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La realtà contraddice gli «attori della storia»
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«Siamo un impero, e quando agiamo creiamo noi stessi la nostra realtà. E mentre voi studiate questa realtà, per quanto attentamente lo facciate, noi agiremo ancora, creeremo nuove realtà che potrete anche studiare, e questo è il modo in cui le cose ed è così che vi si chiariranno le cose. Siamo gli attori della storia… ed a voi, a tutti voi, resterà soltanto da studiare ciò che noi facciamo».

Un assistente di Bush alla Casa Bianca, che spiega «La Nuova Realtà».

Il Nuovo Secolo Americano è durato un decennio. La crisi finanziaria e gli obiettivi mancati in Iraq, Afghanistan e Georgia, nell’autunno 2008 hanno portato alla crisi il progetto neoconservatore dell’egemonia mondiale dell’America sul mondo.

I neoconservatori americani sono gli eredi di Leon Trotsky. Il loro sogno di una «dominazione americana a tutto campo», la superiorità militare ed economica degli USA su ogni altra combinazione possibile di stati, è paragonabile nella sua ambizione soltanto al sogno trotskista dell’inizio del XX° Secolo di una rivoluzione comunista mondiale.

I neocon si sono serviti dell’11 settembre come di una nuova Pearl Harbor per dare precedenza al potere rispetto alle leggi nazionali ed internazionali. Il potere esecutivo non doveva più obbedire alle leggi federali, quali la Legge di Vigilanza sui Servizi Segreti per l’Estero, o rispettare trattati internazionali come la Convenzione di Ginevra. Una asserita «minaccia terroristica» alla sicurezza nazionale è diventata il mantello sotto cui nascondere gli interessi imperialistici statunitensi mentre il Regime Bush si apprestava a smantellare le libertà civili e l’ordine costituito delle leggi internazionali accettato dal precedenti governi nell’era post bellica.

Forse il progetto neoconservatore per un’egemonia mondiale sarebbe durato più a lungo se i neocon avessero avuto una qual competenza internazionale.

Sul fronte della guerra l’incompetenza neocon aveva predetto che la guerra in Iraq sarebbe stata una passeggiata di sei settimane, il cui costo di 70 miliardi di dollari si sarebbe ripagato con i profitti del petrolio iracheno. Il presidente Bush silurò l’economista della Casa Bianca Larry Lindsey per aver stimato che la guerra sarebbe costata 200 miliardi di dollari. La stima attuale secondo gli esperti è che la guerra in Iraq è costata sinora, al contribuente americano, fra due e tre trilioni di dollari. E la guerra che doveva durare sei settimane dura da ormai sei anni.

Sul fronte economico gli incompetenti neocons non hanno considerato il fatto che un paese che, al fine di massimizzare i profitti a breve, trasferisce all’estero la propria industria ed i propri migliori lavori, diventa progressivamente più debole. I discorsi propagandistici su una «Nuova Economia» costruita attorno al predominio finanziario nascondevano il fatto che gli USA erano il più grande paese debitore del mondo, dipendente da stranieri per finanziare le attività giornaliere del proprio governo, i mutui della case dei propri cittadini e le proprie operazioni militari all’estero.

In Iraq i neocons hanno rinunciato alle proprie pretese militari nel momento in cui hanno messo 80.000 insorti sanniti sul libro paga dell’esercito americano in modo da ridurre proporzionalmente i combattimenti e le perdite delle nostre truppe.

Hanno ulteriormente rinunciato alle proprie pretese militari in Afghanistan nel momento in cui hanno dovuto demandare a truppe NATO la lotta contro i talebani.

Le pretese militari USA sono giunte a fine in Georgia quando il Regime Bush ha mandato truppe georgiane ad effettuare la pulizia etnica degli abitanti russi dell’Ossezia del Sud per tentare di porre fine ai movimenti secessionisti nella regione, al fine di spianare la via all’ammissione della Georgia nella NATO. Ai soldati russi sono bastate poche ore per distruggere l’esercito georgiano addestrato ed equipaggiato dagli USA e da Israele.

L’attuale crisi finanziaria ha messo fine alle pretese dell’egemonia finanziaria americana e alle illusioni del libero mercato che la deregolamentazione e il lavoro all’estero avrebbero portato prosperità all’America.

In un lungo articolo del 30 settembre, dal titolo «La fine dell’arroganza», la rivista tedesca Der Spiegel osservava:

«Questi non sono più gli arroganti e possenti Stati Uniti che il mondo consoce, la superpotenza che detta le regole a tutti gli altri e che considera il proprio modo di pensare e di condurre gli affari come unica via verso il successo… Appare anche la fine dell’arroganza; gli americani stanno adesso pagando il prezzo del proprio orgoglio. Sono passati i giorni in cui gli USA potevano lasciarsi andare all’indebitamento, senza considerare chi avrebbe alla fine dovuto pagare i conti».

«E sono finiti i giorni in cui potevano imporre le proprie regole di ingaggio a tutto il resto del mondo, regole che ponevano il profitto sopra ogni altra cosa, senza neppur considerare che non si possono ottenere tali risultati conducendo gli affari in maniera rispettabile. E’ cominciato un nuovo capitolo della storia economica, in cui gli USA non potranno più svolgere un ruolo dominante. Da anni è in atto un processo di ri-distribuzione del denaro e del potere in tutto il mondo, via dall’America, verso paesi ricchi di risorse e nazioni industrializzate emergenti in Asia. La crisi finanziaria potrà soltanto accelerare tale processo».

A proposito del suo avversario sconfitto, George W. Bush, il presidente iraniano Ahmadinejad ha osservato: L’impero americano nel mondo è giunto al termine del suo cammino; i suoi prossimi governanti dovranno limitare la propria ingerenza ai propri confini.

Mai furono pronunciate parole più vere.

Paul Craig-Roberts
(Vice Segretario al Tesoro durante la prima presidenza Reagan)

Fonte >
Online Journal | 28/10/2008

Tradotto da Arrigo de Angeli per EFFEDIEFFE.com


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