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Lecito parlare in senso teologicamente stretto di “chiesa conciliare” diversa nella sostanza dalla Chiesa Cattolica?
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Premessa

Quando si parla di Concilio Vaticano II come dogmaticamente inaccettabile[1], non si può racchiudere in tale constatazione di “rottura oggettiva con la Tradizione apostolica”[2] la responsabilità soggettiva o formale di chi lo ha accolto in buona fede, pensando di obbedire all’Autorità.

Così come, quando si constata la nocività oggettiva del Novus Ordo Missae, non si vuole minimamente offendere chi pensa di celebrarlo – in buona fede – in obbedienza all’Autorità, per ignoranza incolpevole delle carenze dottrinali del Nuovo Rito.

Queste carenze furono sùbito messe in luce nel “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae” con la “Lettera di presentazione” dei cardinali Antonio Bacci e Alfredo Ottaviani, ove si trovano considerazioni severe sulla non piena ortodossia oggettiva del nuovo rito (“si allontana impressionantemente dalla dottrina cattolica sul Sacrificio della Messa qual è stata definita dal Concilio di Trento”) e si chiede al Papa di abrogarlo quale “legge nociva”.

I fatti e gli argomenti


È un fatto, e “contro il fatto non vale l’argomento”, che il Concilio Vaticano II è stato convocato e promulgato dal Papa e tutto l’Episcopato (compresi mons. Marcel Lefebvre e mons. Antonio de Castro Mayer) vi ha partecipato e lo ha riconosciuto come Concilio della Chiesa (anche se solo “pastorale”). Perciò quelli che lo accettano non possono essere equiparati a coloro che sono fuori della Chiesa. Infatti nessuno avente autorità (Papa e vescovi) li ha condannati e separati da Essa, né possiamo farlo noi, che siamo privi di autorità.

Così non si deve neppure dimenticare che la Nuova Messa (di Paolo VI), pur allontanandosi “in maniera impressionante dalla teologia cattolica sul Sacrificio della Messa” (A. Ottaviani – A. Bacci), è stata fatta dal Papa e non da Lutero, che è uscito dalla Chiesa ufficialmente. Quindi i sacerdoti e i fedeli, che son costretti dalle circostanze storiche a subire e a partecipare ad un Rito ambivalente (protestante e cattolico) non ne hanno necessariamente colpa soggettiva o formale, sono membri della Chiesa cattolica (dalla quale nessuno avente autorità li ha espulsi) e non sono scismatici o eretici come i vecchi cattolici e i luterani. Dunque non si può applicare loro, senza fare le dovute distinzioni, il principio della nocività oggettiva del Rito nuovo, la quale formalmente è imputabile a chi lo ha redatto e imposto con un abuso di autorità e non a chi lo subisce, senza calare (come insegna la Teologia morale) al caso concreto e individuale il principio generale della sua nocività oggettiva[3]. Non mi sembra teologicamente lecito asserire che tutti coloro che assistono al nuovo Rito commettono formalmente un peccato mortale contro la Fede come lo è la partecipazione in sacris ad un culto ufficialmente acattolico.

La Chiesa come “soggetto insegnante” e la Dottrina della Chiesa come “oggetto insegnato”

La dis-continuità tra Tradizione apostolica e Concilio Vaticano II significa la non-conformità tra  la dottrina insegnata dalla Chiesa nei primi venti Concili Ecumenici-dogmatici e quella del Concilio Vaticano II pastorale[4]. Invece nel soggetto che la insegna, ossia la Chiesa, vi è una continuità sostanziale: la Chiesa che ha insegnato dogmaticamente e infallibilmente prima del Vaticano II è,quanto alla sostanza, lo stesso soggetto “Chiesa” che,quanto al modoo accidentalmente,ha parlato “pastoralmente”, non dogmaticamente e quindi non infallibilmente[5] durante il Vaticano II.

Il fatto che l’oggetto dell’insegnamento, ossia la dottrina ante-Vaticano II e quella del Vaticano II discordano in molti punti non pone problemi all’indefettibilità della Chiesa, poiché l’insegnamento “pastorale” del Vaticano II non è infallibile, avendo esso rinunciato a voler definire ed obbligare a credere. Vi è, dunque, sostanzialmente un solo e identico soggetto (Chiesa), che insegna in maniera diversa quanto al modo: con Magistero dogmatico infallibile e con Magistero pastorale non infallibile.

Se si nega che il soggetto Chiesa è lo stesso prima e dopo il Concilio, implicitamente e almeno praticamente, si nega l’articolo di Fede “Credo unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam” poiché la Chiesa che Cristo ha fondato su Pietro e i suoi successori (i Papi) dovrà durare ininterrottamente sino alla fine del mondo sostanzialmente inalterata. Se la Chiesa petrina fosse finita col Vaticano II (1965) le “porte degli Inferi” avrebbero vinto, sconfessando la promessa di Gesù: “Io sarò con voi tutti i giorni [compresi quelli che vanno al 1962 al 1965] sino alla fine del mondo”. Invece il fatto che la dottrina o l’oggetto dell’insegnamento della Chiesa differisce, poiché nel Vaticano II non si è voluto definire ed obbligare a credere e quindi si è esclusa l’assistenza infallibile dello Spirito Santo, non intacca l’apostolicità e l’indefettibilità del soggetto Chiesa, che, nonostante il Vaticano II, continuerà da Pietro sino all’ultimo Papa vivente alla fine del mondo.

“Chiesa conciliare”, Chiesa cattolica e contro-chiesa

Parimenti si può parlare, in senso largo o non strettamente teologico, di soggettoChiesa conciliare” (come hanno fatto i cardinali Benelli e Koch) in opposizione al soggetto Chiesa cattolica romana tradizionale. Infatti l’oggetto insegnamento magisteriale pastorale (Concilio Vaticano II) o puramente “esortativo” (Francesco I, Esortazione apostolica Amoris laetitia, 19 marzo 2016) sono in contraddizione con l’oggetto dell’insegnamento dogmatico e costante del soggetto Chiesa cattolica da S. Pietro a Pio XII. In questo senso (lato o non strettamente teologico) si può parlare degli uomini di una “contro-chiesa”, che cercano di erodere modernisticamentela Chiesa cattolica dal di dentro (cfr. San Pio X, Enciclica Pascendi, 8 settembre 1907). È il piano che la “Sinagoga di satana” (Apoc., II, 9) ha sempre avuto in mente sin dalla fondazione della Chiesa di Cristo (“configgendo il Verbo incarnato in croce”, Pio XI, Enciclica Mit Brennender Sorge, 14 marzo 1937) ed ha cercato di attuare nel corso dei secoli, perseguitando la Chiesa o “Cristo continuato nella storia” a partire da Giuda, dal martirio di S. Stefano, degli Apostoli, dei fedeli, dallo Gnosticismo cristiano del I secolo e dalle prime eresie anti-trinitarie e cristologiche del IV-V secolo, con qualche successo parziale (cfr. la crisi ariana del IV secolo, il X secolo detto “periodo bronzeo” della Chiesa; il Grande Scisma d’Occidente, il Concilio Vaticano II e il post-concilio da Paolo VI a Francesco I). Ma, nonostante tutti gli sforzi dell’inferno e dei suoi accoliti (da Giuda agli ariani e ai modernisti), “le porte dell’Inferno non prevarranno contro di Essa”. La fede ci assicura che anche quest’ultimo tentativo di distruggere la Chiesa di Cristo (Vaticano II) è destinato a fallire come tutti gli altri che lo hanno preceduto e come la persecuzione dell’Anticristo finale, che concluderà la storia dell’umanità e della Chiesa con la vittoria definitiva di Cristo[6]. “Dio salvi la Chiesa dalle colpe degli uomini di Chiesa” (d. Francesco Putti)[7].

I princìpi da tener fermi

Occorre ben distinguere i termini quando si parla di “ermeneutica della continuità” sia per non negare il fatto oggettivo della discontinuità di dottrina ante e post Vaticano II, sia per non negare il dogma della perenne continuità del soggetto Chiesa sostanzialmente identico sino alla fine del mondo e la sua apostolicità, ossia la serie formalmente ininterrotta di Papi e Vescovi, che da Pietro e dagli Apostoli si sono susseguiti e si susseguiranno come una catena di anelli sino alla Parusia.

Occorre, a tal fine, fare molta attenzione a non confondere la continuità del soggetto Chiesa con la continuità dell’ oggetto o dottrina della Chiesa, la quale dottrina, quando non è insegnata dal Magistero infallibile, può essere eccezionalmente in rottura con la Tradizione apostolica[8] così come la dottrina del Vaticano II è in più punti in rottura con quella della Tradizione apostolica e del Magistero tradizionale e dogmatico (quindi infallibile) della Chiesa[9].

Per interpretare correttamente la teologia del Concilio Vaticano II occorre, dunque, ritornare alla distinzione classica e scolastica tra il soggetto Chiesa, che insegna, e l’ oggetto o la verità insegnata, la quale, se il Magistero non vuole definire e obbligare a credere, può contenere eccezionalmente l’errore ed essere in rottura con la Tradizione (“quod ubique, ab omnibus et semper creditum est”), non dimenticando che l’ universalità del Magistero non riguarda solo l’omnibus ossia il Corpo insegnante (tutti i Vescovi più il Papa), ma anche il semper, ossia la continuità dell’insegnamento, che proprio perché costante non può essere erroneo (cfr. Pio IX, Tuas libenter, 1863).

Certamente la Chiesa è ‘soggetto insegnante’, tuttavia gli uomini di Chiesa non devono appropriarsi della Rivelazione divina, contenuta nella Tradizione apostolica e nella S. Scrittura per interpretarla soggettivisticamente come a loro sembra, ma devono custodirla, mantenerla invariata sostanzialmente o oggettivamente (anche se approfondita e penetrata) e poi trasmetterla spiegandone il significato genuino omogeneamente, cioè senza contraddizioni (Conc. Vat. I, Pastor aeternus, cap. IV). L’interpretazione della Rivelazione è condizionata dalla sua conservazione e ordinata alla sua trasmissione.

La Chiesa certissimamente è un soggetto che riceve, conserva, interpreta e trasmette la Rivelazione o dottrina oggettiva, ma lo deve fare distinguendo il soggetto (Chiesa) dall’ oggetto (verità o dottrina Rivelata), non deve “assoggettarsi” la Rivelazione perché ai “successori di Pietro è stato promesso lo Spirito Santo non perché per Sua rivelazione insegnassero una nuova dottrina, ma affinché, con la Sua assistenza, custodissero piamente ed esponessero fedelmente la Rivelazione trasmessa dagli Apostoli” (Conc. Vat. I, Pastor aeternus, cap. IV, DS 3074).

Il guaio è che con il Concilio Vaticano II è stato sovrapposto il soggetto Chiesa all’oggetto insegnato e sono stati legittimati “pastoralmente” alcuni cambiamenti di dottrina con la continuità del soggetto Chiesa, che dovrebbe far passar, così, in second’ordine, il cambiamento dell’ oggetto dottrina insegnata (collegialità episcopale, pan-ecumenismo, diritto di libertà delle false religiosi, rapporti Chiesa/giudaismo postbiblico, unicità della Scrittura come fonte di Rivelazione escludendo la Tradizione, panteismo antropologico…)[10]. Questo è l’escamotage di cui si servono i neomodernisti per accreditare “l’ermeneutica della continuità” della dottrina insegnata prima, durante e dopo il Concilio Vaticano II.

L’anomalia del Vaticano II

Il Magistero Conciliare (Vaticano II compreso) è di per sé Solenne o Straordinario e Universale, trattandosi di tutti (moralmente e non matematicamente) i Vescovi riuniti in Concilio sotto il Papa in maniera non abituale ma eccezionale: «Quanto al Vaticano II, sarebbe assurdo negargli il carattere di Magistero Conciliare, quindi Solenne, non Ordinario, perché in tal caso si negherebbe il [fatto o l’esistenza del] Concilio stesso. […]. Se una cosa è, non può non essere»[1]. Ossia è un fatto, e “contro il fatto non vale l’argomento”, che il Papa ha convocato tutti i Vescovi del mondo nel Concilio Vaticano II, il quale è esistito (chi può negarlo?), si è svolto e si è concluso sotto la direzione del Papa e non è stato impugnato da nessun Vescovo residenziale o avente giurisdizione (neppure da mons. Marcel Lefebvre e da mons. Antonio de Castro Mayer) né da nessun Cardinale. Quindi canonicamente è un Concilio Ecumenico legittimamente convocato e promulgato.

Tuttavia – e questa è l’anomalia  – tale Concilio lo si è voluto, per la prima volta nella storia della Chiesa, “pastorale” e non dogmatico come gli altri precedenti venti Concili Ecumenici, ossia si è voluto che si limitasse ad applicare ai casi pratici la dottrina della Chiesa senza definire né obbligare a credere nessuna verità di Fede o di Morale. Quindi il Vaticano II è, sì, Magistero Solenne Universale o Conciliare, ma è Magistero non dogmatico e non infallibile, tranne nei punti ove ha riproposto la dottrina costantemente e universalmente professata da tutta la Chiesa (“quod semper, ubique et ab omnibus creditum est”) o quando ha ripreso dogmi già definiti.

In breve la legittimità del Vaticano II come Concilio Ecumenico (quanto a convocazione, esistenza e promulgazione) è distinta dall’ortodossia della dottrina da esso insegnata così come la validità e legittimità dell’elezione canonica di Paolo VI-Francesco I (soggetto Papa esistente in atto) non si identifica con la loro ortodossia dottrinale (oggetto da loro insegnato). Il Vaticano II è realmente Magistero Conciliare e perciò Solenne, ma non è infallibile in quanto non ha voluto essere dogmatico: «ha [giuridicamente] le carte in regola che lo fanno un autentico Concilio ed esigono che sia come tale riconosciuto. […]. L’autenticità conciliare gli deriva dalla canonicità della sua convocazione, della sua celebrazione e della sua promulgazione. […]. La qualcosa non depone di per sé per la dogmaticità dei suoi asserti […], trattandosi di un Concilio che, fin dalla sua convocazione […], escluse formalmente dal proprio orizzonte l’intento definitorio»[11].

Il fatto che il Concilio Vaticano II quanto al modo di insegnare sia Magistero Solenne o Straordinario non significa che ipso facto sia quanto alla sostanza dogmatico o che voglia definire e obbligare a credere, godendo, così, dell’assistenza infallibile di Dio. È un fatto che il Vaticano II è stato un Concilio Ecumenico convocato e promulgato da un Papa, ma è altresì un fatto che è stato solo pastorale e quindi il passaggio dal fatto dell’esistenza di un Concilio pastorale al principio della sua infallibilità e obbligatorietà dottrinale non è valido, non avendo esso voluto definire ed obbligare a creder ciò che ha insegnato pastoralmente.

Asserire che il Concilio Ecumenico Vaticano II non è Magistero significa negare implicitamente che Giovanni XXIII, Paolo VI e i Vescovi del mondo intero (compresi mons. Antonio de Castro Mayer e mons. Marcel Lefebvre) riuniti in Concilio cum Petro et sub Petro, più i Papi e i Vescovi post-conciliari, non sono Papi e Vescovi. Questo è “sedevacantismo” e non stato di “sede vacante”[12].

La “prova del nove” dell’infallibilità

Il Concilio (e quindi anche il Vaticano II) è Magistero straordinarioquanto al modo”, nel senso che il Concilio non è abitualmente o permanentemente riunito, ma è radunato straordinariamente o solennemente ed eccezionalmente; tuttavia “quanto alla sostanza” il suo insegnamento è infallibile soltanto se definisce una verità di Fede come da credersi obbligatoriamente. Quindi il Magistero sia ordinario che straordinario è infallibile solo se ha questa ‘volontà di definire e obbligare a credere’.

Il teologo tedesco Albert Lang spiega bene che «non riveste neppure importanza essenziale il fatto che i Vescovi esercitino il loro magistero ‘in modo ordinario e universale’ [cioè sparsi nel mondo ciascuno nella propria Diocesi], oppure esercitino il loro magistero ‘in modo solenne’ [straordinario] […] in un Concilio ecumenico convocato dal Papa. In entrambi i casi sono infallibili solo se, in accordo tra di loro e con il Papa (prima condizione), annunziano una dottrina in modo definitivo e obbligatorio (seconda condizione)» (Compendio di Apologetica, tr. it. Torino, Marietti, 1960, p. 461).

In breve, per esercitare l’infallibilità, è essenziale obbligare i fedeli a credere come divinamente rivelato ciò che si definisce sia in ‘maniera ordinaria’ sia in ‘maniera solenne o straordinaria’ (il modo è elemento accidentale dell’ infallibilità). La forma esterna solenne o straordinaria ‘quanto al modo’ di pronunciarsi non è per sé indice di infallibilità; l’essenziale è imporre ‘quanto alla sostanza’, in ‘maniera ordinaria o straordinaria’, la dottrina annunziata definitivamente e obbligatoriamente per la salvezza. Onde non tutto ciò che è Magistero Straordinario, quanto alla forma esterna ‘non comune’ o ‘non ordinaria’ di pronunciarsi con formule solenni, è infallibile.

Conclusione

La gravità della situazione attuale è tale che umanamente non è risolvibile poiché nessun essere umano può condannare giuridicamente e deporre il Papa. Tuttavia la Chiesa è soprannaturale quanto all’origine, al fine e ai mezzi (tranne i membri umani che la compongono) e quindi occorre mantenere viva la Fede nella divinità della Chiesa e nel suo trionfo a ligno (come Gesù, di cui la Chiesa è la continuazione nella storia sino alla fine del mondo).

Si comprende che di fronte allo scandalo pubblico dato dai Papi “conciliari” i cattolici si sentano scossi, indignati e anche smarriti, ma non bisogna sorpassare il limite consentito dalla sana teologia e dal buon senso: In certis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas[13].

Tuttavia, data la situazione estremamente grave e confusa in cui ci troviamo (“hanno colpito il pastore e il gregge si è disperso”), occorre avere anche molta comprensione verso coloro che – in buona fede – per difendere la Fede cattolica dall’aggressione modernista “peccano” o per eccesso (sedevacantismo) o per difetto (obbedienza indebita).

“Senza fede è impossibile piacere a Dio” (SAN PAOLO), ma “la Fede senza le opere buone è morta” (San Giacomo). Cerchiamo di mantenere la Fede che la Chiesa ha insegnato dogmaticamente o in maniera costante quanto al tempo (quod semper) ed universale quanto allo spazio (quod ubique) e quanto ai membri principali e secondari (et ab omnibus), senza dimenticare che la Fede deve essere vivificata dalla Carità soprannaturale, la quale non è sentimentalismo affettato e verbale, ma è l’osservanza effettiva del Decalogo.

d. Curzio Nitoglia

 


1] Monsignor Mario Oliveri, ex Vescovo titolare della Diocesi di Albenga, ha scritto su Studi Cattolici del giugno 2009 un articolo su “La riscoperta di Romano Amerio” in cui afferma che non è solo lo spirito o l’interpretazione data da alcuni teologi super-progressisti del Concilio a contenere equivoci, ma è la lettera stessa del Concilio ad essere oggettivamente in contraddizione con i Concili dogmatici della Chiesa.

2] Cfr. Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id., Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011.

L’Autore in questi libri sostiene che la “continuità” tra la Tradizione apostolica e la teologia pastorale del Concilio Vaticano II è “affermata, ma non provata”. Innanzitutto le parole non sono la realtà ed inoltre non corrispondono ad essa. Vi è quindi un divario tra il detto e il fatto. Ora la definizione di verità è “conformità del pensiero alla realtà”, mentre l’errore è definito “non conformità del pensiero e delle parole che lo esprimono ai fatti”. Quindi la teoria dell’ermeneutica della continuità – oggettivamente – è un errore o una falsità.

3] Con il Vaticano II e la Nuova Messa abbiamo assistito ad un tentativo di protestantizzazione dell’ambiente ecclesiale. Infatti il Concilio a) con la “Collegialità” ha fatto proprio l’odio luterano e gallicano per il primato del Papa; b) con la cosiddetta “Libertà religiosa” ha fatto proprio l’odio liberale verso la cooperazione tra lo Stato e l’unica vera Religione fondata da Dio; c) con l’“Ecumenismo” l’odio per la purezza e l’intolleranza dottrinale della Chiesa romana “extra quam non est salus”; d) con la pseudo-“Riforma liturgica”, elaborata assieme ai calvinisti, ha prodotto un rito (il Novus Ordo Missae di Paolo VI, 1969) oggettivamente ibrido ovvero un incrocio tra due riti essenzialmente diversi: quello protestantico e quello cattolico.

4] La “teologia pastorale” consiste nell’ applicare i princìpi dogmatici ai casi concreti (card. A. Ottaviani). Il Concilio Vaticano II non ha voluto definire e condannare infallibilmente nessuna dottrina rivelata, né obbligare a credere alcunché. Ha soltanto cercato di applicare i princìpi immutabili della Chiesa alle vicissitudini della modernità. Tuttavia lo ha fatto avendo accettato esplicitamente il linguaggio (ed implicitamente il pensiero) soggettivista che è proprio della modernità. Quindi l’applicazione del dogma al caso concreto si è rivelata falsata dal linguaggio e dal pensiero della filosofia moderna, che va da Cartesio (†1650) a Hegel (†1831). I frutti della ‘pastorale prudenziale’ del Vaticano II sono stati inquinati da quello che il gesuita padre Guido Mattiussi chiamava “Il veleno kantiano” (Monza, 1907). Quindi essi risultano viziati dal soggettivismo, che relativizza ogni verità, principio e dogma. La prudenza, che deve presiedere all’ applicazione retta del principio dottrinale al caso concreto e pratico alla luce della sana dottrina e del buon senso pratico, è mancata totalmente nell’ insegnamento del Vaticano II, in voto “pastorale”, ma in realtà ‘a-pastorale’de facto sia per difetto di sana dottrina, sia per mancanza di buon senso, il quale vuole che nel decidere praticamente il da farsi, ci si abbeveri alla Saggezza filosofica e teologica perenne, al Magistero tradizionale, alla Tradizione apostolica e non alle fonti inquinate della filosofia moderna. Il fatto di non aver voluto metter in guardia i fedeli dai pericoli che allora minacciavano il mondo e la Chiesa (p. es. il Comunismo sovietico) può essere qualificato, come minimo, come una totale mancanza di buon senso, di prudenza, di sano insegnamento e di pratica pastorale.

5] Cfr. Giovanni XXIII, Allocuzione nella solenne inaugurazione del Concilio, 11 ottobre 1962; Paolo VI, Omelia durante la IX Sessione del Concilio, 7 dicembre 1965, ripetuta il 16 gennaio 1966.

6]Cfr. A. Lémann, L’Anticristo, Proceno di Viterbo, EFFEDIEFFE, II ed., 2013; H. Delassus, Il Problema dell’ora presente, Proceno, EFFEDIEFFE, 2 voll.; II ed., 2014-2015; M. Pinay, Complotto contro la Chiesa, Proceno, EFFEDIEFFE, II ed., 2015.

7 ]La tendenza a non distinguere il soggetto insegnante e l’oggetto o verità insegnata appartiene alla forma mentis del teologo Joseph Ratzinger sin dai suoi studi giovanili. Per esempio, nella sua Tesi di Laurea su San Bonaventura egli sosteneva che la Rivelazione non è una questione di verità oggettive Rivelate, ma è l’evento di Dio rivelatore, vale a dire che il soggetto (Dio rivelatore) ingloba e fa un tutt’uno con l’oggetto (la verità Rivelata). Fu proprio per questo motivo che il teologo tedesco Michael Schmaus bocciò la sua Tesi di Laurea come storicistica, modernistica, soggettivistica e tendente all’evoluzione eterogenea del dogma. Il 13 luglio del 1988, da cardinale, Joseph Ratzinger disse (ma non dimostrò) all’ Episcopato colombiano e cileno che il Concilio Vaticano II è in continuità col passato della Chiesa e quindi è obbligatorio. Nel suo ragionamento, però, vi è il passaggio indebito dalla immutabilità del soggetto Chiesa all’immutabilità dell’oggetto dottrina. Nella sua ottica, siccome il soggetto Chiesa ingloba l’oggetto dottrina e poiché la Chiesa cattolica è sempre la stessa, ne consegue ipso facto che l’oggetto o la dottrina insegnata è inglobata nel soggetto Chiesa ed è in continuità con la dottrina tradizionale. Ma ciò è smentito dalle “novità” oggettive contenute nei 16 Documenti del Vaticano II.

8] Cfr. Arnaldo Xavier Vidigal Da Silveira, Qual è l’autorità dottrinale dei documenti pontifici e conciliari?, “Cristianità”, n. 9, 1975; Id., È lecita la resistenza a decisioni dell’Autorità ecclesiastica?, “Cristianità”, n. 10, 1975; Id., Può esservi l’errore nei documenti del Magistero ecclesiastico?, “Cristianità”, n. 13, 1975.

9] Il fatto (quia) certo è quello sopra esposto (discontinuità di dottrina ante e post Vaticano II), mentre i princìpi da tenere fermi sono: a) la indefettibilità e la perennità dell’Unica Chiesa fondata su Pietro e i Papi e b) che l’infallibilità viene impegnata solo quando il Magistero vuol definire una verità come rivelata ed obbligare a crederla per andare il paradiso o sotto pena di dannazione. Il come e il perché (propter quid) sia stato possibile l’attuale disastro o ‘catastrofe’ spirituale nella Chiesa è un mistero che soltanto Dio conosce. Noi dobbiamo continuare a credere e a sperare che da ogni male permesso Dio trae un bene maggiore. Anche il Poeta ci invita a non voler conoscere le imperscrutabili vie di Dio e le loro cause (propter quid). Quindi dobbiamo contentarci di sapere il fatto (quia) senza presumere di conoscereil perché di ogni cosa:“Matto è chi spera che nostra ragione/possa trascorre la infinita via/che tiene una Sustanza in tre Persone./ State contenti, umana gente, al quia /ché, se potuto aveste veder  tutto,/mestier non era partuir Maria” (Dante, Purgatorio, III, 36-37). Se potessimo conoscer ogni cosa (quia et propter quid) avremmo ancora la scienza infusa persa da Adamo e non sarebbe necessaria la Redenzione. Cfr. anche S. Tommaso d’Aquino, S. c. Gent., I, 3.

10] Cfr. “Divinitas”, n. 2/2011, p. 188 ss.

11]Cfr. “Divinitas”, n. 2/2011, p. 188 ss.

12]La differenza tra i periodi di ‘sede vacante’, o interregno tra un Papa e l’altro, e il “sedevacantismo”, che afferma la mancanza (totale o solo attuale) di un Papa e di un Corpo di Vescovi aventi giurisdizione e ritiene i Cardinali capaci solo di partecipare alle elezioni, ma impossibilitati a governare poiché privi di autorità, è abissale. Infatti a) nel primo caso i Cardinali mantengono in vita la Chiesa poiché fungono pro tempore, in attesa del nuovo Papa, da autorità o principio di vita della medesima (sono ‘vicari’ vivi del ‘Vicario’ morto); b) nel secondo caso, invece, si afferma che l’autorità è scomparsa (e con essa il principio di unità e di esistenza) nel Papa, nei Vescovi e nei Cardinali, onde la Società spirituale Chiesa gerarchica romana sarebbe senza principio formale di vita (= autorità) e quindi dovrebbe essere morta. Ma ciò è contro la Fede. Francesco I governa de facto, ha il titolo di Papa de jure, anche se l’esercizio di tale titolo è deficiente: governa malamente, ma è Papa; quod non repugnat. Lo stato ordinario di ‘sede vacante’ si ha quando un Papa muore, ma il Collegio cardinalizio con il Cardinal decano, conformemente al Diritto ecclesiastico, fungono da Papa e ne svolgono le mansioni pro tempore. Una Chiesa senza Papa, Cardinali e Vescovi (“sedevacantismo”) sarebbe morta totaliter. Il caso di interregno tra un Papa morto ed uno ‘eligendo’ (“sedevacante”) è diverso dal sedevacantismo, dacché i Cardinali (collegialmente ‘sotto’ il Cardinal decano) governano con autorità la Chiesa, la quale ha un Papa morto ed uno ancora non eletto, ed assicurano l’unità, la permanenza in vita di essa e la sua visibilità e non si limitano ad essere “solo elettori”. «L’elezione [del Papa] è perfetta ed irrevocabile dal momento che il designato, interrogato dal Sacro Collegio, dichiara di accettare (n° 87-88 della Costituzione di s. Pio X del 25 dicembre 1904, Vacante Sede Apostolica). Se l’eletto non è prete o vescovo viene immediatamente ordinato o consacrato dallo stesso cardinale decano (n° 90)». (F. Roberti-P. Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 1968, 4a ed., 1° vol. p. 360).

13] Papa Vittore I, santo (189-199) in un primo momento volle imporre la sua autorità sulla questione della data della Pasqua. Infatti Roma e la Chiesa latina la festeggiavano la domenica che seguiva il 14° giorno del mese di Nissàn. Invece la chiesa dell’Asia minore la celebrava il 14 di Nissàn, anche se non era domenica. Vittore le chiese di uniformarsi a Roma, ma la Comunità asiatica si irrigidì e il Papa decise di scomunicare tutta la suddetta Comunità e il suo Vescovo Policrate. Tuttavia molti Vescovi latini manifestarono al Papa le loro perplessità sul suo provvedimento, che avrebbe provocato uno scisma; decisivo fu l’intervento di Sant’Ireneo, Vescovo di Lione (130-202), che convinse il Papa a scendere a più miti consigli, onde Vittore non dette corso al suo proposito di scomunica. Come si vede, in una questione molto importante (la Chiesa d’Oriente e quella di Occidente celebrano tuttora la Pasqua in due date diverse) un Papa (per di più santo) lasciò ai cattolici orientali la possibilità di celebrare la Pasqua anche non di domenica (giorno in cui è risorto Gesù), senza condannarli e scomunicarli. Purtroppo qualcuno, che si prende per il “Padreterno”, scomunica e condanna “a destra e a manca” chi non ha le sue stesse opinioni. Etienne Gilson diceva che “Un’opinione teologica e una scuola teologica non possono pretendere di imporsi come verità di Fede, ‘scomunicando’ le altre opinioni e le altre scuole teologiche”.

 

 
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Commenti  

 
# Centuri 2016-07-30 18:45
Grazie don Curzio.
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# Centuri 2016-07-31 18:29
Articolo molto interessante e importante.
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# cgdv 2016-08-01 10:45
San Pietro Crisologo vescovo di Ravenna (V secolo), quando richiesto di esprimersi sulla due nature di Gesù, rimandava a Papa Leone I che con l'assistenza dell'Apostolo Pietro avrebbe dato le risposte esatte. Allo stesso modo il santo vescovo, se fosse vissuto oggi, avrebbe potuto tranquillamente mandare da Francesco con la medesima motivazione e la stessa giusta convinzione. Io però non sarei così sicuro del fatto che oggi il Papa voglia occuparsi ancora di questo, impegnato com'è a dire la sua verso le "cose" del mondo. Dove però potrebbe umanamente confondersi o lasciarsi confondere.
Giuliano
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# Centuri 2016-08-01 18:12
Bellissimo commento!
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# capperi 2016-08-01 15:59
Complimenti don Curzio
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# AlexFocus012 2016-08-05 23:21
Egregio don Curzio, la seguo da tempo e, in generale, concordo con lei. Ma non riesco a concordare colla dichiarazione che la Chiesa è soggetto. Non vado spesso in chiesa ma, quando il prete della parrocchia ha parlato di clero indegno, ha dato l’immagine del significato di messa: il sacerdote è solo un tramite di un messaggio più profondo, che è il Cristo. Egli è il SOGGETTO che nobilita il CANALE che è la CHIESA.

Inoltre, come fa un vero Papa (ad esempio, Giovanni XXIII) a torturare un santo (ad es. padre PIO) e poi a “passare il testimone“ al Papa successivo (ad es. Paolo VI) che continua a torturare il suddetto santo?
A questo punto penso che la VERA Chiesa è tornata ad essere catecumenale per salvarsi dalla Chiesa sedevacantista.
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