute alcune dimissioni papali e secondo quanto riporta Socci lo stesso Pio XII a causa di grave malattia prese in considerazione l'ipotesi delle dimissioni. Ora o la chiesa è in grave stato di deviazione dottrinale da almeno qualche secolo oppure le dotte considerazioni soprascritte si prestano a più di un obiezione.


Prendere in considerazione NON vuol dire accettare e fare.Così come la sola tentazione NON vuol dire peccare,
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# Marcella 2013-02-25 13:09
Tutte queste considerazioni che ho letto mi sembra si possano sintetizzare un un unico dilemma amletico: "E' giusto dire che il papa non dovrebbe dimettersi perchè dovrebbe seguire Cristo che non è sceso dalla croce o è necessario che questa croce papa Ratzinger per portarla debba farlo abbandonando il titolo di pontefice?"
Per quanto ho compreso del nostro amato santo padre, sono sicuro che egli non sarebbe mai sceso dalla croce. Sicuramente porterà la sua croce altrove; sarebbe bello capire allora perchè e quale profondo mistero nasconda il suo gesto.
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# ClodoveoX 2013-02-28 12:14
Mons. Radaelli
ha scritto, grazie a Dio,
con sovrabbondanza di argomenti,
quello che io nel mio piccolo pensavo,
ma non osavo dire .
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# Riccardo Abbà 2013-03-01 19:06
Ohilà conciliari belli! Come dicevano i Led Zeppelin, vi vedo un cicino "dazed and confused". Beh ci sono due notizie, una bella e una brutta. Quella bella è che il Papa non si è dimesso. Quella brutta che è morto nel '58.
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# Elisabetta 999 2013-03-06 16:25
Benoit XVI semble faire comme saint-pierre d'une certaine façon qui l'a renié trois fois. Benoit XVI est celui qui a le plus tenté de ramener l'église catholique à la tradition quoi qu'en disent les sédévacantistes . Benoit XVI a du se plier à l'obligation de recevoir les ennemis de jésus-christ car l'église est aujourd'hui sous la coupe des mondialistes sionistes, il n'y a plus de séparation eglise etat puisque c'est l'état qui commande l'eglise alors au moins benoit XVI sera plus tranquille pour prier pour le monde et surtout pour les brebis du seigneur. Pour moi il reste pape, son successeur ne pourra être un vrai Pape car Benoit XVI est bien vivant. Dieu voudrait-il que le Vatican saute avec le nouveau faux pape, c'est à se poser la question.
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# Don Rocco 2013-03-09 03:52
Non si arriva a gesti cosi' dolorosi all'improvviso!
E' una vita che Benedetto XVI ha messo in atto gesti che poi hanno permesso questo.
Un GESTO CHE HA FATTO TACERE IL MONDO almeno per un minuto!
E tutti CONTRARI alle VOLONTA' DEI PAPi prima di Papa GiovanniXXIII.
Simone di Giovani mi ami ? per due volte; alla terza aggiunge : PIU' DI COSTORO?
Gesu ha domandato a lui tante volte se lo amava, l'ultima e' stato quando lo hanno fatto Papa.
Con le risposte date prima e con le DIMISSIONI date adesso.......si è compreso bene la sua risposta.
Da giovane sacerdote ha preferito gli antidogmatici........con le dimissioni ha rotto il DOGMA .
Preghiamo. Ad ogni modo CONDIVIDO PIENAMENTE L'ERTICOLO E RINGRAZIO CHI LO HA SCRITTO:))
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# ulisse 2013-03-18 07:58
Ratzinger non aveva mai voluto occuparsi del governo della Chiesa, ma solo della teologia e della dottrina, e i risultati si sono visti:la Chiesa divenuta nave senza nocchiero. Consideriamo che anche Wojtila,per i 27 anni del proprio Pontificato, per altre ragioni,e cioé per un bulimico presenzialismo mediatico,aveva fatto altrettanto,pos siamo anche concludere che la Chiesa non é governata dal 1978. Dopo l'elezione di Bergoglio,possi amo dire che...anche lo Spirito si é accorto che la Chiesa non ha bisogno di Professori, ma di "nocchieri", e cioé di Capi.
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