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Perché l’oro Bankitalia appartiene al popolo italiano e non alle banche
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Come ha rammentato su queste pagine Giorgio Vitangeli, nel 2009 Claude Trichet allora Governatore della Banca Centrale Europea si domandò se essa non appartenesse al popolo italiano piuttosto che all’Istituto centrale.La suggestione merita di essere attentamente considerata sub specie juris allorché si vanno ripetutamente diffondendo tra i quotisti della Banca di via Nazionale, ma con il conforto di autorevoli economisti( v. il documento a firma Fulvio Coltorti e di Alberto Quadrio Curzio apparso sul SOLE24ORE del 5 settembre 2013), propositi diversamente declinati, di far leva sulla ( almeno apparente ) sussistenza di un diritto domenicale di Palazzo Koch sulle riserve auree, al fine di giungere ad una corrispondente rivalutazione delle loro partecipazioni.

Tali propositi trovano  generoso terreno di coltura nelle incertezze, sempre perduranti, intorno alla natura della Banca d’Italia, sospesa tra diritto privato ( per la struttura organizzativa e, più ancora, per la natura dei soggetti che al suo capitale partecipano) e diritto pubblico ( per le funzioni e per i mezzi di loro espletamento, tra i quali si annoverano poteri discrezionali di tale latitudine da sconfinare nella normazione, per non dire dei c.d. poteri di moral suasion del Governatore, sciolti da specifici parametri di legittimità, pur essendo suscettibili di produrre conseguenze di rilevantissimo impatto sull’indirizzo politico nazionale.)

Non per caso, sul sito istituzionale della Banca è recentemente apparsa una nota di chiarimenti che dovrebbe essere intesa a tranquillizzare in ordine alla natura pubblica dell’ente, che non potrebbe essere compromessa, o esposta a conflitti, per la qualità privata della maggioranza dei c. d. quotisti.

Eppure, la stessa Banca d’Italia ha già nominato un comitato di esperti incaricato di effettuare una valutazione delle quote di partecipazione al proprio capitale  ( v. Il SOLE24 ORE del 20 settembre 2013, nonché gli ampi servizi apparsi in proposito sull’inserto Affari & Finanza de La Repubblica del 30 settembre) e nonostante le rassicurazioni fornite in proposito dal direttore Generale di Bankitalia, Salvatore Rossi,  ( v. intervista apparsa  su Il Sole 24 ore del 6 settembre 2013) sono forti e razionali i dubbi  che, sotto la spinta della pressione ( almeno) di quei quotisti che già hanno riportato nei propri bilanci stime della loro partecipazione nella Banca centrale comprendenti anche le riserve, si giunga ad approvare una qualche disposizione di legge che legittimi tale condotta.

Il punto è certamente del più grande rilievo: e ce ne vorremmo occupare in uno dei prossimi numeri della rivista ( LA FINANZA ndr) con più ampio corredo di istruttoria e di motivazione.

Qui ci si limita , intanto,  a qualche cenno sulla natura giuridica dell’oro, iscritto nel patrimonio della nostra Banca centrale: un tema, a quanto consta, poco esplorato persino nelle trattazioni che direttamente concernono la Banca d’Italia.

Si tratta di una questione che può essere utilmente avviata a soluzione  seguendo l’evoluzione delle funzioni  dell’Istituto di via Nazionale.

Le proposte volte a disporre delle riserve auree fanno quasi sempre leva sull’assunto secondo cui essendo venuta meno la funzione  di emissione monetaria per l’innanzi confidata ( ma si dovrebbe aggiungere , non a titolo originario, almeno all’indomani dell’affermazione costituzionale del principio di sovranità popolare) a Bankitalia, queste non sarebbero più assoggettate a nessun vincolo pubblicistico se non a quello, generale e quindi non ad esse specificatamente attinente, derivante dalla loro inclusione nel patrimonio della Banca centrale e, dunque, dalla complessiva finalizzazione dell’attività dell’Istituto al perseguimento di interessi pubblici ( recte: pubblico-comunitari): ma si tratterebbe di elementi fungibili, non potendosi, appunto, più ravvisare un nesso di corrispondenza  con il potere di battere moneta.

Si tratterebbe, insomma, di beni suscettibili di atti di disposizione della Banca d’Italia indirizzati al soddisfacimento di interessi propri dei quotisti, i quali trarrebbero ovviamente vantaggio qualora il valore della propria partecipazione nella Banca centrale potesse essere stimato includendo le riserve auree: ma ciò postulerebbe, appunto, la loro appartenenza alla Banca d’Italia a titolo di “privata proprietà”.

Tale assunto sembra però non considerare che, anche allorquando la Banca d’Italia era investita, per delega statale, della funzione monetaria, le riserve auree venivano costituite per conto dello Stato ( funzione che fa riferimento ad un assetto statuale non più sussistente): se poteva sostenersi che, fermo restando che tale obbligo di costituzione era imposto dalla normativa statale ( r. d.  n. 204/1910; r.d.  n.2325/1927;  r.d.l. n. 812/1926) la proprietà delle riserve  – pur sottoposta a un vincolo di pubblico interesse – spettasse all’Istituto di emissione, in quanto soggetto privato, nessun dubbio può nutrirsi in proposito successivamente alla trasformazione della Banca d’Italia  da società anonima a istituto di diritto pubblico ( r.d.l.  375 /1936 che conteneva, tra l’altro, una disposizione, l’art 21, inforza della quale e in conseguenza del nuovo ordinamento pubblicistico, ai soci della anonima veniva rimborsato” il valore delle azioni in misura fissa per ogni azione, rappresentante sia il capitale versato, sia la quota di riserva afferente a ciascuna azione”.

Ne induce a diverse conclusioni la reiterata adozione, in epoca repubblicana, , di norme che autorizzavano la Banca d’Italia a computare al proprio attivo le disponibilità in metallo ( ad es. legge n. 14/1960; legge 867/1976): al contrario  – e lasciando da parte le ulteriori finalità di simili previsioni – la necessità di un titolo statale di abilitazione appare semmai quale indice sintomatico della non appartenenza delle riserve auree alla Banca centrale.

L’ORO E’ ANCHE UNA GARANZIA PER RECEDERE DALL’ EUROSISTEMA

L’oro rappresentava – e rappresenta oggi ancora , se è vero, come pare non possa smentirsi, che l’Italia potrebbe recedere dall’ Eurosistema ( diversamente, il conferimento della funzione monetaria  nel SEBC non sarebbe tale, trattandosi, pur a dispetto di ogni evidenza normativa di una cessione definitiva) -  un bene strumentale  all’esercizio di un ufficio sovrano, delegato alla Banca mediante la sua stessa istituzione e, poi,  ulteriormente regolato con le modifiche successivamente intervenute.

Le riserve auree dovevano pertanto qualificarsi – almeno fino a quando l’Italia ha direttamente emesso la propria moneta – come beni assimilabili a quelli demaniali e, pertanto,  siccome ” pertinenze della sovranità”, appartenenti al popolo,  anche se affidati, per la gestione, allo stato o ad altri enti pubblici: esse garantivano infatti  la sovranità interna ed esterna, quanto rispettivamente ai biglietti emessi e agli eventuali squilibri della bilancia dei pagamenti.

Con l’ingresso del nostro paese nel SEBC , cessa l’esercizio diretto ed in proprio ( non però la titolarità finale) della funzione suddetta in proprio  da parte dello Stato e, quindi, della Banca d’Italia.

Essa viene infatti affidata alla gestione della BCE: non a caso – la circostanza assume valore probante della loro natura demaniale -  la nostra Banca centrale ha dovuto conferire nell’istituto di Francoforte  una parte delle riserve italiane. E si è trattato dell’ultimo atto lecito di disposizione.

DA QUANDO SIAMO ENTRATI NELLA BCE  BANKITALIA HA CESSATO DI POTER DISPORRE DELL’ORO ITALIANO

Ne consegue che, successivamente a tale momento, la detenzione delle riserve auree da parte della Banca d’Italia non corrisponde ad alcun titolo, tantomeno di appartenenza.

Esse devono pertanto essere restituite alla collettività e per essa allo Stato, anche in ragione del permanere della loro funzione di garanzia dell’Italia  nei rapporti economici e finanziari comunitari e internazionali ( potendo fornire alla collettività data l’attuale consistenza delle riserve medesime, la capacità autonoma di emettere circolante assicurato, appunto, dall’oro) e , in ogni caso, per legittima spettanza, agli italiani, ai quali soltanto – ovviamente nelle forme costituzionali  all’uopo predisposte – compete l’assunzione di ogni determinazione in proposito, che trova, quale controlimite di legittimità, l’articolo 47 della Costituzione.

Peraltro, come dimostra l’art. 19 comma 10 legge n. 262/2005 , l’istituto di via nazionale non ha più i requisiti minimi per continuare  nella custodia e meno ancora ha idoneità ad esercitare poteri di carattere dispositivo, almeno sino a quando non sia perfezionato il procedimento volto a rendere il capitale dell’istituto a totale partecipazione pubblica.

E a quel punto, sia detto per inciso, non si capirà a che serva avere un capitale e non già un fondo di dotazione, come era tipico degli enti pubblici economici.

CON CHE DIRITTO POCHE BANCHE PRIVATE HANNO MESSO IL NOSTRO ORO NEI LORO BILANCI ?

Frattanto –  vi si faceva cenno prima -  è concreto il rischio che, pur avendo autorevoli fonti affermato che l’oro dell’Istituto centrale non può  considerarsi afferente  al patrimonio netto della Banca d’Italia, si giunga,  avendo i quotisti già provveduto  a rivalutare le proprie partecipazioni  facendo espresso riferimento  al valore delle riserve auree, alla approvazione di una disciplina che espressamente consenta il ricorso a tale metodo di valutazione, facendo così rientrare le quote nel patrimonio dei soggetti partecipanti anche ai sensi del c. d. CORE TIER 1  con conseguente disponibilità delle medesime sul mercato.

Qualora a tanto si dovesse giungere – e “ le campagne di stampa”  lo lasciano presagire -   si otterrà che delle riserve auree potrà disporsi in sede di negoziazione privata tra privati delle azioni delle Banche partecipanti  al capitale di Bankitalia che abbiano, in sede di determinazione  del patrimonio netto, attribuito alle proprie quote un valore ragguagliato  anche alle riserve auree di questa.

Tale prospettiva si porrebbe in contrasto con le funzioni attualmente proprie dell’Istituto di via nazionale: è molto dubbio, infatti,  che Esso possa provvedere ad operazioni che abbiano quale effetto predeterminato l’ausilio di alcuni soggetti, in violazione del principio di uguaglianza nel settore dell’esercizio del credito.

Mario Esposito, avvocato, professore straordinario di diritto costituzionale presso l’Università del Salento.

Fonte >  Corrieredellacollera



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Commenti  

 
# temponauta 2014-01-17 21:48
Quanti sofismi inutili.
E' puramente u problema politico.
Se al posto di politici camerieri ci fosse un governo nazionalista (unica reale espressione del popolo), le banche private (quotisti) saprebbero benissimo che il primo passo sbagliato (es. rivendicazione della proprietà delle riserve auree) verrebbe immediatamente sanzionato con la nazionalizzazio ne della banca e la "marginalizzazio ne" dei banchieri e dei loro referenti occulti.
Come si vede non è una fine questione giuridica, ma solo esercizio dell'unico legittimo potere nazionale (da non confondere ovviamente con la liquamosa e infetta democrazia).
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# BACCAMBARUS 2014-02-20 14:11
Mi lascia perplesso questo discorso, quando si parla di DEMANIO e di INTERESSE PUBBLICO entra sempre in gioco il discorso dei procedimenti ablatorii ovvero quelle pratiche della PA che incidono sui diritti personali che si concludono quasi sempre con l'incubo della ESPROPRIAZIONE. Ad esempio, lo Stato ha bisogno del ferro per costruire le spade e i proietti e i cannoni? Si procede a requisire tutto il ferro per il per il territorio nazionale. Lo Stato ha bisogno dell'oro per fare le riserve auree? Si DOVEVA procedere nel 1910 in Italia a requisire tutto l'oro per il territorio nazionale. Con il Regio Decreto 204 del 1910 è stato stabilito ke alcuni istituti potevano emettere le banconote in rapporto ad una riserva di metallo quale l'oro. Ebbene, sono state abolite le classi sociali nel 1910? Perkè nel momento in cui l'ORO serviva ad una pubblica causa, ovvero vi era un INTERESSE PUBBLICO di mezzo,il primo a dare l'esempio doveva essere il Re d'Italia a staccare zaffiri, rubini e smeraldi dalla corona e portare tutto l'oro dei palazzi in fonderia, così come tutta l'aristocrazia di quel periodo. Insomma, bla costruzione di una riserva aurea statalebnon poteva prescindere da una qualche forma di ESPROPRIAZIONE da parte dello Stato a tutta la cittadinanza dell'epoca. Ciò premesso,era illegittimo negoziare un metallo come l'oro almeno a partire dal 1919 in Italia, poterne disporre privatamente tirando su delle gioiellerie ad esempio, venderlo cederlo, se non sotto CONCESSIONE AMMINISTRATIVA, come l'etere, come una spiaggia, etc. Concludendo, non vi è UNA regola, UNA PREMESSA che governi il mondo della finanza KE NON SIA TRUFFALDINA, ovvero FALLACE e questo andando a ritroso nei secoli nei secoli dei secoli.
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