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Funzione pubblica: tagli salariali (non in Italia)
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Irlanda: il primo ministro Brian Cowen ha deciso di tagliare del 7% gli stipendi dei funzionari pubblici. Inutili le proteste dei sindacati, inutile la manifestazione di 120 mila statali a Dublino (gigantesca, in un paese di 4,2 milioni di abitanti): siccome il deficit pubblico irlandese toccherà il 10% del PIL, bisogna tagliare le spese e partecipare solidalmente ai costi umani della crisi. Il taglio irlandese, ha spiegato Cowen, è un prelievo destinato a finanziare le pensioni, senza aumentare la spesa pubblica.

Le Lettonia l’ha fatto già da gennaio: un taglio del 15% sui salari pubblici, perchè il Fondo Monetario ha dato sostegno alle finanze del piccolo Paese a condizione di riduzioni della spesa pubblica. L’Ungheria, alle corde, ha abolito la tredicesima per gli statali. La Romania dovrà fare lo stesso, se riceverà gli aiuti promessi dal FMI e dalla UE (1).

Il Fondo Monetario - prima noto per imporre feroci richieste di «austerità» ai Paesi indebitati che soccorre, per esempio tagli sulle spese per infrastrutture e sanità - sembra aver identificato negli stipendi pubblici il settore dove si può tagliare provocando meno disastri sociali, dato che parte di quella spesa è notoriamente superflua. Di fatto, la riduzione della spesa pubblica corrente in stipendi è la prima richiesta che pone ai Paesi che gli chiedono aiuto.

Anche il governatore della BCE, Jean-Claude Trichet, per una volta sensato, ha invitato Dublino e gli altri Paesi ad approfittare della crisi per «perseguire politiche di spesa coraggiose, specie in materia di salari nel settore pubblico».

Ed ha spiegato: «L’accumulo di perdite di competitività relativa e degli squilibri interni necessita, ad un certo punto, d’essere corretto».

Una frase che si applica a pennello all’Italia. Non c’è dubbio che le caste pubbliche siano la causa prima della «perdita di competività» del nostro Paese, aggravando l’economia privata con le loro inefficienze, lentezze, assenteismi, parassitismi, e in generale con la loro ideologia di dipendente pubblico convinto di avere, nella vita, non già la missione di agevolare i privati, ma di «disciplinarli», sorvegliarli e punirli. E non c’è dubbio che le caste pubbliche siano beneficiarie di «squilibri interni».

Lo stipendio medio è sui 2.019 euro mensili netti ma come sappiamo con punte da ingrasso nei piani alti e privilegiati: nel novembre scorso, i 3 mila dipendenti della Presidenza del Consiglio, per farsi convincere a fare due ore di lavoro in più a settimana (38 invece di 36) hanno strappato un aumento di 600 euro mensili. E non parliamo di magistrati, generali, dirigenti di «authorities» del nulla, ma pagati 300 mila euro annui. Ed anche quelli meno favoriti, che più o meno giustamente si lamentano, se la passano sempre meglio dei dipendenti privati.

Dal 1992 la paga dei dipendenti pubblici è costantemente sopra il 120% di quelle medie nel resto dell’economia, con tendenza ad aumentare: 126%  nel 2005. Dal 2000 al 2007 gli stipendi pubblici sono cresciuti del 35% (il doppio dell’inflazione) contro il 20% dei privati (fonte ISTAT).

Se i dipendenti pubblici fossero stati pagati come i privati, lo Stato avrebbe risparmiato 7,5 miliardi di euro l’anno, 60 nel settennato.

Ora, la situazione privilegiata si accentuerà a causa della crisi: lorsignori hanno il posto fisso e stabile in eterno, mentre nei privati la disoccupazione sale inesorabilmente; e chi ritroverà un lavoro, dovrà accettare paghe più basse e più precarie, pagando s’intende le tasse per mantenere agli statali i loro stipendi sicuri.

E se gli statali propriamente detti sono 3,5 milioni, quelli che campano (più che bene) di funzione pubblica, in enti locali, amministrazioni autonome e separate, enti istituzionali, eccetera, sono almeno 5 milioni. Una percentuale unica nel mondo sviluppato: si tratta del 20% della popolazione attiva.

E proprio il loro numero rende impossibile i tagli salariali a queste caste: interi partiti politici esistono proprio per difendere i pubblici dipendenti e lucrarne i voti - loro e dei loro familiari. Per non parlare dei sindacati, che hanno abbandonato la protezione degli operai (troppo difficile, nella «competizione globale») e si esercitano in quella facile di strappare aumenti agli statali, visto che il «datore di lavoro» è molto più debole - e non ha sul collo la famosa competizione globale, e inoltre è strapieno di statali d’alto bordo che conferiscono la loro altissima protezione ai più privilegiati fra i privilegiati.

Basta ricordare Napolitano che da settimane critica i «tagli alla università» (anzi, secondo lui, alla ricerca) perchè sente di far parte, almeno per parentele e familiari, della casta dei docenti fancazzisti.

Basta ricordare che Carlo Azeglio Ciampi, con i suoi tre stipendi miliardari (Bankitalia, ex-presidente, senatore a vita) ha la faccia di elencare sul Messaggero (2) «le cause del ristagno dell’economia italiana», senza citare nemmeno per sbaglio l’enorme spesa pubblica in salari ed emolumenti. Per il Venerato Maestro Azeglio, la vera causa è la mancanza di innovazione nel sistema industriale: colpa nostra, insomma, di noi contribuenti che gli paghiamo i tre mega-stipendi.

E infine, tra i difensori dei cinque milioni di dipendenti pubblici, non si devono dimenticare le stesse banche: il 20% della popolazione attiva (si fa per dire: stipendiata) che hanno stipendi buoni e posti fissi, dunque i soli che nel futuro possono accendere mutui e chiedere prestiti per il consumo. Clienti preziosi, in confronto ai lavoratori privati-precari.

Le caste parassitarie sono folte, protette dall’alto, ben coscienti della loro forza anche eversiva: ricordiamo il bailamme che le maestre sono riuscite a creare contro la riforma Gelmini (e di fatto, contro «ogni» riforma scolastica) nell’ovvio timore di dover fare esse stesse «innovazione»; pensiamo alle minacce e ai cachinni contro Brunetta, nella sua disperata battaglia di ridurre un assenteismo del 33% negli enti locali. Ovviamente, nelle loro proteste, sostenuti dai grandi giornalisti televisivi e dai comici TV: statali anche loro, dopotutto.

Sicchè non resta che sperare, o mendicare, una volontaria contribuzione. E’ una proposta che ha fatto tempo fa il presidente degli industriali del Veneto, Andrea Riello: «Gli statali sopra i 30 mila euro l’anno», ha detto, «potrebbero rinunciare a incassare una piccola percentuale delle loro retribuzioni destinandole a un fondo si solidarietà, per aiutare i dipendenti privati in difficoltà».

E Riello non parla di un versamento a fondo perduto, si contenta di «un prestito». A questo siamo. Nella Grande Depressione degli anni ‘30, in America, furoreggiò una canzone tristissima (la cantava Al Jolson): la storia di un lavoratore disoccupato e ridotto a cantare, col cappello in mano, il ritornello: «Brother, can you spare a dime?».

La traduzione non è facilissima. Un «dime» era 10 cents. Il disoccupato chiede al passante di dargli un «decino», ma con gentile riluttanza, in modo indiretto, perchè si vergogna: «Fratello, hai mica un decino che ti avanza?».

Chissà se dovremo riprendere il ritornello con la variante: «Pubblico funzionario, ti avanza qualcosa?». Qualcosa per il contribuente che ti paga il grasso stipendio?

Non me la prendo con quelli che guadagnano poco, i poliziotti ad esempio, e i precari pubblici assunti per fare il lavoro che quelli fissi non fanno. Anche Riello invita a donare i pubblici dipendenti che prendono più di 30 mila euro l’anno.

Basterebbe. A cominciare dai parlamentari a 18 mila mensili, dai deputati europei a 25 mila (tre volte più di un portoghese, 15 volte un eurodeputato ungherese); dai numerosi ex-presidente a riposo, e dal presidente in carica pagato un multiplo della Regina d’Inghilterra. Ai funzionari della Regione Sicilia da 450 mila euro. Ai segretari comunali da 150 mila annui.

Magari, certo, se avessimo uno Stato, potrebbe decretare che nessun emolumento pubblico può superare i 5 mila euro netti mensili, come segno di solidarietà verso chi perde lavori pagati molto meno nel privato. La cifra non equivale alla fame; e del resto, se 5 mila mensili per servire il pubblico gli sembrano pochi, che si cerchino un posto meglio pagato nel privato - se lo trovano.

Ma sto solo sognando. Cittadini, non ci resta che appostarci nei pressi dei pubblici palazzi e, all’uscita dei ministeriali, regionali, istituzionali, cantare con mite vergogna: «Brother, can you spare a dime?».

Ma forse «brother» è di troppo.




1) Philippe Ricard, «Face à la crise, plusieurs pays réduisent les salaires de leurs fonctionnaires», Le Monde, 7 marzo 2009.
2) Carlo Azeglio Ciampi, «La porta stretta per uscire dalla crisi», Messaggero, 7 marzo 2009. Per Ciampi e i suoi pari, ovvio, la porta non è stretta. La consiglia solo a noi.


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