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Demolizione del Katechon. Un esempio concreto
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Massimo Cacciari torna ad occuparsi del Katechon, «ciò che trattiene» il trionfo finale dell’Iniquo nella dizione di San Paolo (Seconda Tessalonicesi, 6). Nell’operetta tipicamente adelphiana «Il potere che frena», inanella i suoi noti e ripetuti sofismi gnostici. Anzitutto: il Katechon sarebbe «enigmatico», «un mistero», non si sa se l’Impero Romano o la Chiesa. Il punto cacciariano è che «per trattenere il male, sia l’Impero sia la Chiesa non possono fare a meno di usare quel potere che ad esso (il male) è connaturato. Perciò il katechon, qualunque cosa sia, opera sempre con le armi del Nemico dello Spirito (..) essi devono prima di tutto durare, conservarsi, con ogni mezzo possibile, compresi l’inganno e la violenza». Il corollario che viene insinuato è: «trattenendo» il Male, la Chiesa (o lo Stato, se è per questo) lo «fa durare» dentro di sé, in pratica è gravida di Lucifero; ritardando la manifestazione finale dell’Anticristo ne ritarda colpevolmente anche la disfatta, e il trionfo finale del Bene, l’avvento del Regno dei Cieli. Dunque la Chiesa deve spogliarsi di tutto il potere, anzi di tutto l’Essere (che è Male) e diventare puro spirito, disincarnata attesa del compimento ineffabile... E della sua auto-eliminazione (1).

E bla bla bla. Ora, la visione cattolica ci consente di interpretare il mondo e il male in modo pratico e concreto. Lungi dal ritenere il Katechon «misterioso», siamo perfettamente in grado di sapere cos’è (2), e – ancor più importante – di identificare le forze che lo stanno attivamente demolendo, aprendo la via a un mondo dove il «delitto diviene l’atto per eccellenza» e lo sterminio di poveri, donne e bambini, la nuova normalità. E ormai lo smantellamento del Katechon è così avanzato, che i suoi demolitori non si nascondono più, anzi si vantano.

Per esempio, prego di assaporare questa frase, pronunciata nel 2009 da Daniel Reisner, capo del dipartimento di diritto internazionale dell’esercito israeliano:

«Il diritto internazionale progredisce attraverso violazioni. Noi abbiamo inventato gli assassinii mirati, ed abbiamo dovuto “spingerli”. All’inizio avevano delle sporgenze (protrusions) che rendevano duro inserirli con facilità nello stampo legale. Otto anni più tardi, sono nel centro dei confini della legittimità».

Non si può dare un esempio più chiaro di sovversione ebraica del diritto romano nel suo aspetto universale (jus gentium) di illustrazione di come il «diritto» talmudico (inimicus generis humani) si sia incistato sulle sue rovine come il cuculo sul nido altrui, pretendendosi la nuova legittimità: legittimità del potere talmudico e omicida sul mondo. La frase di Reisner ci annuncia che la giustizia è stata definitivamente sequestrata, e sostituita, da astuzia e violenza. Contro cui non c’è difesa, perché le leggi non proteggono più il debole, nessun avvocato difensore troverà più l’innocente. Ovviamente trova orecchie favorevoli tra i «giuristi» statunitensi, che hanno dichiarato «legale» la tortura compiuta da impiegati dello Stato negli interrogatori, e nulla hanno da obiettare all’uso di droni per assassinare persone ritenute degne di morire dal presidente USA, in base ad una lista fornita dai suoi servizi, senza ovviamente alcun processo, ovunque nel mondo.

Si verifica qui con precisione il rapporto evocato dall’Apocalisse (13) tra «la Bestia salita dal mare» (Il dragone le diede la sua potenza, il suo trono e una grande autorità . (...) L’adoreranno tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti fin dalla creazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello) e la bestia salita dalla terra, il potere ipocrita finta-vittima, che «aveva due corna simili a quelle di un agnello, ma parlava come un dragone. Essa esercitava tutto il potere della prima bestia in sua presenza».

Debbo la scoperta di questa atroce, luciferina vanteria, a un professore di diritto della University of California, Hasting Law College, che si chiama George Bisharat. Il quale, sia detto a suo onore, si oppone fieramente a tale «diritto» talmudico sottolineandone il sopruso omicida. È la «legge», dice, che gli israeliani praticano quando definiscono «conflitto armato» gli scontri che i dimostranti palestinesi ingaggiano nei territori illegalmente occupati dagli ebrei: giustificando l’uso di armi di guerra anziché le limitate misure di polizia che il diritto internazionale consente contro manifestazioni di protesta. Di progresso in progresso giuridico, gli israeliani hanno finito per dichiarare «scudi umani volontari» i civili che non abbandonano le zone di Gaza dopo che l’esercito ebraico li ha avvertiti, con lancio di volantini e persino SMS, che quelle zone erano imminenti suoi obbiettivi militari E chiamare «infrastrutture terroristiche» gli impiegati civili e loro uffici dell’amministrazione di Hamas a Gaza, quindi legittimi bersagli di bombardamenti e stragi. «Questi atti, fino ad ieri considerati crimini di guerra, sono rimasti senza condanna internazionale», nota William Pfaff. (The Subversion of International Law)

Vecchio e saggio commentatore dell’Herald Tribune, cattolico, Pfaff è il solo nel mondo dell’informazione ad aver reso nota l’aberrazione del «giurista» talmudico, con alte parole di condanna. Evidentemente il senso del diritto si va spegnendo in Occidente, se tale «evoluzione» non suscita proteste, o debolissime nei legislatori e nei giuristi.

«Gli Stati Uniti hanno emulato questa strategia di “progredire” smantellando il diritto internazionale», scrive Pfaff, ed elenca i rapimenti illegali di persone in Paesi esteri, come quello di cui recentemente in Italia è stata accusata la CIA, la morte e il terrore sparsi deliberatamente a Falluja tra i civili, «l’autorità costituzionale data al presidente di uccidere anonimamente cittadini americani senza processo», o di «uccidere gente dovunque nel mondo, in nazioni sovrane». Tutto ciò viene giustificato con un pericolo vago e tremendo («il terrorismo») che minaccerebbe l’America. Ma le uccisioni con droni non mirano nemmeno al controllo di un territorio e ad imporre il volere della superpotenza, bensì creare paura e terrore dato il carattere arbitrario degli assassinii e l’invulnerabilità di chi li commette.

E sì, nota il saggio giornalista, che dal 19° secolo in poi gli USA sono stati la nazione che più ha fatto per promuovere il diritto internazionale. Oggi, è la nazione del mondo che più fa per distruggerlo a forza di atti unilaterali di intervento contro altri Stati, l’uso di armi vietate e la svalutazione dell’ONU come sede di mediazione nei conflitti. Com’è stata possibile questa involuzione? Molto significativamente, Pfaff addita la undercurrent ‘religiosa’ (o pseudo-religiosa) che ha sta dietro questa deriva:

«Essa si fonda sul sentimento americano di eccezione nazionale. Il Paese si considera unico nella storia per virtù delle sue origini costituzionali (...). Gli Stati Uniti sono ritenuti, da molti protestanti americani, una nazione di origine divina, o che è investita da un mandato divino, che la esenta dall’adeguarsi agli standard richiesti dalle altre nazioni. Per molti americani, se non la maggior parte, una nazione con origini come le nostre non può essere tenuta ad obbedire alle norme del resto del mondo».

Osservazione acuta. E sappiamo che da poco esiste nel mondo un’altra nazione che si ritiene di origine divina, popolo eletto, e dunque non soggetta alle norme e ai limiti della comune umanità. Quella che dà giuristi come Reisner e che si vanta di aver reso «legale» gli assassinii mirati.

Pfaff ammonisce: non è passato molto tempo dacché regimi ideologici in Germania e Russia proclamavano che una élite di capi, in possesso di conoscenze speciali sulla direzione dell’evoluzione della storia o sul destino di una razza, aveva il diritto di spregiare le norme della civiltà occidentale per adempiere alla loro missione d’eccezione. «Fu un’epoca terribile per la civiltà, e non è finita bene». Qui, l’osservazione è ancora più acuta, e solo chi è profondamente imbevuto di sapienza cattolica: si mette in luce il carattere di gnosi (e di gnosi inversa) del comunismo e del nazismo, e per estensione dell’americanismo e del talmudismo, del resto intrecciati l’uno nell’altro. È infatti ricorrente in tutte le gnosi, antiche e moderne e post-moderne, il disprezzo profondo per il diritto, le norme istituzionali in genere, e la morale in particolare. Da qui «il dualismo sociologico tipico di ogni gnosi: da una parte coloro, gli illuminati (pneumatici o spirituali), che possono compiere indenni ogni esperienza, anche quelle aberranti; dall’altra gli altri uomini, i carnali, che sono tenuti ad una regola di vita precisa» (E. Samek Lodovici, «Metamorfosi della Gnosi», 1991, p. 10). Ognuno può divertirsi a constatare se e quanto questo carattere si applichi, per esempio, a progressisti, libertari, cattolici «adulti», attivisti della depenalizzazione di aborto, droghe, eutanasia...

Naturalmente, i pensiero corre agli insegnamenti segreti o riservati di Leo Strauss, il guru rabbinico dei neocon, da Paul Wolfowitz a (scendendo in provincia dell’impero) Giuliano Ferrara. Strauss insegnava verbalmente a pochi discepoli fidati che il potere deve basarsi sull’inganno perpetuo del popolo ignaro, mentre coloro che sono degni di comandare (Illuminati) sanno che non c’è moralità, né Dio né religione, né altro diritto naturale che quello del superiore di comandare sull’inferiore. Da qui, per esempio, il fatto che i neocon siano personalmente atei ma favorevoli alla religione come strumento per tenere a freno il popolo: atei devoti.

Allo scrittore Ron Suskind fu dato di gettare uno sguardo nella «dottrina interna» di quel gruppo di potere raccolto attorno alla presidenza di Bush figlio, e se ne atterrì. Nel 2002, racconta lui stesso, avendo scritto su Esquire un articolo critico della presidenza e delle sue appena iniziate avventure belliche contro il «terrorismo globale», fu convocato alla Casa Bianca da un «senior adviser» di Bush di cui non fa il nome, che gli disse: «Tu sei uno di quelli che noi chiamiamo “gente che si basa sulla realtà”», ossia, spiegò, «che crede che le soluzioni emergano dal vostro studio ragionevole della realtà constatabile».

Ma invece, continuò l’anonimo alto consigliere, «questa non è più la maniera in cui il mondo funziona: adesso siamo un impero e, quando agiamo, noi creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate questa nuova realtà, ragionevolmente come fate, noi agiamo ancora, creando altre nuove realtà, e voi studierete anche queste. Noi siamo gli attori della storia, e voi, tutti voi, sarete ridotti solo a studiare quel che noi facciamo». (Suskind, Ron (2004-10-17). Faith, Certainty and the Presidency of George W. Bush. The New York Times Magazine).

Fosse quest’anonimo Karl Rove, come si ritiene, o un neocon di più alto rango (Wolfowitz?), si riconosce in questi suoi propositi una sorta di virulento hegelismo: quella gnosi tedesca che asserisce che la realtà non è da scoprire (contemplare) ma essendo tutta interna al soggetto, va’ «costruita». E più precisamente, e singolarmente in un gruppo che si etichettava «di destra» come quelli attorno a Bush, qualcosa di identico all’hegelismo di sinistra. Quello di Marx che proclamò «niente più metafisica», e ingiungeva alla filosofia: «Basta interpretare il mondo, è ora di cambiarlo» (col che, rigettava la verità per l’azione); e che ha l’espressione più estrema in Trotsky (Bronstein) con la sua teoria della Rivoluzione Permanente: il rifiuto di riconoscere alla rivoluzione comunista un obbiettivo determinato per andare sempre oltre, in un movimento continuo di «liberazione» armata senza limiti.

«La rivoluzione non termina dopo questa o quell’altra conquista politica, dopo aver ottenuto questa o quell’altra riforma sociale, ma che continua a svilupparsi fino alla realizzazione completa del socialismo», scriveva Trozky. Le «sempre nuove realtà» create «dall’azione» di «noi che ora siamo un impero», a forza di distruzioni e violazioni del diritto, menzogne e bombe, non sono certo distanti dall’utopia sanguinosa del Trotzkismo, il movimento senza fine dell’incendio che tutto brucia e sconvolge; senza mai quiete, perché Colui che manca di essere, il Filius Perditionis, l’Anomos, cessa di essere se cessa di agire, se cessa di uccidere.

Questa crisi, crisi della Chiesa, è crisi di santi. «...Troverà la fede sulla terra?». In questo tempo forse finale, dove sembra che l’umanità sia diventata indifferente a Cristo, mi ripeto – e ripeto con voi – l’intrepido atto di fede di Paolo, l’antico studente rabbinico divenuto apostolo, quando sentì ormai vicina al suo collo la spada del boia neroniano:

«Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la nudità, i pericoli, la spada? Ma in tutte queste cose noi stravinciamo in grazia di Colui che ci amò. Sono persuaso che né morte né vita, né Angeli né Potestà, né presente né futuro, né altezze né profondità, né alcuna altra cosa creata potrà separarci dall’amore che Dio ha per noi in Cristo Gesù nostro Signore».




1) Cacciari però da ultimo sembra nutrire un ambivalente spiacere che la Chiesa abbia (finalmente, come auspicava lui da decenni) abbandonato la funzione di katechon. In un’intervista ad Avvenire, dice: «Che la nostra sia un’epoca apocalittica mi pare indubbio. Viviamo in una dimensione globale che neppure l’Impero romano aveva conosciuto e questo comporta una continua omologazione dei princìpi, dei comportamenti, dell’etica. Ci siamo lasciati alle spalle i totalitarismi, che si presentavano esplicitamente come forze prometeiche, anticristiche e, in quanto tali, chiamavano in causa il katechon, la cui funzione era esercitata da altri poteri, sia politici sia religiosi. Ora (...) l’Anticristo si mostra con il suo volto conciliante e il rischio è che la Chiesa non riesca a presentarsi come segno di contraddizione in un mondo ormai assuefatto all’indifferenza. Nietzsche aveva visto giusto: “oggi davvero chi va per strada alla ricerca di Dio viene prima deriso e poi guardato con indifferenza”. Finito il katechon, per lui «non trapela più il raggio di una possibile redenzione. Ma non si avverte neanche il frastuono dell’apocalisse. Piuttosto il deserto del nulla – la gestione tecnica come forma anomica dell’età globale. Esaurito lo spazio del sacro, viene meno anche quello del politico che ad esso corrisponde».
2) Se interessa, possono rievocare in un prossimo articolo (l’ho già fatto) cosa intendeva San Paolo per il Katechon.


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Commenti  

 
# codino 2013-03-01 10:25
Ottimo articolo!

In merito alla nota "2", rispondo che interessa certamente!
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# stivintrigo82 2013-03-01 10:26
interessa interessa. anzi, direi che è fondamentale far chiarezza, oggi! (punto 2 delle note)
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# Emilix73 2013-03-01 10:29
Caro Direttore,
devo ammettere che questo argomento del Katechon mi affascina, perchè mi apre gli occhi ad una realtà concreta. Ancora devo capire bene cosa è concretamente il Katechon, tuttavia questo freno al male, mi pare di capire che è dovuto a questo: i cattolici non sono più sale della terra, per questo emerge il relativismo, la confusione e la Chiesa non riesce più ad essere contraddizione al male e quindi non apre più gli occhi delle persone. Grazie e buon lavoro!
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# mdef64 2013-03-01 11:32
Si. Cacciari, dice che è il cristianesimo ad aver aperto la strada a questa relativizzazion e perchè distruggendo l'ethos ha rimosso qualsiasi riferimento "etico" , intendendo l' etica come una scala di valori immanenti alla società tradizionale. Valori non scelti e quindi assoluti. Il cristianesimo al contrario libera l' uomo e lo mette davanti alla possibilità di fare una scelta : lo traghetta verso il tempo della decisione.
Nella decisione, sta la possibilità di scegliere il male.
Tuttavia cos'è il male ?
Secondo me è lì il problema.
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# Luigi 2013-03-02 00:06
Citazione mdef64:
Si. Cacciari, dice che è il cristianesimo ad aver aperto la strada a questa relativizzazion e perchè distruggendo l'ethos ha rimosso qualsiasi riferimento "etico" , intendendo l' etica come una scala di valori immanenti alla società tradizionale. Valori non scelti e quindi assoluti. Il cristianesimo al contrario libera l' uomo e lo mette davanti alla possibilità di fare una scelta : lo traghetta verso il tempo della decisione.
Nella decisione, sta la possibilità di scegliere il male.
Tuttavia cos'è il male ?
Secondo me è lì il problema.



Cacciari parla da pagano perché per lui l'ethos è quello immanente delle antiche società pagane, quelle del mithos. Lo stesso discorso porta avanti, dalla neodestra, Alain De Benoist. E non è un caso che un ex operaista ed un ex radicale di destra convergano. Dietro c'è la comune lettura di Nietzsche. In realtà, è vero che l'uomo è posto di fronte ad una scelta, quella più radicale, che è la prima fondamentale sua libertà. E' la scelta tra Dio e l'io, tra l'abbandonarsi all'Amore di Dio o inorgorglisi nel narcisistico amore di sé. Dall'Amore di Dio scaturisce il bene, dall'amore narcisistico scaturisce il male. E come diceva Agostino, questi due amori fondano due città, che vivono frammiste nel tempo in attesa di essere separate alla fine dei tempi, quando Lui separerà i beati dai dannati sulla base di un ben preciso criterio (che non è strettamente connesso all'essere battezati anche se al battesimo, e quindi a Lui, tende): "Ogni volta che avete fatto questo a qualcuno dei miei piccoli lo avete fatto a Me". Il criterio è dunque l'amore del prossimo che può scaturire, solo, dall'Amore di Dio, anche quando di quest'ultimo non si è perfettamente consapevoli. Al contrario, dietro l'amore autoreferenzial e ci sono le stesse radici gnostiche che reggevano gli ethos pagani fondati sul mythos. Se si vive all'interno di un ethos immanente, "sacrale" nel senso di immanente in quanto opposto a "santo" ovvero trascendente (un significato niccianamente e fenomenologicam ente distorto della parola "sacro"), non ci si pone, in realtà, alcuna domanda etica, alcun problema morale. Nella civiltà "sacrale" azteca, ad esempio, era espressione dell'"ethos" pagano, al modo in cui lo intende Cacciari, il sacrificio umano. Non ci si poneva alcun problema sulla effettiva eticità e moralità del sacrificio umano. Era "sacro", questo bastava. Punto e basta. Pur con tutto l'ordinamento sociale stabile che ne derivava perché non chiamato ad alcuna scelta, credo che non fosse affatto piacevole vivere sotto un tale "ethos", sotto una tale "sacralità". L'elaborazione culturale adelphiana tende proprio a questo: riportarci, se fosse ad essa possibile (ma non lo è), a quella presunta età dell'oro, dell'origine nel ciclo dell'eterno ritorno, nella quale, come scrive Roberto Calasso ne "Le nozze di Cadmio ed Armonia", si tagliava la gola alle fanciulle verginee. Se è vero che la fede cristiana, incontrando provvidenzialme nte il mondo culturale ellenico, ha fatto una scelta senza ritorno per il Logos contro il mythos, non bisogna sottacere, come fa Cacciari, che questa scelta era già in atto, prima dell'Incarnazione, nello stesso mondo greco, portata avanti da Socrate, Platone ed Aristotele, contemporaneame nte alla analoga scelta che i profeti di Israele andavano facendo, sulla base della Rivelazione, in polemica con le religioni mitiche dei popoli pagani in mezzo ai quali l'antico Israele viveva.

Cacciari è un agnello travestito da lupo. Un "lupo" senza dubbio intelligente e del quale sono sottoscrivibili diverse idee, in particolare in politica estera (ad esempio, la sua opposizione alle guerre neocon, secondo una chiara prospettiva schmittiana che non ha nulla che fare con il pacifismo verde di certa snistra da pensiero debole). Ma un "lupo" troppo acriticamente accreditato fra i cattolici, che a volte sembrano pendere dalle sue labbra quando invece dovrebbero confrontarsi con lui alla pari, senza "scomuniche" prive di argomentazioni adeguate ossia solo "fideistiche" ma anche senza complessi di inferiorità.

Luigi Copertino
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# valisik 2013-03-01 10:36
Interessa eccome! Repetita iuvant.
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# *Pellegrino 2013-03-01 10:47
Giusta appendice e sigillo profetico per il sempre più valido Gli Adelphi della Dissoluzione
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# mdef64 2013-03-01 10:49
Ho letto l' intervista che il direttore ha fatto a Cacciari sul tema del Katechon e sul carattere sovversivo del cristianesimo
E' un argomento di estremo interesse e di estrema attualità.

La secolarizzazion e totale che viviamo sarebbe dunque figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo ?

Come si oppone la Chiesa al suo ultimo e vero nemico rappresentato dal Capitalismo internazionalis ta, del Nuovo Ordine Mondiale tecnocratico ?
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# Luigi 2013-03-02 13:11
Citazione mdef64:
Ho letto l' intervista che il direttore ha fatto a Cacciari sul tema del Katechon e sul carattere sovversivo del cristianesimo
E' un argomento di estremo interesse e di estrema attualità.

La secolarizzazion e totale che viviamo sarebbe dunque figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo ?

Come si oppone la Chiesa al suo ultimo e vero nemico rappresentato dal Capitalismo internazionalis ta, del Nuovo Ordine Mondiale tecnocratico ?



Cacciari sbaglia quando dice che la secolarizzazion e è frutto del Cristianesimo. Gioca sui termini. Il Cristianesimo ("Dato a Dio ciò che è di Dio ed a Cesare ciò che è di Cesare") non secolarizza il Politico ma semplicemente lo naturalizza, togliendo ad esso ogni pretesa "sacralità". Ma proprio mentre fa questo, il Cristianesimo vincola il Politico al diritto naturale, che è posto da Dio nel cuore stesso degli uomini e quindi delle loro comunità. Agostino: "Cosa sono i regni senza Giustizia se non briganti?". Ora, appunto, l'ethos, quello vero, è eterofondato, trascendente, non autofondato, non immanente. L'umanitarismo post-cristiano, contro cui polemizzava Nietzsche confondendolo con il Cristianesimo, è soltanto l'imitazione riduzionista della Rivelazione ebraico-cristiana. Qui è il mistero d'iniquità che agisce nella storia. Come si oppone la Chiesa al globalismo? Ti rimando alla lettura su questo sito del mio "La Babele globalista". La Chiesa si oppone proprio esercitando la sua funzione di Katechon, anche laddove gli Stati non la seguono più. Si dirà che è un esercizio oggi indebolito, sia dentro che fuori la compagine ecclesiale. Vero. Ma tutto ciò è già annunciato. La fede sarà ridotta al lumicino e le tenebre del male sembreranno prevalere. Ma questa apparente vittoria del male è solo una illusione. Alla fine trionferà il Cuore Immacolato di Maria, la Donna del Genesi e dell'Apocalisse che schiaccia la testa del serpente antico. Se hai letto attentamente "Gli adelphi della dissoluzione", lo stesso Cacciari, alla fine, riconosce l'incompatibilità tra globalismo e Cristianesimo. Dopo aver ricordato, facendo l'esempio dei pellerossa, del Giappone moderno e dei neopaganesimi fascisti e nazisti, che il liberalismo globalista non esita neanche di fronte al genocidio per sradicare i popoli pagani dal loro ethos "sacrale" (personalmente aggiungerei - onde mettere in evidenza il carattere imitatorio dell'umanitarismo - che il Cristianesimo, nonostante ogni errore o violenza perpetuata dai cristiani, uomini deboli e peccatori come tutti gli altri, non ha mai sradicato, nel senso di fare tabula rasa, le culture pagane quanto piuttosto le ha purificate recuperando quanto di vero vi era in esse: i Padri parlavano di "semina Verbi"), così conclude: "Lo spirito estetico-economico borghese non tollera di essere messo in discussione; non ammette di poter essere superato... L'essenza della società borghese è il liberalismo, e per principio il liberalismo mette in discussione ogni principio ... Il sistema borghese tollera di essere discusso solo al proprio interno. Verso ciò che è esterno ai suoi 'valori', non ha pietà. I Pellerossa erano radicati nel loro ethos, e l'Americano vedeva nel loro ethos un sistema di non-libertà. Lo sterminio delle società sacrali, degli ethoi tradizionali, è prescritto dal liberalismo per il 'bene' stesso dell'uomo ... Non si faccia illusioni: anche contro la Chiesa non esiterà a usare la più inaudita violenza, se la Chiesa rifiuterà di diventare un semplice supporto della società borghese. Ciò che la Chiesa non può fare: perché il cristiano è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretenda autonomo. Già negli Stati Uniti si teorizza come l'Avversario irriducibile sia l'Islam. Anche contro la Chiesa il conflitto diverrà sempre più drammatico. Da una parte la Chiesa e l'Islam, e dall'altra una 'etica' laicista sempre più occasionale, e nello stesso tempo sempre più radicalmente universale, nella sua pretesa di essere l'unica valida". Cacciari mette bene in evidenza il carattere luciferino dell'umanitarsimo occidentale ma, ambiguamente, sottende che la responsabilità vera e principale sia del Cristianesimo. Esattamente come Alain De Benoist. Ma Cacciari sa benissimo, e si vede dalle sue parole, che le cose non stanno affatto in questi termini. Ed allora vuol dire che egli gioca a confondere le cose perché, appunto, è un lupo travestito da agnello. In ogni caso, con riguardo ai pellerossa (ma il discorso vale anche per gli indios del sudamerica), è certo che il loro ethos comtemplasse anche cose come lasciare morire di fame vecchi senza più figli e bambini orfani, fare la guerra contro le tribù rivali solo per tradizione, fare lo scalpo del nemico solo perché cosa "sacra". Voglio dire che bisogna evitare di immaginarsi il mondo precristiano come un'età felice, un'età dell'oro, poi rovinata dal "giudeo-cristianesimo". Questo è un mito filosofico illuminista (Rousseau ed il "bon savauge") del tutto falso e che è servito, da due secoli a questa parte, come strumento di polemica anticristiana. Che poi, come dicevo, i missionari hanno insieme sradicato e recuperato, purificandole, le culture sacrali è vero. Che lo abbiamo fatto a volte con erronei comportamenti, è anche vero. Ma sono stati essi a salvare le testimonianze dei popoli evangelizzati, sovente conservandone anche le forme rituali esteriori però riempiendole di contenuti cristiani. Ed i popoli evangelizzati hanno, alla fine, sempre gradito. Ti consiglio, proprio a riguardo dei pellerossa, la lettura di "Mission" (Il Cerchio). E' la storia dell'evangelizzazion e che i gesuiti effettuarono tra i pellerossa del nord-ovest degli Stati Uniti. Con metodi del tutto diversi dallo sterminazionism o protestante. Quei pellerossa, che vennero a contatto con i gesuiti, accettarono ben presto la fede cristiana, cattolica, e stimarono sempre gli "uomini neri", come essi chiamavano i missionari gesuiti per via della talare. Un loro capo affermò che gli uomini neri avevano consentito ai suoi figli una vita migliore sia nello spirito che nel corpo. Un altro capo pellerossa scrisse nel 1870 una lettera a Pio IX, in quel momento assediato dai liberal-massoni, offrendo i suoi guerrieri per la difesa di Roma e del "Grande Padre Bianco". Come vedi questi "miracoli" possono avverarsi perché è il Signore che guida la storia, al di là dei limiti umani.
Saluti.

Luigi Copertino
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# Maraffio 2013-03-02 18:37
Sig. Copertino, la tua risposta ben elaborata è un piccolo capolavoro dell'apologetica cattolica.
L'ho letta con piacere.
Grazie di cuore.
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# winston1984 2013-03-01 11:18
""...gli USA sono stati la nazione che più ha fatto per promuovere il diritto internazionale. ""
Qualsiasi critica del presente,
per quanto bene intenzionata.
Tuttalpiù offusca i sepolcri imbiancati
li rende strutturalmente rinforzati
se avalla basi & pilastri dell’edificato
con segatura spacciata per cemento armato..
"Chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controla il futuro" Orwell-1984

""la spada del boia neroniano""
Forse meglio separare sacro & profano:
istruttivo il “Nerone” di Massimo Fini*
per chi fosse interessato …idem cum patate: http://tiny.cc/uui9sw

"The smart way to keep people passive and obedient is to strictly limit the spectrum of acceptable opinion, but allow very lively debate within that spectrum - even encourage the more critical and dissident views. That gives people the sense that there's free thinking going on, while all the time the presuppositions of the system are being reinforced by the limits put on the range of the debate." Noam Chomsky
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# winston1984 2013-03-01 11:35
""...gli USA sono stati la nazione che più ha fatto per promuovere il diritto internazionale. ""
Qualsiasi critica del presente,
per quanto bene intenzionata,
tuttalpiù offusca i sepolcri imbiancati,
ma li rende strutturalmente rinforzati.
quando avalla basi & pilastri dell’edificato.
con segatura spacciata per cemento armato..

"Chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro" Orwell-1984

""la spada del boia neroniano"" .
Forse meglio separare sacro & profano:.
istruttivo il “Nerone” di Massimo Fini*.
per chi fosse interessato …idem cum patate : http://tiny.cc/xki9sw .

"The smart way to keep people passive and obedient is to strictly limit the spectrum of acceptable opinion, but allow very lively debate within that spectrum - even encourage the more critical and dissident views. That gives people the sense that there's free thinking going on, while all the time the presuppositions of the system are being reinforced by the limits put on the range of the debate." Noam Chomsky
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# Bruno 2013-03-01 11:40
punto 2... oh yes!!!
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# belloniluca 2013-03-01 11:45
Caro Direttore,
dopo aver letto (e riletto) il suo "Gli Adelphi della dissoluzione" ieri, quando un amico mi ha inoltrato l'intervista a Cacciari ho avuto un sussulto simile al suo: ormai sono usciti allo scoperto ANCHE con le parole (gli atti, come ognun sa e può vedere, hanno preceduto di molto questa "manifestazione" verbale).
Mi permetto di consigliare la lettura del suo testo (unito all'altrettanto illuminante "Le cronache dell'anticristo") come strumento per comprendere quello che, sotto i nostri occhi, si sta edificando: la città di Dite sulla terra, l'anti-Gerusalemme dissacrante e dissacrata.
Da giorni mi ritrovo ad incrociare (per ragioni apparentemente "casuali") gli affreschi della Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto (in particolare "Predica e fatti dell'anticristo") e non riesco a capacitarmi della potenza profetica dell'opera che, perfino nei dettagli, appare una sorta di analogon di quanto quotidianamente accade.
Grazie per quanto sta facendo.
Con stima

Luca Belloni
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# ulisse 2013-03-01 16:42
Anch'io sono interessato all'ermeneutica del Katèkon in S. Paolo. Mi é piaciuto,in questo articolo,il passaggio sui cosiddetti atei devoti, e trovo convincente l'interpretazione che ne dà il Direttore. Al riguardo, faccio questa domanda: Ratzinger era ritenuto spesso in sintonia con Ferrara e con gli atei devoti. E' casuale,o indice di qualcos'altro, che io non ho sin qui capito?
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# gipiel 2013-03-01 16:52
"2) Se interessa, possono rievocare in un prossimo articolo (l’ho già fatto) cosa intendeva San Paolo per il Katechon".
Si interessa, interessa!! Ce lo riscriva Direttore...
Grazie!
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# andrea.4463 2013-03-01 16:53
Forse intende questo passo?
Scrive Paolo ai Tessalonicesi:
1Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente
confondere e turbare [...]. Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l'apostasia e dovrà esser rivelato l'uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio.
Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene (katéchōn). Solo allora sarà rivelato l'empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all'apparire della sua venuta, l'iniquo, a cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l'amore della verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d'inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all'iniquità."
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# maqlu 2013-03-01 18:00
Invero questo scartafaccio avrebbe potuto rispondere al nome di Due pesi, due misure. Così, tanto per naturale reazione chimica a quel doppiopesismo – primogenito figlio scemo del Conformismo più becero - che ammorba noi tutti, alla stessa stregua dell’inesorabil e coltre di smog sulle grandi città, senza distinzione alcuna.
O con distinzioni che non fanno (quasi) testo.
«Se Benjamin ebbe a dire che la storia è stata scritta finora dal punto di vista del vincitore e deve essere scritta da quello dei vinti […]» sappiamo che la vittoria ha molti padri, e la sconfitta solo orfani.
Già, il conformismo. Una parola – fateci caso – che è quasi scomparsa dal vocabolario del politicamente corretto. Epurata nei lager e nei gulag del politicamente scorretto. Gli eredi attuali dei Vopos (l’abbiamo forse cancellati dalla memoria politicamente corretta anche questi?) e quelli delle SS a guardia del mainstream progressista sorvegliano occhiuti ogni trasgressione. Quindi nessuno la pronuncia quasi più.
Eppure essa ha goduto di una grande popolarità ai tempi della feroce rivolta contro la società borghese. Se si dovesse riassumere in uno slogan quanto mai apodittico cosa ha fondato e mosso le bordate della sovversione contro l’imperante quanto presuntamente falsa borghesia, si potrebbe dire: “A morte il conformismo”.
O anche: “Facciamola finita con l’ipocrisia”.
Quindi, se tanto mi dà tanto, oggi, a decenni di distanza da quegli accadimenti, visto l’imperante successo dei valori portanti di quella svolta , i quali permeano il sociale occupando tutta la rosa dei venti, “elementi” quali la menzogna, l’inganno, la mistificazione, i due pesi due misure, dovrebbero essere scomparsi.
Perlomeno dovrebbero essere ridotti a mal partito. Invece è graniticamente vero il contrario.
Il conformismo e di conseguenza il doppiopesismo dei due pesi e due misure impera sovrano, e fa sempre di più scuola. Ha legioni, stuoli di ammiratori e di aficionado.

Per amore del paradosso, io sono grato – in qualche modo – a Ricucci. Sì, proprio Stefano Ricucci, meglio noto come il capoccia dei furbetti del quartierino. Ricucci, difatti, fu messo in croce – al di là dei suoi misfatti reali – con la gogna mediatica più intransigente. Gli fu addirittura dedicata una satira da un settimanale en vogue dileggiandolo in quanto si abbuffava di pasta al forno, e mangiava a bocca aperta, mentre parlava. Lo si è deriso perché originario di un paesino di provincia, Zagarolo. Lo si accomunava con l’ignominioso filmuccio L’ultimo tango a Zagarolo, con Ciccio e Franco, parodia della perla progressista Ultimo tango a Parigi, firmata dalla vedette del cinema Bertolucci.
Eppure nessuno si è mai azzardato ad accennare alla benché minima derisione all’indirizzo di Alain Danielou, vate cerimoniale, acclamato all’unanimità ai quattro venti, del culto del fallo, dell’eros e della Natura.
Eppure Danielou stette proprio a Zagarolo per lunghi anni.
Quindi due pesi e due misure?
Per il contadinesco Ricucci la foga e l’onta, il ludibrio urbe et orbi; per il raffinato (si fa per dire…) esteta francese, nulla.
Non solo. Il mangiar villano di Ricucci è un obbrobrio, e qui concordiamo in pieno che l’eleganza interiore si manifesta anche attorno al desco. Ma… c’è sempre un ma! Si dice che la Storia non si fa con i “se” ed i “ma”. Ma a Lor Signori potenti, anche i “ma” possono contare assai. Infatti, se a tavola è assiso un personaggio “giusto”, un fratello – come dire? – di buona cerchia, allora tutto è, magicamente, permesso. Anzi. La cosa che era prima assai sconveniente, diventa alchemicamente un vezzo signorile di gran fascino.
Ne volete la prova?
Eccola qua, servita con fiori e cotillon di circostanza.
«Parigi […] Pare si diverta a coltivare una certa volgarità, come se si divertisse a provocare l'ovattato mondo della finanza: a tavola si toglie le scarpe e spesso si annoda il tovagliolo attorno al collo. Ma bisogna fare attenzione alle apparenze, perché questo ricchissimo signore è anche un raffinato collezionista d'arte […] genio della finanza per alcuni, pescecane senza morale per altri, Antoine Bernheim non lascia nessuno indifferente. Numero due di Lazard Frères, ma in rapporti ben poco cordiali con il gran capo Michel David-Weill, instancabile ordinatore di trame e complotti finanziari, burbero ai limiti della maleducazione […] del resto, lui stesso sembra compiacersi in questo ruolo di uomo complesso, enigmatico, maniaco del segreto».
Avete capito la musica? Qui siamo in presenza della volgarità tout court, ma il giornalista, nel descrivere Antoine Bernheim, potentissimo nume della finanza internazionale tende ad essere benevolo, anzi, in corner, finisce per esaltarne la raffinatezza come fosse, colmo dei colmi, un arbiter elegantiae.
Due pesi, e due misure, appunto.
Ancora un esempio. Saul Bellow, premio Nobel per la letteratura, nel suo roman à clef Ravelstein, ritratto à gouache di Allan Bloom, filosofo neocon americano, allievo di Leo Strauss, e propalatore della nobile menzogna, nonché – no need to say - omosessuale, lo descrive con la stessa propensione ad essere porco e volgare a tavola.
Ma non è finita qua, essendo la tecnica adottata seriale va avanti ad libitum. Venne fuori a proposito di Ricucci la questione della sua laurea conseguita presso un’università di San Marino denominata Clayton. E giù sfottò a non finire. Peccato che nessuno ebbe da dire nulla o quasi su Gioacchino Ligresti, figlio di Salvatore, che era compagno di corso di Ricucci.
La sperequazione morale era già entrata in ballo con Ligresti. Si ebbero grandi sollevazioni di scudi a proposito delle affiliazioni siciliane di Berlusconi, e degli ingenti patrimoni legati, pare, in qualche modo a quell’egida territoriale, ma nessuno scatenò neanche un’oncia di fuoco mediatico contro Ligresti, nativo di Paternò, very deep Sicilly, che ad un certo punto, quasi dal nulla, approdò nella città della bedda madonnina, borfo di pecunia, tanto da essere accolto a braccia aperte nel salotto buono della finanza meneghina. Questo però non sorprende più di tanto.
Assistendo a questo bieco conformismo che si vuol adagiare – come l’acqua nei contenitori – nello stampo, nella matrice, del Potere Nero, del Potere Oscuro, per cui tutti gli altri poteri a lui avversi, sono e debbono essere uno zero fatto con un bicchiere, non si può non reagire.
Da questa reazione è nato il presente zibaldone.
È di nuovo tempo di samizdat.
A mo’ di abbecedario, a guisa di collage, qui si cercherà di affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze, le convinzioni personali o collettive del tempo. Tramite un'analisi storica, psicologica, si cercherà di sottolineare l'abuso del paradigma messianico demonologico, che ha calpestato ogni forma di buonsenso e di pietà umana, spinto da una forza centrifuga del tutto nichilista.
Fine ultimo di questa petite bande demonologica (che poi non è tanto petite…) è quello di instaurare una paura legata alla tremenda condizione del tempo provocata dall’epidemia di peste conformista. Da osservare che gli untori che hanno scatenato tale condizione, non sono stati una prerogativa di questi tempi: se ne ha notizia, à rebours, anche nelle precedenti epidemie socio-culturali.
Ma non finisce qua. Non basta. Si potrebbe dire che l’acquiescenza verso il Gotha ci riservi questo e altro.
Il figlio di Antoine Bernheim, Pierre-Antoine, ha pubblicato, nel 1992, presso il prestigiosissim o editore francese Plon, una specie di Einaudi d’oltralpe, un libro in cui si mette in campo uno spudorato omaggio al cannibalismo senza che nessuno si periti della benché minima reazione. Anzi. Si mettono le mani avanti, e si da voce al saracino di turno, Sergio Quinzio in questo caso, che cerca di menar a destra e manca, per intimidire ogni improbabile, quanto sacrosanta, levata di scudi, dinanzi a tali bestialità.
Vale la pena di riportare per intero l’articolo apparso sul “Corriere della Sera” a firma Sergio Quinzio e Ulderico Munzi, il 26 maggio 1993, a pagina 29.
«Riti Barbari. Un libro francese racconta la storia dell'antropofagia fino ai giorni nostri. E il suo autore dichiara: “Anche i cattolici si cibano del corpo di Cristo”. Cannibali fra noi. Parigi […] sul suo volto di uomo ben nutrito appare un sorriso ironico: “Siamo stati, siamo e saremo cannibali”.
Il tono di Pierre Antoine Bernheim, studioso ed ebreo non praticante, ha un che di categorico. Perché ne è così convinto, signor Bernheim?
“Forse non è scritto nel nostro codice genetico, ma di certo è permesso”. Lo guardiamo un po' increduli. Ma il nostro sguardo cade sulla copertina del libro che Pierre Antoine Bernheim ha scritto, a quattro mani, con Guy Stravides […]. Sotto il titolo Cannibales! c'è la scena di un banchetto di antropofagi in qualche sperduta isola del Pacifico. Fa rabbrividire.
Stranamente, la loro precedente opera, sempre pubblicata da Plon, era dedicata all'immagine del Paradiso nella storia del costume. Cannibales! è costato due anni di lavoro solo per le ricerche in recenti e antichi archivi. Un panorama completo dell'antropofagia, dalla preistoria dell'Uomo di Pechino all'Egitto del 3126 avanti Cristo per arrivare al dottore in filologia di nome Andrei Chikatilo, processato nell'aprile del 1992 per aver ucciso qualche decina di persone, delle quali cucinava e mangiava le parti sessuali.
E così signor Bernheim, i cannibali sono sempre fra noi?
“Nei casi d'estrema urgenza e di estrema necessità l'uomo è ancora pronto a divorare il suo simile come i Maori scoperti dal capitano James Cook nel 1769. Si mangia della carne umana anche in qualche luogo disperato dell'ex Jugoslavia. Gli esseri normali possono trasformarsi in cannibali con estrema facilità com'è accaduto a quei giocatori latino americani che, dopo essere precipitati con il loro aereo, sopravvissero sulle Ande grazie alla carne dei compagni deceduti. Ne hanno fatto un film”.
Il cannibalismo è anche un fatto religioso?
“Pensi ai cattolici. All'Eucarestia non si trasformano in cannibali. Assorbono realmente il corpo e il sangue di Cristo. Si dirà: è un atto simbolico, il che, però, è negato dal Concilio Lateranense IV del 1215 e dal Concilio di Trento del 1545. Chi pensava che fosse un atto simbolico era considerato un eretico. I protestanti hanno accusato i cattolici d'essere degli antropofagi. Quando ingoiava l'ostia sacra, la mistica Colette Corbie aveva come una visione, quella di mangiare carne macinata. E non era la sola mistica a provare fenomeni del genere. In un catechismo del Seicento, redatto come botta e risposta, a un certo punto c'è questa domanda: perché Gesù si dà a noi sotto forma di “carne”? È usata proprio la parola “carne”, in francese “viande”.
E la risposta è stupefacente: perché consente una migliore assimilazione. San Tommaso d'Aquino, parlando dell'Eucarestia, si domanda: “Non è che i credenti, non provando il gusto di sangue e carne, potrebbero essere ingannati dai loro sensi?”.
E le altre religioni?
“Il tabù sembra più forte tra i musulmani. Ciò non toglie che ci siano stati casi di cannibalismo anche nelle terre dell'Islam. L'Egitto del 1200 conobbe la carestia, l'esodo rurale e la peste. I fatti vennero descritti da uno scienziato del Cairo che si chiamava Abd al Latif. La gente arrostiva i bambini e se li mangiava. Poi, a mano a mano, anche se i cannibali erano condannati, gli egiziani ci presero gusto. La “moda” si estese in tutto l'Egitto. E le vittime, anche adulte, erano catturate con lacci quando passavano sotto le finestre. Del resto, per tornare ai cattolici, si discusse a lungo se si dovesse mangiare carne umana in casi estremi. La risposta fu positiva. Un crociato, fatto prigioniero dagli arabi, fu spinto dalla fame a mangiare la figlia e si preparava a far subire la stessa sorte alla moglie allorché venne liberato. La Chiesa lo condannò solo a far penitenza per alcuni anni.
Avete cercato le origini del cannibalismo?
“Non abbiamo cercato la cosiddetta causa unica nell'animo umano. Noi abbiamo solo creato un Quid e un Who's Who del fenomeno attraverso testimonianze, scritti e fonti di archivio. Non abbiamo mai incontrato un cannibale nei nostri lunghi viaggi. Insomma, il nostro è stato un viaggio teorico nelle società dette cannibali e in quelle potenzialmente cannibali in frangenti di carestia o in altri frangenti. C'è anche il cannibalismo di vendetta, come accadde durante la Rivoluzione Francese o durante la Rivoluzione di Napoli del 1799 dove erano i conservatori a mangiare i rivoluzionari. Penso che non sia possibile risalire alle origini del cannibalismo. Gli antropologi materialisti dicono che il cannibalismo sia dovuto a una mancanza di proteine animali. Citano il caso degli Aztechi che mangiavano i loro prigionieri. Secondo i materialisti, non si trattava di un fatto religioso per far piacere alle divinità. Quel popolo aveva bisogno di proteine, di calorie”.
E al di là delle motivazioni religiose, delle carestie e dell'impulso della vendetta (il nemico degradato ad animale), ci sono altre ragioni che inducono l'uomo a trasformarsi in antropofago?
“L'amore, per esempio. Ci sono popolazioni, in Brasile, che mangiavano o mangiano ancora i propri genitori defunti per amore filiale, cioè per custodirli in qualche modo nei loro corpi invece di farli divorare indegnamente dai vermi. E c'è poi quel giapponese, Sagawa, che ha sostenuto, nel 1981, d'aver divorato la sua olandesina perché ne era follemente innamorato. Forse, mentiva. Molti psicotici mangiano secondo lo schema: “Ti amo, quindi ti mastico e ti assimilo”. E quei morsi che si scambiano gli amanti, nell'amplesso, non sono atti di precannibalismo ? Il serial killer americano Dahmer riduceva i suoi giovani amanti in zombie introducendo nei loro cervelli degli acidi, poi li possedeva e quando morivano, come prova del suo amore, ne conservava i resti e li sgranocchiava di tanto in tanto”.
E poi c'è la golosità ... “Le dirò di più: la carne umana è squisita. Ci sono le testimonianze di tutti i popoli cannibali e di gente occasionalmente cannibale. Mi riferisco alle cronache dei missionari ai quali era consigliato: “Perché non l'assaggiate?”. I gusti sono diversi. C'è chi dice, come gli eschimesi, che è dolce come quella del cavallo e chi dice che ricorda il maiale. Così affermarono gli Aztechi quando gustarono la carne di porco. Per altri, in Occidente, assomiglia alla carne di bue. In Normandia si ricorda ancora il “saraceno arrosto”. Per alcuni, invece, ha il sapore della cacciagione. Il gusto cambia a seconda delle razze. In Oceania gli indigeni trovavano i “bianchi” immangiabili perché salati. Preferivano i cinesi che si nutrivano di riso”.
Lei dice che si mangia ancora carne umana?
“Direi dappertutto. Durante la rivoluzione culturale, in Cina, si cucinavano, per vendetta, gli oppositori. E poi pensi ai boat people e ai rifugiati curdi. Si mangia ancora carne umana in certe montagne della Nuova Guinea, in Amazzonia e in luoghi insospettabili. Ci sono, inoltre, i riti satanici in America o in Africa. Nelle sette, come quella di Waco, il passaggio al cannibalismo è facile. Il futuro ci annuncia, a causa dell'incremento demografico, dei grandi banchetti a base di carne umana. L'Ucraina della carestia degli anni 1932 e 1933, dove ci si divorava tra vicini di casa, sarà un ricordo trascurabile. L'Uomo di Pechino era cannibale. Dio, creandoci, non ci ha impedito di diventare cannibali”.
Prosegue Quinzio: “Ma non dimentichiamo che quello cristiano è un Banchetto mistico. Antropofagia ha un senso molto preciso: “Mangiare carne umana”.
Ma “Mangiare carne umana” ha invece una sterminata gamma di significati, nel senso che l'atto può avere motivazioni diversissime. Mettere sotto la stessa etichetta di Antropofagia il delitto del criminale che tortura fino alla morte le sue vittime e ne mangia i pezzi conservati in frigorifero e la liturgia cristiana dell'Eucarestia, probabilmente non aiuta molto a capire. Sarebbe un po’ come raccogliere sotto un unico titolo, “Tagli da lama”, le coltellate dell'assassino e il lavoro del chirurgo.
Fatta questa precisazione preliminare, l'antropofagia resta un tema sconcertante, uno degli ultimi tabù, che sussiste accanto a qualche altro più debole ancora di lui, come l'incesto. Sulla necrofilia poi si potrebbe scrivere un libro provocatorio come quello di Bernheim e Stravides. Bernheim è un ebreo, e l'appartenenza a questa tradizione esaspera la sua sensibilità sul tema prescelto, perché l'ebraismo prova nei confronti del morto un orrore che altre culture non conoscono. Comunque sia, ci si può cibare di cadaveri umani per sottrarsi alla morte per fame (e qui lo “Stato di necessità” potrebbe giustificare l'antropofagia più o meno come l'omicidio, se non intervenisse un più forte tabù religioso). Ci si può cibare di carne umana credendo di impossessarsi delle virtù del morto; o per devozione filiale, come avveniva in Cina, in modo di non abbandonare alla putrefazione il corpo del padre. Ci si può cibare di carne umana per follia, disprezzo, odio.
È un cibarsi di carne umana anche l'Eucarestia? I cattolici sono dunque cannibali? Si può forse dirlo, sempre che si tenga presente che non tutte le forme di antropofagia, come si è detto, si equivalgono, e che “cannibale” suona invece come un degradante insulto. Le specie eucaristiche non sono semplicemente un simbolo di Cristo, non sono tali né per i cattolici, né per gli ortodossi, né per i luterani, né per altre (certo non tutte) confessioni cristiane. Dunque, chi se ne ciba compie un atto di antropofagia. L'Eucarestia è però qualcosa di teologicamente arduo e complesso, e la sua riduzione a cannibalismo, nel migliore dei casi, semplifica un po’ troppo le cose, lasciando sospettare l'intenzione di épater le burgeois.
Forse dovremmo parlare, piuttosto che di antropofagia, di “teofagia”, e sul tema del “Mangiare il Dio” si potrebbe scrivere un altro libro. In ogni caso, se volessimo includere senza le dovute precauzioni l'Eucarestia nell'antropofagia, troppe cose resterebbero fuori. Per esempio, il sacrificio eucaristico rinnova “realmente”, ma “misticamente”, la passione e morte di Gesù Cristo, secondo la dottrina tradizionale; la quale parla perciò di “Mistero eucaristico”. Dunque, anche la consumazione dell'Eucarestia è “reale”, ma “mistica”. Non è facile dire ciò che questo significa, ma indubbiamente stabilisce una non trascurabile differenza nei confronti dell'antropofagia “reale” e niente affatto “mistica”.
Infine, andrebbe ricordato che il “Banchetto eucaristico” è una prefigurazione e anticipazione mistica, appunto del “Banchetto escatologico”, e che quindi comprende numerosi sensi simbolici. Comunque, è vero che l'Eucarestia stabilisce un contatto, una qualche continuità con i più remoti riti dell'umanità, e quindi anche con le più oscure profondità dell'animo umano, quelle che non possiamo presumere di cancellare con un tratto di penna».
Pierre-Antoine non è solo uomo di lettere, ma anche banchiere alla banca Lazard, quindi un illustratore attendibile di cosa alberga nelle menti e nelle non tanto recondite voglie dei circoli dell’alta finanza iniziatica.
Il tempo appare immobile per lunghe classi di età, poi, all’improvviso si mostra come una cometa inaspettata, e tutta la movimentazione delle cose, e degli animi subisce un’accelerazion e vertiginosa. Il terre motus del ’68 e dintorni ha costituito questo fenomeno di artata disintegrazione di un certo esistente borghese, per poi raggrumarsi, decadi dopo decadi, in un post moderno sparso su una melassa avvelenante di cupo conformismo, di una morale pret-à-porter, pronta ad essere stirata, deformata, e malformata a seconda dei propri porci comodi.
In parole povere: in una liturgia della mistificazione.
Oh, che parole grosse, diranno alcuni. Forse. O forse no, visto che circola la voce piuttosto insistente che uno strabiliante, quanto veneratissimo, maestro della Cultura, ovviamente con la C maiuscola, ospite di certi club che trovano i loro naturali habitat à la page in siti quali Sankt Moritz, Crans, Georgetown, l’isola Grand Cayman (terrior “squisitamente” britannico, che consta di oltre seimila banche), o – in caudam velenum - Honk Kong, recitasse come un mantra il seguente motto, e che gli astanti, il parterre du roi, lo condividesse in pieno:
Non c’è cosa più sopraffina che tradire il proprio miglior amico.
O per dirla con il celebre motto di Adorno: «il tutto è falso».
Spinosa questione invero, credere che simili ambienti così altolocati possano coltivare anche solo di rimando, anche solo per sbaglio, un credo di siffatta caratura disfattista. Per quello che vale, ad esempio, è notizia pubblica - e la stampa ne ha dato pieno risalto – che è esistita una densa zona oscura composta di reticenze, silenzi, ingiustificate ritrosie e massima indifferenza intessuti attorno la morte di Edoardo Agnelli.
Fu un vero suicidio o cosa altro ai danni del futuro erede della famiglia più potente d’Italia?
E questo ambiente ha da spartire qualcosa con gli iniqui misteri di calciopoli intessuti da Moggi e da Conte? Possibile che nessuno ai vertici potesse “non sapere”? In altre occasioni il “non poteva non sapere” era materia scontata ed ha equivalso in sede giudiziara ad una condiscendenza dello status quo, e quindi ha portato ad una condanna.
Sappiamo che la “bellezza della stampa”, per dirla con Humphrey Bogart, lascia il tempo che trova, con tutto quello che guadagnano di immondo, rispetto alla loro veritieria capacità di inchiesta, i direttori delle testate più importanti volte a eterodirigere le opinioni della populace, ma rimane un vago sentore di vox populi vox dei.
Gigi Moncalvo, una voce solitaria recitante nel deserto, coraggiosa quanto temeraria, ha provato nel suo I Lupi e gli agnelli, a descrivere tale impalcatura di matrioske. In pratica, la messa in atto di una tragica bellum omnium contra omnes di cui sono stati oggetto i figli contro la loro stessa madre. Se James Hillman aveva avuto l’ardire di rivitalizzare le antiche faide, allora ai giorni nostri tutto questo si è avverato di nuovo.
***
Attenzione! Non siamo impressionati da un moralismo da operetta da tre soldi! Non stiamo girando qui attorno al concetto di bugia, né tantomeno ci stiamo facendo scandalizzare dalle capibili debolezze umane. Non si tratta della proverbiale quanto innocua “dissimulazione onesta” del sagace Torquato Accetto. No. Qui abbiamo a che fare con l’oltre inganno in carne ed ossa. Qui si tratta, si ha a che fare, con la deliberata gestione della menzogna ai fini della costruzione della mistificazione. Del principio del mysterium iniquitatis. Tenteremo di tracciare – con tutti gli interrogativi del caso - un’ermeneutica di questa spaventosa quanto terribile “filosofia del tradimento”.
Uno stesso velenoso banditore del ’68, Adorno, rilevava che «tra i motivi della critica della cultura ha sempre occupato un posto centrale il motivo della menzogna». Quindi “viaggiamo” sul “sicuro”.
Jerry Rubin in persona, alfiere del ribellismo sessantottino, ebbe a dire:
«Abbiamo combinato gioventù, musica, sesso, droga e ribellione, col tradimento: e questa è una combinazione difficile da battere».
«Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la sua forma alienata, le potenze oggettive che determinano l’esistenza individuale fin negli anditi più riposti». Ebbene, quello che segue è un muoversi (da errabondo) scrutando queste “potenze oggettive”.
Il tradimento messo in pratica da queste camarille vuol portare direttamente ad «un eccesso di degradazione [quale] maggior “santità”, e che quanto più velenosa era la perfidia, tanto più si avvicina […] il giorno della “redenzione”».
Questo testo quindi può esser visto come un baedeker di un viaggio nei meandri del Potere Oscuro di cui – confessiamo – non possiamo pretendere di detenere le chiavi di volta, da quidam quale siamo, nel senso che questo è un itinere di un percorso da fare assieme al lettore che possa dare, ad entrambi, scorci significativi quanto poco noti, tanto scarsamente meditati. Spetterà al lettore trarre le sue conclusioni se questo zigzagare attraverso una moltitudine di fatti, avvenimenti, testimonianze, nessi apparentemente del tutto casuali, come nella giubba di Arlecchino, talvolta affastellati assieme come in un mucchio di bastoncini di shangai, dia o no un identikit plausibile del volto del Potere Oscuro. E delle incontrovertibi li volontà di maleficio di quest’ultimo.
Del resto ci rammentiamo tutti che lo stesso San Paolo ci ammoniva affermando che il mistero dell’iniquità è esplicabile solamente in termini spirituali. Ciò sta a significare che la persona razionale, normale, la quale vive in accordo con la civiltà e la moralità cristiane, è inabilitata a comprendere appieno cosa muove questa malvagità. È appunto un mistero. Il mistero dell’iniquità è la caverna abitata da chi è posseduto dalle forze energiche di Lucifero. La sinagoga di Satana, principe della menzogna.
Come nei prismi, in cui il raggio di luce si infrange, dando adito a variegate correnti di luce, così in questo centone, il tentativo è quello dispiegare una serie di rifrazioni per poi ricomporre il disegno finale, con un’unità di intenti. Si sa che nel tratteggiare le costellazioni, per farle apparire visivamente, si debbono unire a mo’ di zigzag i vari punti con delle linee. Alla fine, se la via del tratteggio si sarà rivelata quella appropriata, allora apparirà in tutta la sua chiarezza la forma della figura astrale, vero oggetto di indagine. Quindi non le stelle su misura di cui andava parlando Adorno, ma bensì la misura delle stelle.
Il lettore particolarmente benevolo spero ci perdonerà di averlo costretto a volteggiare, come nella giostra quando si era bambini, assieme a noi in questa chicane spericolata, in questa serpentina da alambicco letterario, di citazioni, voci, commenti provenienti da fonti così disparate quanto eterogenee. Per di più, diverse volte proclamate da partiti e fazioni in aperto contrasto tra di loro, e anche contro lo stesso approccio del presente testo.
Riteniamo che averlo fatto abbia comportato una maggior completezza da un lato, ed una maggiore obiettività dall’altro.
In ultimo chiediamo di farci il piacere di risparmiare la critica “automatica” imperniata sul dato che lo Zeitgeist qua dipinto sia solo un mero fatto teoretico. Per restare soltanto all’orizzonte italiano (ma la cosa vale globalmente), una rapida lettura de Il caso Genchi a firma di Edoardo Montolli, spazzerà via ogni dubbio a riguardo della precipua “perfezione” a cui è giunto l’esercizio della mistificazione istituzionalizz ata. Il tradimento assunto e sussunto come afflato (im)morale, vera e propria minima moralia per la società cosiddetta civile, è divenuto la norma nella gestione del potere quotidiano, micro o macrospico che sia.
Questo testo è il diario di come tutto ciò possa essere avvenuto, dei suoi registi, dei suoi produttori, dei suoi art-directors, del suo a cui prodest.
Sposiamo, in ultimo, in pieno le parole che ebbe Primo Levi «a proposito del genocidio cambogiano perpetrato dai khmer rossi del generale Pol Pot: “È colpa nostra se ne sappiamo così poco. È colpa nostra, perché avremmo potuto leggere meglio, saperne di più. Leggere i pochi libri usciti sull’argomento. E non lo abbiamo fatto per pigrizia mentale, per amore del quieto vivere”».
Riteniamo che queste parole si cuciano alla perfezione a quell’arcano, a quell’incantesi mo, come ebbe a dire Claude Lévi-Strauss a proposito di un celebre canto sciamanico, che risponde al nome del Sessantotto.

«Eravamo una compagnia […] non siamo mai diventati una lobby, nessuno di noi ha mai indossato l’eskimo, nessuno di noi ha fatto carriera, mentre molti di quelli che indossavano l’eskimo sono diventati direttori, direttori editoriali, editorialisti, commentatori con fotina, savonarola televisivi, vignettisti buoni per tutti i giornali e per tutte le stagioni, da “Lotta Continua” al “Corriere della Sera”, da “Repubblica” a “Cuore”, moralisti osannati a destra, a sinistra e al centro, protagonisti dell’antidietro logia, in verità fustigatori di tutte le dietrologie degli altri ed esaltatori di una, la propria.
[…] Non fummo più noi i giornalisti democratici, “democratici” divennero gli altri, i “garantisti”, quelli che giuravano sulla trasparenza del professor Toni Negri, titolare della cattedra di Diritto dello Stato presso l’Università di Padova e folle predicatore della violenza da praticarsi con il passamontagna calato sul volto».








Capitolo I

La Nascita della Tragedia Allucinogena

«Caro Direttore,
vorrei segnalarLe un libro che – conclusioni a parte - è singolare e interessante: Piovra gialla. La mafia cinese alla conquista del mondo, di Francesco Scisci e Patrizia Dionisio […]. In questo libro si descrive e si documenta come le entità denominate Triadi abbiano raggiunto il quasi esclusivo controllo del mondo dell’eroina, e altre droghe, e dispongano di mezzi finanziari enormi; e mentre già controllano l’economia di alcuni Paesi orientali (Cina comunista e Sudest asiatico), si siano saldamente installate anche in Usa, Gran Bretagna e Olanda – in Italia, Francia e Spagna siamo agli inizi - e, in conclusione, procedano speditamente alla conquista di buona parte del mercato mondiale.
Queste Triadi non sono enti che lavorano per il bene dell’umanità, ma gli autori del libro – uno di essi è il sinologo del “Manifesto” - non si allarmano molto, anzi sotto sotto sembrano quasi compiaciuti per quello che potrebbe essere una revanche del mitico Oriente sul marcio Occidente cristiano.
Ho cercato di approfondire un tema così nuovo, ma sulla dottrina, prassi e sulla storia di queste entità ho trovato ben poco. Unica eccezione un vero e proprio testo sacro: La Grande Triade di Guénon, edito anni lontani dalla massonica Atanor, poi ripubblicato da Adelphi che lo ha presentato come una prodigiosa sintesi di tutta l’opera di questo autore.
Il testo è di natura solennemente apologetica e afferma, in sostanza, che l’esoterismo della Triade è il più puro e principale che sussista al mondo e in particolare si sofferma con attenzione – rivelatrice - sui nessi tra questa spiritualità e i riti della massoneria regolare anglosassone che – secondo Guénon - è l’unica organizzazione iniziatica valida e attingibile per gli occidentali.
Dopo questa lettura mi sono chiesto: se questa Triade è una realtà così rilevante sul piano economico, finanziario e spirituale coma mai i nostri mass media e gli improvvisati inquisitori della criminalità organizzata, non ne parlano proprio mai? Non è che forse qualcuno vuole – tolta di mezzo la classica Cosa Nostra ormai, grazie a Dio, in declino inarrestabile - aprire poi le porte a qualche cosa di molto più potente, efficiente e spietata?
A questo riguardo vorrei aggiungere un altro singolare ricordo di lettura. Nelle sue Memorie, […] Altiero Spinelli ricordava un certo sconcerto come nel salotto dell’editore Adelphi, quello che ha pubblicato La Grande Triade, aggiungo io, il preclaro giornalista Giorgio Bocca, durante gli anni di piombo, illustrasse, tra il fervido consenso dell’ambiente, la necessità di un’intransigent e difesa garantista dei soggetti coinvolti nel terrorismo.
Lo stesso personaggio che, anni dopo, è diventato il più feroce sostenitore della necessità di incriminare, arrestare e condannare senza perdere tempo, sulla base di semplici calunnie e voci, quegli sventurati uomini politici cattolici che i media appartenenti alla famiglia buona avevano incluso nello scellerato teorema: narcotraffico = mafia = DC; teorema che più indiziario di così non potrebbe essere.
Tirando le conclusioni, non è ovviamente l’ennesima trasformazione che è di qualche interesse riguardo a questo personaggio, ma una domanda che si può ben porre allo stesso e magari anche a certi ambienti: che cosa pensano del vero mercato della droga e di quelle entità che lo animano, lo incrementano e lo amministrano col fine dichiarato di annichilire il Cristianesimo e quella civiltà in cui esso è innestato da duemila anni? Credo proprio che non ci sarà una risposta.

Angelo Burlando

La ringrazio per non aver preteso una risposta da me.
Il Direttore»


Dell’inizio.
«D’altro canto comincia a profilarsi un altro problema non di sistema ma di dominio. Il traffico di droga è il core element di questi traffici clandestini e questo traffico appare sempre più dominato dalla mafia cinese. Questi capitali, la straordinaria vitalità delle economie est-asiatiche e l’insistenza occidentale nel voler mantenere illegale il commercio di stupefacenti potrebbero combinarsi in una miscela mortale: l’Occidente potrebbe rimanerne sconfitto commercialmente , arretrato industrialmente e con le strade piene di drogati e malati di aids.
Per la Cina potrebbe essere la vendetta per la guerra dell’oppio: ancora una volta il papavero bianco avrebbe giocato un ruolo importante nel teatrino dei vincenti e dei perdenti nella storia».
È come un cazzotto al fegato: “l’insistenza occidentale nel voler mantenere illegale il commercio di stupefacenti”. Ecco centrato l’obiettivo! Si noti l’assonanza d’emblée - dei due autori liberal - con le tematiche da tempo tambureggiate da George Soros e compagnia sulla legalizzazione delle droghe.
Segno che alta finanza e pensiero d’avant-garde vanno (strano a dirlo?) a braccetto?
Non sarebbe però notitia criminis solo dei nostri giorni. La troviamo infatti presente ubiquamente, ad un facile scandaglio delle cronache passate.

«Due storici inglesi dell’India, Edward Thompson e G.T. Garrett, hanno descritto i primi anni dell’India britannica come “forse il punto più alto mai raggiunto dal guadagno illecito”, “una brama d’oro, paragonabile solo a quella degli spagnoli dell’era di Cortés e di Pizaro, si impadronì degli inglesi.
Il Bengala, in particolare, non avrebbe ritrovato la pace finché non fosse stato dissanguato”. Significativo il fatto, fanno notare, che una delle parole indù ad essere entrata nel vocabolario inglese sia stata proprio loot, saccheggio […]. Il Bengala allora era rinomato per il suo cotone pregiato, adesso scomparso, e per l’eccellenza dei suoi tessuti, ora importati. Dopo la conquista britannica, come scrisse il mercante inglese William Bolts nel 1772, i commercianti inglesi, usando “ogni possibile trucco”, “acquistavano le stoffe dei tessitori ad un prezzo molto inferiore al loro valore…”.
“Vari ed innumerevoli erano i metodi usati per colpire i poveri tessitori…multe , arresti, fustigazioni, l’imposizione di dazi sulle merci, etc.”. “L’oppressione ed i monopoli” imposti dagli inglesi “sono stati la causa del declino dei commerci, della diminuzione delle entrate e dell’attuale rovinosa situazione del Bengala”.
Adam Smith, forse basandosi su quanto sostenuto da Bolts… scrisse quattro anni dopo che nello scarsamente popolato e “fertile paese” del Bengala, “tre o quattrocentomil a persone muoiono di fame ogni anno”.
Questa situazione è il frutto delle “arbitrarie normative” e “sconsiderate limitazioni” imposte dalla potente Compagnia delle Indie sul commercio del riso, che trasformano la “scarsità in carestia”. “Non era insolito” che i funzionari della Compagnia, “quando il capo prevedeva che l’oppio avrebbe reso un maggior profitto”, facesse scassare “un fertile campo di riso o di grano…per sostituirlo con una piantagione di papaveri”».

Forse di fronte ai peccati – quali essi siano - di Berlusconi tanto lapidati all’unanimità dalle congreghe anglosassoni, con il forte battage della stampa d’avanguardia nostrana, (composta da eredi - de facto e culturalmente parlando - di quella schiera di italiani che tradì la Patria servendo come vili maggiordomi i poteri forti anglosassoni, ai fini della nostra disfatta in guerra) sino alla vetta dell’iceberg della copertina dell’Economist (Berlusconi is unfit to lead Italy), viene da chiedersi dove sia andata a finire la memoria di questi signori che non porta traccia alcuna delle loro infinite nefandezze.
Che abbiano anche loro una dirompente “passione per l’etica” degna dei Meridiani mondadoriani?
Eppure questi “signori” non hanno nemmeno mai accennato, come invece fa l’inglese “The Guardian” a stigmatizzare ad esempio un primo ministro britannico quale fu John Major, che si macchiò di colpe ben più lorde di quelle del bunga-bunga.
A questo proposito, in Italia, non si sciorina nessuna etica se non quella del più profondo silenzio, del più assordante conformismo allo status quo.
Il “Guardian” invece riporta che «Major scrisse lunghe lettere piene di offuscante disonestà» ai parenti di otto Fucilieri inglesi che furono uccisi dal fuoco “amico” degli statunitensi nella prima guerra dell’Iraq.
Stessa cosa reitera sempre il “Guardian” sul massacro di Srebenica, nel 1995, dove 8.000 uomini vennero letteralmente macellati a freddo dalle truppe di Milosevic e Major non fece niente per fermare queste ultime.
Vogliamo continuare?
Che dire di John Profumo, che nel 1963, in qualità di membro del governo inglese, tra le fila del partito Conservatore, si dovette dimettere a causa dello scandalo suscitato dalla sua relazione extraconiugale con Christine Keeler, una ragazza squillo che allo stesso tempo intratteneva una tresca con l’attaché navale russo, e spia, Yevgeny Ivanov?
A quando una copertina dell’ “Economist”?
Aspettiamo – trepidanti - che Bill Emmott, sempre pronto a fustigar i costumi di casa nostra, scriva presto un editoriale, ovviamente ospitato dai nostri quotidiani eccelsi, o giri un cortometraggio su Profumo o su Major.
Chissà che la nostra attesa non venga delusa…

Ma continuiamo a seguire i foresti mastri d’ascia di queste figure da pasionara dell’etica.

«Nei primi anni dell’Ottocento, i redditi dell’East India Company derivanti dalla vendita dell’oppio alla Cina, scrive Keay, venivano subito dopo le rendite terriere, “con profitti tali da poter soffocare qualsiasi scrupolo morale degli inglesi e da opporsi con ogni mezzo alla richiesta cinese di bandire quel narcotraffico”» .
Stiamo iniziando ad inquadrare da quali oscuri loggioni si pretende di impartir lezioni di morale?
Il termine “oscuro”, di matrice iniziatica non desti facile scalpore, né tantomeno faccia alzare il sopracciglio che si agita ad ogni sentor di complottismo.
In un libro privo di ogni sospetto del genere, ed anzi, che è un manifesto neanche tanto celato di un’apologia di questi nuovi vandali della finanza (così nel testo), nucleo centrale appunto del Potere Iniziatico, a firma di Gregory J. Millman, Finanza barbara, si parla espressamente della nascita di un nuovo invisibile potere di pochi iniziati in grado di muovere le leve della nuova finanza e del famigerato libero mercato.
Per questo il titolo del presente testo porta la “e” commerciale &. Vedremo nel prosieguo che la centrifuga del ’68 non fu nient’altro che un “prodotto culturale” generato e terminato dalle banche.
Tutto nasce dalle banche e tutto muore nelle banche.

***

Quasi per caso “inciampo” in una recensione del libro Ninna Nanna di Chuck Palahniuk che per le vicissitudini singolari della vita sembra illuminarci in questo viaggio nel cuore di tenebra del Potere Oscuro.
Dice Palahniuk: «Ninna Nanna è la storia di un incantesimo che si propaga come un virus, e i richiami al Grande Fratello nel libro abbondano.
Gli incantesimi e la magia hanno in comune il loro essere contorti. Più l’incantesimo è contorto, più il suo effetto sarà di contorcere e deformare la mente della vittima. La confonderà. Si impossesserà della sua attenzione. La vittima inciamperà. Avrà i capogiri. Non riuscirà a concentrarsi. Proprio come il Grande Fratello coi suoi canti e i suoi balli.
Non è che “l’immaginazion e al potere”, il celebre slogan del ’68, si sia realizzato, sì, ma in un modo perverso?».

La storia di questa perversione, di questa possessione degli individui operata dalla rivoluzione sessantottina, è uno dei temi portanti di questo libro.
Per capire la portata di questo sconvolgimento si possono rammentare parecchi “quadretti” esplicativi del prima e del dopo ’68. Uno lo troviamo in Adulti con riserva. Come era allegra l’Italia prima del ‘68, di Edmondo Berselli.
A pagina 9 leggiamo: «Una volta mio padre venne candidato alle comunali, un po’ controvoglia, e sul giornale locale pubblicarono addirittura la sua foto, con una biografia che lo dipingeva come una specie di eroe della resistenza al comunismo “nella difficile realtà emiliana” […].
Un secolo dopo, eravamo tutti di sinistra, alcuni molto franco-fortesi e adorniani, o marcusiani, hegeliani e freudiani, e si leggevano libri che volevano smantellare la famiglia o distruggere la scuola borghese […]».

Più nello specifico, la biografia del leader del gruppo pop The Doors, Jim Morrison, è un suggello, non ultimo di una serie di segnali inequivocabili, dell’aura mortifera, che la dice lunga sul carattere profondamente nichilista del Movement che mentre esaltava la “vera vita” finiva per schiantarsi nella reale morte. Il titolo è mutuato infatti da un leit motiv dello stesso Morrison che recitava così: Nessuno uscirà vivo di qui.
Non si creda che quella di Morrison sia stata una vicenda a se stante. Una vicenda posta qua solo per esaltare le tesi pro domus nostra.
La lista di personaggi che sono finiti come larve umane, suicidati, auto-annichiliti o protagonisti di fatti cruenti quanto letali è lunghissima. Un’autentica porzione di cimitero. Singolare - quanto tremendo - il caso di William Burroughs, uno dei più accaniti mallevatori della Controcultura libertaria che, ricordo, fra i suoi fini centrali aveva quello del femminismo, e della liberazione della donna.
Ebbene, egli sparò a sua moglie, uccidendola.
Un eclatante quanto terrifico prodromo del “femminicidio” che vedremo in azione violentissima negli anni post Duemila.
Parafrasando Agnelli (“La Sinistra farà quello che la destra non osa fare!”), si potrebbe dire che la Controcultura oserà mettere in pratica i più efferati crimini a stento immaginati dalla peggiore Borghesia.
Ma tra la Beat Generation non son tutte rose e fiori come la vulgata vorrebbe spacciare, e così «affiorano tanti segreti e l’ultimo lo pubblica This is the beat generation a firma di James Campbell.
La storia è quella di Lucien Carr, 19enne studente della Columbia University, un esteta stravagante.
Fu proprio Carr ad attirare l’attenzione di tre giovani intellettuali che frequentavano il campus: Jack Kerouac, 21 anni, William Burroughs, 30, Allen Ginsberg, 17, che tramite lui s’incontrarono per la prima volta. Il legame con Carr durò poco: una notte il giovane accoltellò a morte un corteggiatore troppo pressante. Il giorno dopo andò al museo d’arte moderna con Kerouac e poi si costituì».
Caleb Carr, scrittore, figlio di Lucien ebbe a dichiarare: «Sono stato allevato in una famiglia in cui la violenza era all’ordine del giorno: una madre e un padre alcolisti persi e due fratelli disperati».
Una addenda. La fascinazione malefica e il connubio strettissimo tra eros e thanatos dentro l’ambiente omosessuale non è più un tabù da quando ha fatto scalpore il romanzo di Jonathan Littell, Le Benevole, in cui seppur sotto forma di prosa, la mitografia del gay tutto rose, fiori e gaiezza si disintegra in mille pezzi. Il protagonista è un omosessuale nazista e criminale incallito.
D’altra parte, sul versante della saggistica rimane tutt’ora insuperato il testo di Scott Lively e Kevin Abrams, The Pink Svastika. Homosexuality in the Nazi party, in cui si mette in luce la profonda genealogia pederasta insita nel nazismo.
Che ci sia stata qualche filiazione omosex nel nazismo, derivante - a sentir Stephen Spender - dalle deliziose «debosce berlinesi ai vecchi tempi, primo dell’arrivo di Hitler»?
Autentiche dissonanze cacofoniche per il pensiero mainstream dei giorni nostri!

Ora sappiamo chiedere venia alla canea arruolata quanto prezzolata dal politicamente corretto che si scatenerà, latrando, contro il nostro associare nelle “fenomenologie” che andremo descrivendo, categorie sociali culturalmente non solo protette ma incensate senza sosta dal pensiero corrente. A tale proposito ci si consenta di rispolverare Georg Simmel, per confutare che si tratti da parte nostra ogni erba come un fascio, il quale nel ricordare Bismarck citava le sue memorie riferendosi ad «un’associazion e di omosessuali molto radicata a Berlino, che lui aveva conosciuto nelle vesti di giovane magistrato, e sottolinea l’effetto parificante, attraverso tutti i ceti, del comune esercizio del proibito».
Niente di totalmente inedito comunque sia.

«Nell’opera del “fratello Clevel” – che fu colpito dalla censura dal Grand Orient come reo di indiscrezione e di violazione al giuramento del segreto, ma non espulso dalla massoneria […] si trova un curioso passaggio relativo a un’associazione segreta di sodomiti dal quale risulta che anche Philippe d’Orléans […] era stato un gran maestro di una società segreta, società che può aver giocato un ruolo occulto nello stabilimento degli alti gradi al tempo della rivoluzione francese».

Del resto questo fil rouge sarebbe stato attizzato – e coltivato meticolosamente - a lungo.
In «The Paris Working (Opus Lutetianum) Crowley descrive una serie di operazioni magiche che intraprendeva con l’aiuto di Frater Tradam (il poeta Victor Neuburg). Si servivano di una formula omosessuale che Crowley in seguito incorporò nel Santuario Sovrano […]» a testimonianza che il cocktail finale che si para dinanzi ai nostri occhi ha elementi noti, uguali e costanti nel tempo.
Tanto che Kenneth Grant, un esegeta dello stesso Crowley si premura di affermare, se mai ce ne fosse bisogno, che «[…] l’uso sodomitico del sesso a scopi magici […] è formula valida».

Federico Mavì, o chi si cela dietro questo pseudonimo, racconta che «nel rapporto sodomitico […] esistono radici, non già nella perversione gratuita, ma nell’arte mistica alchemica».

Lungi da noi ogni tentativo di discriminazione causato dall’appartenen za ad un’area etnica, religiosa, culturale, politica o sessuale. Sappiamo troppo bene che invero l’unica concreta discriminazione a questo mondo è quella del Potere Oscuro contro chi non ha alcun potere, sic et simpliciter.
L’unico vero, autentico, razzismo è il disprezzo – lo ribadiamo - del Potere Oscuro ai danni di chi non ha potere. Se non fosse così non si spiegherebbe come mai tanti gay facoltosi siano ai vertici assoluti della moda, dell’industria culturale, della finanza, e au contraire una miriade di gay non abbienti siano discriminati tout court.
Uno su tutti, Alain Danielou.
«In Francia [un suo libro; N.d.A.] ebbe subito una grande risonanza mediatica grazie ad una puntata del programma televisivo Apostrophe […]. Il presentatore Bernard Pivot, cominciò il programma presentando Alain Danielou come “indianista e omosessuale […] facente parte dell’ establishment parigino. Suo fratello Jean, il cardinale, e suo cognato George Izard, l’avvocato, non avevano fatto parte entrambi dell’Academie Française?
Pivot aggiunse infatti. “Voi siete un marginale che è riuscito a sfondare”».
Come ebbe a dire Humphrey Bogart in Casablanca: “È la stampa… bellezza!”, e noi facendogli il verso: “È il borsellino… bellezza!”.
A New York, al ristorante Le Cirque – uno dei templi della ristorazione di classe – non si nega un Sassicaia, o uno Chateau Lafite, a nessuno, a prescindere da qualsiasi etnia o gusto sessuale di sorta, purchè fornito di abbondante pecunia. Questa è la vera discriminazione .

Cerchiamo di far tesoro di quanto scrive lo storico ebreo Cecil Roth: [egli] «afferma che gli ebrei possiedono requisiti eccellenti per far da agenti segreti», e così auspichiamo – confortati da tanta celebre fonte - animi più calmi, e volti più sereni.
Vale la pena di ricordare che Freud, confezionò un discorso di empatia profondissima con la loggia in capo del B’nai B’rith, la massoneria ad uso degli ebrei. Non riuscì a leggerlo lui stesso ma lo fece fare a suo fratello Alexandre.

«I grandi pensatori ebrei del XIX secolo avevano compreso che per vincere sul piano della storia universale dovevano eliminare l’antico ordinamento cristiano del mondo, dunque accelerare la secolarizzazion e e la disgregazione di quell’ordine, diffondendo i concetti della dissoluzione».
Freud – da uomo arguto - era consapevole di questi disegni?
A sentire il Vannoni, mentre «Carl Gustav Jung apparteneva al Rito Scozzese Rettificato […] una frangia massonica […] Freud apparteneva […] assicura Pierre Mariel, che oltre ad essere un affermato studioso di esoterismo è anche membro di tale Rito, a una massoneria del tutto diversa […] quella dei B’nai B’rith […] riservata solo agli ebrei».

«Jung dopo aver abbandonato, in giovanissima età, il calvinismo svizzero, la fede nella quale era stato cresciuto, era rimasto senza una propria chiesa; per lui l’ebraismo, come l’occultismo, era un’intrigante chiesa della porta accanto».
«A spingere Jung verso gli gnostici fu il loro modo di pensare per paradossi.
Perciò Jung si identificò qui con lo scrittore gnostico Basilide […] e assunse parte della sua terminologia: per esempio, Dio inteso come Abraxas. Fu un deliberato gioco mistificatorio» .

Vogliamo porre l’accento sul “gioco mistificatorio” per riallacciarci a quanto si è detto all’inizio?
Insomma se l’abito è vero che non fa il monaco, un certo habitus umano invece, di quelli elencati sopra, permette di tessere reti di conoscenze, estese quanto compatte nei loro scopi, e quindi di essere un passepartout che apre moltissime porte nelle stanze del potere, altresì negate alle persone qualunque.

***

Stessa negromanzia si replicò in Francia con il filosofo marxista Louis Althusser che il 16 novembre 1980 uccide, strangolandola, la moglie, Hélène Rytmann, tanto per essere un po’ “femminista” per davvero.
Pensate che sia stato condannato? Che abbia scontato la pena?
No, di certo. Un consesso di giudici lo dichiarò nel febbraio 1981 mentalmente incapace di intendere e di volere.
Nel novero di questo carro funebre spicca la vicenda di Ed Sedgwick. Bella ereditiera di una facoltosa famiglia americana, la Sedgwick, giovane quanto promettente attrice della Factory di Andy Warhol, finì distrutta dalle droghe in men che non si dica.
Ne L’amor mio non muore, un “sussidiario” per il perfetto rivoluzionario sessantottino troviamo uno squarcio significativo di come si immaginava allora la società perfetta del futuro e che impressiona per l’estremo realismo nel raffigurare il quadro contemporaneo popolato da “animali parlanti” stile Grande Fratello, l’Isola dei Famosi, e via di seguito, nella sequela di quella grande agenzia della diseducazione che risponde al nome di TV.
Quello che allora appariva come miraggio di stampo nietzschiano dell’Uomo Nuovo (“Diventa ciò che sei”) è incredibilmente comparso, ritagliato come una figurina al millimetro, nel giro di pochi decenni, a mo’ di Golem, con tutte le sembianze e le movenze del caso, all’insegna del più grande conformismo edonista.
Adorno stesso, esprimendosi nella sua peculiare ambiguità ove una mezza verità diventa mezza falsità, e viceversa, in un labirintico gioco degli specchi, scrisse a proposito che «l’oppressione del conformismo che grava su chiunque produca diminuisce ulteriormente le esigenze che questi rivolge a se stesso. Ciò che si sta disgregando è il centro dell’autodiscip lina spirituale in quanto tale».
In effetti, e lo vedremo a fondo più avanti, il focus nodale a cui si è teso in una maniera spasmodica in questa rivoluzione “colorata” che risponde al nome del Sessantotto è stato proprio quello di centripetare fino allo sbaraglio, sino allo scasso forzato, l’autodisciplin a spirituale.
Un tipo umano – figlio assolutamente legittimo del ’68 - che ha introiettato tutti i suggerimenti del marchese De Sade (“Godi sempre di te stesso e dei tuoi simili senza domandarti se è giusto e lecito”) senza avere neanche un briciolo del suo essere aristocratico, ma anzi, sprofondando nella più immensa cafoneria, mancanza di classe e contadineria immaginabile, a prescindere dai livelli di reddito e di censo.
Fabrizio Corona era già all’orizzonte.

«Il gioco più divertente di tutti è fare l’amore. Fin dall’antichità ha procurato le più grandi gioie che esistono. Per fare questo bisogna mettersi tutti nudi e accarezzare il corpo e le parti sconosciute dei vostri compagni e delle vostre compagne. È molto bello! Non date retta ai vostri genitori quando vi dicono che toccarsi è pericoloso. Non è vero! Non ha mai fatto male a nessuno!
Guardatevi dai fumetti menzogneri quando il denaro è necessario per divertirsi. Quando non avete i soldi per comprarvi un dolce, un libro, un giocattolo o altre cose che vi piacciono rubatele, perché sono vostre! Tutto ciò che desiderate è vostro […].
Tutto quello che vi hanno detto sul dovere, la patria, la gerarchia, la disciplina, la cultura generale, la religione e la morale e le leggi è completamente falso. Sono tutte fesserie. Bisogna sbeffeggiare chi vi parla di queste cose: ridetegli in faccia! Quando i genitori vi dicono: “Dovete essere riconoscenti……” , voi dovete rispondere: “Genitori, su di noi non avete alcun diritto….non illudeteci di poterci comandare”.
Riassumendo: solo gli imbecilli studiano, obbediscono, pagano e fanno non tutto quello che fa loro piacere. Intelligenti sono soltanto coloro che hanno il coraggio di avere un unico scopo nella vita: divertirsi!».

La parte liberal del culturame rifiuta a parole questa pesante “eredità” sessantottina ma poi la sottoscrive con i fatti. È proprio di questi giorni, sul finire del 2012, sentire Franco Bolelli del giro di Repubblica, asserire in TV a Le invasioni barbariche (nomen omen!) che «sono le regole a doversi adattare al bambino, e non è il bambino che si deve adattare a loro»!
Del resto, la funzione scardinante di quello che potremmo definire insurrezione erotica, una “possessione” assolutamente realistica, oltre e contro ogni ordine di qualsivoglia genere, non è nuova nella storia. Durante la rivoluzione francese, a partire da De Sade sino a Fourier, passando per Mirabeau, la produzione di letteratura pornografica fu veicolo di profondissima sovversione sociale.
Ci avverte così il “fine” aedo della folie circulaire Zolla: facciamo bene attenzione a cosa dice in quanto il monocolo di cui ci dota è quello di chi sa.

«Il gusto di parteggiare per il perdente porta ad avventure incredibili e alla fine ripugnanti. Non soltanto gli oppressi dalla tracotanza dell’industria o dalla ragion di Stato attraggono come calamite la sensibilità romantica, ma anche gli inetti, i viziosi e infine gli abietti. Il romanticismo estremo ribalta interamente il sistema dei compensi e delle pene, cambia sistematicament e di segno tutte le valutazioni non solo della morale ma del gusto.
La libertà e la superiorità al costume diventano spesso pretesti di una rivolta sadica, cioè di un estremo illuminismo, ammantanto di bei romantici pretesti.
Questa continuità fra il sadismo settecentesco e certi sospetti sdilinquimenti romantici si può seguire nella sua sotterranea continuità se si fa la storia minuziosa della fortuna di Sade. Sempre due atteggiamenti diametralmente opposti hanno un punto di contatto. Sempre due avversari inflessibili nascondono un tratto di comunanza. Fra l’estremo illuminismo e l’estremo romanticismo c’è un luogo segreto di incontri.
La continuità del romanzo gotico o dell’orrore dal ‘700 all’800, attraverso lo spartiacque fra l’illuminismo e il romanticismo ne fa fede. Uno dei frammenti di Federico Schlegel sull’Atheneum dice tutto: “Se si scrivono o leggono romanzi basati sulla psicologia, è illogico voler evitare la più noiosa e interminabile analisi delle voluttà innaturali, delle pene atroci, delle infamie più raccapriccianti , dell’impotenza più laida ai sensi e dello spirito”.
[…] Gli autori del romanzo inglese settecentesco escono a volte da quelle confraternite sataniche e sadiche note come Hellfire Club. I club del fuoco infernale. Vi si praticavano gli orrori sognati dal marchese di Sade e si ordivano le file dei complotti politici».

Ci sarebbe da chiedersi se a De Sade fu fatto scontare in segregazione carceraria uno scorcio significativo della sua vita per avere divulgato i segreti inconfessabili di certa aristocrazia malata, piuttosto che per la blasfemia e la pornografia inserite nei suoi testi.
Probabile che il Marchese De Sade fosse consapevole di ghenghe simili a quelle presenti in Inghilterra che ruotavano attorno alla figura di Jack Lo Squartatore.

«L’amico più intimo di Clarence, già suo amante, James Kenneth Stephen, era figlio del giudice Sir James Fitzjames Stephen. C’erano state malattie di mente a iosa nella famiglia Stephen […] tra le quali quella conclusasi col suicidio della cugina di Stephen, Virginia Woolf […]. Fino a diciannove anni, il duca di Clarence era stato pressoché inseparabile dal fratello minore Giorgio. Poi era stata presa la decisione di nominare Giorgio sottotenente della Marina e di spedire Eddie al Trinity College di Cambridge.
Si sentiva la necessità che Eddie avesse a fianco qualcuno che sostituisse Giorgio, qualcuno che gli potesse essere amico, consigliere e maestro. La scelta cadde su J.K. Stephen, di poco maggiore d’età di Eddie. Egli provvide a un’intensa preparazione di Eddie, durata tre mesi, prima di entrare al Trinity College di Cambridge, nell’autunno del 1883. Qui, dice Harrison, Eddie entrò a far parte di una cripto confraternita di invertiti, della quale faceva parte Stephen, oltre che un poco raccomandabile soggetto, Oscar Browning, ex direttore del convitto a Eton, espulso per indebita familiarità con uno degli allievi, ma ciò nonostante ammesso a far parte del consiglio accademico al Trinity.
Pur non essendo possibile averne le prove, Harrison sostiene che Stephen diventò l’amante di Eddie. Eddie era bisessuale: Harrison definisce panerotico il suo vivo interessamento alla sessualità. Altrettanto sarebbe stato, in misura inferiore, anche Stephen».
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# giannizzero 2013-03-02 10:22
mah...
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# Maraffio 2013-03-02 18:41
Questo "lenzuolone" mi fa ricordare un forum letto anni fa, dove a una simile lenzuolata di parole c'è stata una sola riga di rispostaccia che mi ha fatto ridere, tanto è il contrasto visivo tra i due commenti.

Questo lo dico a prescindere dalle argomentazioni postate nel commento sopra.
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# Vitoparisi3 2013-03-04 16:16
Citazione maqlu:
Invero questo scartafaccio avrebbe potuto rispondere al nome di Due pesi, due misure. Così, tanto per naturale reazione chimica a quel doppiopesismo – primogenito figlio scemo del Conformismo più becero - che ammorba noi tutti, alla stessa stregua dell’inesorabil e coltre di smog sulle grandi città, senza distinzione alcuna.
O con distinzioni che non fanno (quasi) testo.
«Se Benjamin ebbe a dire che la storia è stata scritta finora dal punto di vista del vincitore e deve essere scritta da quello dei vinti […]» sappiamo che la vittoria ha molti padri, e la sconfitta solo orfani.
Già, il conformismo. Una parola – fateci caso – che è quasi scomparsa dal vocabolario del politicamente corretto. Epurata nei lager e nei gulag del politicamente scorretto. Gli eredi attuali dei Vopos (l’abbiamo forse cancellati dalla memoria politicamente corretta anche questi?) e quelli delle SS a guardia del mainstream progressista sorvegliano occhiuti ogni trasgressione. Quindi nessuno la pronuncia quasi più.
Eppure essa ha goduto di una grande popolarità ai tempi della feroce rivolta contro la società borghese. Se si dovesse riassumere in uno slogan quanto mai apodittico cosa ha fondato e mosso le bordate della sovversione contro l’imperante quanto presuntamente falsa borghesia, si potrebbe dire: “A morte il conformismo”.
O anche: “Facciamola finita con l’ipocrisia”.
Quindi, se tanto mi dà tanto, oggi, a decenni di distanza da quegli accadimenti, visto l’imperante successo dei valori portanti di quella svolta , i quali permeano il sociale occupando tutta la rosa dei venti, “elementi” quali la menzogna, l’inganno, la mistificazione, i due pesi due misure, dovrebbero essere scomparsi.
Perlomeno dovrebbero essere ridotti a mal partito. Invece è graniticamente vero il contrario.
Il conformismo e di conseguenza il doppiopesismo dei due pesi e due misure impera sovrano, e fa sempre di più scuola. Ha legioni, stuoli di ammiratori e di aficionado.

Per amore del paradosso, io sono grato – in qualche modo – a Ricucci. Sì, proprio Stefano Ricucci, meglio noto come il capoccia dei furbetti del quartierino. Ricucci, difatti, fu messo in croce – al di là dei suoi misfatti reali – con la gogna mediatica più intransigente. Gli fu addirittura dedicata una satira da un settimanale en vogue dileggiandolo in quanto si abbuffava di pasta al forno, e mangiava a bocca aperta, mentre parlava. Lo si è deriso perché originario di un paesino di provincia, Zagarolo. Lo si accomunava con l’ignominioso filmuccio L’ultimo tango a Zagarolo, con Ciccio e Franco, parodia della perla progressista Ultimo tango a Parigi, firmata dalla vedette del cinema Bertolucci.
Eppure nessuno si è mai azzardato ad accennare alla benché minima derisione all’indirizzo di Alain Danielou, vate cerimoniale, acclamato all’unanimità ai quattro venti, del culto del fallo, dell’eros e della Natura.
Eppure Danielou stette proprio a Zagarolo per lunghi anni.
Quindi due pesi e due misure?
Per il contadinesco Ricucci la foga e l’onta, il ludibrio urbe et orbi; per il raffinato (si fa per dire…) esteta francese, nulla.
Non solo. Il mangiar villano di Ricucci è un obbrobrio, e qui concordiamo in pieno che l’eleganza interiore si manifesta anche attorno al desco. Ma… c’è sempre un ma! Si dice che la Storia non si fa con i “se” ed i “ma”. Ma a Lor Signori potenti, anche i “ma” possono contare assai. Infatti, se a tavola è assiso un personaggio “giusto”, un fratello – come dire? – di buona cerchia, allora tutto è, magicamente, permesso. Anzi. La cosa che era prima assai sconveniente, diventa alchemicamente un vezzo signorile di gran fascino.
Ne volete la prova?
Eccola qua, servita con fiori e cotillon di circostanza.
«Parigi […] Pare si diverta a coltivare una certa volgarità, come se si divertisse a provocare l'ovattato mondo della finanza: a tavola si toglie le scarpe e spesso si annoda il tovagliolo attorno al collo. Ma bisogna fare attenzione alle apparenze, perché questo ricchissimo signore è anche un raffinato collezionista d'arte […] genio della finanza per alcuni, pescecane senza morale per altri, Antoine Bernheim non lascia nessuno indifferente. Numero due di Lazard Frères, ma in rapporti ben poco cordiali con il gran capo Michel David-Weill, instancabile ordinatore di trame e complotti finanziari, burbero ai limiti della maleducazione […] del resto, lui stesso sembra compiacersi in questo ruolo di uomo complesso, enigmatico, maniaco del segreto».
Avete capito la musica? Qui siamo in presenza della volgarità tout court, ma il giornalista, nel descrivere Antoine Bernheim, potentissimo nume della finanza internazionale tende ad essere benevolo, anzi, in corner, finisce per esaltarne la raffinatezza come fosse, colmo dei colmi, un arbiter elegantiae.
Due pesi, e due misure, appunto.
Ancora un esempio. Saul Bellow, premio Nobel per la letteratura, nel suo roman à clef Ravelstein, ritratto à gouache di Allan Bloom, filosofo neocon americano, allievo di Leo Strauss, e propalatore della nobile menzogna, nonché – no need to say - omosessuale, lo descrive con la stessa propensione ad essere porco e volgare a tavola.
Ma non è finita qua, essendo la tecnica adottata seriale va avanti ad libitum. Venne fuori a proposito di Ricucci la questione della sua laurea conseguita presso un’università di San Marino denominata Clayton. E giù sfottò a non finire. Peccato che nessuno ebbe da dire nulla o quasi su Gioacchino Ligresti, figlio di Salvatore, che era compagno di corso di Ricucci.
La sperequazione morale era già entrata in ballo con Ligresti. Si ebbero grandi sollevazioni di scudi a proposito delle affiliazioni siciliane di Berlusconi, e degli ingenti patrimoni legati, pare, in qualche modo a quell’egida territoriale, ma nessuno scatenò neanche un’oncia di fuoco mediatico contro Ligresti, nativo di Paternò, very deep Sicilly, che ad un certo punto, quasi dal nulla, approdò nella città della bedda madonnina, borfo di pecunia, tanto da essere accolto a braccia aperte nel salotto buono della finanza meneghina. Questo però non sorprende più di tanto.
Assistendo a questo bieco conformismo che si vuol adagiare – come l’acqua nei contenitori – nello stampo, nella matrice, del Potere Nero, del Potere Oscuro, per cui tutti gli altri poteri a lui avversi, sono e debbono essere uno zero fatto con un bicchiere, non si può non reagire.
Da questa reazione è nato il presente zibaldone.
È di nuovo tempo di samizdat.
A mo’ di abbecedario, a guisa di collage, qui si cercherà di affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze, le convinzioni personali o collettive del tempo. Tramite un'analisi storica, psicologica, si cercherà di sottolineare l'abuso del paradigma messianico demonologico, che ha calpestato ogni forma di buonsenso e di pietà umana, spinto da una forza centrifuga del tutto nichilista.
Fine ultimo di questa petite bande demonologica (che poi non è tanto petite…) è quello di instaurare una paura legata alla tremenda condizione del tempo provocata dall’epidemia di peste conformista. Da osservare che gli untori che hanno scatenato tale condizione, non sono stati una prerogativa di questi tempi: se ne ha notizia, à rebours, anche nelle precedenti epidemie socio-culturali.
Ma non finisce qua. Non basta. Si potrebbe dire che l’acquiescenza verso il Gotha ci riservi questo e altro.
Il figlio di Antoine Bernheim, Pierre-Antoine, ha pubblicato, nel 1992, presso il prestigiosissim o editore francese Plon, una specie di Einaudi d’oltralpe, un libro in cui si mette in campo uno spudorato omaggio al cannibalismo senza che nessuno si periti della benché minima reazione. Anzi. Si mettono le mani avanti, e si da voce al saracino di turno, Sergio Quinzio in questo caso, che cerca di menar a destra e manca, per intimidire ogni improbabile, quanto sacrosanta, levata di scudi, dinanzi a tali bestialità.
Vale la pena di riportare per intero l’articolo apparso sul “Corriere della Sera” a firma Sergio Quinzio e Ulderico Munzi, il 26 maggio 1993, a pagina 29.
«Riti Barbari. Un libro francese racconta la storia dell'antropofagia fino ai giorni nostri. E il suo autore dichiara: “Anche i cattolici si cibano del corpo di Cristo”. Cannibali fra noi. Parigi […] sul suo volto di uomo ben nutrito appare un sorriso ironico: “Siamo stati, siamo e saremo cannibali”.
Il tono di Pierre Antoine Bernheim, studioso ed ebreo non praticante, ha un che di categorico. Perché ne è così convinto, signor Bernheim?
“Forse non è scritto nel nostro codice genetico, ma di certo è permesso”. Lo guardiamo un po' increduli. Ma il nostro sguardo cade sulla copertina del libro che Pierre Antoine Bernheim ha scritto, a quattro mani, con Guy Stravides […]. Sotto il titolo Cannibales! c'è la scena di un banchetto di antropofagi in qualche sperduta isola del Pacifico. Fa rabbrividire.
Stranamente, la loro precedente opera, sempre pubblicata da Plon, era dedicata all'immagine del Paradiso nella storia del costume. Cannibales! è costato due anni di lavoro solo per le ricerche in recenti e antichi archivi. Un panorama completo dell'antropofagia, dalla preistoria dell'Uomo di Pechino all'Egitto del 3126 avanti Cristo per arrivare al dottore in filologia di nome Andrei Chikatilo, processato nell'aprile del 1992 per aver ucciso qualche decina di persone, delle quali cucinava e mangiava le parti sessuali.
E così signor Bernheim, i cannibali sono sempre fra noi?
“Nei casi d'estrema urgenza e di estrema necessità l'uomo è ancora pronto a divorare il suo simile come i Maori scoperti dal capitano James Cook nel 1769. Si mangia della carne umana anche in qualche luogo disperato dell'ex Jugoslavia. Gli esseri normali possono trasformarsi in cannibali con estrema facilità com'è accaduto a quei giocatori latino americani che, dopo essere precipitati con il loro aereo, sopravvissero sulle Ande grazie alla carne dei compagni deceduti. Ne hanno fatto un film”.
Il cannibalismo è anche un fatto religioso?
“Pensi ai cattolici. All'Eucarestia non si trasformano in cannibali. Assorbono realmente il corpo e il sangue di Cristo. Si dirà: è un atto simbolico, il che, però, è negato dal Concilio Lateranense IV del 1215 e dal Concilio di Trento del 1545. Chi pensava che fosse un atto simbolico era considerato un eretico. I protestanti hanno accusato i cattolici d'essere degli antropofagi. Quando ingoiava l'ostia sacra, la mistica Colette Corbie aveva come una visione, quella di mangiare carne macinata. E non era la sola mistica a provare fenomeni del genere. In un catechismo del Seicento, redatto come botta e risposta, a un certo punto c'è questa domanda: perché Gesù si dà a noi sotto forma di “carne”? È usata proprio la parola “carne”, in francese “viande”.
E la risposta è stupefacente: perché consente una migliore assimilazione. San Tommaso d'Aquino, parlando dell'Eucarestia, si domanda: “Non è che i credenti, non provando il gusto di sangue e carne, potrebbero essere ingannati dai loro sensi?”.
E le altre religioni?
“Il tabù sembra più forte tra i musulmani. Ciò non toglie che ci siano stati casi di cannibalismo anche nelle terre dell'Islam. L'Egitto del 1200 conobbe la carestia, l'esodo rurale e la peste. I fatti vennero descritti da uno scienziato del Cairo che si chiamava Abd al Latif. La gente arrostiva i bambini e se li mangiava. Poi, a mano a mano, anche se i cannibali erano condannati, gli egiziani ci presero gusto. La “moda” si estese in tutto l'Egitto. E le vittime, anche adulte, erano catturate con lacci quando passavano sotto le finestre. Del resto, per tornare ai cattolici, si discusse a lungo se si dovesse mangiare carne umana in casi estremi. La risposta fu positiva. Un crociato, fatto prigioniero dagli arabi, fu spinto dalla fame a mangiare la figlia e si preparava a far subire la stessa sorte alla moglie allorché venne liberato. La Chiesa lo condannò solo a far penitenza per alcuni anni.
Avete cercato le origini del cannibalismo?
“Non abbiamo cercato la cosiddetta causa unica nell'animo umano. Noi abbiamo solo creato un Quid e un Who's Who del fenomeno attraverso testimonianze, scritti e fonti di archivio. Non abbiamo mai incontrato un cannibale nei nostri lunghi viaggi. Insomma, il nostro è stato un viaggio teorico nelle società dette cannibali e in quelle potenzialmente cannibali in frangenti di carestia o in altri frangenti. C'è anche il cannibalismo di vendetta, come accadde durante la Rivoluzione Francese o durante la Rivoluzione di Napoli del 1799 dove erano i conservatori a mangiare i rivoluzionari. Penso che non sia possibile risalire alle origini del cannibalismo. Gli antropologi materialisti dicono che il cannibalismo sia dovuto a una mancanza di proteine animali. Citano il caso degli Aztechi che mangiavano i loro prigionieri. Secondo i materialisti, non si trattava di un fatto religioso per far piacere alle divinità. Quel popolo aveva bisogno di proteine, di calorie”.
E al di là delle motivazioni religiose, delle carestie e dell'impulso della vendetta (il nemico degradato ad animale), ci sono altre ragioni che inducono l'uomo a trasformarsi in antropofago?
“L'amore, per esempio. Ci sono popolazioni, in Brasile, che mangiavano o mangiano ancora i propri genitori defunti per amore filiale, cioè per custodirli in qualche modo nei loro corpi invece di farli divorare indegnamente dai vermi. E c'è poi quel giapponese, Sagawa, che ha sostenuto, nel 1981, d'aver divorato la sua olandesina perché ne era follemente innamorato. Forse, mentiva. Molti psicotici mangiano secondo lo schema: “Ti amo, quindi ti mastico e ti assimilo”. E quei morsi che si scambiano gli amanti, nell'amplesso, non sono atti di precannibalismo ? Il serial killer americano Dahmer riduceva i suoi giovani amanti in zombie introducendo nei loro cervelli degli acidi, poi li possedeva e quando morivano, come prova del suo amore, ne conservava i resti e li sgranocchiava di tanto in tanto”.
E poi c'è la golosità ... “Le dirò di più: la carne umana è squisita. Ci sono le testimonianze di tutti i popoli cannibali e di gente occasionalmente cannibale. Mi riferisco alle cronache dei missionari ai quali era consigliato: “Perché non l'assaggiate?”. I gusti sono diversi. C'è chi dice, come gli eschimesi, che è dolce come quella del cavallo e chi dice che ricorda il maiale. Così affermarono gli Aztechi quando gustarono la carne di porco. Per altri, in Occidente, assomiglia alla carne di bue. In Normandia si ricorda ancora il “saraceno arrosto”. Per alcuni, invece, ha il sapore della cacciagione. Il gusto cambia a seconda delle razze. In Oceania gli indigeni trovavano i “bianchi” immangiabili perché salati. Preferivano i cinesi che si nutrivano di riso”.
Lei dice che si mangia ancora carne umana?
“Direi dappertutto. Durante la rivoluzione culturale, in Cina, si cucinavano, per vendetta, gli oppositori. E poi pensi ai boat people e ai rifugiati curdi. Si mangia ancora carne umana in certe montagne della Nuova Guinea, in Amazzonia e in luoghi insospettabili. Ci sono, inoltre, i riti satanici in America o in Africa. Nelle sette, come quella di Waco, il passaggio al cannibalismo è facile. Il futuro ci annuncia, a causa dell'incremento demografico, dei grandi banchetti a base di carne umana. L'Ucraina della carestia degli anni 1932 e 1933, dove ci si divorava tra vicini di casa, sarà un ricordo trascurabile. L'Uomo di Pechino era cannibale. Dio, creandoci, non ci ha impedito di diventare cannibali”.
Prosegue Quinzio: “Ma non dimentichiamo che quello cristiano è un Banchetto mistico. Antropofagia ha un senso molto preciso: “Mangiare carne umana”.
Ma “Mangiare carne umana” ha invece una sterminata gamma di significati, nel senso che l'atto può avere motivazioni diversissime. Mettere sotto la stessa etichetta di Antropofagia il delitto del criminale che tortura fino alla morte le sue vittime e ne mangia i pezzi conservati in frigorifero e la liturgia cristiana dell'Eucarestia, probabilmente non aiuta molto a capire. Sarebbe un po’ come raccogliere sotto un unico titolo, “Tagli da lama”, le coltellate dell'assassino e il lavoro del chirurgo.
Fatta questa precisazione preliminare, l'antropofagia resta un tema sconcertante, uno degli ultimi tabù, che sussiste accanto a qualche altro più debole ancora di lui, come l'incesto. Sulla necrofilia poi si potrebbe scrivere un libro provocatorio come quello di Bernheim e Stravides. Bernheim è un ebreo, e l'appartenenza a questa tradizione esaspera la sua sensibilità sul tema prescelto, perché l'ebraismo prova nei confronti del morto un orrore che altre culture non conoscono. Comunque sia, ci si può cibare di cadaveri umani per sottrarsi alla morte per fame (e qui lo “Stato di necessità” potrebbe giustificare l'antropofagia più o meno come l'omicidio, se non intervenisse un più forte tabù religioso). Ci si può cibare di carne umana credendo di impossessarsi delle virtù del morto; o per devozione filiale, come avveniva in Cina, in modo di non abbandonare alla putrefazione il corpo del padre. Ci si può cibare di carne umana per follia, disprezzo, odio.
È un cibarsi di carne umana anche l'Eucarestia? I cattolici sono dunque cannibali? Si può forse dirlo, sempre che si tenga presente che non tutte le forme di antropofagia, come si è detto, si equivalgono, e che “cannibale” suona invece come un degradante insulto. Le specie eucaristiche non sono semplicemente un simbolo di Cristo, non sono tali né per i cattolici, né per gli ortodossi, né per i luterani, né per altre (certo non tutte) confessioni cristiane. Dunque, chi se ne ciba compie un atto di antropofagia. L'Eucarestia è però qualcosa di teologicamente arduo e complesso, e la sua riduzione a cannibalismo, nel migliore dei casi, semplifica un po’ troppo le cose, lasciando sospettare l'intenzione di épater le burgeois.
Forse dovremmo parlare, piuttosto che di antropofagia, di “teofagia”, e sul tema del “Mangiare il Dio” si potrebbe scrivere un altro libro. In ogni caso, se volessimo includere senza le dovute precauzioni l'Eucarestia nell'antropofagia, troppe cose resterebbero fuori. Per esempio, il sacrificio eucaristico rinnova “realmente”, ma “misticamente”, la passione e morte di Gesù Cristo, secondo la dottrina tradizionale; la quale parla perciò di “Mistero eucaristico”. Dunque, anche la consumazione dell'Eucarestia è “reale”, ma “mistica”. Non è facile dire ciò che questo significa, ma indubbiamente stabilisce una non trascurabile differenza nei confronti dell'antropofagia “reale” e niente affatto “mistica”.
Infine, andrebbe ricordato che il “Banchetto eucaristico” è una prefigurazione e anticipazione mistica, appunto del “Banchetto escatologico”, e che quindi comprende numerosi sensi simbolici. Comunque, è vero che l'Eucarestia stabilisce un contatto, una qualche continuità con i più remoti riti dell'umanità, e quindi anche con le più oscure profondità dell'animo umano, quelle che non possiamo presumere di cancellare con un tratto di penna».
Pierre-Antoine non è solo uomo di lettere, ma anche banchiere alla banca Lazard, quindi un illustratore attendibile di cosa alberga nelle menti e nelle non tanto recondite voglie dei circoli dell’alta finanza iniziatica.
Il tempo appare immobile per lunghe classi di età, poi, all’improvviso si mostra come una cometa inaspettata, e tutta la movimentazione delle cose, e degli animi subisce un’accelerazion e vertiginosa. Il terre motus del ’68 e dintorni ha costituito questo fenomeno di artata disintegrazione di un certo esistente borghese, per poi raggrumarsi, decadi dopo decadi, in un post moderno sparso su una melassa avvelenante di cupo conformismo, di una morale pret-à-porter, pronta ad essere stirata, deformata, e malformata a seconda dei propri porci comodi.
In parole povere: in una liturgia della mistificazione.
Oh, che parole grosse, diranno alcuni. Forse. O forse no, visto che circola la voce piuttosto insistente che uno strabiliante, quanto veneratissimo, maestro della Cultura, ovviamente con la C maiuscola, ospite di certi club che trovano i loro naturali habitat à la page in siti quali Sankt Moritz, Crans, Georgetown, l’isola Grand Cayman (terrior “squisitamente” britannico, che consta di oltre seimila banche), o – in caudam velenum - Honk Kong, recitasse come un mantra il seguente motto, e che gli astanti, il parterre du roi, lo condividesse in pieno:
Non c’è cosa più sopraffina che tradire il proprio miglior amico.
O per dirla con il celebre motto di Adorno: «il tutto è falso».
Spinosa questione invero, credere che simili ambienti così altolocati possano coltivare anche solo di rimando, anche solo per sbaglio, un credo di siffatta caratura disfattista. Per quello che vale, ad esempio, è notizia pubblica - e la stampa ne ha dato pieno risalto – che è esistita una densa zona oscura composta di reticenze, silenzi, ingiustificate ritrosie e massima indifferenza intessuti attorno la morte di Edoardo Agnelli.
Fu un vero suicidio o cosa altro ai danni del futuro erede della famiglia più potente d’Italia?
E questo ambiente ha da spartire qualcosa con gli iniqui misteri di calciopoli intessuti da Moggi e da Conte? Possibile che nessuno ai vertici potesse “non sapere”? In altre occasioni il “non poteva non sapere” era materia scontata ed ha equivalso in sede giudiziara ad una condiscendenza dello status quo, e quindi ha portato ad una condanna.
Sappiamo che la “bellezza della stampa”, per dirla con Humphrey Bogart, lascia il tempo che trova, con tutto quello che guadagnano di immondo, rispetto alla loro veritieria capacità di inchiesta, i direttori delle testate più importanti volte a eterodirigere le opinioni della populace, ma rimane un vago sentore di vox populi vox dei.
Gigi Moncalvo, una voce solitaria recitante nel deserto, coraggiosa quanto temeraria, ha provato nel suo I Lupi e gli agnelli, a descrivere tale impalcatura di matrioske. In pratica, la messa in atto di una tragica bellum omnium contra omnes di cui sono stati oggetto i figli contro la loro stessa madre. Se James Hillman aveva avuto l’ardire di rivitalizzare le antiche faide, allora ai giorni nostri tutto questo si è avverato di nuovo.
***
Attenzione! Non siamo impressionati da un moralismo da operetta da tre soldi! Non stiamo girando qui attorno al concetto di bugia, né tantomeno ci stiamo facendo scandalizzare dalle capibili debolezze umane. Non si tratta della proverbiale quanto innocua “dissimulazione onesta” del sagace Torquato Accetto. No. Qui abbiamo a che fare con l’oltre inganno in carne ed ossa. Qui si tratta, si ha a che fare, con la deliberata gestione della menzogna ai fini della costruzione della mistificazione. Del principio del mysterium iniquitatis. Tenteremo di tracciare – con tutti gli interrogativi del caso - un’ermeneutica di questa spaventosa quanto terribile “filosofia del tradimento”.
Uno stesso velenoso banditore del ’68, Adorno, rilevava che «tra i motivi della critica della cultura ha sempre occupato un posto centrale il motivo della menzogna». Quindi “viaggiamo” sul “sicuro”.
Jerry Rubin in persona, alfiere del ribellismo sessantottino, ebbe a dire:
«Abbiamo combinato gioventù, musica, sesso, droga e ribellione, col tradimento: e questa è una combinazione difficile da battere».
«Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la sua forma alienata, le potenze oggettive che determinano l’esistenza individuale fin negli anditi più riposti». Ebbene, quello che segue è un muoversi (da errabondo) scrutando queste “potenze oggettive”.
Il tradimento messo in pratica da queste camarille vuol portare direttamente ad «un eccesso di degradazione [quale] maggior “santità”, e che quanto più velenosa era la perfidia, tanto più si avvicina […] il giorno della “redenzione”».
Questo testo quindi può esser visto come un baedeker di un viaggio nei meandri del Potere Oscuro di cui – confessiamo – non possiamo pretendere di detenere le chiavi di volta, da quidam quale siamo, nel senso che questo è un itinere di un percorso da fare assieme al lettore che possa dare, ad entrambi, scorci significativi quanto poco noti, tanto scarsamente meditati. Spetterà al lettore trarre le sue conclusioni se questo zigzagare attraverso una moltitudine di fatti, avvenimenti, testimonianze, nessi apparentemente del tutto casuali, come nella giubba di Arlecchino, talvolta affastellati assieme come in un mucchio di bastoncini di shangai, dia o no un identikit plausibile del volto del Potere Oscuro. E delle incontrovertibi li volontà di maleficio di quest’ultimo.
Del resto ci rammentiamo tutti che lo stesso San Paolo ci ammoniva affermando che il mistero dell’iniquità è esplicabile solamente in termini spirituali. Ciò sta a significare che la persona razionale, normale, la quale vive in accordo con la civiltà e la moralità cristiane, è inabilitata a comprendere appieno cosa muove questa malvagità. È appunto un mistero. Il mistero dell’iniquità è la caverna abitata da chi è posseduto dalle forze energiche di Lucifero. La sinagoga di Satana, principe della menzogna.
Come nei prismi, in cui il raggio di luce si infrange, dando adito a variegate correnti di luce, così in questo centone, il tentativo è quello dispiegare una serie di rifrazioni per poi ricomporre il disegno finale, con un’unità di intenti. Si sa che nel tratteggiare le costellazioni, per farle apparire visivamente, si debbono unire a mo’ di zigzag i vari punti con delle linee. Alla fine, se la via del tratteggio si sarà rivelata quella appropriata, allora apparirà in tutta la sua chiarezza la forma della figura astrale, vero oggetto di indagine. Quindi non le stelle su misura di cui andava parlando Adorno, ma bensì la misura delle stelle.
Il lettore particolarmente benevolo spero ci perdonerà di averlo costretto a volteggiare, come nella giostra quando si era bambini, assieme a noi in questa chicane spericolata, in questa serpentina da alambicco letterario, di citazioni, voci, commenti provenienti da fonti così disparate quanto eterogenee. Per di più, diverse volte proclamate da partiti e fazioni in aperto contrasto tra di loro, e anche contro lo stesso approccio del presente testo.
Riteniamo che averlo fatto abbia comportato una maggior completezza da un lato, ed una maggiore obiettività dall’altro.
In ultimo chiediamo di farci il piacere di risparmiare la critica “automatica” imperniata sul dato che lo Zeitgeist qua dipinto sia solo un mero fatto teoretico. Per restare soltanto all’orizzonte italiano (ma la cosa vale globalmente), una rapida lettura de Il caso Genchi a firma di Edoardo Montolli, spazzerà via ogni dubbio a riguardo della precipua “perfezione” a cui è giunto l’esercizio della mistificazione istituzionalizz ata. Il tradimento assunto e sussunto come afflato (im)morale, vera e propria minima moralia per la società cosiddetta civile, è divenuto la norma nella gestione del potere quotidiano, micro o macrospico che sia.
Questo testo è il diario di come tutto ciò possa essere avvenuto, dei suoi registi, dei suoi produttori, dei suoi art-directors, del suo a cui prodest.
Sposiamo, in ultimo, in pieno le parole che ebbe Primo Levi «a proposito del genocidio cambogiano perpetrato dai khmer rossi del generale Pol Pot: “È colpa nostra se ne sappiamo così poco. È colpa nostra, perché avremmo potuto leggere meglio, saperne di più. Leggere i pochi libri usciti sull’argomento. E non lo abbiamo fatto per pigrizia mentale, per amore del quieto vivere”».
Riteniamo che queste parole si cuciano alla perfezione a quell’arcano, a quell’incantesi mo, come ebbe a dire Claude Lévi-Strauss a proposito di un celebre canto sciamanico, che risponde al nome del Sessantotto.

«Eravamo una compagnia […] non siamo mai diventati una lobby, nessuno di noi ha mai indossato l’eskimo, nessuno di noi ha fatto carriera, mentre molti di quelli che indossavano l’eskimo sono diventati direttori, direttori editoriali, editorialisti, commentatori con fotina, savonarola televisivi, vignettisti buoni per tutti i giornali e per tutte le stagioni, da “Lotta Continua” al “Corriere della Sera”, da “Repubblica” a “Cuore”, moralisti osannati a destra, a sinistra e al centro, protagonisti dell’antidietro logia, in verità fustigatori di tutte le dietrologie degli altri ed esaltatori di una, la propria.
[…] Non fummo più noi i giornalisti democratici, “democratici” divennero gli altri, i “garantisti”, quelli che giuravano sulla trasparenza del professor Toni Negri, titolare della cattedra di Diritto dello Stato presso l’Università di Padova e folle predicatore della violenza da praticarsi con il passamontagna calato sul volto».








Capitolo I

La Nascita della Tragedia Allucinogena

«Caro Direttore,
vorrei segnalarLe un libro che – conclusioni a parte - è singolare e interessante: Piovra gialla. La mafia cinese alla conquista del mondo, di Francesco Scisci e Patrizia Dionisio […]. In questo libro si descrive e si documenta come le entità denominate Triadi abbiano raggiunto il quasi esclusivo controllo del mondo dell’eroina, e altre droghe, e dispongano di mezzi finanziari enormi; e mentre già controllano l’economia di alcuni Paesi orientali (Cina comunista e Sudest asiatico), si siano saldamente installate anche in Usa, Gran Bretagna e Olanda – in Italia, Francia e Spagna siamo agli inizi - e, in conclusione, procedano speditamente alla conquista di buona parte del mercato mondiale.
Queste Triadi non sono enti che lavorano per il bene dell’umanità, ma gli autori del libro – uno di essi è il sinologo del “Manifesto” - non si allarmano molto, anzi sotto sotto sembrano quasi compiaciuti per quello che potrebbe essere una revanche del mitico Oriente sul marcio Occidente cristiano.
Ho cercato di approfondire un tema così nuovo, ma sulla dottrina, prassi e sulla storia di queste entità ho trovato ben poco. Unica eccezione un vero e proprio testo sacro: La Grande Triade di Guénon, edito anni lontani dalla massonica Atanor, poi ripubblicato da Adelphi che lo ha presentato come una prodigiosa sintesi di tutta l’opera di questo autore.
Il testo è di natura solennemente apologetica e afferma, in sostanza, che l’esoterismo della Triade è il più puro e principale che sussista al mondo e in particolare si sofferma con attenzione – rivelatrice - sui nessi tra questa spiritualità e i riti della massoneria regolare anglosassone che – secondo Guénon - è l’unica organizzazione iniziatica valida e attingibile per gli occidentali.
Dopo questa lettura mi sono chiesto: se questa Triade è una realtà così rilevante sul piano economico, finanziario e spirituale coma mai i nostri mass media e gli improvvisati inquisitori della criminalità organizzata, non ne parlano proprio mai? Non è che forse qualcuno vuole – tolta di mezzo la classica Cosa Nostra ormai, grazie a Dio, in declino inarrestabile - aprire poi le porte a qualche cosa di molto più potente, efficiente e spietata?
A questo riguardo vorrei aggiungere un altro singolare ricordo di lettura. Nelle sue Memorie, […] Altiero Spinelli ricordava un certo sconcerto come nel salotto dell’editore Adelphi, quello che ha pubblicato La Grande Triade, aggiungo io, il preclaro giornalista Giorgio Bocca, durante gli anni di piombo, illustrasse, tra il fervido consenso dell’ambiente, la necessità di un’intransigent e difesa garantista dei soggetti coinvolti nel terrorismo.
Lo stesso personaggio che, anni dopo, è diventato il più feroce sostenitore della necessità di incriminare, arrestare e condannare senza perdere tempo, sulla base di semplici calunnie e voci, quegli sventurati uomini politici cattolici che i media appartenenti alla famiglia buona avevano incluso nello scellerato teorema: narcotraffico = mafia = DC; teorema che più indiziario di così non potrebbe essere.
Tirando le conclusioni, non è ovviamente l’ennesima trasformazione che è di qualche interesse riguardo a questo personaggio, ma una domanda che si può ben porre allo stesso e magari anche a certi ambienti: che cosa pensano del vero mercato della droga e di quelle entità che lo animano, lo incrementano e lo amministrano col fine dichiarato di annichilire il Cristianesimo e quella civiltà in cui esso è innestato da duemila anni? Credo proprio che non ci sarà una risposta.

Angelo Burlando

La ringrazio per non aver preteso una risposta da me.
Il Direttore»


Dell’inizio.
«D’altro canto comincia a profilarsi un altro problema non di sistema ma di dominio. Il traffico di droga è il core element di questi traffici clandestini e questo traffico appare sempre più dominato dalla mafia cinese. Questi capitali, la straordinaria vitalità delle economie est-asiatiche e l’insistenza occidentale nel voler mantenere illegale il commercio di stupefacenti potrebbero combinarsi in una miscela mortale: l’Occidente potrebbe rimanerne sconfitto commercialmente , arretrato industrialmente e con le strade piene di drogati e malati di aids.
Per la Cina potrebbe essere la vendetta per la guerra dell’oppio: ancora una volta il papavero bianco avrebbe giocato un ruolo importante nel teatrino dei vincenti e dei perdenti nella storia».
È come un cazzotto al fegato: “l’insistenza occidentale nel voler mantenere illegale il commercio di stupefacenti”. Ecco centrato l’obiettivo! Si noti l’assonanza d’emblée - dei due autori liberal - con le tematiche da tempo tambureggiate da George Soros e compagnia sulla legalizzazione delle droghe.
Segno che alta finanza e pensiero d’avant-garde vanno (strano a dirlo?) a braccetto?
Non sarebbe però notitia criminis solo dei nostri giorni. La troviamo infatti presente ubiquamente, ad un facile scandaglio delle cronache passate.

«Due storici inglesi dell’India, Edward Thompson e G.T. Garrett, hanno descritto i primi anni dell’India britannica come “forse il punto più alto mai raggiunto dal guadagno illecito”, “una brama d’oro, paragonabile solo a quella degli spagnoli dell’era di Cortés e di Pizaro, si impadronì degli inglesi.
Il Bengala, in particolare, non avrebbe ritrovato la pace finché non fosse stato dissanguato”. Significativo il fatto, fanno notare, che una delle parole indù ad essere entrata nel vocabolario inglese sia stata proprio loot, saccheggio […]. Il Bengala allora era rinomato per il suo cotone pregiato, adesso scomparso, e per l’eccellenza dei suoi tessuti, ora importati. Dopo la conquista britannica, come scrisse il mercante inglese William Bolts nel 1772, i commercianti inglesi, usando “ogni possibile trucco”, “acquistavano le stoffe dei tessitori ad un prezzo molto inferiore al loro valore…”.
“Vari ed innumerevoli erano i metodi usati per colpire i poveri tessitori…multe , arresti, fustigazioni, l’imposizione di dazi sulle merci, etc.”. “L’oppressione ed i monopoli” imposti dagli inglesi “sono stati la causa del declino dei commerci, della diminuzione delle entrate e dell’attuale rovinosa situazione del Bengala”.
Adam Smith, forse basandosi su quanto sostenuto da Bolts… scrisse quattro anni dopo che nello scarsamente popolato e “fertile paese” del Bengala, “tre o quattrocentomil a persone muoiono di fame ogni anno”.
Questa situazione è il frutto delle “arbitrarie normative” e “sconsiderate limitazioni” imposte dalla potente Compagnia delle Indie sul commercio del riso, che trasformano la “scarsità in carestia”. “Non era insolito” che i funzionari della Compagnia, “quando il capo prevedeva che l’oppio avrebbe reso un maggior profitto”, facesse scassare “un fertile campo di riso o di grano…per sostituirlo con una piantagione di papaveri”».

Forse di fronte ai peccati – quali essi siano - di Berlusconi tanto lapidati all’unanimità dalle congreghe anglosassoni, con il forte battage della stampa d’avanguardia nostrana, (composta da eredi - de facto e culturalmente parlando - di quella schiera di italiani che tradì la Patria servendo come vili maggiordomi i poteri forti anglosassoni, ai fini della nostra disfatta in guerra) sino alla vetta dell’iceberg della copertina dell’Economist (Berlusconi is unfit to lead Italy), viene da chiedersi dove sia andata a finire la memoria di questi signori che non porta traccia alcuna delle loro infinite nefandezze.
Che abbiano anche loro una dirompente “passione per l’etica” degna dei Meridiani mondadoriani?
Eppure questi “signori” non hanno nemmeno mai accennato, come invece fa l’inglese “The Guardian” a stigmatizzare ad esempio un primo ministro britannico quale fu John Major, che si macchiò di colpe ben più lorde di quelle del bunga-bunga.
A questo proposito, in Italia, non si sciorina nessuna etica se non quella del più profondo silenzio, del più assordante conformismo allo status quo.
Il “Guardian” invece riporta che «Major scrisse lunghe lettere piene di offuscante disonestà» ai parenti di otto Fucilieri inglesi che furono uccisi dal fuoco “amico” degli statunitensi nella prima guerra dell’Iraq.
Stessa cosa reitera sempre il “Guardian” sul massacro di Srebenica, nel 1995, dove 8.000 uomini vennero letteralmente macellati a freddo dalle truppe di Milosevic e Major non fece niente per fermare queste ultime.
Vogliamo continuare?
Che dire di John Profumo, che nel 1963, in qualità di membro del governo inglese, tra le fila del partito Conservatore, si dovette dimettere a causa dello scandalo suscitato dalla sua relazione extraconiugale con Christine Keeler, una ragazza squillo che allo stesso tempo intratteneva una tresca con l’attaché navale russo, e spia, Yevgeny Ivanov?
A quando una copertina dell’ “Economist”?
Aspettiamo – trepidanti - che Bill Emmott, sempre pronto a fustigar i costumi di casa nostra, scriva presto un editoriale, ovviamente ospitato dai nostri quotidiani eccelsi, o giri un cortometraggio su Profumo o su Major.
Chissà che la nostra attesa non venga delusa…

Ma continuiamo a seguire i foresti mastri d’ascia di queste figure da pasionara dell’etica.

«Nei primi anni dell’Ottocento, i redditi dell’East India Company derivanti dalla vendita dell’oppio alla Cina, scrive Keay, venivano subito dopo le rendite terriere, “con profitti tali da poter soffocare qualsiasi scrupolo morale degli inglesi e da opporsi con ogni mezzo alla richiesta cinese di bandire quel narcotraffico”» .
Stiamo iniziando ad inquadrare da quali oscuri loggioni si pretende di impartir lezioni di morale?
Il termine “oscuro”, di matrice iniziatica non desti facile scalpore, né tantomeno faccia alzare il sopracciglio che si agita ad ogni sentor di complottismo.
In un libro privo di ogni sospetto del genere, ed anzi, che è un manifesto neanche tanto celato di un’apologia di questi nuovi vandali della finanza (così nel testo), nucleo centrale appunto del Potere Iniziatico, a firma di Gregory J. Millman, Finanza barbara, si parla espressamente della nascita di un nuovo invisibile potere di pochi iniziati in grado di muovere le leve della nuova finanza e del famigerato libero mercato.
Per questo il titolo del presente testo porta la “e” commerciale &. Vedremo nel prosieguo che la centrifuga del ’68 non fu nient’altro che un “prodotto culturale” generato e terminato dalle banche.
Tutto nasce dalle banche e tutto muore nelle banche.

***

Quasi per caso “inciampo” in una recensione del libro Ninna Nanna di Chuck Palahniuk che per le vicissitudini singolari della vita sembra illuminarci in questo viaggio nel cuore di tenebra del Potere Oscuro.
Dice Palahniuk: «Ninna Nanna è la storia di un incantesimo che si propaga come un virus, e i richiami al Grande Fratello nel libro abbondano.
Gli incantesimi e la magia hanno in comune il loro essere contorti. Più l’incantesimo è contorto, più il suo effetto sarà di contorcere e deformare la mente della vittima. La confonderà. Si impossesserà della sua attenzione. La vittima inciamperà. Avrà i capogiri. Non riuscirà a concentrarsi. Proprio come il Grande Fratello coi suoi canti e i suoi balli.
Non è che “l’immaginazion e al potere”, il celebre slogan del ’68, si sia realizzato, sì, ma in un modo perverso?».

La storia di questa perversione, di questa possessione degli individui operata dalla rivoluzione sessantottina, è uno dei temi portanti di questo libro.
Per capire la portata di questo sconvolgimento si possono rammentare parecchi “quadretti” esplicativi del prima e del dopo ’68. Uno lo troviamo in Adulti con riserva. Come era allegra l’Italia prima del ‘68, di Edmondo Berselli.
A pagina 9 leggiamo: «Una volta mio padre venne candidato alle comunali, un po’ controvoglia, e sul giornale locale pubblicarono addirittura la sua foto, con una biografia che lo dipingeva come una specie di eroe della resistenza al comunismo “nella difficile realtà emiliana” […].
Un secolo dopo, eravamo tutti di sinistra, alcuni molto franco-fortesi e adorniani, o marcusiani, hegeliani e freudiani, e si leggevano libri che volevano smantellare la famiglia o distruggere la scuola borghese […]».

Più nello specifico, la biografia del leader del gruppo pop The Doors, Jim Morrison, è un suggello, non ultimo di una serie di segnali inequivocabili, dell’aura mortifera, che la dice lunga sul carattere profondamente nichilista del Movement che mentre esaltava la “vera vita” finiva per schiantarsi nella reale morte. Il titolo è mutuato infatti da un leit motiv dello stesso Morrison che recitava così: Nessuno uscirà vivo di qui.
Non si creda che quella di Morrison sia stata una vicenda a se stante. Una vicenda posta qua solo per esaltare le tesi pro domus nostra.
La lista di personaggi che sono finiti come larve umane, suicidati, auto-annichiliti o protagonisti di fatti cruenti quanto letali è lunghissima. Un’autentica porzione di cimitero. Singolare - quanto tremendo - il caso di William Burroughs, uno dei più accaniti mallevatori della Controcultura libertaria che, ricordo, fra i suoi fini centrali aveva quello del femminismo, e della liberazione della donna.
Ebbene, egli sparò a sua moglie, uccidendola.
Un eclatante quanto terrifico prodromo del “femminicidio” che vedremo in azione violentissima negli anni post Duemila.
Parafrasando Agnelli (“La Sinistra farà quello che la destra non osa fare!”), si potrebbe dire che la Controcultura oserà mettere in pratica i più efferati crimini a stento immaginati dalla peggiore Borghesia.
Ma tra la Beat Generation non son tutte rose e fiori come la vulgata vorrebbe spacciare, e così «affiorano tanti segreti e l’ultimo lo pubblica This is the beat generation a firma di James Campbell.
La storia è quella di Lucien Carr, 19enne studente della Columbia University, un esteta stravagante.
Fu proprio Carr ad attirare l’attenzione di tre giovani intellettuali che frequentavano il campus: Jack Kerouac, 21 anni, William Burroughs, 30, Allen Ginsberg, 17, che tramite lui s’incontrarono per la prima volta. Il legame con Carr durò poco: una notte il giovane accoltellò a morte un corteggiatore troppo pressante. Il giorno dopo andò al museo d’arte moderna con Kerouac e poi si costituì».
Caleb Carr, scrittore, figlio di Lucien ebbe a dichiarare: «Sono stato allevato in una famiglia in cui la violenza era all’ordine del giorno: una madre e un padre alcolisti persi e due fratelli disperati».
Una addenda. La fascinazione malefica e il connubio strettissimo tra eros e thanatos dentro l’ambiente omosessuale non è più un tabù da quando ha fatto scalpore il romanzo di Jonathan Littell, Le Benevole, in cui seppur sotto forma di prosa, la mitografia del gay tutto rose, fiori e gaiezza si disintegra in mille pezzi. Il protagonista è un omosessuale nazista e criminale incallito.
D’altra parte, sul versante della saggistica rimane tutt’ora insuperato il testo di Scott Lively e Kevin Abrams, The Pink Svastika. Homosexuality in the Nazi party, in cui si mette in luce la profonda genealogia pederasta insita nel nazismo.
Che ci sia stata qualche filiazione omosex nel nazismo, derivante - a sentir Stephen Spender - dalle deliziose «debosce berlinesi ai vecchi tempi, primo dell’arrivo di Hitler»?
Autentiche dissonanze cacofoniche per il pensiero mainstream dei giorni nostri!

Ora sappiamo chiedere venia alla canea arruolata quanto prezzolata dal politicamente corretto che si scatenerà, latrando, contro il nostro associare nelle “fenomenologie” che andremo descrivendo, categorie sociali culturalmente non solo protette ma incensate senza sosta dal pensiero corrente. A tale proposito ci si consenta di rispolverare Georg Simmel, per confutare che si tratti da parte nostra ogni erba come un fascio, il quale nel ricordare Bismarck citava le sue memorie riferendosi ad «un’associazion e di omosessuali molto radicata a Berlino, che lui aveva conosciuto nelle vesti di giovane magistrato, e sottolinea l’effetto parificante, attraverso tutti i ceti, del comune esercizio del proibito».
Niente di totalmente inedito comunque sia.

«Nell’opera del “fratello Clevel” – che fu colpito dalla censura dal Grand Orient come reo di indiscrezione e di violazione al giuramento del segreto, ma non espulso dalla massoneria […] si trova un curioso passaggio relativo a un’associazione segreta di sodomiti dal quale risulta che anche Philippe d’Orléans […] era stato un gran maestro di una società segreta, società che può aver giocato un ruolo occulto nello stabilimento degli alti gradi al tempo della rivoluzione francese».

Del resto questo fil rouge sarebbe stato attizzato – e coltivato meticolosamente - a lungo.
In «The Paris Working (Opus Lutetianum) Crowley descrive una serie di operazioni magiche che intraprendeva con l’aiuto di Frater Tradam (il poeta Victor Neuburg). Si servivano di una formula omosessuale che Crowley in seguito incorporò nel Santuario Sovrano […]» a testimonianza che il cocktail finale che si para dinanzi ai nostri occhi ha elementi noti, uguali e costanti nel tempo.
Tanto che Kenneth Grant, un esegeta dello stesso Crowley si premura di affermare, se mai ce ne fosse bisogno, che «[…] l’uso sodomitico del sesso a scopi magici […] è formula valida».

Federico Mavì, o chi si cela dietro questo pseudonimo, racconta che «nel rapporto sodomitico […] esistono radici, non già nella perversione gratuita, ma nell’arte mistica alchemica».

Lungi da noi ogni tentativo di discriminazione causato dall’appartenen za ad un’area etnica, religiosa, culturale, politica o sessuale. Sappiamo troppo bene che invero l’unica concreta discriminazione a questo mondo è quella del Potere Oscuro contro chi non ha alcun potere, sic et simpliciter.
L’unico vero, autentico, razzismo è il disprezzo – lo ribadiamo - del Potere Oscuro ai danni di chi non ha potere. Se non fosse così non si spiegherebbe come mai tanti gay facoltosi siano ai vertici assoluti della moda, dell’industria culturale, della finanza, e au contraire una miriade di gay non abbienti siano discriminati tout court.
Uno su tutti, Alain Danielou.
«In Francia [un suo libro; N.d.A.] ebbe subito una grande risonanza mediatica grazie ad una puntata del programma televisivo Apostrophe […]. Il presentatore Bernard Pivot, cominciò il programma presentando Alain Danielou come “indianista e omosessuale […] facente parte dell’ establishment parigino. Suo fratello Jean, il cardinale, e suo cognato George Izard, l’avvocato, non avevano fatto parte entrambi dell’Academie Française?
Pivot aggiunse infatti. “Voi siete un marginale che è riuscito a sfondare”».
Come ebbe a dire Humphrey Bogart in Casablanca: “È la stampa… bellezza!”, e noi facendogli il verso: “È il borsellino… bellezza!”.
A New York, al ristorante Le Cirque – uno dei templi della ristorazione di classe – non si nega un Sassicaia, o uno Chateau Lafite, a nessuno, a prescindere da qualsiasi etnia o gusto sessuale di sorta, purchè fornito di abbondante pecunia. Questa è la vera discriminazione .

Cerchiamo di far tesoro di quanto scrive lo storico ebreo Cecil Roth: [egli] «afferma che gli ebrei possiedono requisiti eccellenti per far da agenti segreti», e così auspichiamo – confortati da tanta celebre fonte - animi più calmi, e volti più sereni.
Vale la pena di ricordare che Freud, confezionò un discorso di empatia profondissima con la loggia in capo del B’nai B’rith, la massoneria ad uso degli ebrei. Non riuscì a leggerlo lui stesso ma lo fece fare a suo fratello Alexandre.

«I grandi pensatori ebrei del XIX secolo avevano compreso che per vincere sul piano della storia universale dovevano eliminare l’antico ordinamento cristiano del mondo, dunque accelerare la secolarizzazion e e la disgregazione di quell’ordine, diffondendo i concetti della dissoluzione».
Freud – da uomo arguto - era consapevole di questi disegni?
A sentire il Vannoni, mentre «Carl Gustav Jung apparteneva al Rito Scozzese Rettificato […] una frangia massonica […] Freud apparteneva […] assicura Pierre Mariel, che oltre ad essere un affermato studioso di esoterismo è anche membro di tale Rito, a una massoneria del tutto diversa […] quella dei B’nai B’rith […] riservata solo agli ebrei».

«Jung dopo aver abbandonato, in giovanissima età, il calvinismo svizzero, la fede nella quale era stato cresciuto, era rimasto senza una propria chiesa; per lui l’ebraismo, come l’occultismo, era un’intrigante chiesa della porta accanto».
«A spingere Jung verso gli gnostici fu il loro modo di pensare per paradossi.
Perciò Jung si identificò qui con lo scrittore gnostico Basilide […] e assunse parte della sua terminologia: per esempio, Dio inteso come Abraxas. Fu un deliberato gioco mistificatorio» .

Vogliamo porre l’accento sul “gioco mistificatorio” per riallacciarci a quanto si è detto all’inizio?
Insomma se l’abito è vero che non fa il monaco, un certo habitus umano invece, di quelli elencati sopra, permette di tessere reti di conoscenze, estese quanto compatte nei loro scopi, e quindi di essere un passepartout che apre moltissime porte nelle stanze del potere, altresì negate alle persone qualunque.

***

Stessa negromanzia si replicò in Francia con il filosofo marxista Louis Althusser che il 16 novembre 1980 uccide, strangolandola, la moglie, Hélène Rytmann, tanto per essere un po’ “femminista” per davvero.
Pensate che sia stato condannato? Che abbia scontato la pena?
No, di certo. Un consesso di giudici lo dichiarò nel febbraio 1981 mentalmente incapace di intendere e di volere.
Nel novero di questo carro funebre spicca la vicenda di Ed Sedgwick. Bella ereditiera di una facoltosa famiglia americana, la Sedgwick, giovane quanto promettente attrice della Factory di Andy Warhol, finì distrutta dalle droghe in men che non si dica.
Ne L’amor mio non muore, un “sussidiario” per il perfetto rivoluzionario sessantottino troviamo uno squarcio significativo di come si immaginava allora la società perfetta del futuro e che impressiona per l’estremo realismo nel raffigurare il quadro contemporaneo popolato da “animali parlanti” stile Grande Fratello, l’Isola dei Famosi, e via di seguito, nella sequela di quella grande agenzia della diseducazione che risponde al nome di TV.
Quello che allora appariva come miraggio di stampo nietzschiano dell’Uomo Nuovo (“Diventa ciò che sei”) è incredibilmente comparso, ritagliato come una figurina al millimetro, nel giro di pochi decenni, a mo’ di Golem, con tutte le sembianze e le movenze del caso, all’insegna del più grande conformismo edonista.
Adorno stesso, esprimendosi nella sua peculiare ambiguità ove una mezza verità diventa mezza falsità, e viceversa, in un labirintico gioco degli specchi, scrisse a proposito che «l’oppressione del conformismo che grava su chiunque produca diminuisce ulteriormente le esigenze che questi rivolge a se stesso. Ciò che si sta disgregando è il centro dell’autodiscip lina spirituale in quanto tale».
In effetti, e lo vedremo a fondo più avanti, il focus nodale a cui si è teso in una maniera spasmodica in questa rivoluzione “colorata” che risponde al nome del Sessantotto è stato proprio quello di centripetare fino allo sbaraglio, sino allo scasso forzato, l’autodisciplin a spirituale.
Un tipo umano – figlio assolutamente legittimo del ’68 - che ha introiettato tutti i suggerimenti del marchese De Sade (“Godi sempre di te stesso e dei tuoi simili senza domandarti se è giusto e lecito”) senza avere neanche un briciolo del suo essere aristocratico, ma anzi, sprofondando nella più immensa cafoneria, mancanza di classe e contadineria immaginabile, a prescindere dai livelli di reddito e di censo.
Fabrizio Corona era già all’orizzonte.

«Il gioco più divertente di tutti è fare l’amore. Fin dall’antichità ha procurato le più grandi gioie che esistono. Per fare questo bisogna mettersi tutti nudi e accarezzare il corpo e le parti sconosciute dei vostri compagni e delle vostre compagne. È molto bello! Non date retta ai vostri genitori quando vi dicono che toccarsi è pericoloso. Non è vero! Non ha mai fatto male a nessuno!
Guardatevi dai fumetti menzogneri quando il denaro è necessario per divertirsi. Quando non avete i soldi per comprarvi un dolce, un libro, un giocattolo o altre cose che vi piacciono rubatele, perché sono vostre! Tutto ciò che desiderate è vostro […].
Tutto quello che vi hanno detto sul dovere, la patria, la gerarchia, la disciplina, la cultura generale, la religione e la morale e le leggi è completamente falso. Sono tutte fesserie. Bisogna sbeffeggiare chi vi parla di queste cose: ridetegli in faccia! Quando i genitori vi dicono: “Dovete essere riconoscenti……” , voi dovete rispondere: “Genitori, su di noi non avete alcun diritto….non illudeteci di poterci comandare”.
Riassumendo: solo gli imbecilli studiano, obbediscono, pagano e fanno non tutto quello che fa loro piacere. Intelligenti sono soltanto coloro che hanno il coraggio di avere un unico scopo nella vita: divertirsi!».

La parte liberal del culturame rifiuta a parole questa pesante “eredità” sessantottina ma poi la sottoscrive con i fatti. È proprio di questi giorni, sul finire del 2012, sentire Franco Bolelli del giro di Repubblica, asserire in TV a Le invasioni barbariche (nomen omen!) che «sono le regole a doversi adattare al bambino, e non è il bambino che si deve adattare a loro»!
Del resto, la funzione scardinante di quello che potremmo definire insurrezione erotica, una “possessione” assolutamente realistica, oltre e contro ogni ordine di qualsivoglia genere, non è nuova nella storia. Durante la rivoluzione francese, a partire da De Sade sino a Fourier, passando per Mirabeau, la produzione di letteratura pornografica fu veicolo di profondissima sovversione sociale.
Ci avverte così il “fine” aedo della folie circulaire Zolla: facciamo bene attenzione a cosa dice in quanto il monocolo di cui ci dota è quello di chi sa.

«Il gusto di parteggiare per il perdente porta ad avventure incredibili e alla fine ripugnanti. Non soltanto gli oppressi dalla tracotanza dell’industria o dalla ragion di Stato attraggono come calamite la sensibilità romantica, ma anche gli inetti, i viziosi e infine gli abietti. Il romanticismo estremo ribalta interamente il sistema dei compensi e delle pene, cambia sistematicament e di segno tutte le valutazioni non solo della morale ma del gusto.
La libertà e la superiorità al costume diventano spesso pretesti di una rivolta sadica, cioè di un estremo illuminismo, ammantanto di bei romantici pretesti.
Questa continuità fra il sadismo settecentesco e certi sospetti sdilinquimenti romantici si può seguire nella sua sotterranea continuità se si fa la storia minuziosa della fortuna di Sade. Sempre due atteggiamenti diametralmente opposti hanno un punto di contatto. Sempre due avversari inflessibili nascondono un tratto di comunanza. Fra l’estremo illuminismo e l’estremo romanticismo c’è un luogo segreto di incontri.
La continuità del romanzo gotico o dell’orrore dal ‘700 all’800, attraverso lo spartiacque fra l’illuminismo e il romanticismo ne fa fede. Uno dei frammenti di Federico Schlegel sull’Atheneum dice tutto: “Se si scrivono o leggono romanzi basati sulla psicologia, è illogico voler evitare la più noiosa e interminabile analisi delle voluttà innaturali, delle pene atroci, delle infamie più raccapriccianti , dell’impotenza più laida ai sensi e dello spirito”.
[…] Gli autori del romanzo inglese settecentesco escono a volte da quelle confraternite sataniche e sadiche note come Hellfire Club. I club del fuoco infernale. Vi si praticavano gli orrori sognati dal marchese di Sade e si ordivano le file dei complotti politici».

Ci sarebbe da chiedersi se a De Sade fu fatto scontare in segregazione carceraria uno scorcio significativo della sua vita per avere divulgato i segreti inconfessabili di certa aristocrazia malata, piuttosto che per la blasfemia e la pornografia inserite nei suoi testi.
Probabile che il Marchese De Sade fosse consapevole di ghenghe simili a quelle presenti in Inghilterra che ruotavano attorno alla figura di Jack Lo Squartatore.

«L’amico più intimo di Clarence, già suo amante, James Kenneth Stephen, era figlio del giudice Sir James Fitzjames Stephen. C’erano state malattie di mente a iosa nella famiglia Stephen […] tra le quali quella conclusasi col suicidio della cugina di Stephen, Virginia Woolf […]. Fino a diciannove anni, il duca di Clarence era stato pressoché inseparabile dal fratello minore Giorgio. Poi era stata presa la decisione di nominare Giorgio sottotenente della Marina e di spedire Eddie al Trinity College di Cambridge.
Si sentiva la necessità che Eddie avesse a fianco qualcuno che sostituisse Giorgio, qualcuno che gli potesse essere amico, consigliere e maestro. La scelta cadde su J.K. Stephen, di poco maggiore d’età di Eddie. Egli provvide a un’intensa preparazione di Eddie, durata tre mesi, prima di entrare al Trinity College di Cambridge, nell’autunno del 1883. Qui, dice Harrison, Eddie entrò a far parte di una cripto confraternita di invertiti, della quale faceva parte Stephen, oltre che un poco raccomandabile soggetto, Oscar Browning, ex direttore del convitto a Eton, espulso per indebita familiarità con uno degli allievi, ma ciò nonostante ammesso a far parte del consiglio accademico al Trinity.
Pur non essendo possibile averne le prove, Harrison sostiene che Stephen diventò l’amante di Eddie. Eddie era bisessuale: Harrison definisce panerotico il suo vivo interessamento alla sessualità. Altrettanto sarebbe stato, in misura inferiore, anche Stephen».

Se uno vuole divagare, lo faccia in maniera decorosa, almeno, e concisa.
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# Vitoparisi3 2013-03-11 08:05
Citazione Vitoparisi3:
Citazione maqlu:
Invero questo scartafaccio avrebbe potuto rispondere al nome di Due pesi, due misure. Così, tanto per naturale reazione chimica a quel doppiopesismo – primogenito figlio scemo del Conformismo più becero - che ammorba noi tutti, alla stessa stregua dell’inesorabil e coltre di smog sulle grandi città, senza distinzione alcuna.
O con distinzioni che non fanno (quasi) testo.
«Se Benjamin ebbe a dire che la storia è stata scritta finora dal punto di vista del vincitore e deve essere scritta da quello dei vinti […]» sappiamo che la vittoria ha molti padri, e la sconfitta solo orfani.
Già, il conformismo. Una parola – fateci caso – che è quasi scomparsa dal vocabolario del politicamente corretto. Epurata nei lager e nei gulag del politicamente scorretto. Gli eredi attuali dei Vopos (l’abbiamo forse cancellati dalla memoria politicamente corretta anche questi?) e quelli delle SS a guardia del mainstream progressista sorvegliano occhiuti ogni trasgressione. Quindi nessuno la pronuncia quasi più.
Eppure essa ha goduto di una grande popolarità ai tempi della feroce rivolta contro la società borghese. Se si dovesse riassumere in uno slogan quanto mai apodittico cosa ha fondato e mosso le bordate della sovversione contro l’imperante quanto presuntamente falsa borghesia, si potrebbe dire: “A morte il conformismo”.
O anche: “Facciamola finita con l’ipocrisia”.
Quindi, se tanto mi dà tanto, oggi, a decenni di distanza da quegli accadimenti, visto l’imperante successo dei valori portanti di quella svolta , i quali permeano il sociale occupando tutta la rosa dei venti, “elementi” quali la menzogna, l’inganno, la mistificazione, i due pesi due misure, dovrebbero essere scomparsi.
Perlomeno dovrebbero essere ridotti a mal partito. Invece è graniticamente vero il contrario.
Il conformismo e di conseguenza il doppiopesismo dei due pesi e due misure impera sovrano, e fa sempre di più scuola. Ha legioni, stuoli di ammiratori e di aficionado.

Per amore del paradosso, io sono grato – in qualche modo – a Ricucci. Sì, proprio Stefano Ricucci, meglio noto come il capoccia dei furbetti del quartierino. Ricucci, difatti, fu messo in croce – al di là dei suoi misfatti reali – con la gogna mediatica più intransigente. Gli fu addirittura dedicata una satira da un settimanale en vogue dileggiandolo in quanto si abbuffava di pasta al forno, e mangiava a bocca aperta, mentre parlava. Lo si è deriso perché originario di un paesino di provincia, Zagarolo. Lo si accomunava con l’ignominioso filmuccio L’ultimo tango a Zagarolo, con Ciccio e Franco, parodia della perla progressista Ultimo tango a Parigi, firmata dalla vedette del cinema Bertolucci.
Eppure nessuno si è mai azzardato ad accennare alla benché minima derisione all’indirizzo di Alain Danielou, vate cerimoniale, acclamato all’unanimità ai quattro venti, del culto del fallo, dell’eros e della Natura.
Eppure Danielou stette proprio a Zagarolo per lunghi anni.
Quindi due pesi e due misure?
Per il contadinesco Ricucci la foga e l’onta, il ludibrio urbe et orbi; per il raffinato (si fa per dire…) esteta francese, nulla.
Non solo. Il mangiar villano di Ricucci è un obbrobrio, e qui concordiamo in pieno che l’eleganza interiore si manifesta anche attorno al desco. Ma… c’è sempre un ma! Si dice che la Storia non si fa con i “se” ed i “ma”. Ma a Lor Signori potenti, anche i “ma” possono contare assai. Infatti, se a tavola è assiso un personaggio “giusto”, un fratello – come dire? – di buona cerchia, allora tutto è, magicamente, permesso. Anzi. La cosa che era prima assai sconveniente, diventa alchemicamente un vezzo signorile di gran fascino.
Ne volete la prova?
Eccola qua, servita con fiori e cotillon di circostanza.
«Parigi […] Pare si diverta a coltivare una certa volgarità, come se si divertisse a provocare l'ovattato mondo della finanza: a tavola si toglie le scarpe e spesso si annoda il tovagliolo attorno al collo. Ma bisogna fare attenzione alle apparenze, perché questo ricchissimo signore è anche un raffinato collezionista d'arte […] genio della finanza per alcuni, pescecane senza morale per altri, Antoine Bernheim non lascia nessuno indifferente. Numero due di Lazard Frères, ma in rapporti ben poco cordiali con il gran capo Michel David-Weill, instancabile ordinatore di trame e complotti finanziari, burbero ai limiti della maleducazione […] del resto, lui stesso sembra compiacersi in questo ruolo di uomo complesso, enigmatico, maniaco del segreto».
Avete capito la musica? Qui siamo in presenza della volgarità tout court, ma il giornalista, nel descrivere Antoine Bernheim, potentissimo nume della finanza internazionale tende ad essere benevolo, anzi, in corner, finisce per esaltarne la raffinatezza come fosse, colmo dei colmi, un arbiter elegantiae.
Due pesi, e due misure, appunto.
Ancora un esempio. Saul Bellow, premio Nobel per la letteratura, nel suo roman à clef Ravelstein, ritratto à gouache di Allan Bloom, filosofo neocon americano, allievo di Leo Strauss, e propalatore della nobile menzogna, nonché – no need to say - omosessuale, lo descrive con la stessa propensione ad essere porco e volgare a tavola.
Ma non è finita qua, essendo la tecnica adottata seriale va avanti ad libitum. Venne fuori a proposito di Ricucci la questione della sua laurea conseguita presso un’università di San Marino denominata Clayton. E giù sfottò a non finire. Peccato che nessuno ebbe da dire nulla o quasi su Gioacchino Ligresti, figlio di Salvatore, che era compagno di corso di Ricucci.
La sperequazione morale era già entrata in ballo con Ligresti. Si ebbero grandi sollevazioni di scudi a proposito delle affiliazioni siciliane di Berlusconi, e degli ingenti patrimoni legati, pare, in qualche modo a quell’egida territoriale, ma nessuno scatenò neanche un’oncia di fuoco mediatico contro Ligresti, nativo di Paternò, very deep Sicilly, che ad un certo punto, quasi dal nulla, approdò nella città della bedda madonnina, borfo di pecunia, tanto da essere accolto a braccia aperte nel salotto buono della finanza meneghina. Questo però non sorprende più di tanto.
Assistendo a questo bieco conformismo che si vuol adagiare – come l’acqua nei contenitori – nello stampo, nella matrice, del Potere Nero, del Potere Oscuro, per cui tutti gli altri poteri a lui avversi, sono e debbono essere uno zero fatto con un bicchiere, non si può non reagire.
Da questa reazione è nato il presente zibaldone.
È di nuovo tempo di samizdat.
A mo’ di abbecedario, a guisa di collage, qui si cercherà di affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze, le convinzioni personali o collettive del tempo. Tramite un'analisi storica, psicologica, si cercherà di sottolineare l'abuso del paradigma messianico demonologico, che ha calpestato ogni forma di buonsenso e di pietà umana, spinto da una forza centrifuga del tutto nichilista.
Fine ultimo di questa petite bande demonologica (che poi non è tanto petite…) è quello di instaurare una paura legata alla tremenda condizione del tempo provocata dall’epidemia di peste conformista. Da osservare che gli untori che hanno scatenato tale condizione, non sono stati una prerogativa di questi tempi: se ne ha notizia, à rebours, anche nelle precedenti epidemie socio-culturali.
Ma non finisce qua. Non basta. Si potrebbe dire che l’acquiescenza verso il Gotha ci riservi questo e altro.
Il figlio di Antoine Bernheim, Pierre-Antoine, ha pubblicato, nel 1992, presso il prestigiosissim o editore francese Plon, una specie di Einaudi d’oltralpe, un libro in cui si mette in campo uno spudorato omaggio al cannibalismo senza che nessuno si periti della benché minima reazione. Anzi. Si mettono le mani avanti, e si da voce al saracino di turno, Sergio Quinzio in questo caso, che cerca di menar a destra e manca, per intimidire ogni improbabile, quanto sacrosanta, levata di scudi, dinanzi a tali bestialità.
Vale la pena di riportare per intero l’articolo apparso sul “Corriere della Sera” a firma Sergio Quinzio e Ulderico Munzi, il 26 maggio 1993, a pagina 29.
«Riti Barbari. Un libro francese racconta la storia dell'antropofagia fino ai giorni nostri. E il suo autore dichiara: “Anche i cattolici si cibano del corpo di Cristo”. Cannibali fra noi. Parigi […] sul suo volto di uomo ben nutrito appare un sorriso ironico: “Siamo stati, siamo e saremo cannibali”.
Il tono di Pierre Antoine Bernheim, studioso ed ebreo non praticante, ha un che di categorico. Perché ne è così convinto, signor Bernheim?
“Forse non è scritto nel nostro codice genetico, ma di certo è permesso”. Lo guardiamo un po' increduli. Ma il nostro sguardo cade sulla copertina del libro che Pierre Antoine Bernheim ha scritto, a quattro mani, con Guy Stravides […]. Sotto il titolo Cannibales! c'è la scena di un banchetto di antropofagi in qualche sperduta isola del Pacifico. Fa rabbrividire.
Stranamente, la loro precedente opera, sempre pubblicata da Plon, era dedicata all'immagine del Paradiso nella storia del costume. Cannibales! è costato due anni di lavoro solo per le ricerche in recenti e antichi archivi. Un panorama completo dell'antropofagia, dalla preistoria dell'Uomo di Pechino all'Egitto del 3126 avanti Cristo per arrivare al dottore in filologia di nome Andrei Chikatilo, processato nell'aprile del 1992 per aver ucciso qualche decina di persone, delle quali cucinava e mangiava le parti sessuali.
E così signor Bernheim, i cannibali sono sempre fra noi?
“Nei casi d'estrema urgenza e di estrema necessità l'uomo è ancora pronto a divorare il suo simile come i Maori scoperti dal capitano James Cook nel 1769. Si mangia della carne umana anche in qualche luogo disperato dell'ex Jugoslavia. Gli esseri normali possono trasformarsi in cannibali con estrema facilità com'è accaduto a quei giocatori latino americani che, dopo essere precipitati con il loro aereo, sopravvissero sulle Ande grazie alla carne dei compagni deceduti. Ne hanno fatto un film”.
Il cannibalismo è anche un fatto religioso?
“Pensi ai cattolici. All'Eucarestia non si trasformano in cannibali. Assorbono realmente il corpo e il sangue di Cristo. Si dirà: è un atto simbolico, il che, però, è negato dal Concilio Lateranense IV del 1215 e dal Concilio di Trento del 1545. Chi pensava che fosse un atto simbolico era considerato un eretico. I protestanti hanno accusato i cattolici d'essere degli antropofagi. Quando ingoiava l'ostia sacra, la mistica Colette Corbie aveva come una visione, quella di mangiare carne macinata. E non era la sola mistica a provare fenomeni del genere. In un catechismo del Seicento, redatto come botta e risposta, a un certo punto c'è questa domanda: perché Gesù si dà a noi sotto forma di “carne”? È usata proprio la parola “carne”, in francese “viande”.
E la risposta è stupefacente: perché consente una migliore assimilazione. San Tommaso d'Aquino, parlando dell'Eucarestia, si domanda: “Non è che i credenti, non provando il gusto di sangue e carne, potrebbero essere ingannati dai loro sensi?”.
E le altre religioni?
“Il tabù sembra più forte tra i musulmani. Ciò non toglie che ci siano stati casi di cannibalismo anche nelle terre dell'Islam. L'Egitto del 1200 conobbe la carestia, l'esodo rurale e la peste. I fatti vennero descritti da uno scienziato del Cairo che si chiamava Abd al Latif. La gente arrostiva i bambini e se li mangiava. Poi, a mano a mano, anche se i cannibali erano condannati, gli egiziani ci presero gusto. La “moda” si estese in tutto l'Egitto. E le vittime, anche adulte, erano catturate con lacci quando passavano sotto le finestre. Del resto, per tornare ai cattolici, si discusse a lungo se si dovesse mangiare carne umana in casi estremi. La risposta fu positiva. Un crociato, fatto prigioniero dagli arabi, fu spinto dalla fame a mangiare la figlia e si preparava a far subire la stessa sorte alla moglie allorché venne liberato. La Chiesa lo condannò solo a far penitenza per alcuni anni.
Avete cercato le origini del cannibalismo?
“Non abbiamo cercato la cosiddetta causa unica nell'animo umano. Noi abbiamo solo creato un Quid e un Who's Who del fenomeno attraverso testimonianze, scritti e fonti di archivio. Non abbiamo mai incontrato un cannibale nei nostri lunghi viaggi. Insomma, il nostro è stato un viaggio teorico nelle società dette cannibali e in quelle potenzialmente cannibali in frangenti di carestia o in altri frangenti. C'è anche il cannibalismo di vendetta, come accadde durante la Rivoluzione Francese o durante la Rivoluzione di Napoli del 1799 dove erano i conservatori a mangiare i rivoluzionari. Penso che non sia possibile risalire alle origini del cannibalismo. Gli antropologi materialisti dicono che il cannibalismo sia dovuto a una mancanza di proteine animali. Citano il caso degli Aztechi che mangiavano i loro prigionieri. Secondo i materialisti, non si trattava di un fatto religioso per far piacere alle divinità. Quel popolo aveva bisogno di proteine, di calorie”.
E al di là delle motivazioni religiose, delle carestie e dell'impulso della vendetta (il nemico degradato ad animale), ci sono altre ragioni che inducono l'uomo a trasformarsi in antropofago?
“L'amore, per esempio. Ci sono popolazioni, in Brasile, che mangiavano o mangiano ancora i propri genitori defunti per amore filiale, cioè per custodirli in qualche modo nei loro corpi invece di farli divorare indegnamente dai vermi. E c'è poi quel giapponese, Sagawa, che ha sostenuto, nel 1981, d'aver divorato la sua olandesina perché ne era follemente innamorato. Forse, mentiva. Molti psicotici mangiano secondo lo schema: “Ti amo, quindi ti mastico e ti assimilo”. E quei morsi che si scambiano gli amanti, nell'amplesso, non sono atti di precannibalismo ? Il serial killer americano Dahmer riduceva i suoi giovani amanti in zombie introducendo nei loro cervelli degli acidi, poi li possedeva e quando morivano, come prova del suo amore, ne conservava i resti e li sgranocchiava di tanto in tanto”.
E poi c'è la golosità ... “Le dirò di più: la carne umana è squisita. Ci sono le testimonianze di tutti i popoli cannibali e di gente occasionalmente cannibale. Mi riferisco alle cronache dei missionari ai quali era consigliato: “Perché non l'assaggiate?”. I gusti sono diversi. C'è chi dice, come gli eschimesi, che è dolce come quella del cavallo e chi dice che ricorda il maiale. Così affermarono gli Aztechi quando gustarono la carne di porco. Per altri, in Occidente, assomiglia alla carne di bue. In Normandia si ricorda ancora il “saraceno arrosto”. Per alcuni, invece, ha il sapore della cacciagione. Il gusto cambia a seconda delle razze. In Oceania gli indigeni trovavano i “bianchi” immangiabili perché salati. Preferivano i cinesi che si nutrivano di riso”.
Lei dice che si mangia ancora carne umana?
“Direi dappertutto. Durante la rivoluzione culturale, in Cina, si cucinavano, per vendetta, gli oppositori. E poi pensi ai boat people e ai rifugiati curdi. Si mangia ancora carne umana in certe montagne della Nuova Guinea, in Amazzonia e in luoghi insospettabili. Ci sono, inoltre, i riti satanici in America o in Africa. Nelle sette, come quella di Waco, il passaggio al cannibalismo è facile. Il futuro ci annuncia, a causa dell'incremento demografico, dei grandi banchetti a base di carne umana. L'Ucraina della carestia degli anni 1932 e 1933, dove ci si divorava tra vicini di casa, sarà un ricordo trascurabile. L'Uomo di Pechino era cannibale. Dio, creandoci, non ci ha impedito di diventare cannibali”.
Prosegue Quinzio: “Ma non dimentichiamo che quello cristiano è un Banchetto mistico. Antropofagia ha un senso molto preciso: “Mangiare carne umana”.
Ma “Mangiare carne umana” ha invece una sterminata gamma di significati, nel senso che l'atto può avere motivazioni diversissime. Mettere sotto la stessa etichetta di Antropofagia il delitto del criminale che tortura fino alla morte le sue vittime e ne mangia i pezzi conservati in frigorifero e la liturgia cristiana dell'Eucarestia, probabilmente non aiuta molto a capire. Sarebbe un po’ come raccogliere sotto un unico titolo, “Tagli da lama”, le coltellate dell'assassino e il lavoro del chirurgo.
Fatta questa precisazione preliminare, l'antropofagia resta un tema sconcertante, uno degli ultimi tabù, che sussiste accanto a qualche altro più debole ancora di lui, come l'incesto. Sulla necrofilia poi si potrebbe scrivere un libro provocatorio come quello di Bernheim e Stravides. Bernheim è un ebreo, e l'appartenenza a questa tradizione esaspera la sua sensibilità sul tema prescelto, perché l'ebraismo prova nei confronti del morto un orrore che altre culture non conoscono. Comunque sia, ci si può cibare di cadaveri umani per sottrarsi alla morte per fame (e qui lo “Stato di necessità” potrebbe giustificare l'antropofagia più o meno come l'omicidio, se non intervenisse un più forte tabù religioso). Ci si può cibare di carne umana credendo di impossessarsi delle virtù del morto; o per devozione filiale, come avveniva in Cina, in modo di non abbandonare alla putrefazione il corpo del padre. Ci si può cibare di carne umana per follia, disprezzo, odio.
È un cibarsi di carne umana anche l'Eucarestia? I cattolici sono dunque cannibali? Si può forse dirlo, sempre che si tenga presente che non tutte le forme di antropofagia, come si è detto, si equivalgono, e che “cannibale” suona invece come un degradante insulto. Le specie eucaristiche non sono semplicemente un simbolo di Cristo, non sono tali né per i cattolici, né per gli ortodossi, né per i luterani, né per altre (certo non tutte) confessioni cristiane. Dunque, chi se ne ciba compie un atto di antropofagia. L'Eucarestia è però qualcosa di teologicamente arduo e complesso, e la sua riduzione a cannibalismo, nel migliore dei casi, semplifica un po’ troppo le cose, lasciando sospettare l'intenzione di épater le burgeois.
Forse dovremmo parlare, piuttosto che di antropofagia, di “teofagia”, e sul tema del “Mangiare il Dio” si potrebbe scrivere un altro libro. In ogni caso, se volessimo includere senza le dovute precauzioni l'Eucarestia nell'antropofagia, troppe cose resterebbero fuori. Per esempio, il sacrificio eucaristico rinnova “realmente”, ma “misticamente”, la passione e morte di Gesù Cristo, secondo la dottrina tradizionale; la quale parla perciò di “Mistero eucaristico”. Dunque, anche la consumazione dell'Eucarestia è “reale”, ma “mistica”. Non è facile dire ciò che questo significa, ma indubbiamente stabilisce una non trascurabile differenza nei confronti dell'antropofagia “reale” e niente affatto “mistica”.
Infine, andrebbe ricordato che il “Banchetto eucaristico” è una prefigurazione e anticipazione mistica, appunto del “Banchetto escatologico”, e che quindi comprende numerosi sensi simbolici. Comunque, è vero che l'Eucarestia stabilisce un contatto, una qualche continuità con i più remoti riti dell'umanità, e quindi anche con le più oscure profondità dell'animo umano, quelle che non possiamo presumere di cancellare con un tratto di penna».
Pierre-Antoine non è solo uomo di lettere, ma anche banchiere alla banca Lazard, quindi un illustratore attendibile di cosa alberga nelle menti e nelle non tanto recondite voglie dei circoli dell’alta finanza iniziatica.
Il tempo appare immobile per lunghe classi di età, poi, all’improvviso si mostra come una cometa inaspettata, e tutta la movimentazione delle cose, e degli animi subisce un’accelerazion e vertiginosa. Il terre motus del ’68 e dintorni ha costituito questo fenomeno di artata disintegrazione di un certo esistente borghese, per poi raggrumarsi, decadi dopo decadi, in un post moderno sparso su una melassa avvelenante di cupo conformismo, di una morale pret-à-porter, pronta ad essere stirata, deformata, e malformata a seconda dei propri porci comodi.
In parole povere: in una liturgia della mistificazione.
Oh, che parole grosse, diranno alcuni. Forse. O forse no, visto che circola la voce piuttosto insistente che uno strabiliante, quanto veneratissimo, maestro della Cultura, ovviamente con la C maiuscola, ospite di certi club che trovano i loro naturali habitat à la page in siti quali Sankt Moritz, Crans, Georgetown, l’isola Grand Cayman (terrior “squisitamente” britannico, che consta di oltre seimila banche), o – in caudam velenum - Honk Kong, recitasse come un mantra il seguente motto, e che gli astanti, il parterre du roi, lo condividesse in pieno:
Non c’è cosa più sopraffina che tradire il proprio miglior amico.
O per dirla con il celebre motto di Adorno: «il tutto è falso».
Spinosa questione invero, credere che simili ambienti così altolocati possano coltivare anche solo di rimando, anche solo per sbaglio, un credo di siffatta caratura disfattista. Per quello che vale, ad esempio, è notizia pubblica - e la stampa ne ha dato pieno risalto – che è esistita una densa zona oscura composta di reticenze, silenzi, ingiustificate ritrosie e massima indifferenza intessuti attorno la morte di Edoardo Agnelli.
Fu un vero suicidio o cosa altro ai danni del futuro erede della famiglia più potente d’Italia?
E questo ambiente ha da spartire qualcosa con gli iniqui misteri di calciopoli intessuti da Moggi e da Conte? Possibile che nessuno ai vertici potesse “non sapere”? In altre occasioni il “non poteva non sapere” era materia scontata ed ha equivalso in sede giudiziara ad una condiscendenza dello status quo, e quindi ha portato ad una condanna.
Sappiamo che la “bellezza della stampa”, per dirla con Humphrey Bogart, lascia il tempo che trova, con tutto quello che guadagnano di immondo, rispetto alla loro veritieria capacità di inchiesta, i direttori delle testate più importanti volte a eterodirigere le opinioni della populace, ma rimane un vago sentore di vox populi vox dei.
Gigi Moncalvo, una voce solitaria recitante nel deserto, coraggiosa quanto temeraria, ha provato nel suo I Lupi e gli agnelli, a descrivere tale impalcatura di matrioske. In pratica, la messa in atto di una tragica bellum omnium contra omnes di cui sono stati oggetto i figli contro la loro stessa madre. Se James Hillman aveva avuto l’ardire di rivitalizzare le antiche faide, allora ai giorni nostri tutto questo si è avverato di nuovo.
***
Attenzione! Non siamo impressionati da un moralismo da operetta da tre soldi! Non stiamo girando qui attorno al concetto di bugia, né tantomeno ci stiamo facendo scandalizzare dalle capibili debolezze umane. Non si tratta della proverbiale quanto innocua “dissimulazione onesta” del sagace Torquato Accetto. No. Qui abbiamo a che fare con l’oltre inganno in carne ed ossa. Qui si tratta, si ha a che fare, con la deliberata gestione della menzogna ai fini della costruzione della mistificazione. Del principio del mysterium iniquitatis. Tenteremo di tracciare – con tutti gli interrogativi del caso - un’ermeneutica di questa spaventosa quanto terribile “filosofia del tradimento”.
Uno stesso velenoso banditore del ’68, Adorno, rilevava che «tra i motivi della critica della cultura ha sempre occupato un posto centrale il motivo della menzogna». Quindi “viaggiamo” sul “sicuro”.
Jerry Rubin in persona, alfiere del ribellismo sessantottino, ebbe a dire:
«Abbiamo combinato gioventù, musica, sesso, droga e ribellione, col tradimento: e questa è una combinazione difficile da battere».
«Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la sua forma alienata, le potenze oggettive che determinano l’esistenza individuale fin negli anditi più riposti». Ebbene, quello che segue è un muoversi (da errabondo) scrutando queste “potenze oggettive”.
Il tradimento messo in pratica da queste camarille vuol portare direttamente ad «un eccesso di degradazione [quale] maggior “santità”, e che quanto più velenosa era la perfidia, tanto più si avvicina […] il giorno della “redenzione”».
Questo testo quindi può esser visto come un baedeker di un viaggio nei meandri del Potere Oscuro di cui – confessiamo – non possiamo pretendere di detenere le chiavi di volta, da quidam quale siamo, nel senso che questo è un itinere di un percorso da fare assieme al lettore che possa dare, ad entrambi, scorci significativi quanto poco noti, tanto scarsamente meditati. Spetterà al lettore trarre le sue conclusioni se questo zigzagare attraverso una moltitudine di fatti, avvenimenti, testimonianze, nessi apparentemente del tutto casuali, come nella giubba di Arlecchino, talvolta affastellati assieme come in un mucchio di bastoncini di shangai, dia o no un identikit plausibile del volto del Potere Oscuro. E delle incontrovertibi li volontà di maleficio di quest’ultimo.
Del resto ci rammentiamo tutti che lo stesso San Paolo ci ammoniva affermando che il mistero dell’iniquità è esplicabile solamente in termini spirituali. Ciò sta a significare che la persona razionale, normale, la quale vive in accordo con la civiltà e la moralità cristiane, è inabilitata a comprendere appieno cosa muove questa malvagità. È appunto un mistero. Il mistero dell’iniquità è la caverna abitata da chi è posseduto dalle forze energiche di Lucifero. La sinagoga di Satana, principe della menzogna.
Come nei prismi, in cui il raggio di luce si infrange, dando adito a variegate correnti di luce, così in questo centone, il tentativo è quello dispiegare una serie di rifrazioni per poi ricomporre il disegno finale, con un’unità di intenti. Si sa che nel tratteggiare le costellazioni, per farle apparire visivamente, si debbono unire a mo’ di zigzag i vari punti con delle linee. Alla fine, se la via del tratteggio si sarà rivelata quella appropriata, allora apparirà in tutta la sua chiarezza la forma della figura astrale, vero oggetto di indagine. Quindi non le stelle su misura di cui andava parlando Adorno, ma bensì la misura delle stelle.
Il lettore particolarmente benevolo spero ci perdonerà di averlo costretto a volteggiare, come nella giostra quando si era bambini, assieme a noi in questa chicane spericolata, in questa serpentina da alambicco letterario, di citazioni, voci, commenti provenienti da fonti così disparate quanto eterogenee. Per di più, diverse volte proclamate da partiti e fazioni in aperto contrasto tra di loro, e anche contro lo stesso approccio del presente testo.
Riteniamo che averlo fatto abbia comportato una maggior completezza da un lato, ed una maggiore obiettività dall’altro.
In ultimo chiediamo di farci il piacere di risparmiare la critica “automatica” imperniata sul dato che lo Zeitgeist qua dipinto sia solo un mero fatto teoretico. Per restare soltanto all’orizzonte italiano (ma la cosa vale globalmente), una rapida lettura de Il caso Genchi a firma di Edoardo Montolli, spazzerà via ogni dubbio a riguardo della precipua “perfezione” a cui è giunto l’esercizio della mistificazione istituzionalizz ata. Il tradimento assunto e sussunto come afflato (im)morale, vera e propria minima moralia per la società cosiddetta civile, è divenuto la norma nella gestione del potere quotidiano, micro o macrospico che sia.
Questo testo è il diario di come tutto ciò possa essere avvenuto, dei suoi registi, dei suoi produttori, dei suoi art-directors, del suo a cui prodest.
Sposiamo, in ultimo, in pieno le parole che ebbe Primo Levi «a proposito del genocidio cambogiano perpetrato dai khmer rossi del generale Pol Pot: “È colpa nostra se ne sappiamo così poco. È colpa nostra, perché avremmo potuto leggere meglio, saperne di più. Leggere i pochi libri usciti sull’argomento. E non lo abbiamo fatto per pigrizia mentale, per amore del quieto vivere”».
Riteniamo che queste parole si cuciano alla perfezione a quell’arcano, a quell’incantesi mo, come ebbe a dire Claude Lévi-Strauss a proposito di un celebre canto sciamanico, che risponde al nome del Sessantotto.

«Eravamo una compagnia […] non siamo mai diventati una lobby, nessuno di noi ha mai indossato l’eskimo, nessuno di noi ha fatto carriera, mentre molti di quelli che indossavano l’eskimo sono diventati direttori, direttori editoriali, editorialisti, commentatori con fotina, savonarola televisivi, vignettisti buoni per tutti i giornali e per tutte le stagioni, da “Lotta Continua” al “Corriere della Sera”, da “Repubblica” a “Cuore”, moralisti osannati a destra, a sinistra e al centro, protagonisti dell’antidietro logia, in verità fustigatori di tutte le dietrologie degli altri ed esaltatori di una, la propria.
[…] Non fummo più noi i giornalisti democratici, “democratici” divennero gli altri, i “garantisti”, quelli che giuravano sulla trasparenza del professor Toni Negri, titolare della cattedra di Diritto dello Stato presso l’Università di Padova e folle predicatore della violenza da praticarsi con il passamontagna calato sul volto».








Capitolo I

La Nascita della Tragedia Allucinogena

«Caro Direttore,
vorrei segnalarLe un libro che – conclusioni a parte - è singolare e interessante: Piovra gialla. La mafia cinese alla conquista del mondo, di Francesco Scisci e Patrizia Dionisio […]. In questo libro si descrive e si documenta come le entità denominate Triadi abbiano raggiunto il quasi esclusivo controllo del mondo dell’eroina, e altre droghe, e dispongano di mezzi finanziari enormi; e mentre già controllano l’economia di alcuni Paesi orientali (Cina comunista e Sudest asiatico), si siano saldamente installate anche in Usa, Gran Bretagna e Olanda – in Italia, Francia e Spagna siamo agli inizi - e, in conclusione, procedano speditamente alla conquista di buona parte del mercato mondiale.
Queste Triadi non sono enti che lavorano per il bene dell’umanità, ma gli autori del libro – uno di essi è il sinologo del “Manifesto” - non si allarmano molto, anzi sotto sotto sembrano quasi compiaciuti per quello che potrebbe essere una revanche del mitico Oriente sul marcio Occidente cristiano.
Ho cercato di approfondire un tema così nuovo, ma sulla dottrina, prassi e sulla storia di queste entità ho trovato ben poco. Unica eccezione un vero e proprio testo sacro: La Grande Triade di Guénon, edito anni lontani dalla massonica Atanor, poi ripubblicato da Adelphi che lo ha presentato come una prodigiosa sintesi di tutta l’opera di questo autore.
Il testo è di natura solennemente apologetica e afferma, in sostanza, che l’esoterismo della Triade è il più puro e principale che sussista al mondo e in particolare si sofferma con attenzione – rivelatrice - sui nessi tra questa spiritualità e i riti della massoneria regolare anglosassone che – secondo Guénon - è l’unica organizzazione iniziatica valida e attingibile per gli occidentali.
Dopo questa lettura mi sono chiesto: se questa Triade è una realtà così rilevante sul piano economico, finanziario e spirituale coma mai i nostri mass media e gli improvvisati inquisitori della criminalità organizzata, non ne parlano proprio mai? Non è che forse qualcuno vuole – tolta di mezzo la classica Cosa Nostra ormai, grazie a Dio, in declino inarrestabile - aprire poi le porte a qualche cosa di molto più potente, efficiente e spietata?
A questo riguardo vorrei aggiungere un altro singolare ricordo di lettura. Nelle sue Memorie, […] Altiero Spinelli ricordava un certo sconcerto come nel salotto dell’editore Adelphi, quello che ha pubblicato La Grande Triade, aggiungo io, il preclaro giornalista Giorgio Bocca, durante gli anni di piombo, illustrasse, tra il fervido consenso dell’ambiente, la necessità di un’intransigent e difesa garantista dei soggetti coinvolti nel terrorismo.
Lo stesso personaggio che, anni dopo, è diventato il più feroce sostenitore della necessità di incriminare, arrestare e condannare senza perdere tempo, sulla base di semplici calunnie e voci, quegli sventurati uomini politici cattolici che i media appartenenti alla famiglia buona avevano incluso nello scellerato teorema: narcotraffico = mafia = DC; teorema che più indiziario di così non potrebbe essere.
Tirando le conclusioni, non è ovviamente l’ennesima trasformazione che è di qualche interesse riguardo a questo personaggio, ma una domanda che si può ben porre allo stesso e magari anche a certi ambienti: che cosa pensano del vero mercato della droga e di quelle entità che lo animano, lo incrementano e lo amministrano col fine dichiarato di annichilire il Cristianesimo e quella civiltà in cui esso è innestato da duemila anni? Credo proprio che non ci sarà una risposta.

Angelo Burlando

La ringrazio per non aver preteso una risposta da me.
Il Direttore»


Dell’inizio.
«D’altro canto comincia a profilarsi un altro problema non di sistema ma di dominio. Il traffico di droga è il core element di questi traffici clandestini e questo traffico appare sempre più dominato dalla mafia cinese. Questi capitali, la straordinaria vitalità delle economie est-asiatiche e l’insistenza occidentale nel voler mantenere illegale il commercio di stupefacenti potrebbero combinarsi in una miscela mortale: l’Occidente potrebbe rimanerne sconfitto commercialmente , arretrato industrialmente e con le strade piene di drogati e malati di aids.
Per la Cina potrebbe essere la vendetta per la guerra dell’oppio: ancora una volta il papavero bianco avrebbe giocato un ruolo importante nel teatrino dei vincenti e dei perdenti nella storia».
È come un cazzotto al fegato: “l’insistenza occidentale nel voler mantenere illegale il commercio di stupefacenti”. Ecco centrato l’obiettivo! Si noti l’assonanza d’emblée - dei due autori liberal - con le tematiche da tempo tambureggiate da George Soros e compagnia sulla legalizzazione delle droghe.
Segno che alta finanza e pensiero d’avant-garde vanno (strano a dirlo?) a braccetto?
Non sarebbe però notitia criminis solo dei nostri giorni. La troviamo infatti presente ubiquamente, ad un facile scandaglio delle cronache passate.

«Due storici inglesi dell’India, Edward Thompson e G.T. Garrett, hanno descritto i primi anni dell’India britannica come “forse il punto più alto mai raggiunto dal guadagno illecito”, “una brama d’oro, paragonabile solo a quella degli spagnoli dell’era di Cortés e di Pizaro, si impadronì degli inglesi.
Il Bengala, in particolare, non avrebbe ritrovato la pace finché non fosse stato dissanguato”. Significativo il fatto, fanno notare, che una delle parole indù ad essere entrata nel vocabolario inglese sia stata proprio loot, saccheggio […]. Il Bengala allora era rinomato per il suo cotone pregiato, adesso scomparso, e per l’eccellenza dei suoi tessuti, ora importati. Dopo la conquista britannica, come scrisse il mercante inglese William Bolts nel 1772, i commercianti inglesi, usando “ogni possibile trucco”, “acquistavano le stoffe dei tessitori ad un prezzo molto inferiore al loro valore…”.
“Vari ed innumerevoli erano i metodi usati per colpire i poveri tessitori…multe , arresti, fustigazioni, l’imposizione di dazi sulle merci, etc.”. “L’oppressione ed i monopoli” imposti dagli inglesi “sono stati la causa del declino dei commerci, della diminuzione delle entrate e dell’attuale rovinosa situazione del Bengala”.
Adam Smith, forse basandosi su quanto sostenuto da Bolts… scrisse quattro anni dopo che nello scarsamente popolato e “fertile paese” del Bengala, “tre o quattrocentomil a persone muoiono di fame ogni anno”.
Questa situazione è il frutto delle “arbitrarie normative” e “sconsiderate limitazioni” imposte dalla potente Compagnia delle Indie sul commercio del riso, che trasformano la “scarsità in carestia”. “Non era insolito” che i funzionari della Compagnia, “quando il capo prevedeva che l’oppio avrebbe reso un maggior profitto”, facesse scassare “un fertile campo di riso o di grano…per sostituirlo con una piantagione di papaveri”».

Forse di fronte ai peccati – quali essi siano - di Berlusconi tanto lapidati all’unanimità dalle congreghe anglosassoni, con il forte battage della stampa d’avanguardia nostrana, (composta da eredi - de facto e culturalmente parlando - di quella schiera di italiani che tradì la Patria servendo come vili maggiordomi i poteri forti anglosassoni, ai fini della nostra disfatta in guerra) sino alla vetta dell’iceberg della copertina dell’Economist (Berlusconi is unfit to lead Italy), viene da chiedersi dove sia andata a finire la memoria di questi signori che non porta traccia alcuna delle loro infinite nefandezze.
Che abbiano anche loro una dirompente “passione per l’etica” degna dei Meridiani mondadoriani?
Eppure questi “signori” non hanno nemmeno mai accennato, come invece fa l’inglese “The Guardian” a stigmatizzare ad esempio un primo ministro britannico quale fu John Major, che si macchiò di colpe ben più lorde di quelle del bunga-bunga.
A questo proposito, in Italia, non si sciorina nessuna etica se non quella del più profondo silenzio, del più assordante conformismo allo status quo.
Il “Guardian” invece riporta che «Major scrisse lunghe lettere piene di offuscante disonestà» ai parenti di otto Fucilieri inglesi che furono uccisi dal fuoco “amico” degli statunitensi nella prima guerra dell’Iraq.
Stessa cosa reitera sempre il “Guardian” sul massacro di Srebenica, nel 1995, dove 8.000 uomini vennero letteralmente macellati a freddo dalle truppe di Milosevic e Major non fece niente per fermare queste ultime.
Vogliamo continuare?
Che dire di John Profumo, che nel 1963, in qualità di membro del governo inglese, tra le fila del partito Conservatore, si dovette dimettere a causa dello scandalo suscitato dalla sua relazione extraconiugale con Christine Keeler, una ragazza squillo che allo stesso tempo intratteneva una tresca con l’attaché navale russo, e spia, Yevgeny Ivanov?
A quando una copertina dell’ “Economist”?
Aspettiamo – trepidanti - che Bill Emmott, sempre pronto a fustigar i costumi di casa nostra, scriva presto un editoriale, ovviamente ospitato dai nostri quotidiani eccelsi, o giri un cortometraggio su Profumo o su Major.
Chissà che la nostra attesa non venga delusa…

Ma continuiamo a seguire i foresti mastri d’ascia di queste figure da pasionara dell’etica.

«Nei primi anni dell’Ottocento, i redditi dell’East India Company derivanti dalla vendita dell’oppio alla Cina, scrive Keay, venivano subito dopo le rendite terriere, “con profitti tali da poter soffocare qualsiasi scrupolo morale degli inglesi e da opporsi con ogni mezzo alla richiesta cinese di bandire quel narcotraffico”» .
Stiamo iniziando ad inquadrare da quali oscuri loggioni si pretende di impartir lezioni di morale?
Il termine “oscuro”, di matrice iniziatica non desti facile scalpore, né tantomeno faccia alzare il sopracciglio che si agita ad ogni sentor di complottismo.
In un libro privo di ogni sospetto del genere, ed anzi, che è un manifesto neanche tanto celato di un’apologia di questi nuovi vandali della finanza (così nel testo), nucleo centrale appunto del Potere Iniziatico, a firma di Gregory J. Millman, Finanza barbara, si parla espressamente della nascita di un nuovo invisibile potere di pochi iniziati in grado di muovere le leve della nuova finanza e del famigerato libero mercato.
Per questo il titolo del presente testo porta la “e” commerciale &. Vedremo nel prosieguo che la centrifuga del ’68 non fu nient’altro che un “prodotto culturale” generato e terminato dalle banche.
Tutto nasce dalle banche e tutto muore nelle banche.

***

Quasi per caso “inciampo” in una recensione del libro Ninna Nanna di Chuck Palahniuk che per le vicissitudini singolari della vita sembra illuminarci in questo viaggio nel cuore di tenebra del Potere Oscuro.
Dice Palahniuk: «Ninna Nanna è la storia di un incantesimo che si propaga come un virus, e i richiami al Grande Fratello nel libro abbondano.
Gli incantesimi e la magia hanno in comune il loro essere contorti. Più l’incantesimo è contorto, più il suo effetto sarà di contorcere e deformare la mente della vittima. La confonderà. Si impossesserà della sua attenzione. La vittima inciamperà. Avrà i capogiri. Non riuscirà a concentrarsi. Proprio come il Grande Fratello coi suoi canti e i suoi balli.
Non è che “l’immaginazion e al potere”, il celebre slogan del ’68, si sia realizzato, sì, ma in un modo perverso?».

La storia di questa perversione, di questa possessione degli individui operata dalla rivoluzione sessantottina, è uno dei temi portanti di questo libro.
Per capire la portata di questo sconvolgimento si possono rammentare parecchi “quadretti” esplicativi del prima e del dopo ’68. Uno lo troviamo in Adulti con riserva. Come era allegra l’Italia prima del ‘68, di Edmondo Berselli.
A pagina 9 leggiamo: «Una volta mio padre venne candidato alle comunali, un po’ controvoglia, e sul giornale locale pubblicarono addirittura la sua foto, con una biografia che lo dipingeva come una specie di eroe della resistenza al comunismo “nella difficile realtà emiliana” […].
Un secolo dopo, eravamo tutti di sinistra, alcuni molto franco-fortesi e adorniani, o marcusiani, hegeliani e freudiani, e si leggevano libri che volevano smantellare la famiglia o distruggere la scuola borghese […]».

Più nello specifico, la biografia del leader del gruppo pop The Doors, Jim Morrison, è un suggello, non ultimo di una serie di segnali inequivocabili, dell’aura mortifera, che la dice lunga sul carattere profondamente nichilista del Movement che mentre esaltava la “vera vita” finiva per schiantarsi nella reale morte. Il titolo è mutuato infatti da un leit motiv dello stesso Morrison che recitava così: Nessuno uscirà vivo di qui.
Non si creda che quella di Morrison sia stata una vicenda a se stante. Una vicenda posta qua solo per esaltare le tesi pro domus nostra.
La lista di personaggi che sono finiti come larve umane, suicidati, auto-annichiliti o protagonisti di fatti cruenti quanto letali è lunghissima. Un’autentica porzione di cimitero. Singolare - quanto tremendo - il caso di William Burroughs, uno dei più accaniti mallevatori della Controcultura libertaria che, ricordo, fra i suoi fini centrali aveva quello del femminismo, e della liberazione della donna.
Ebbene, egli sparò a sua moglie, uccidendola.
Un eclatante quanto terrifico prodromo del “femminicidio” che vedremo in azione violentissima negli anni post Duemila.
Parafrasando Agnelli (“La Sinistra farà quello che la destra non osa fare!”), si potrebbe dire che la Controcultura oserà mettere in pratica i più efferati crimini a stento immaginati dalla peggiore Borghesia.
Ma tra la Beat Generation non son tutte rose e fiori come la vulgata vorrebbe spacciare, e così «affiorano tanti segreti e l’ultimo lo pubblica This is the beat generation a firma di James Campbell.
La storia è quella di Lucien Carr, 19enne studente della Columbia University, un esteta stravagante.
Fu proprio Carr ad attirare l’attenzione di tre giovani intellettuali che frequentavano il campus: Jack Kerouac, 21 anni, William Burroughs, 30, Allen Ginsberg, 17, che tramite lui s’incontrarono per la prima volta. Il legame con Carr durò poco: una notte il giovane accoltellò a morte un corteggiatore troppo pressante. Il giorno dopo andò al museo d’arte moderna con Kerouac e poi si costituì».
Caleb Carr, scrittore, figlio di Lucien ebbe a dichiarare: «Sono stato allevato in una famiglia in cui la violenza era all’ordine del giorno: una madre e un padre alcolisti persi e due fratelli disperati».
Una addenda. La fascinazione malefica e il connubio strettissimo tra eros e thanatos dentro l’ambiente omosessuale non è più un tabù da quando ha fatto scalpore il romanzo di Jonathan Littell, Le Benevole, in cui seppur sotto forma di prosa, la mitografia del gay tutto rose, fiori e gaiezza si disintegra in mille pezzi. Il protagonista è un omosessuale nazista e criminale incallito.
D’altra parte, sul versante della saggistica rimane tutt’ora insuperato il testo di Scott Lively e Kevin Abrams, The Pink Svastika. Homosexuality in the Nazi party, in cui si mette in luce la profonda genealogia pederasta insita nel nazismo.
Che ci sia stata qualche filiazione omosex nel nazismo, derivante - a sentir Stephen Spender - dalle deliziose «debosce berlinesi ai vecchi tempi, primo dell’arrivo di Hitler»?
Autentiche dissonanze cacofoniche per il pensiero mainstream dei giorni nostri!

Ora sappiamo chiedere venia alla canea arruolata quanto prezzolata dal politicamente corretto che si scatenerà, latrando, contro il nostro associare nelle “fenomenologie” che andremo descrivendo, categorie sociali culturalmente non solo protette ma incensate senza sosta dal pensiero corrente. A tale proposito ci si consenta di rispolverare Georg Simmel, per confutare che si tratti da parte nostra ogni erba come un fascio, il quale nel ricordare Bismarck citava le sue memorie riferendosi ad «un’associazion e di omosessuali molto radicata a Berlino, che lui aveva conosciuto nelle vesti di giovane magistrato, e sottolinea l’effetto parificante, attraverso tutti i ceti, del comune esercizio del proibito».
Niente di totalmente inedito comunque sia.

«Nell’opera del “fratello Clevel” – che fu colpito dalla censura dal Grand Orient come reo di indiscrezione e di violazione al giuramento del segreto, ma non espulso dalla massoneria […] si trova un curioso passaggio relativo a un’associazione segreta di sodomiti dal quale risulta che anche Philippe d’Orléans […] era stato un gran maestro di una società segreta, società che può aver giocato un ruolo occulto nello stabilimento degli alti gradi al tempo della rivoluzione francese».

Del resto questo fil rouge sarebbe stato attizzato – e coltivato meticolosamente - a lungo.
In «The Paris Working (Opus Lutetianum) Crowley descrive una serie di operazioni magiche che intraprendeva con l’aiuto di Frater Tradam (il poeta Victor Neuburg). Si servivano di una formula omosessuale che Crowley in seguito incorporò nel Santuario Sovrano […]» a testimonianza che il cocktail finale che si para dinanzi ai nostri occhi ha elementi noti, uguali e costanti nel tempo.
Tanto che Kenneth Grant, un esegeta dello stesso Crowley si premura di affermare, se mai ce ne fosse bisogno, che «[…] l’uso sodomitico del sesso a scopi magici […] è formula valida».

Federico Mavì, o chi si cela dietro questo pseudonimo, racconta che «nel rapporto sodomitico […] esistono radici, non già nella perversione gratuita, ma nell’arte mistica alchemica».

Lungi da noi ogni tentativo di discriminazione causato dall’appartenen za ad un’area etnica, religiosa, culturale, politica o sessuale. Sappiamo troppo bene che invero l’unica concreta discriminazione a questo mondo è quella del Potere Oscuro contro chi non ha alcun potere, sic et simpliciter.
L’unico vero, autentico, razzismo è il disprezzo – lo ribadiamo - del Potere Oscuro ai danni di chi non ha potere. Se non fosse così non si spiegherebbe come mai tanti gay facoltosi siano ai vertici assoluti della moda, dell’industria culturale, della finanza, e au contraire una miriade di gay non abbienti siano discriminati tout court.
Uno su tutti, Alain Danielou.
«In Francia [un suo libro; N.d.A.] ebbe subito una grande risonanza mediatica grazie ad una puntata del programma televisivo Apostrophe […]. Il presentatore Bernard Pivot, cominciò il programma presentando Alain Danielou come “indianista e omosessuale […] facente parte dell’ establishment parigino. Suo fratello Jean, il cardinale, e suo cognato George Izard, l’avvocato, non avevano fatto parte entrambi dell’Academie Française?
Pivot aggiunse infatti. “Voi siete un marginale che è riuscito a sfondare”».
Come ebbe a dire Humphrey Bogart in Casablanca: “È la stampa… bellezza!”, e noi facendogli il verso: “È il borsellino… bellezza!”.
A New York, al ristorante Le Cirque – uno dei templi della ristorazione di classe – non si nega un Sassicaia, o uno Chateau Lafite, a nessuno, a prescindere da qualsiasi etnia o gusto sessuale di sorta, purchè fornito di abbondante pecunia. Questa è la vera discriminazione .

Cerchiamo di far tesoro di quanto scrive lo storico ebreo Cecil Roth: [egli] «afferma che gli ebrei possiedono requisiti eccellenti per far da agenti segreti», e così auspichiamo – confortati da tanta celebre fonte - animi più calmi, e volti più sereni.
Vale la pena di ricordare che Freud, confezionò un discorso di empatia profondissima con la loggia in capo del B’nai B’rith, la massoneria ad uso degli ebrei. Non riuscì a leggerlo lui stesso ma lo fece fare a suo fratello Alexandre.

«I grandi pensatori ebrei del XIX secolo avevano compreso che per vincere sul piano della storia universale dovevano eliminare l’antico ordinamento cristiano del mondo, dunque accelerare la secolarizzazion e e la disgregazione di quell’ordine, diffondendo i concetti della dissoluzione».
Freud – da uomo arguto - era consapevole di questi disegni?
A sentire il Vannoni, mentre «Carl Gustav Jung apparteneva al Rito Scozzese Rettificato […] una frangia massonica […] Freud apparteneva […] assicura Pierre Mariel, che oltre ad essere un affermato studioso di esoterismo è anche membro di tale Rito, a una massoneria del tutto diversa […] quella dei B’nai B’rith […] riservata solo agli ebrei».

«Jung dopo aver abbandonato, in giovanissima età, il calvinismo svizzero, la fede nella quale era stato cresciuto, era rimasto senza una propria chiesa; per lui l’ebraismo, come l’occultismo, era un’intrigante chiesa della porta accanto».
«A spingere Jung verso gli gnostici fu il loro modo di pensare per paradossi.
Perciò Jung si identificò qui con lo scrittore gnostico Basilide […] e assunse parte della sua terminologia: per esempio, Dio inteso come Abraxas. Fu un deliberato gioco mistificatorio» .

Vogliamo porre l’accento sul “gioco mistificatorio” per riallacciarci a quanto si è detto all’inizio?
Insomma se l’abito è vero che non fa il monaco, un certo habitus umano invece, di quelli elencati sopra, permette di tessere reti di conoscenze, estese quanto compatte nei loro scopi, e quindi di essere un passepartout che apre moltissime porte nelle stanze del potere, altresì negate alle persone qualunque.

***

Stessa negromanzia si replicò in Francia con il filosofo marxista Louis Althusser che il 16 novembre 1980 uccide, strangolandola, la moglie, Hélène Rytmann, tanto per essere un po’ “femminista” per davvero.
Pensate che sia stato condannato? Che abbia scontato la pena?
No, di certo. Un consesso di giudici lo dichiarò nel febbraio 1981 mentalmente incapace di intendere e di volere.
Nel novero di questo carro funebre spicca la vicenda di Ed Sedgwick. Bella ereditiera di una facoltosa famiglia americana, la Sedgwick, giovane quanto promettente attrice della Factory di Andy Warhol, finì distrutta dalle droghe in men che non si dica.
Ne L’amor mio non muore, un “sussidiario” per il perfetto rivoluzionario sessantottino troviamo uno squarcio significativo di come si immaginava allora la società perfetta del futuro e che impressiona per l’estremo realismo nel raffigurare il quadro contemporaneo popolato da “animali parlanti” stile Grande Fratello, l’Isola dei Famosi, e via di seguito, nella sequela di quella grande agenzia della diseducazione che risponde al nome di TV.
Quello che allora appariva come miraggio di stampo nietzschiano dell’Uomo Nuovo (“Diventa ciò che sei”) è incredibilmente comparso, ritagliato come una figurina al millimetro, nel giro di pochi decenni, a mo’ di Golem, con tutte le sembianze e le movenze del caso, all’insegna del più grande conformismo edonista.
Adorno stesso, esprimendosi nella sua peculiare ambiguità ove una mezza verità diventa mezza falsità, e viceversa, in un labirintico gioco degli specchi, scrisse a proposito che «l’oppressione del conformismo che grava su chiunque produca diminuisce ulteriormente le esigenze che questi rivolge a se stesso. Ciò che si sta disgregando è il centro dell’autodiscip lina spirituale in quanto tale».
In effetti, e lo vedremo a fondo più avanti, il focus nodale a cui si è teso in una maniera spasmodica in questa rivoluzione “colorata” che risponde al nome del Sessantotto è stato proprio quello di centripetare fino allo sbaraglio, sino allo scasso forzato, l’autodisciplin a spirituale.
Un tipo umano – figlio assolutamente legittimo del ’68 - che ha introiettato tutti i suggerimenti del marchese De Sade (“Godi sempre di te stesso e dei tuoi simili senza domandarti se è giusto e lecito”) senza avere neanche un briciolo del suo essere aristocratico, ma anzi, sprofondando nella più immensa cafoneria, mancanza di classe e contadineria immaginabile, a prescindere dai livelli di reddito e di censo.
Fabrizio Corona era già all’orizzonte.

«Il gioco più divertente di tutti è fare l’amore. Fin dall’antichità ha procurato le più grandi gioie che esistono. Per fare questo bisogna mettersi tutti nudi e accarezzare il corpo e le parti sconosciute dei vostri compagni e delle vostre compagne. È molto bello! Non date retta ai vostri genitori quando vi dicono che toccarsi è pericoloso. Non è vero! Non ha mai fatto male a nessuno!
Guardatevi dai fumetti menzogneri quando il denaro è necessario per divertirsi. Quando non avete i soldi per comprarvi un dolce, un libro, un giocattolo o altre cose che vi piacciono rubatele, perché sono vostre! Tutto ciò che desiderate è vostro […].
Tutto quello che vi hanno detto sul dovere, la patria, la gerarchia, la disciplina, la cultura generale, la religione e la morale e le leggi è completamente falso. Sono tutte fesserie. Bisogna sbeffeggiare chi vi parla di queste cose: ridetegli in faccia! Quando i genitori vi dicono: “Dovete essere riconoscenti……” , voi dovete rispondere: “Genitori, su di noi non avete alcun diritto….non illudeteci di poterci comandare”.
Riassumendo: solo gli imbecilli studiano, obbediscono, pagano e fanno non tutto quello che fa loro piacere. Intelligenti sono soltanto coloro che hanno il coraggio di avere un unico scopo nella vita: divertirsi!».

La parte liberal del culturame rifiuta a parole questa pesante “eredità” sessantottina ma poi la sottoscrive con i fatti. È proprio di questi giorni, sul finire del 2012, sentire Franco Bolelli del giro di Repubblica, asserire in TV a Le invasioni barbariche (nomen omen!) che «sono le regole a doversi adattare al bambino, e non è il bambino che si deve adattare a loro»!
Del resto, la funzione scardinante di quello che potremmo definire insurrezione erotica, una “possessione” assolutamente realistica, oltre e contro ogni ordine di qualsivoglia genere, non è nuova nella storia. Durante la rivoluzione francese, a partire da De Sade sino a Fourier, passando per Mirabeau, la produzione di letteratura pornografica fu veicolo di profondissima sovversione sociale.
Ci avverte così il “fine” aedo della folie circulaire Zolla: facciamo bene attenzione a cosa dice in quanto il monocolo di cui ci dota è quello di chi sa.

«Il gusto di parteggiare per il perdente porta ad avventure incredibili e alla fine ripugnanti. Non soltanto gli oppressi dalla tracotanza dell’industria o dalla ragion di Stato attraggono come calamite la sensibilità romantica, ma anche gli inetti, i viziosi e infine gli abietti. Il romanticismo estremo ribalta interamente il sistema dei compensi e delle pene, cambia sistematicament e di segno tutte le valutazioni non solo della morale ma del gusto.
La libertà e la superiorità al costume diventano spesso pretesti di una rivolta sadica, cioè di un estremo illuminismo, ammantanto di bei romantici pretesti.
Questa continuità fra il sadismo settecentesco e certi sospetti sdilinquimenti romantici si può seguire nella sua sotterranea continuità se si fa la storia minuziosa della fortuna di Sade. Sempre due atteggiamenti diametralmente opposti hanno un punto di contatto. Sempre due avversari inflessibili nascondono un tratto di comunanza. Fra l’estremo illuminismo e l’estremo romanticismo c’è un luogo segreto di incontri.
La continuità del romanzo gotico o dell’orrore dal ‘700 all’800, attraverso lo spartiacque fra l’illuminismo e il romanticismo ne fa fede. Uno dei frammenti di Federico Schlegel sull’Atheneum dice tutto: “Se si scrivono o leggono romanzi basati sulla psicologia, è illogico voler evitare la più noiosa e interminabile analisi delle voluttà innaturali, delle pene atroci, delle infamie più raccapriccianti , dell’impotenza più laida ai sensi e dello spirito”.
[…] Gli autori del romanzo inglese settecentesco escono a volte da quelle confraternite sataniche e sadiche note come Hellfire Club. I club del fuoco infernale. Vi si praticavano gli orrori sognati dal marchese di Sade e si ordivano le file dei complotti politici».

Ci sarebbe da chiedersi se a De Sade fu fatto scontare in segregazione carceraria uno scorcio significativo della sua vita per avere divulgato i segreti inconfessabili di certa aristocrazia malata, piuttosto che per la blasfemia e la pornografia inserite nei suoi testi.
Probabile che il Marchese De Sade fosse consapevole di ghenghe simili a quelle presenti in Inghilterra che ruotavano attorno alla figura di Jack Lo Squartatore.

«L’amico più intimo di Clarence, già suo amante, James Kenneth Stephen, era figlio del giudice Sir James Fitzjames Stephen. C’erano state malattie di mente a iosa nella famiglia Stephen […] tra le quali quella conclusasi col suicidio della cugina di Stephen, Virginia Woolf […]. Fino a diciannove anni, il duca di Clarence era stato pressoché inseparabile dal fratello minore Giorgio. Poi era stata presa la decisione di nominare Giorgio sottotenente della Marina e di spedire Eddie al Trinity College di Cambridge.
Si sentiva la necessità che Eddie avesse a fianco qualcuno che sostituisse Giorgio, qualcuno che gli potesse essere amico, consigliere e maestro. La scelta cadde su J.K. Stephen, di poco maggiore d’età di Eddie. Egli provvide a un’intensa preparazione di Eddie, durata tre mesi, prima di entrare al Trinity College di Cambridge, nell’autunno del 1883. Qui, dice Harrison, Eddie entrò a far parte di una cripto confraternita di invertiti, della quale faceva parte Stephen, oltre che un poco raccomandabile soggetto, Oscar Browning, ex direttore del convitto a Eton, espulso per indebita familiarità con uno degli allievi, ma ciò nonostante ammesso a far parte del consiglio accademico al Trinity.
Pur non essendo possibile averne le prove, Harrison sostiene che Stephen diventò l’amante di Eddie. Eddie era bisessuale: Harrison definisce panerotico il suo vivo interessamento alla sessualità. Altrettanto sarebbe stato, in misura inferiore, anche Stephen».

Se uno vuole divagare, lo faccia in maniera decorosa, almeno, e concisa.

Che c'entrava mettere il mio nome? Io noncondivido questo post.
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# Nahars 2013-03-01 18:28
anche io non capisco bene..si preghiamo cper trattenere il Katechon ma certe molte mi viene da pensare anche
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# Nahars 2013-03-03 21:48
Citazione Nahars:
anche io non capisco bene..si preghiamo cper trattenere il Katechon ma certe molte mi viene da pensare anche

mancava la frase maran athà
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# riccardangelo1 2013-03-01 18:33
Attendevo con curiosità questo articolo, grazie ancora una vlta Direttore, dopo aver sentito l'altra sera il prof. Cacciari, alla fine della trasmissione della Gruber su La7 e dopo che questa aveva richiamato l'uscita del libro di Massimo Franco (ospite in studio assieme a Dino Boffo), annunciare con un sorrisetto sornione che quel giorno era uscito anche il suo libro su chi contrasta il Potere e dire che della cosa parlava San Paolo.
Mi sono infatti subito venute in mente le Sue pagine de "Gli Adelphi della dissoluzione".
Il giorno dopo ho letto sul sito di Avvenire l'intervista a Cacciari ivi pubblicata.
Il mio sempre più rispettoso ed ammirato saluto.
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# cgdv 2013-03-01 18:36
Da Cathopedia possiamo estrarre che nel corso della storia del cristianesimo si sono date varie soluzioni su chi o che cosa trattiene la venuta dell'Anticristo. Le principali sono:
L'Impero Romano
La Chiesa
Dio, nella persona dello Spirito Santo
La proclamazione del Vangelo a tutte le genti
L'imperatore cristiano
Il Sacro Romano Impero
Il Papa
L'Arcangelo Michele

Evidentemente dipende da chi o che cosa intendiamo per Anticristo perché se si intendesse quello che intendo io, non vedo perché non dovremmo aggiungere alla lista almeno tre "Katéchon" che in ogni caso non possono senz'altro far parte della storia del cristianesimo. Lasciando però perdere le mie fantasie e le elucubrazioni di Cacciari, il progressivo ed oggi trionfante prevalere del potere anticristico avvalora la tesi di Blondet sulla demolizione del "Katéchon". Gli esempi citati lasciano peraltro anche poco margine alla speranza che possiamo essere esentati da una crudele sottomissione.
Non ci resta quindi che credere, dopo di questo, che non possa più essere impedita la Parusia.
Giuliano
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# antonoi51 2013-03-01 18:45
Ottimo articolo, grazie direttore!
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# Doroteo83 2013-03-01 19:31
Ottime e salutari riflessioni. Grazie Direttore
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# ALANODELLAROCCA 2013-03-01 19:54
Stai lieto, pusillus grex, perchè la Madonna è qui con noi per vincere (alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà).
Ciò che si sta per verificare non è la fine del mondo, ma la fine di "questo mondo", di questa civiltà basata sulla moneta-debito e che ha provato a tributare culto a Mammona invece che a Dio.
L'epopea del Terzo Stato si sta per chiudere, anche se questo non avverrà purtroppo in maniera indolore (si dovrà passare per i Dieci Segreti rivelati dalla Madonna ai veggenti di Medjugorje, che prevedono anche durissime prove per l'umanità) e, al termine, avremo un periodo di pace.
Poi ci sarà l'Anticristo e la seconda venuta di Gesù, non prima. Prima ci sarà il tempo di pace.
Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti (Fil 4,4)
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# antaratman 2013-03-01 20:58
Citazione mdef64:
La secolarizzazion e totale che viviamo sarebbe dunque figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo ?

Come si oppone la Chiesa al suo ultimo e vero nemico rappresentato dal Capitalismo internazionalis ta, del Nuovo Ordine Mondiale tecnocratico ?


La questione è che la Chiesa per rimanere nei tempi temporali ultimi, non si è opposta. I suoi massimi rappresentati hanno seguito la loro "linea di sangue" e hanno aperto il Portone ai fautori del Capitalismo internazionalis ta e al Nowus Ordus, testimoniato in varie occasioni apertamente dal dimissionario, ma non troppo,Papa.
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# Policarpo 2013-03-01 22:12
Sì, rievochi.
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# zampano 2013-03-01 22:58
Grazie direttore
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# amsicora 2013-03-01 23:53
l'intervista dell'avvenire a cacciari è sulla rassegna stampa della camera:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=1T29TH
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# amsicora 2013-03-02 00:07
segnalo anche questa intervista di cacciari al messaggero:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=1SGT2G
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# Vitoparisi3 2013-03-02 08:55
Una volta che la gente nega la presenza del maligno, non si può difendere da esso. L'emancipatismo dei fraudolenti ingiunge aigli sprovveduti di non credere che il maligno esista, cosiche, quando questi storpia le leggi o le estranea, tutti pensano che siano i tempi intesi impersonalmente , o fenomeni affiorati a caso, chi sa perché, a determinare. I malfattori invisibili, allora, hanno mano franca.
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# cangrande 2013-03-02 12:16
Anche il traforo per la TAV in val di Susa è un modo per spazzare via il Katèchon.

Si vuole spezzare una "linea di energìa" dell'Arcangelo Michele.
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# Lucumone 2013-03-02 15:25
Si può saperne di più?
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# cangrande 2013-03-02 18:33
http://ilsole24h.blogspot.it/2011/07/scoop-tav-rischio-energetico-per-la.html
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# catholico 2013-03-08 12:35
Molto interessante questa tua osseervazione!

Poco importa che veramente esista questa energia oppure no. Dal punto di vista cattolico no, o cmq non influerebbe,
ma quello che conta è che loro, i satanisti massoni ci credono!!!
E questo spiegherebbe perchè vogliono realizzare questa assurda opera contro ogni logica economica!!!
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# antaratman 2013-03-02 17:07
Fintanto esiste ancora UN SOLO cristiano
(cattolico), inteso come persona che crede profondamente in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo e vive questo amore dandone testimonianza, NOI non avremo vinto.
Questo, se non erro, è scritto nel Talmud.
A questo punto non fa differenza che brillino mille candele o una sola, ché basta anche questa sola luce a far sì che le tenebre non prevalgano.
Potrebbe alla fine essere questo il Kathecon?
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# Gianni-84 2013-03-02 23:07
Faccio una domanda ingenua al Direttore e agli utenti: nell'islam esite un'equivalente del katechon, inteso come concetto?
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# Lucumone 2013-03-03 20:01
Nell'Islam, finché sono in vita uomini che hanno raggiunto la realizzazione spirituale, ovvero gli shaykh delle "vie mistiche" (turuq), e ci si pone sotto la loro guida e protezione, si può stare (relativamente) tranquilli. Comunque alla fine è previsto che anche di questi uomini non resti più traccia, per il semplice fatto che i maestri, non trovando più discepoli veri, decidono di non passare il testimone a nessuno, lasciando di fatto la tariqa senza vertice. Ed è quello che sta accadendo sempre più... segno che i tempi si stanno avvicinando...
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# Gianni-84 2013-03-04 13:22
Citazione Lucumone:
Nell'Islam, finché sono in vita uomini che hanno raggiunto la realizzazione spirituale, ovvero gli shaykh delle "vie mistiche" (turuq), e ci si pone sotto la loro guida e protezione, si può stare (relativamente) tranquilli. Comunque alla fine è previsto che anche di questi uomini non resti più traccia, per il semplice fatto che i maestri, non trovando più discepoli veri, decidono di non passare il testimone a nessuno, lasciando di fatto la tariqa senza vertice. Ed è quello che sta accadendo sempre più... segno che i tempi si stanno avvicinando...

Quindi l'ostilità al sufismo e la sua progressiva distruzione rientra in un'ottica escatologica? Si annienta il "katechon" islamico, demolendolo e sostituendolo con una sua parodia (salafismo wahabita) di pura "lettera" ma senza spirito.Tutto questo per accellerare l'avvento del Dajjal? Ho compreso bene?
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# Boanerghes 2013-03-03 17:30
Nota2: interessa interessa, repetita iuvant
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# 9aZ 2013-03-03 21:47
Caro direttore, gradirei svolgere qualche considerazione critica:
I)"...quando agiamo, noi creiamo la nostra realtà": dunque 'esse sequitur agère' -che non va confuso con il fare della tecnica-, che è il corollario del primo principio della 'Dottrina della scienza' del massone Fichte, l'idealista criticato da Hegel. Ora tale principio è ben diverso dal tomistico 'sum, ergo cogito', semmai, se identifichiamo l'essere con il pensare, esso richiama il cartesiano 'cogito, ergo sum', ritenuto dal papa polacco la scaturigine malsana della modernità. Nel contesto del Suo discorso mi sembra pertinente riferirsi alla filosofia della storia di Hegel, ma per ragioni teoretiche differenti.
II)A proposito di Hegel il momento soggettivo deve mediarsi con quello oggettivo nello Spirito assoluto che eternamente si produce.
III)"...il senso del diritto si sta spegnendo in Occidente": ma è proprio questa l'età in cui il processo di giuridificazion e di tutte le relazioni personali e sociali sta raggiungendo il suo acmè (Rodotà). Semmai carente è il senso di giustizia la quale si origina quando chi fa la legge considera quali sono le azioni buone e le azioni cattive e proibisce di compiere quelle cattive, stabilendo anche il castigo per chi le compie lo stesso. Qui il problema pratico ed istituzionale è il riconoscere a qualcuno l'autorità di fare rispettare la legge.
IV)Alla luce pure dei commenti al Suo articolo, sapendo che il linguaggio ovviamente ha il ruolo del contenitore e non del contenuto, mi sento di affermare che il contenuto appare vecchio nel senso che se la metafisica -cane da guardia dell'etica da sempre in Occidente- è stata abbandonata, allora trionfa l'ontologia (ossia un realismo più o meno ingenuo) con l'intera storia della filosofia al seguito, che ha sempre diviso gli uomini. Grazie della Sua attenzione. Carlo Ghiringhelli











8ossia un realismo più o meno ingenuo)
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# 9aZ 2013-03-04 21:52
Caro direttore,avend o riletto il mio commento mi sono accorto di un errore imperdonabile: 'il suo acme' va corretto con 'la sua acme'. Mi perdoni per l'erràta-còrrige. Carlo Ghiringhelli
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# catholico 2013-03-06 11:42
E' vero che il razionalismo e lo scetticismo sono un frutto della libertà di pensiero del Cristianesimo perchè esso ha liberato l'uomo dai vincoli della natura, l'ha posto al di sopra della natura realizzando quello che era stabilito già fin dal Genesi e quindi rendendolo pienamente capace di scegliere tra il Bene e il Male. Dietro all'accusa di Cacciari c'è la solita accusa neo-pagana, al stesssa di Nietzsche per cui l'uomo con Cristo viene assolutizzato ed relativizzato il sacrificio. Cristo è l'unico di cui è stato necessario il Sacrificio, dopo di lui nessun deve essere più sacrificato. E' sufficiente l'adesione spirituale al Suo sacrificio. Il martirio poi è una libera scelta strettamente individuale che Dio può proporre a certe persone per raggiungere una maggiore unione mistica con Lui ma non è necessaria a Lui per donarci la salvezza. Al dio dei pagani, che altro non è che la Natura stessa, invece era necessaria questa continua offerta per cui in origine erano concepiti anche i sacrifici umani ed era giustificata la violenza dell'uomo sull'uomo, dell'uomo sulla donna, dei popoli sui popoli, la schiavitù, come legge di natura. Da qui anche il concetto di espiazione del male commesso dai nostri avi, tipico dell'Ebraismo ma che Gesù condanna chiaramente (Torre di Siloe). Cristo ha emancipato l'uomo dalla natura e ogni critica a questa verità e beneficio è la solita Gnosi. L'etica di cui parla Cacciari è solo quella del monte Taigete. Io parlerei di questo più che di Mythos che gli conferisce solo una qualche nobiltà che non ha.
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