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L’Euro e le responsabilita’ della Germania: analisi degli ultimi 2 decenni
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Le origini

Quando alla fine degli anni ’80 la dissoluzione del blocco sovietico spingeva la Germania verso la sua naturale riunificazione la Francia di Mitterand, temendo di veder annullato il trentennale “equilibrio renano” emerso dal Secondo Conflitto mondiale, spinse per la costituzione di una moneta unica europea che vedeva la nuova Germania rinunciare al simbolo della sua forza economica e politica, il marco tedesco.

Per completare la riunificazione, che era sostenuta sul piano emotivo dalla popolazione tedesca, Kohl sacrificò la valuta, nonostante i cittadini della Repubblica Federale adorassero e difendessero il marco come simbolo della stabilità e dell’ordine nazionale. Non si ricordano –al contrario di quanto avvenuto in Italia, e a ben ragione- generazioni di tedeschi giubilanti per l’introduzione dell’Euro, mentre lo scetticismo dei regolatori monetari tedeschi rimase intatto e ancor oggi si ritrova nell’immutato corso legale della D-Mark.

Sempre su spinta francese si pervenne rapidamente, con il Rapporto Delors prima e il trattato di Maastricht (1992) poi, all’Unione Monetaria Europea (UME). Le banche centrali, con la Bundesbank (BuBa) in testa, erano tutt’altro che felici, perché in linea con gli orientamenti di politica economica prevalenti –oggi derisi perché considerati liberisti, da Milton Friedman che sosteneva cambi flessibili a Marty Feldstein e Alberto Alesina per citarne alcuni- ritenevano una singola politica monetaria applicata a Paesi di cultura e struttura economica diversa, foriera di crisi ingovernabili. (A dir il vero –per ragioni di puro opportunismo politico- gli economisti della scuola prevalente, quelli della sintesi neoclassica e neokeynesiana, ebbero sempre una preferenza per così dire “politica” per i cambi fissi, poiché questi ultimi rendono l’intervento di politica economica –in particolare la politica monetaria- inefficace nel lungo periodo, lasciando spazio alle sole riforme di tipo strutturale e all’intervento fiscale di breve periodo.) Ad ogni modo, gli stessi banchieri, con quelli italiani fra i più scettici, ritenevano che un’unione monetaria fra stati così diversi non avrebbe potuto funzionare (si veda P. Locatelli, “I dolci e gli amari di Pompeo”, 2004).

Si deve aspettare il dicembre del 1995 quando al vertice di Madrid il Consiglio europeo da avvio alla c.d. “terza fase” dell’UME definendo lo scenario di riferimento per l’introduzione della nuova moneta, e il maggio 1998 per la fissazione delle parità bilaterali.

Nello stesso periodo la Germania portava a termine il processo di unificazione, un’opera che come l’unione monetaria italiana di 150 anni prima, avvenne con l’imposizione della parità fra D-Mark e Ost-Mark. Da sola la fissazione della parità valutaria fra Est e Ovest offrì agli industriali della BRD un bacino enorme di forza lavoro ben istruita a costi nominalmente più bassi, ma soprattutto in competizione con le costose manovalanze dell’Ovest. Sacrificando il marco tedesco Kohl garantì alla sua industria ridotte pressioni salariali e un sindacato indebolito.

Allo stesso tempo, le debolezze infrastrutturali della ex-DDR rendevano necessari ingenti investimenti pubblici, in un quadro geo-politico che avrebbe visto di lì ad un decennio l’ingresso nell’Unione Europea degli Stati dell’Est. Iniziò così una costante e lenta migrazione di stabilimenti verso Est e un’inversa migrazione di persone nella direzione opposta, con il gap salariale che ad oggi non si è ancora chiuso: secondo i dati raccolti da Christoph Schoeder dell’IWK di Colonia nel 2011 il salario medio orario nella manifattura tedesca era pari a 35,7 Euro; ma mentre a Ovest era pari a 37,6 Euro, nei Laender della ex-DDR era di 22,4 Euro.

L’unificazione si rivelò opera molto costosa, soprattutto per il contribuente dell’Ovest, che dovette finanziarla con inasprimenti fiscali. A oggi si stima il costo per incentivi alle imprese e nuove infrastrutture in circa 300 mrd. di Euro, mentre secondo le stime più recenti (FU Berlin e IWH- Halle) il costo complessivo della riunificazione si attesta a fine 2009 fra i 1.300 e i 1.600 miliardi di Euro, in aumento di circa 100mrd. ogni anno. Gran parte di tali costi originano dalle spese previdenziali e sociali, mancando per i cittadini dell’Est un fondo previdenziale antecedente al 1990.

Ho ripreso queste due storie più o meno note perché esse ci portano a fissare tre fatti importanti:

  1. L’Euro è un compromesso voluto fortemente dalla Francia per preservare il proprio potere politico ed economico in Europa. Da un lato la nuova Germania con 80 milioni di abitanti, sul confine con l’ex-blocco sovietico, porta naturale verso l’oriente, avrebbe ridotto notevolmente se non offuscato il peso geopolitico dei francesi. Dall’altro nel tradizionale modello Mundell-Fleming, con alta mobilità del capitale, il cambio fisso implicava una maggior efficacia della politica fiscale su quella monetaria e come noto il modello di sviluppo dei Paesi nordici è fortemente incentrato su un efficiente intervento pubblico nell’economia.
  2. L’asticella per l’ingresso nell’UME fu –per volontà dei tedeschi e della BuBa- posizionata molto in alto, probabilmente per impedire ai Paesi con soft-currencies di entrare nel consesso monetario. Ma la volontà politica dei Paesi mediterranei -con l’Italia a fare gli sforzi più intensi- e un mutato quadro geopolitico che vedeva i Paesi in via di sviluppo erodere costantemente quote di mercato all’Occidente, favorirono il compromesso.
  3. La Germania entra nell’Euro in una fase di estrema fragilità economica. Gravata dai costi della riunificazione, e colpita dalla recessione dei primi anni 2000, è poco competitiva e lo Stato incorre in crescenti squilibri fiscali.

“L’Euro ha favorito solo la Germania”

Questa è l’affermazione –frustrata, frustrante- che si sente spesso. Ma è vero? Davvero l’Euro ha favorito la Germania? La risposta è no.

Qui ci chiediamo come è andata l’economia tedesca dall’introduzione dell’Euro ad oggi. Poiché Alberto Bagnai identifica il 1995 come anno di svolta, alcuni dati partono proprio da quell’anno.

I numeri presentati sono di fonte OCSE ove non altrimenti indicato, con pochissime manipolazioni in modo da renderli inconfutabili e riproducibili.

Per il primo grafico aggiungo anche la Francia, che sembra aver beneficiato dell’Euro più degli altri due grandi Paesi dell’Area Euro, ma la domanda principale rimane: qual è la performance dell’economia tedesca nell’ultimo decennio?

 

Argomento n. 1

A parità di potere d’acquisto dal 1995 al 2005 la Germania cresce a un tasso medio annuo del 3,1%, poco meglio dell’Italia (2,9%). Ma il livello di partenza è maggiore e fino ai primi anni 2000 il nostro Paese riduce il gap (Grafico 1 e 2). Italia e Germania crescono (poco) e a braccetto per tutto il decennio e fino al 2009; i francesi stranamente dal 1999 in poi mettono il turbo e staccano entrambi i Paesi. Se a inizio periodo il Pil PPP francese è simile al nostro (1.200 mrd USD PPP) nel 2012 esso si attesta a 2.372 mrd. il 18% più dell’Italia.

Grafico 1: Pil a parità di potere d’acquisto, confronto Italia, Germania e Francia (1995=1)

Gr1

Tabella 1: Tasso di crescita medio del Pil a parità di potere d’acquisto (PPA)

 

GDP PPP avg. G rate 1990-1999 1999-2012 1995-2005 2006-2012
Francia

3,5%

3,7%

4,1%

2,5%

Germania

3,4%

3,6%

3,1%

2,8%

Italia

3,5%

2,7%

2,9%

1,7%

Grafico 2: Pil a PPA dell’Italia in % della Germania

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Prima del 2005 il tasso di crescita reale di Germania e Italia è sostanzialmente identico. Il 2005 segna un primo punto di rottura, la Germania cresce più di noi e soffre meno durante la crisi finanziaria, infine emerge più forte nella ripresa del 2010 (Grafico 3).

Grafico 3: Tasso di crescita del Pil reale: Italia vs. Germania

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Lo stesso identico quadro emerge dai tassi di crescita nominali, ma l’Italia ha un’inflazione strutturalmente superiore a quella tedesca e cresce quindi più velocemente fino al 2005. Dopo la crisi finanziaria, le due curve si invertono ed è la Germania a crescere più velocemente (Grafico 4 e 5).

Grafico 4: Tasso di crescita del Pil nominale: Italia vs. Germania

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Grafico 5: Indice dei prezzi al consumo (variazione annua): Italia vs. Germania

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Il Pil in tutte le salse ci dice quindi una cosa molto semplice: per tutto il periodo dal 1995 fino al 2009, o almeno fino al 2005, la Germania è cresciuta poco. La Germania era insieme al nostro Paese il “malato d’Europa”.

Argomento n. 2

Dal ’99 al 2007 il tasso di crescita dei consumi privati è sempre inferiore a quello italiano (Grafico 6). Lo stesso vale per le retribuzioni (Grafico 7 e 8). L’Euro non ha quindi favorito la posizione relativa dei consumatori e lavoratori tedeschi.

 

Grafico 6: Tasso di crescita dei consumi reali: Italia vs. Germania

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Grafico 7: Tasso di crescita delle retribuzioni: Italia vs. Germania

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Grafico 8: Dinamica delle retribuzioni dal 1995 a oggi: Italia vs. Germania

gr8

 

Argomento n. 3

Identico scenario si ricava dal tasso di disoccupazione che nel 2005 raggiunge il suo massimo al 10,6% (Grafico 9).

 

Grafico 9: Tasso di disoccupazione: Italia vs. Germania

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Anche il tasso di occupazione si mantiene costante dal 1999 al 2005 intorno al 65%. Solo dopo, sia grazie alle riforme del lavoro introdotte dai governi socialdemocratici sia grazie alla ripresa del sistema produttivo dal 2006 in poi, esso aumenta toccando nel 2012 il 73% (Grafico 10).

 

Grafico 10: Tasso di occupazione (occupati su forza lavoro): Italia vs. Germania

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Simili riforme introdotte in Italia nello stesso periodo non hanno prodotto gli stessi risultati. Su questo punto andrebbe fatta una riflessione. Ci limitiamo a due osservazioni. Primo: riforme strutturali definite a livello europeo (l’Agenda di Lisbona) possono avere impatti molto diversi nei vari Paesi dell’Unione. Secondo: essendo tali riforme strutturali considerabili una c.d. “svalutazione interna” –nel senso che impattano sui costi delle imprese e quindi sui prezzi- esse influenzano in maniera indiretta la competitività del Paese, in particolare in economie dove il 70-80% del valore aggiunto è originato dai servizi.

Infine, nello stesso periodo la Germania ha affrontato un importante percorso di consolidamento delle finanze pubbliche (Grafico 11). Negli anni novanta la spesa pubblica e le tasse erano cresciute per sostenere l’integrazione della ex-DDR (Grafico 12). La riorganizzazione della macchina statale e amministrativa, con misure quali l’accorpamento dei comuni, garantiva un andamento piatto delle spese correnti. Nei primi anni del 2000 la debole congiuntura seguita allo scoppio della bolla della dot.com portò il bilancio statale nuovamente in deficit (si ricorderanno gli strali seguiti alla violazione del parametro di Maastricht proprio da parte di Germania e Francia). Per rilanciare la competitività dell’industria si decise, infine, una vera e propria svalutazione fiscale con l’aumento dell’iva (2007) e la riduzione delle imposte sugli utili d’impresa (2008). Come si vede dal grafico l’incidenza delle entrate sul Pil si era ridotta a metà anni 2000 di circa 2 pp. La ritrovata crescita, seppur per linee esterne, portava al rientro del deficit di bilancio.

Grafico 11: Saldo di bilancio dello Stato: Italia vs. Germania

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Grafico 12: Entrate dello Stato in % del Pil: Italia vs. Germania

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Argomento n.4

L’apertura dei mercati verso oriente ha permesso all’industria tedesca, e soprattutto alle imprese di media dimensione, di seguire il modello di integrazione delle multinazionali con l’estensione delle catene del valore oltre i confini nazionali. Gli elevati livelli di produttività e delle retribuzioni, che sono il riflesso di un’alta competitività del sistema-Paese, permettevano alle famiglie tedesche di mantenere costante un alto tasso di risparmio (Grafico 13).

 

Grafico 13: Tasso di risparmio delle famiglie (in % del reddito disponibile): Italia vs. Germania

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Nel periodo 2002-2010 il totale del risparmio nazionale (famiglie, Stato, imprese) è pari a circa 1.621 mrd. Euro; di questi 562 mrd. Euro (34,6%) erano impiegati in investimenti domestici, 1.058 (65%) erano esportazioni nette di capitale, le quali finanziavano consumi e attività industriali nel resto del mondo. Di queste, un quinto (212 mrd.) erano IDE, mentre la quota restante era composta da investimenti finanziari (titoli del debito pubblico, bond, certificati, azioni, ecc.). Poiché i capitali defluivano alla ricerca del miglior rendimento –e date le condizioni di costo non favorevoli sul mercato domestico- il saldo delle partite correnti è dapprima tornato in attivo e poi esploso (Grafico 14). Infatti, con l’ingresso nell’UE dei Paesi-CEEC (Central Eastern European Countries) l’industria tedesca poteva, grazie all’unione doganale e al regime di favore del traffico di perfezionamento attivo e passivo (in parole povere: all’eliminazione di dazi e accise), garantirsi grandi flussi di semilavorati da trasformare e riesportare verso i propri mercati di sbocco. Nel 2005 la Germania nel suo complesso si presentò quindi rinnovata come un grande hub di trasformazione e commercializzazione dei propri beni capitali e di consumo. Nel 2007 il saldo commerciale superava i 200 miliardi di USD (Grafico 15).

 

Grafico 14: Saldo delle partite correnti in % del Pil: Italia vs. Germania

gr14

Grafico 15: Saldo commerciale (in miliardi di USD)

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L’Euro ha forse favorito le esportazioni tedesche nei confronti dei suoi principali concorrenti, ma non quanto le politiche commerciali e industriali messe in atto dai governi succedutisi negli anni. Infatti, dopo un breve deprezzamento, l’Euro si è rafforzato notevolmente nei confronti delle valute dei principali partner commerciali (Grafico 16).  E’ quindi bene essere consapevoli che oltre al cambio fisso vi furono fattori regolamentari e geopolitici molto importanti. Ad es. come riportano in un interessante articolo, Andrea Fracasso e Luigi Bonatti, docenti di economia dell’Università di Trento, nell’ultimo decennio la Germania ha stipulato circa 127 accordi di investimento con Paesi terzi, più di ogni altro membro dell’Unione (http://www.unitn.it/files/download/20803/07-2012-bonattifracasso.pdf). La maggior integrazione dell’industria tedesca con i CEEC e l’Asia ha avuto come naturale “perdente” quello che nei decenni precedenti e per tutto il dopoguerra era stato il principale partner industriale della Germania, cioè l’Italia. Come l’Euro e la politica italiana hanno distrutto il nostro vantaggio competitivo, è però tutta un’altra storia.

Grafico 16: Cambio dell’Euro vs. le principali valute partner

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Fonte: JPM

Piaccia o no, la competitività tedesca è stata determinata in gran parte dalla combinazione di politiche economiche, ristrutturazioni aziendali e innovazioni sul piano organizzativo volte a incrementare la produttività del lavoro (Grafico 17).

 

Grafico 17: Produttività del lavoro: Italia vs. Germania

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Conclusioni

  • L’affermazione che l’Euro abbia favorito solo la Germania è empiricamente falsa. Per tutto il periodo dal 1995 al 2008 la crescita tedesca è stata subottimale e di poco superiore a quella italiana. L’Euro e il mercato unico dei capitali ha determinato un crollo degli investimenti e della domanda interna e quindi una crescita moderata dei salari.
  • L’affermazione che la Germania sia favorita dalla crisi dell’Euro è altresì vera. Il Paese ne guadagna in due modi: da un lato si ritrova un settore industriale ristrutturato e ultra-competitivo, dall’altro la crisi dei debiti sovrani mantiene i capitali dentro il Paese e stimola la domanda interna (crescono investimenti, salari e consumi).
  • Il successo tedesco è frutto di politiche di lungo periodo: un mix di politica fiscale, industriale e commerciale con condizioni monetarie particolarmente accomodanti difficilmente imitabile.
  • La gestione della crisi dell’Euro da parte della leadership politica e industriale tedesca è quindi da leggere alla luce dei 3 punti precedenti. Un break-up dell’Euro farebbe immediatamente defluire i capitali rientrati gettando il Paese in una nuovo periodo di bassa crescita e alta disoccupazione. Una volta si diceva delle banche creditrici: che tosano la pecora fino a farla sanguinare (ma senza ucciderla)…
  • AJ Principe

    Fonte > 
    Scenari economici 

     
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    Commenti  

     
    # Giovanni Silvano 2013-06-29 22:28
    Finalmente un articolo obbiettivo sulla crisi che stiamo attraversando, dopo tante scementze scritte sull'euro e sulla Germania.
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    # DBF 2013-06-29 23:26
    Molto complesso ...
    comunque xome l’Euro e la politica italiana hanno distrutto il nostro vantaggio competitivo lo sanno tutti. Nella piramide sociale ed economica, una fortissima imbecillità dell'homo oeconomicus - che dire zoologica è un'offesa alla natura - in quella politica un asservimento ai poteri forti e perciò anche alle grandi famiglie e queste ad altro. In fondo la partitocrazia era ed è pagatissima per fare il suo teatrino quotidiano.
    Piaccia o no, la non competitività italiana è stata progettata con politiche sociali ed economiche scellerate, nessuna ristrutturazion e aziendale e nessuna innovazioni sul piano organizzativo. Tutto ciò per incrementare lo strapotere burocratico meridionale.
    Attenzione! Per fare l'Italia e costruire il popolo servirà purtroppo il federalismo. Pierre Besnard afferava [...] il federalismo è il sistema più difficile da applicare, perché richiede, per questo, l'attività costante di tutti: individui e raggruppamenti.». Questa organizzazione sociale, richiede rapporti degli individui tra loro, rapporti dell'individuo con il gruppo e rapporti dei gruppi tra loro.
    Questo naturalmente per anni cioè per secoli. Che significa? Un trogolo forse non capiente ma senza fine per i membri dei futuri movimenti civici e la cancellazione della memoria storica attraverso l'estinzione di intere popolazioni.
    Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione
     
     
    # Sbazzeguti Addendum 2013-06-29 23:58
    perfetto !, ma per i miei gusti troppi numeri e grafici, tardiva ed oggi palesemente inutile .....

    ..in poche parole vuol dire che dovremo morire democristiani e tedeschi!?

    ps : per essere chiaro sono anti UE ,
    - I'am "not" a Berliner -
    Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione
     
     
    # DBF 2013-06-30 09:18
    Sei stato indotto in tentazione:

    Vogliono rifare un pseudo nazionalismo quando il nazionalismo per natura è solo etnico. Per cui vogliono creare una razza di spirito dopo aver portato tutte le razze del mondo. Esattamente come gli ebrei. L'Italiota 2. Inoltre vogliono rubare i risparmi di una generazione, non darli a figli di questa e distribuirli a tutti gli stranieri case comprese poichè, che cambino moneta o che livellino i conti correnti ad un massimo di 100.000 euro, le case serviranno solo per viverci dentro. Si dobbiamo morire democristiani. I tedeschi sono nella nostra stessa situazione poichè chi li governa sono i teutoni e gli edomiti cioè democristiani.
    Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione
     
     
    # Sbazzeguti Addendum 2013-06-30 11:47
    grazie! così è molto più chiaro ...

    allora sono già fottuto, la mia mente e il mio spirito per i "tempi nuovi" sono troppo retrò
    Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione
     
     
    # Pietro G 2013-07-01 08:36
    Un articolo che sfata le teorie del complotto secondo le quali l'euro sarebbe stato un mezzo tedesco per dominare l'Europa. Molto preoccupante è il grafico che mostra il crollo del risparmio italiano negli ultimi anni. Ma come! non eravamo un popolo evasore? E allora perché dopo una manovra crollano i consumi e i risparmi? Forse perché il 180 miliardi di evasione esistono solo nella fantasia bacata dei nostri politici e giornalisti?
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    # Luigi 2013-07-01 16:05
    In cauda venenum!

    Scusate ma sapete leggere tra le righe?

    E' alla fine del pezzo che è posta la frase rivelatrice ossia

    "Un break-up dell’Euro farebbe immediatamente defluire i capitali rientrati gettando il Paese (la Germania) in un nuovo periodo di bassa crescita e alta disoccupazione".

    Nessuno ha mai negato l'intelligenza tedesca nel prevedere - a differenza di noi - gli esiti nefasti della globalizzazione e di essersi attrezzata in funzione espansiva ed egemonica riconvertendo l'intero apparato economico nazionale sulle esportazioni, vincendo così la gara con i concorrenti ovvero noi.

    Ma, come vi ho detto e ripetuto più volte, citanto noti economisti, il terrore tedesco, oggi, è esattamente lo sgretolarsi dell'attuale panorama che vede la Germania, esportatrice, egemone. Negli ambienti finanziari ed industriali tedeschi vi è il terrore che l'implodere dell'euro possa portare a forme di neo-protezionismo da parte del Paesi mediterranei contro le merci tedesche. Da qui l'insistenza della Merkel affinché i Paesi mediterranei pratichino l'austerità fino al suicidio (vedi il caso greco) pur di evitare che essi escano dall'euro.

    Se - al di là dei notri errori - vi sta bene subire una politica di questo tipo, contenti voi ... Non c'è schiavo migliore, per il padrone, di colui che masochisticamen te gode nell'esserlo!
    Saluti.

    Luigi Copertino
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    # Pietro G 2013-07-01 16:57
    Se la Merkel fosse veramente interessata a mantenere gli stati mediterranei, costi quel che costi, nell'euro, avrebbe già introdotto gli eurobonds. Prevedo che ci sarà un nuovo interesse a mantenere almeno Italia e Spagna nella zone euro per una semplice ragione : i Paesi BRIC stanno entrando in crisi economica e probabilmente non potranno assorbire nel prossimo anno(i) merci tedesche ( e neanche italiane)come una volta. Per il resto, la Germania ha puntato già da tempo sull'Asia e il Brasile e gli interscambi con queste regioni sono costantemente in crescita. L'Italia ha due strade davanti, la razionalizzazio ne dolorosissima (milioni di disoccupati) dell'apparato produttivo e cercare di competere nella globalizzazione oppure ritornare alla liretta e reintrodurre i dazi.
    Saluti.
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    # Luigi 2013-07-02 08:19
    Citazione Pietro G:
    Se la Merkel fosse veramente interessata a mantenere gli stati mediterranei, costi quel che costi, nell'euro, avrebbe già introdotto gli eurobonds. Prevedo che ci sarà un nuovo interesse a mantenere almeno Italia e Spagna nella zone euro per una semplice ragione : i Paesi BRIC stanno entrando in crisi economica e probabilmente non potranno assorbire nel prossimo anno(i) merci tedesche ( e neanche italiane)come una volta. Per il resto, la Germania ha puntato già da tempo sull'Asia e il Brasile e gli interscambi con queste regioni sono costantemente in crescita. L'Italia ha due strade davanti, la razionalizzazio ne dolorosissima (milioni di disoccupati) dell'apparato produttivo e cercare di competere nella globalizzazione oppure ritornare alla liretta e reintrodurre i dazi.
    Saluti.



    La Germania non vuole gli eurobond perché questo significherebbe accollarsi una gran parte del debito pubblico altrui. Ma al tempo stesso vuole che gli Stati mediterranei restino nell'euro perché sono le sue colonie e perché le sue banche sono piene di bond di quegli Stati, sicché il ripudio o l'impossibilità di pagare il debito da parte dei mediterranei provocherebbe il collasso del sistema bancario tedesco. Ma quando iniziate a mettere in discussione la vostra infatuazione, eccessiva, per la Germania?
    Saluti.

    Luigi Copertino
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    # EdoardoCas 2013-07-05 01:05
    Perché questo odio/disprezzo per la Germania? Perché ci hanno dato Monti coi voti del Berlusca? O Letta? O Prodi? O la nostra magistratura? O il nostro settore pubblico? O ci hanno dato pure il debito pubblico? Ci hanno anche dato Napolitano? Si, tutta colpa loro
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    # milvus 2013-07-01 20:07
    Si può essere d'accordo a sostenere o supportare varie interpretazioni a "senno del poi" sull'euro, ma modesto parere, certe nazioni hanno adottato le teorie economiche di Gesell, l'austriaco, mantenedo la doppia moneta, che, visto che non c'è più l'oro, c'è la riserva in dollari. Ma certo Gesell è come Faraday per la fisica, in parte anche Leibniz nei confronti di Newton ed il contrabbando sulla forza gravitazionale supportata da alchimie economiche, per cui entrambi furono rifiutati dalle accademie per assenza di titoli formativi, pur geniali nel vedere la realtà del pensiero unico infantile.
    Sull'euro si pronunciano economisti gerarchi accademici titolatissimi, ma dal pensiero bambino, perchè sencondo me in pratica la Germania ha seguito le teorie di Gesell che applicò in piccolo per salvare una comunità di destino la quale versava nella più grande depressione ed infelicità, al punto che se non interveniva in qualche modo, i cittadini non avrebbero potuto esercitare i diritti civili nè i doveri di cittadini, per fallimento. Però in Italia siamo felici, abbiamo dato i diritti alle coppie gay, chi osa puntare il dito verso il bimbo adottato quando il padre va a prenderlo alla materna, ed i bambini gli chiedono "dov'è la mamma?", lo metteranno in galera, e se lo fanno gli scolari, chiuderanno la scuola per omofobia, e ci sarà un risparmio sulle spese dello stato.
    La separazione delle carriere avverà spontanea a livello giudiziario e quei giudici alla Ferraro che osano indagare su femminicidi, verranno allontanati e privati della pensione, altro risparmio.
    Quando si decise per l'euro credo che l'Italia non avesse nulla da invidiare alla Germania nè al resto del mondo, solo che è tipico italiano ascoltare informazioni sbagliate o bugiarde, per cambiare idea, perchè ciò non cambia le cose. In fondo tutti i paesi più o meno organizzati, del mondo globale, fabbricano e producono prodotti che nulla hanno a che individiare agli altri, cooperano. Il problema sorge quando si vuole essere ciò che non si è o si vuole avere ciò che non si ha. L'italia aveva industrie arciprotette, nazionali fronte l'import, bastò che un professore o politico economista aprisse le frontiere perchè tutte le industrie cadessero una dopo l'altra. In tal maniera subentra per legge del mercato autoregolato l'irregolarità, la scarsa qualità del prodotto finito, il ritardo tecnologico, il disegno sdozzo, il non controllo al costo produttivo, l'ignoranza nelle tecniche del markenting, di cui l'italia era all'avanguardia, la sfiducia e rassegnazione del "non ne vale la pena", ignoranza rispetto all'economia su scala, immorale posizione perchè godevano della protezione dello stato con i nostri soldi puliti trasformati in euro, ma lavorati e tassati senza evasioni. Le prime vittime del disastro furono gli operai spediti in massa, ma era tardi, è tardi.
    Si cercò di recuperare qualcosa con Berlusconi, ma se un euro 2000 lire l'aumento del 100% da un anno all'altro capita solo in guerre mondiali. Se stipendi, pensioni, conti correnti erano poniamo di 400 mila lire, oggi con aumenti del doppio sono di 200 mila lire, tagli da mago Udinì.
    Berlusconi poteva operare una riforma a questo livello con la Gemania, invece non si è fatto altro che allegramente appoggiarlo facendo precipaitare l'industria in picchiata e nel mentre sfruttare lo stato. Secondo la teoria di Gesell se 1 euro restano 2000 lire, la doppia moneta non ha senso, di Gesell l'austriaco cen'è uno e non nacque qui, quindi non possiamo credere essere tedeschi solo perchè abbiamo l'euro.
    L'euro è servito nell'unica questione flessibili ad allontanare dai mercati attraverso la geopolitica e la cattiva getione dello stato, che era buona, ma dopo si è infestata di parassiti.
    Lo stato contiene le industrie, l'euro ne scalzò le strutture inferocendo la bestia nella competitività globalizzata, per hanno perso resistenza dandole in mnao a gruppi sinistri che vegliano e cospirano nell'ombra solo per i loro interessi dicendo che il mondo è libero nell'euro, ma intanto l'Europa sovvenziona il settore agricolo ed industriale come non mai e mente spudoratamente puntando il missile Debito Pubblico contro le tempie dei propri cittadini e di altre nazioni della UE sotto l'euro che sono vittime di questo bugiardo racconto e matematica inventata e che ha originato morte, mutilazioni, disperazione, malattia e fame.
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    # milvus 2013-07-01 20:35
    L'Italia prima dell'euro aveva il famoso made in Italy che oggi è taroccato come Newton fece con la forza universale di gravità per far quadrare i conti economici, dopo una infanzia terribile piena di fame e di carenze affetive. Primeggiava nel tessile e per certi marchi famosi nell'elettrodomestic o tipo Bosch AEG Siemems, tanto per citare qualcosa di perfetto, vent'anni prima sempre quei gruppi sinistri nell'ombra decisero che la Cina comunista dovesse partecipare alla festicciola mondiale del libero commercio, così più tardi il Prof. Prodi inaugurò la via della Seta e del Cashmir, mentre gli USA si giocavano la carta di Cuba delle libertà e diritti umani, mangiavano riso e pollo, in modo che finita la fsticciola, ai cinesi hanno dato la possibilità di mettere i soldi sotto il materasso per finanziare l'orgia del libero commercio, a Cipro l'esperimento dell'esproprio dei conti correnti, ed al G8 con seguito di tecnocrati plirilaureati si disse sì al terziario. Se in Cina per produrre le meraviglie che tanto ci prendono, si gettano dalla finestra del posto dove lavorano, l'importante per noi è avere lo smarthphone, fare il bucato in lavatrice che se si rompe si butta via nel nuovo contenitore bordot, e avere missili a retropropulsion e per andare sulla Luna senza essere sicuri di tornare.
    L'euro lascia due mondi: uno con le meraviglie dello sviluppo tecnologico e l'altro con il sottosviluppo della cultura, ferita aperta. Se si perde tempo prezioso nell'evoluzione succederà che a furia di incolpare nazioni, e togliersi le irresponsabilit à allegramente, sarà davvero la natura ha dare risposte chiare e concise. Cercare uno che vede chiaro senza prosciutto negli occhi è impossibile perchè non appena appare lo buttano giù i nazionalsociali sti sinistri popolari e la destra biasanot assonnata si allea ai sinistri contro ogni cratività, produzione sostenibile, il tutto dentro la cornice costituzionale e la libertà dei cittadini indiscutibile omofobica.
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