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Perù, una speranza di giustizia per le donne sterilizzate negli anni ’90
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Victoria Vigo non scorderà mai il giorno in cui è stata sterilizzata contro il suo volere. Era il 1996 e lei, incinta quasi a termine, viene ammessa all’ospedale pubblico di Piura, sulla costa nord del Paese, per un taglio cesareo. Il bimbo nasce morto e i medici la consolano. “Ero esausta - ha ricordato in un’intervista all’Independent – e volevo soltanto andare a casa. I dottori cercavano di consolarmi e uno mi ha detto che ero ancora giovane e avrei potuto avere altri bambini. Ma poi ho sentito uno che spiegava di avermi sterilizzato. E’ stato come se mi avessero brutalizzato. Ancora non capisco cosa l’abbia spinto a farlo”. Il medico, in tribunale, si difenderà dicendo che stava solo seguendo gli ordini e che la sterilizzazione era una pratica standard negli ospedali pubblici, con o senza il consenso dei pazienti. Ma Victoria vincerà la causa, l’unica finora arrivata in aula.

Ora, però, si riapre la speranza di fare giustizia e chiarezza su una vicenda che ricorda gli orrori del Terzo Reich. Il mese scorso il procuratore generale del Perù ha riaperto l’inchiesta sulle presunte sterilizzazioni forzate di massa avvenute durante il governo di Alberto Fujimori, il presidente del Paese dal 1990 al 2000 che attualmente sconta una sentenza di 25 anni  per aver ordinato i massacri commessi a Lima nel 1992 e nel 1993 dallo squadrone della morte «La Colina», che causarono 25 vittime, e il sequestro di un giornalista e di un imprenditore.

Secondo le organizzazioni dei diritti umani furono 30mila le persone, soprattutto donne, sterilizzate durante il “regno” di Fujimori. Nel  mirino finirono soprattutto le indigene Quechua, più deboli e vulnerabili. Il caso era già stato investigato nel 2009 ma era stato archiviato perché in prescrizione. Ma ora i procuratori considerano la pratica un crimine contro l’umanità che non può avere scadenza.  Il che potrebbe aprire la strada a processi in grande stile contro Fujimori e i tre ministri della Sanità che si sono succeduti in quel periodo: Eduardo Yong Motta, Alejandro Aguinaga e Marino Costa Bauer. Le associazioni dei diritti umani sono convinte che riusciranno a provare che gli ordini venivano dall’alto. “Questa era una politica di Stato – dice all’Independent Silvia Romero, l’avvocata che rappresenta l’Associazione delle donne colpite dalla sterilizzazione forzata ( circa 2mila membri) -, una politica che fu concepita dalle alte sfere”.

Nel 1995 Fujimori lanciò una campagna per garantire la sterilizzazione volontaria agli uomini e alle donne come misura per contenere la povertà e limitare la crescita demografica. Il progetto ebbe anche l’approvazione delle Nazioni Unite che garantì una forma di finanziamento. Subito, però, cominciò a girare voce che i medici venivano spinti a raggiungere un certo numero di sterilizzazioni e che i pazienti venivano imbrogliati o forzati a sottoporsi alla pratica. Lo scandalo esplose definitivamente nel 1998 quando una donna di 33 anni Mamerita Mestanza, madre di sette bambini, morì dopo essere stata costretta ad operarsi. Nel 2001 la famiglia della signora Mestanza ha ricevuto un indennizzo di 100mila dollari dallo Stato peruviano per l’accaduto.

Dimostrare che le sterilizzazioni avvennero su ordine del governo non sarà, però,facile. Nelle elezioni dello scorso giugno Keiko Fujimori, candidata alle presidenziali sulle orme del padre, aveva chiesto scusa alle vittime puntando però il dito sull’azione individuale di alcuni  ”cattivi dottori”. E il crimine non è mai stato preso in considerazione dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione nata nel 2001 per esaminare gli abusi commessi nell’era Fujimori. “E’ come se fosse caduto nel dimenticatoio” spiega l’avvocata Romero. Il Perù è pronto a scoperchiare il vaso di Pandora?

Fonte >  Corriere.it


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