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Afghanistan: la NATO chiede aiuto a Putin
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«Spero che l’Afghanistan possa essere il terreno su cui NATO e Russia sapranno cooperare più strettamente», ha auspicato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jaap de Hoop Scheffer (1). Le cose vanno veramente male: i canadesi, i soli che con gli inglesi sopportano il peso dei combattimenti in Afghanistan a fianco degli anglo-americani, hanno minacciato di ritirare i loro 2.500 uomini se qualche altro alleato non manderà truppe sulla linea del fuoco. Gli europei nicchiano. Salvo Berlusconi e Antonio Martino che hanno promesso di mandare le quadrate legioni italiote a morire per Bush. Ma chissà se i nostri arriveranno in tempo, se mai arriveranno.

La guerriglia talebana si avvicina a Kabul giorno per giorno. Così la NATO ha messo le basi per un accordo con Mosca, implorando almeno il passaggio su corridoi aerei e terrestri di materiale di rifornimento delle truppe occupanti occidentali, e un’assistenza nell’addestramento per i piloti afghani. Aerei e treni russi sarebbero noleggiati allo scopo. E Condoleezza Rice e Robert Gates volano a Mosca per discutere «un più ampio pacchetto di argomenti, tra cui la difesa missilistica, il controllo delle armi convenzionali e nucleari, oltre alla cooperazione in Afghanistan e sull’Iran», secondo una fonte diplomatica. Insomma è una capitolazione umiliante.

Per indurre Putin a collaborare, Washington è disposta a discutere il posizionamento di missili antimissile in Polonia e in Cekia, l’argomento che ha suscitato il più irritato allarme al Cremlino, e il trattato sulle armi convenzionali che Putin ha sospeso, come ritorsione per i missili in Polonia (2). Il raggiunto accordo sarà annunciato al vertice della NATO che si terrà a Bucarest il 2-4 aprile.

L’ambasciatore russo presso la NATO, Dimitri  Rogozin, un duro di solito molto polemico, ha dato speranze: «Noi sosteniamo la campagna antiterrorista contro i Talebani ed Al Qaeda», ha detto allo Spiegel, magnanimo: «Spero potremo giungere a una serie di importanti accordi con i nostri partner occidentali al summit di Bucarest. Dimostreremo che siamo pronti a contribuire alla ricostruzione dell’Afghanistan». Come mai tanta generosità?

Perché s’è visto che gli alleati atlantici sono disposti a sacrificare altre pedine del «grande gioco» (mal riuscito): l’ammissione di Ucraina e Georgia alla NATO. Ossia, gli USA rinunciano al progetto Brzezinski di circondare la Russia di Paesi satelliti, in modo da separarla dall’Europa.

Ancora qualche giorno fa, in un incontro con la Merkel, Vladimir Putin aveva criticato con la nota esplicita chiarezza il progetto: «In un momento storico in cui non c’è più il confronto tra due sistemi rivali, l’incessante espansione di un blocco militare-politico ci sembra non solo non necessario, ma anche controproducente e dannoso. Si ha l’impressione che si faccia il tentativo di creare [dalla NATO] una organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite, ma la comunità internazionale nel suo complesso non accetterà una simile struttura per le relazioni internazionali. Io penso che possa solo far crescere il potenziale di conflitti. Questi sono argomenti di natura filosofica, voi potete essere d’accordo o no».

La Merkel è stata d’accordo subito (tutto, pur di non mandare a morire soldati tedeschi in una guerra impopolare e perduta). Tornata da Mosca, ha parlato al  «Kommandeurtagung», il prestigioso forum intellettuale delle forze armate germaniche, ed ha detto che l’Ucraina e la Georgia devono aspettare: «Paesi che sono coinvolti in conflitti regionali o interni non possono diventare membri». Di colpo, l’Occidente trova che le «democrazie dei colori», che ha pagato e instaurato in funzione anti-russa, non sono poi tanto democratiche.

La Georgia usa la mano pesante contro gli oppositori interni. In Ucraina il favore popolare per l’adesione alla NATO è molto freddo (si rischia di trovarsi a combattere per l’America in Asia Centrale), dunque non c’è fretta. Parigi è d’accordo, anzi di più.

«Tenere in conto le sensibilità della Russia», aveva raccomandato già il 6 marzo Bernard Kouchner, ministro degli Esteri, alla NATO. E subito dopo a Le Monde: «Noi pensiamo che la relazione EU-Russia sia assolutamente importante. E la Francia non è il solo Paese che vuol mantenere un rapporto con la Russia come grande nazione». Il che è impegnativo, dato che la Francia terrà la presidenza UE a rotazione da luglio.

Gli americani non hanno espresso grande entusiasmo. Da una parte, avere corridoi in Russia sarebbe un aiuto insperato: oggi i tre quarti dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan passano per il Pakistan, un Paese che temono di non poter più controllare in un prossimo futuro. Dall’altra, il rospo da ingoiare è più grosso di quanto appaia.

Infatti il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha detto che ben volentieri la Russia darà l’aiuto, «a patto che un accordo sia concluso su tutti gli aspetti del problema afghano tra la NATO e la Collective Security Treaty Organization (CSTO)». Si tratta dell’alleanza militare che Putin ha creato con Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan, egemonizzata dalla Russia e in funzione di contrasto alla penetrazione americana nell’Asia Centrale petrolifera.

Per di più, il segretario dello CSTO, Nicolai Brodyuzha, nel maggio 2007 ha invitato ad entrare nell’alleanza moscovita l’Iran: «Lo CSTO è un’organizzazione aperta. Se l’Iran lo chiede in accordo con il nostro statuto, lo prenderemo in considerazione». Insomma, Putin chiede alla NATO non un accordo bilaterale di breve respiro, ma un patto tra alleanze…in cui non è escluso l’Iran.

Peggio ancora: Vitaly Churkin, ambasciatore russo all’ONU, ha appena dichiarato in sede Consiglio di Sicurezza che, per combattere efficacemente il traffico dell’oppio afghano che sta avvelenando l’Asia, è utilissimo «l’anello di sicurezza promosso dalla Russia nella regione centro-asiatica, con lo CSTO e lo SCO». Quest’ultima sigla sta naturalmente per Shanghai Cooperation Organiation, l’altra alleanza militare (un po’ più lasca, «antiterrorismo») che Putin è riuscito a tessere fra Russia e vari Paesi, tra cui giganteggia la Cina.

Insomma per Washington accettare l’aiuto di Putin significa sedersi a un tavolo affollato di nemici e mezzi nemici e cercare un accordo con loro: il contrario esatto dell’unilateralismo di Bush. Ma l’unilateralismo di Bush è così disastrosamente fallito, che probabilmente la Casa Bianca dovrà ingoiare il rospo. Ma è proprio così?

Resta l’imprevedibilità dell’asse Bush-neocon: quello che ha indotto alle dimissioni l’ammiraglio Fallon, comandante del CENTCOM. Secondo un’acuta e originale analisi di Thierry Meyssan (3), che ha agganci nei servizi francesi, Fallon non si sarebbe dimesso, come abbiamo scritto, perché non voleva ordinare un attacco all’Iran, bensì «perché l’accordo che Fallon aveva concluso con Teheran, Mosca e Pechino è stato sabotato dalla Casa Bianca».

Secondo questa ricostruzione l’ammiraglio Fallon, preoccupato della dispersione delle forze USA e degli intensificati attacchi contro gli occupanti in Iraq, da parte di gruppi armati da Teheran, abbia impegnato il suo notevole prestigio personale in un’azione diplomatica coperta e complessa. La recente visita di Ahmadinejad in Iraq sarebbe stata parte di questa strategia: dopo aver confermato l’interesse dell’Iran nella regione con tale visita, Ahmadinejad si sarebbe impegnato in cambio a normalizzare la situazione in Iraq, facendo passare i gruppi che Teheran appoggia dalla lotta armata all’integrazione politica. In tal modo, il Pentagono potrebbe ritirare le sue truppe dall’Iraq senza perdere la faccia. In cambio, Washington cesserebbe il suo sostegno ai gruppi armati anti-iraniani, specie i Mujaheddin del Popolo.

Per arrivare a questi risultati, Fallon (dietro cui ci sarebbe Brent Scowcroft, già consigliere di sicurezza nazionale, intimo di Kissinger, del gruppo dei «realisti» oppositori dei neocon usraeliani) avrebbe chiesto l’aiuto di Putin e del cinese Hu Jintao. Putin si sarebbe impegnato a non approfittare del ritiro americano, ma avrebbe chiesto che si traessero le conseguenze politiche dagli errori commessi. Come?

Il vertice di Annapolis doveva partorire un topolino, mentre una conferenza sul conflitto israelo-palestinese  si sarebbe dovuta tenere a Mosca, con la seria determinazione di risolvere il problema. Putin si sarebbe inquietato anche alla prospettiva di un Iran ormai troppo influente alla sua frontiera sud: grazie a Fallon, Teheran avrebbe accettato ciò che ha rifiutato fino ad oggi, di non fabbricarsi il suo combustibile nucleare, ma di farselo fabbricare dai russi.

Le trattative con Hu Jintao sono state più difficili, assicura Meyssan, perché i cinesi erano fortemente irritati di scoprire fino a che punto gli USA li avevano tratti in inganno a proposito delle intenzioni nucleari iraniane (smentite dal rapporto NIE americano). Ma Fallon, che fino a poco tempo fa era comandante del PacCom, ossia del teatro strategico del Pacifico, ha i suoi canali con Pechino, e buone relazioni personali.

L’accordo fu raggiunto su questa base: Pechino non avrebbe posto il veto all’ultima delle sanzioni contro Teheran decisa dal Consiglio di Sicurezza, ma con l’assicurazione che le relazioni commerciali-petrolifere tra Iran e Cina non ne sarebbero state intaccate.

Tutto ha funzionato, ognuno ha fatto la sua parte. Mosca e Pechino hanno recitato la parte dei figuranti ad Annapolis. La Cina ha votato la risoluzione 1803 contro l’Iran. Ahmadinejad ha fatto la sua visita di prestigio a Baghdad (dove avrebbe incontrato il capo di Stato Maggiore USA Mike Mulle per pianificare l’alleggerimento degli attacchi dei gruppi pro-iraniani). Il gruppo dei realisti cominciava a sperare.

Ma a quel punto, l’asse Bush-Cheney-Olmert ha mandato tutto all’aria: prima col ferocissimo attacco israeliano a Gaza - che ha reso improbabile una conferenza di Mosca sul Medio Oriente. Poi con l’apparizione delle navi da guerra americane davanti alle coste libanesi, tanto per invelenire una situazione già incendiaria. Infine, la Casa Bianca ha detto no all’abbandono dei suoi terroristi preferiti, gli anti-iraniani Mujaheddin del Popolo.

Esasperato, Putin ha ammassato la sua flotta a sud di Cipro per controllare gli incrociatori USA, e ha mandato il ministro Lavrov in tournèe a promettere nuovi armamenti alla Siria, nonché a Hamas ed Hezbollah per riequilibrare la situazione. Quanto a Teheran, sentendosi tradita, ha dato ordini di intensificare gli attacchi e attentati ai soldati USA in Iraq.

A quel punto, l’ammiraglio Fallon non ha potuto che dimettersi, per salvaguardare la sua credibilità e il suo onore di fronte agli interlocutori che aveva con tanta fatica portato dalla sua parte. Lo ha fatto platealmente, rilasciando un’intervista di fuoco contro Bush alla rivista Esquire.

Non sono pochi oggi a ritenere che Fallon può diventare una «riserva della repubblica», quando Bush finalmente lascerà la carica. C’è chi lo vedrebbe bene come vicepresidente a fianco di Barak Obama (4). Resta il fatto che la cricca Bush-Cheney-Olmert (e i loro complici neocon, informati da Israele della diplomazia segreta di Fallon) si sono dimostrati capaci, se non di vincere le guerre, di mandare all’aria accordi diplomatici essenziali. Può accadere anche per l’accordo NATO-Russia. Il prossimo futuro ce lo dirà.

Nell’incertezza, una cosa è certa: che le proclamazioni berlusconiane di fedeltà agli USA, e i proclami di Antonio Martino sulle truppe che lui manderà a morire in Afghanistan, insomma il servilismo verso Usraele, non è  arrivato al momento giusto. Forse qualcuno dovrebbe informarli.
 



1) Mark John and Paul Taylor, «NATO says near deal on Russian afghan help», Reuters, 15 marzo 2008.
2) M.K. Bhadrakumar, «Russia throws a wrench in NATO’s works», Asia Times, 15 marzo 2008.
3) Thierry Meyssan, «La Dèmission de l’admiral Fallon relance les hostilités en Iraq», Réseau Voltaire, 13 marzo 2008.
4) Per esempio il Dallas Morning News l’11 marzo: «Admiral Fallon might make an excellent Vice President for Barack Obama». Sulla stessa linea William Pfaff, «Admiral Fallon and George W. Bush», 13 marzo 2008. «Fallon was also doing what historians and others have reproached other military leaders in other countries for not having done, some as recently as some 70 years ago: telling their political superior that they opposed the policy they were being ordered to execute, and would therefore refuse and if necessary resign. In America, officers are not hanged from meat-hooks for insubordination, especially when they are polite about it. They are offered jobs in investment groups or industry. They may be invited to go into politics, even presidential politics. One wonders if President Bush told John McCain about his intentions, before making a martyr of Admiral Fallon".


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