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Minaccia atomica contro l'Europa?
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L'autore della frase che segue non è – come forse potrà credere qualcuno – Giuseppe Stalin, e nemmeno Saddam Hussein, e men che meno Osama bin Laden: «noi possediamo varie centinaia di testate atomiche e missili, e siamo in grado di lanciarli in ogni direzione, magari anche su Roma. La maggior parte delle capitali europee sono bersagli per la nostra forza aerea».

L'ha pronunciata, in varie interviste, nel febbraio 2003, Martin Van Creveld, docente di storia militare all'Università Ebraica di Gerusalemme. Erano i giorni in cui la «vecchia Europa» si mostrava renitente a seguire gli Stati Uniti nella guerra all'Iraq, ed era incredula sulla pericolosità delle armi di Saddam: si credette allora che Van Creveld  esprimesse il dispetto dei circoli politico-militari israeliani per  il freno che l'Europa poneva a una guerra che Israele, come sappiamo, ha voluto ad ogni costo.
 
Ora, nuovi dati inducono a credere che Van Creveld, che ha ovvi agganci col settore militare e politico del suo Paese, esponesse in realtà una dottrina strategica. Che prevede la distruzione preventiva dell'Europa (significativa la menzione di Roma: in quei giorni il Papa si pronunciava contro l'invasione dell'Iraq) se Israele fosse davvero in estremo pericolo.
Vale la pena di riportare tutto quel che sappiamo di quell'intervista, ripresa da vari giornali in ebraico e ripresa da alcune agenzie (1): se non altro, consente di lanciare uno sguardo raro negli abissi di una mentalità collettiva.

Van Creveld comincia a parlare dell'intifada palestinese, e si dichiara pessimista sul suo esito: «se continua ancora per molto, il governo israeliano perde il controllo del suo popolo» (2), disse: «in questo tipo di campagne le forze anti-terrorismo [Israele] perdono per il solo fatto che non vincono, e i ribelli vincono per il solo fatto che non perdono. Io ritengo inevitabile una totale disfatta israeliana. Ciò significa il collasso della società e dello Stato d'Israele. Ci autodistruggeremo».
 
Ma naturalmente Van Creveld non era rassegnato alla «disfatta»: il quadro estremo che dipingeva era solo il pretesto legittimante per un'estrema proposta.

«La sola salvezza per Israele è la deportazione collettiva di tutti i palestinesi. La gente che si batte per questo [nel governo israeliano] aspetta solo l'uomo giusto e il momento giusto. Due anni fa solo il 7-8 % degli israeliani pensava che questa fosse la soluzione migliore, due mesi fa era il 33 %, ed ora sono il 44 %».

L'uomo giusto era, non occorre dirlo, Sharon.

«Lui vuole fare questo. Vuole l'escalation del conflitto, perché sa che nessun'altra misura avrebbe successo».

Ancora una volta, Van Creveld non riferisce un'impressione: riferisce un piano già delineato.

Un anno prima, in un articolo scritto per il britannico Telegraph e apparso il 28 aprile 2002 (3), lo stesso Van Creveld s'era lanciato a descrivere nei dettagli questo piano: «dovesse sorgere questa necessità, allora Israele mobiliterebbe con la rapidità del lampo – anche oggi la maggior parte della sua popolazione maschile è in attesa di chiamata…»

Poi continuava: «anzitutto, i nostri tre sottomarini ultramoderni prenderebbero posizione di fuoco al largo (4). Le frontiere sarebbero chiuse, un oscuramento delle notizie verrebbe imposto, e tutti i giornalisti stranieri sarebbero presi con una retata e confinati in un albergo come ospiti dello Stato…Sarebbe dispiegata la forza di 12 divisioni, undici delle quali corazzate, più diverse unità territoriali  adatte ai compiti dell'occupazione: cinque contro l'Egitto, tre contro la Siria, una a ridosso del Libano. In questo modo se ne lasceranno tre per fronteggiare l'Est e forze sufficienti per mettere un carro armato in ogni villaggio arabo, nel caso alla popolazione vengano strane idee. L'espulsione dei palestinesi richiederà solo poche brigate. Non trascineranno la gente fuori dalle case, ma useranno artiglieria pesante per cacciarli via. Gli esperti militari israeliani pensano che l'operazione possa concludersi in soli otto giorni».
 
Di fronte alla domanda dell'intervistatore: se Israele era dunque pronta ad atti di atrocità genocida, tanto da poter essere dichiarata uno Stato criminale, ecco che Van Creveld risponde con la velata minaccia atomica all'Europa. E conclude: «le nostre forze armate non sono la trentesima forza mondiale, sono la seconda o la terza. Abbiamo la capacità di trascinare giù il mondo con noi. E posso assicurarvi che questo accadrà, nel caso si crolli nell'abisso».

E' una folle prospettiva, che ha un profondo aspetto biblico: potremmo chiamarla la sindrome di Sansone, che uccide se stesso facendosi crollare addosso un edificio, con tutti i suoi nemici non-ebrei. Israele non lascerà che il mondo continui a vivere «dopo» di esso, e «senza» di esso. C'è qui, ancora più a fondo, lo spirito di Masada, l'oscura ambivalente volontà di morte che anima ogni ebreo il quale sa, nel fondo, che sta sfidando forze supreme (5).
 
Chi è tentato di rifiutare queste idee, come fossero le pensate di un dottor Stranamore israeliano isolato, sarà bene si ricreda. Van Creveld  conosce i piani militari israeliani meglio di chiunque altro. E come «legittimazione» per questo scenario di ultimo orrore apocalittico anche contro Paesi non belligeranti, egli cita, nella sua intervista, una frase di Moshe Dayan: «Israele deve essere come un cane arrabbiato, troppo pericoloso per essere disturbato».

Anche quella di Dayan non fu un'asserzione casuale, ma l'indicazione di una deliberata, e ben pianificata strategia militare. La minaccia di rispondere alle pressioni politiche con la «violenza irrazionale» e la «violenza selvaggia» è stata in programma nella politica israeliana fin dall'inizio.

Negli anni '50, rievoca l'Observer, il Primo ministro ebreo di allora, Moshe Sharret, che era un pacifista, lasciò scritto a proposito del  suo ministro della Difesa, Pinhas Lavon, che egli «costantemente consigliava azioni da pazzi» e di «fare pazzie» se mai Israele avesse incontrato qualche opposizione. Ora, «azioni pazze» di una potenza nucleare, sono tollerabili nel mondo?

Israele non solo non ha mai rivelato quante testate nucleari possiede (fra 200 e 300, si calcola), ma nemmeno ha mai reso esplicita la sua «dottrina militare» riguardo all'uso delle armi atomiche. Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti resero nota la loro dottrina al proposito: non avrebbero mai risposto ad un attacco convenzionale con armi nucleari; mai le avrebbero usate per primi, ma solo come risposte ad un attacco atomico sovietico.
 
Ciò dava all'avversario la necessaria comprensione strategica delle intenzioni del nemico, ed a questa dottrina abbiamo dovuto cinquant'anni di pace armata all'ombra della «mutua distruzione assicurata».  Israele non ha mai detto nulla del genere, come deliberata politica: per lasciare gli avversari potenziali nell'incertezza strategica.

Israele, unica potenza atomica nel pianeta, non si vieta nessuna ipotesi: né di rispondere con un attacco nucleare ad un attacco convenzionale, né soprattutto di lanciare un attacco nucleare preventivo, e  anche senza provocazione alcuna.

Possiamo capire l'incredulità del lettore, che probabilmente, da non ebreo, non può sentire empatia per la sindrome di Sansone né per la sindrome di Masada (il suicidio collettivo cui si abbandonarono gli ebrei assediati dai Romani). Ma può forse farlo ricredere una breve informazione sul tipo di arsenale di cui Israele - uno Stato con sei milioni di abitanti e grande come la Puglia - si è dotato.
 
Il 6 giugno 2002, su Haaretz, due scienziati israeliani, Moshe Gelman dell'Asher Institute presso l'Israel Institute of Technology e Avi Har-Even, direttore dell'Israel Space Agency, parlarono del recente lancio in orbita del satellite Ofek 5. Il quale, spiegarono, ha «due obbiettivi strategici».

Il primo, dare ad Israele una capacità di spionaggio satellitare delle attività militari di tutto il Medio Oriente. La seconda, disse Har-Even, «riguarda le capacità di lancio israeliane». «Dal momento in cui Israele può lanciare un satellite in orbita a centinaia di chilometri dalla terra», spiegò Gelman, «ha stabilito la sua capacità di lanciare, con un suo missile, un carico attivo sopra ogni luogo sulla faccia del pianeta».

La capacità di cui si parla è quella di un missile intercontinentale balistico, capace di compiere un bombardamento atomico contro qualunque Stato o città del mondo.

Il 26 giugno seguente, in una riunione della NATO a porte chiuse, il capo del Mossad Ephraim Halevi pare abbia comunicato agli europei la volontà israeliana di compiere un attacco preventivo contro qualunque Paese in grado di minacciarlo, come Iran, Irak e Libia.  Ma anche verso altri Paesi?

Van Creveld, abbiamo visto, ha minacciato le capitali europee, notificando che esse sono potenziali bersagli dell'aviazione israeliana (il che significa che ci sono piani per colpirle). E, fra le capitali, ne nomina esplicitamente solo una: Roma. Questa «Roma» odiata, che non può e non deve sopravvivere a «Gerusalemme» (6).

E' forse una vuota minaccia? Abbiamo sentito dei missili intercontinentali che possono colpire non solo i potenziali nemici concreti d'Israele, ma ogni altro luogo «sulla faccia della terra». Occorrerà parlare di quei tre sommergibili cui accennava Van Creveld.

Si tratta di tre sottomarini con motori diesel fabbricati in Germania, con caratteristiche molto avanzate, e armati dagli israeliani con apparati segreti d'avanguardia. Secondo uno studio pubblicato nel giugno 2002 dal Carnegie Endowment for International Peace, questi sottomarini sono armati con missili Cruise a testata atomica.
 
«Dagli anni '80, e forse anche prima, la marina israeliana ha premuto parecchio sull'idea che Israele deve costruirsi una piccola flotta di moderni sottomarini diesel per 'finalità strategiche', un eufemismo israeliano per indicare la capacità di lancio subacqueo di missili nucleari…Si ritiene (ma non ce n'è conferma) che l'aspetto più delicato del progetto, la tecnologia missilistica da crociera che rende i sottomarini diesel piattaforme di lancio atomico, sia stato sviluppato e fabbricato in Israele…Secondo un articolo del Sunday Times di Londra, Israele ha compiuto il primo lancio sperimentale dei suoi Cruise all'inizio del 2000 […]. Tutto indica che Israele è sulla strada di strutturare le sue forze nucleari a triade, come gli Stati Uniti».

E' la triade atomica: missili intercontinentali, bombardieri nucleari (quelli che hanno acquisito le capitali europee come bersaglio), e missili lanciati da sottomarini.  Si tratta, dice il rapporto, «del più  importante sviluppo nelle capacità nucleari di Israele…Israele ha acquistato la capacità di sopravvivenza per un secondo colpo nucleare. Una flotta di tre sottomarini è ritenuta il minimo che Israele esige per avere in mare in ogni momento almeno un sommergibile con armi nucleari».

A questo servono questi sottomarini, fabbricati dalla Thyssen-Nordseewerke di Kiel.    E pagati dalla Germania come parte delle infinite compensazioni per la shoah: a sopravvivere ad un attacco nucleare contro Israele, per sferrare un secondo colpo al nemico.

Ma chi è il nemico? L'Egitto? La Libia? L'Iran?

Infatti l'Iran, che vuole avere la sua bomba, è il primo candidato. Ma non è il solo. Ricordate quel che ha detto Van Creveld: «siamo in grado di trascinare il mondo nell'abisso con noi, e vi assicuro che accadrà prima che Israele cada».
 
Il fatto è che pochi Stati possono essere minacciati nella loro stessa esistenza. Israele sì. E si è esposto volontariamente a questo rischio: dotatasi di armi nucleari, si è reso responsabile di una corsa all'armamento atomico. Ed ora deve preventivamente attaccare qualunque nemico potenziale che provi a fornirsi di un'atomica, come l'Iran.

Israele, proprio perché è uno Stato artificiale, deve continuamente mantenersi nel pericolo,  per continuamente giustificare il suo spropositato rafforzamento militare. Le angosce psicanalitiche ebraiche fanno sì che questa forza, tanto più formidabile diventa, non sia mai sentita come sufficiente.
 
Israele prevede il proprio annichilamento. Ma si è preparata anche a questo. Van Creveld ha rivelato l'estremo scenario. Israele colpita da un'atomica, la Terra santa diventa inabitabile per secoli.

Ma i suoi tre sottomarini sopravvivono; e cominciano la navigazione subacquea e il posizionamento per i lanci nucleari. Non più per difendere ciò che ormai è morto, ma per trascinare con sé il mondo nell'abisso.

A cominciare dalle capitali europee. A cominciare da Roma.

Maurizio Blondet

(articolo pubblicato il 5 ottobre 2005)




1) «Israeli professor says 'we could destroy all european capitals», IAP News, 1 febbraio 2003. La notizia è stata poi ripresa dai britannici Observer e Guardian con molto ritardo, il 21 settembre 2003.
2) Si capisca bene il significato di questa frase: nella seconda intifada, per il terrore degli attentati suicidi, ben 700 mila israeliani (oltre un decimo della popolazione, su un totale di meno di 6 milioni) hanno abbandonato Israele. Questo perché la maggior parte degli israeliani restano cittadini di altri Paesi, con doppio passaporto, e anche case, interessi e beni a Parigi, New York, Roma. Nulla più di questa fuga di massa ha rivelato la natura artificiale dello Stato ebraico. Non è possibile immaginare che, anche nel più grave pericolo, il 10 % degli italiani, o dei francesi, possa emigrare. Semplicemente, siamo nati qui.
3) J. Steinberg, «Sharon threatens global nuclear war», Executive Intelligence Review, 28 giugno 2002.
4) Tenete presente questo particolare. I sottomarini cui accenna Van Creveld, di fabbricazione tedesca, hanno capacità nucleare. A che scopo metterli in mare per deportare due milioni di palestinesi quasi disarmati? Non servono a minacciare i palestinesi, ma «altri».
5) Non si dimentichi che l'ambivalenza fra la pulsione della morte e del piacere è il centro dell'ideologia chiamata «psicanalisi», e che fu inventata da un ebreo per ebrei. La psicanalisi come terapia è da tempo largamente abbandonata, per la sua inefficacia: ma i concetti di libido, sub-conscio (la zona dell'anima in cui si fa ciò che non si deve), di istinto di morte  e di super-Ego, hanno «funzionato» egregiamente, con i pazienti ebrei di Freud.
6) L'odio ebraico per Roma, e per il Papato erede di Roma, è apparentemente inestinguibile. Lo ha espresso così Elias Canetti: «che disgrazia che la città di Roma abbia continuato a vivere mentre il suo impero si è infranto! Che il Papa l'abbia fatta proseguire! Che boriosi imperatori abbiano potuto impadronirsi delle sue vuote rovine e con esse del nome di Roma…Ora sta lì perfetta ed equipaggiata con tutte le forze dell'anima. Chi la distruggerà? E' indistruttibile?». E' il rantolo schiumante dell'A-nomos contro la custode del Nomos, delle leggi amiche della vita umana. Per A-nomos s'intenda colui che non riconosce alcuna legge su di sé. Secondo il detto di Lucifero: «non serviam!».


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Commenti  

 
# giovanni2345 2011-05-21 18:17
"Non è possibile immaginare che, anche nel più grave pericolo, il 10% degli italiani, o dei francesi, possa emigrare. Semplicemente, siamo nati qui".
Veramente tra il 1880 e il 1920 sono emigrati oltre un terzo degli italiani, e senza nessun pericolo di vita. Bastava e avanzava la fame.
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