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A favore del protezionismo
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La Apple delocalizza ancor di più, e finalmente il New York Times si inquieta di ciò che la globalizzazione ha fatto agli esseri umani americani. Praticamente tutti i 70 milioni di iPhone e i 30 milioni di iPad sono fabbricati fuori dagli USA. Apple ha ancora 43 mila dipendenti negli Stati Uniti; ma paga altri 700 mila lavoratori non americani che dipendono da sub-fornitori, contractors e progettisti. (How the U.S. Lost Out on iPhone Work)

Ora, altri posti di lavoro nell’industria più famosa del mondo stanno per emigrare, e non tornare più, piange il New York Times. Dalla sua inchiesta emergono alcune realtà sottaciute sui veri rapporti fra capitale e lavoro nel capitalismo terminale.

Nel 2011, Apple ha estratto 400 mila dollari di profitto puro da ognuno dei suoi dipendenti, più di Goldman Sach, Exxon o Google. Solo microscopiche briciole di questo titanico profitto sono state restituite ai lavoratori che l’hanno generato. Anzi il lavoro è pagato sempre meno.

Apprendiamo dall’inchiesta del massimo giornale americano quanto costa fabbricare un computer che viene messo sul mercato a 1.500 dollari: 22 dollari a Elk Grove (cittadina della Silycon Valley californiana), ma 6 dollari a Singapore, e 4,85 a Taiwan. Su un prezzo finale, ripeto, di 1.500 dollari, il costo del lavoro sembra risibile comunque. Eppure la differenza basta, secondo il dogma liberista, a giustificare la delocalizzazione.

Ma ciò che allarma il New York Times è la scoperta che, ormai, non sono nemmeno più le paghe basse il vero motivo delle ultime delocalizzazioni. Sono, invece, la rapidità ed alta qualità dei lavoratori cinesi impiegati nel montaggio, la vasta e integrata rete di industrie di sub-fornitura, la sua velocità ed adattamento nel rispondere alle richieste di Apple.

Il giornale cita un esempio che mette il freddo alla schiena: poche settimane prima dal lancio sul mercato dell’iPhone, Steve Jobs si accorge che lo schermo in plastica si riga facilmente, e pretende immediatamente, strepitando, uno schermo in vetro. Vi risparmio i dettagli sulla difficoltà tecnica di tagliare rettangolini di vetro temprato ad angoli smussati, problema che una ditta cinese si offre di risolvere. Si tratta di riprogettare la parte all’ultimo minuto, mettere in piedi una linea di montaggio nuova.

Soluzione: altra telefonata in Cina. A mezzanotte ora locale. Là, racconta il New York Times,

«un caposquadra sveglia 8 mila lavoratori che giacciono nei dormitori dellazienda, a ciascuno di loro viene dato un tè e un biscotto, vengono avviati alle stazioni di lavoro entro mezzora e cominciano un turno di lavoro di 12 ore per applicare i vetri nelle cornicette smussate. Entro 96 ore, la ditta stava producendo10 mila iPhones al giorno».

«L’intera catena di fornitura oggi è in Cina», si esalta un dirigente di Apple: «Hai bisogno di mille guarnizioni in gomma? La fa la ditta a fianco. Vuoi un milione di viti? È la fabbrica nella strada accanto. Vuoi le viti fatte in modo un po’ diverso? Ci vogliono tre ore». E tutto benissimo, con grande qualità e flessibilità, lavorando tanto e con tanti uomini quando c’è bisogno, e poco con pochi uomini quando non occorre.

Conclude un altro dirigente Apple (tutti anonimi, per prudenza, ci vuol niente a farsi licenziare in tronco):

«Non ci dovete criticare per il fatto che usiamo lavoratori cinesi; gli Stati Uniti hanno smesso di produrre gente con le qualità richieste».

E questo, finalmente, allarma il grande giornale americano: la improvvisa consapevolezza che la delocalizzazione – sottoprodotto inevitabile della globalizzazione – ha provocato una perdita di competenze, di know-how e di tessuto industriale nella nazione, che sta diventando irreversibile.

Non ci saranno mai più in USA i lavoratori «ideali» per il capitalismo terminale – ossia alloggiati a migliaia nei dormitori aziendali, svegliabili nel cuore della notte per cominciare turni di 12 ore, nutriti con tè e un biscotto – perchè i lavoratori americani, pur disposti a quella nuova vita, non sono più capaci di fare il lavoro.


Lavoratori cinesi dormono durante turni di assemblaggio di mouse Microsoft


Ovviamente, il giornale di New York non arriva a dire esplicitamente che quelle capacità dei lavoratori cinesi ed asiatici, e il tessuto di distretti industriali integrati che risponde alle «esigenze della casa», non sono eventi naturali: sono stati «regalati» dall’ex Primo Mondo alla Cina e all’Asia, a forza di globalizzazione. È la conseguenza di aver ammesso la Cina nel «mercato globale» nonostante le sue violazioni delle condizioni dettate dal WTO per gli (altri) attori del mercato globale: libera fluttuazione della moneta nazionale, condizioni «decenti» di lavoro, adesione ai Protocolli di Kyoto sull’inquinamento, assenza di dazi doganali.

A queste condizioni, beninteso, solo gli occidentali obbediscono. La Cina invece può infischiarsene delle norme sull’inquinamento, alloggiare i suoi schiavi nei dormitori, violare i minimi sindacali, e distorcere il valore della sua moneta nazionale tenendolo artificialmente basso con interventi monetari di Stato, senza incorrere nelle multe miliardarie del WTO.

Il gioco è sleale, i dadi sono truccati. Ma metterli in discussione significa evocare una parola demoniaca, censurata, una parola tabù: protezionismo.

Nel 2009, la Francia è stata minacciata di sanzioni dalla Commissaria Europea alla concorrenza, Neelie Kroes, per aver condizionato il sostegno pubblico alla sua industria automobilistica a un impegno a non-delocalizzare e a proteggere i posti di lavoro interni. Nello stesso tempo, anzi da prima (dal 2000) Pechino ha imposto un dazio del 23% sull’importazione di aerei di medio raggio, obbligando Airbus e Boeing a fabbricare aerei in Cina, dunque ad insegnare là le competenze e creare le strutture che accetta di far sparire da questa parte del mondo; in attesa del momento in cui, inevitabilmente, la Cina avrà imparato a sostituire anche i quartier generali di progettazione. E allora ci sarà uno Steve Jobs clonato con occhi a mandorla. Perchè la perdita di know how non si ferma certo al livello dei tecnici di medio rango.

Ma non si può ripagare la Cina con la sua moneta, mettendo dazi contro le sue merci: è «protezionismo», e la dogmatica economica vigente sostiene che il protezionismo fu la causa della grande depressione 1929-39. Ora, i custodi del dogma sostengono che il protezionismo è una tentazione da respingere, perchè sarebbe la discesa nell’inferno della miseria e della rovina economica – specie dei nostri esportatori occidentali.

Ma è proprio così?

Recentemente il Mercosur (la sorta di mercato comune che unisce i Paesi sudamericani, compreso Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, più Venezuela, Bolivia ed Equador come associati) ha introdotto di comune accordo misure di protezione del suo mercato interno contro le merci a basso prezzo provenienti dalla Cina e dagli USA, entrambi accusati di mantenere artificiosamente svalutata la loro moneta. Il Brasile ha imposto diritti di dogana del 30% sulle auto importate dall’estero. Vale la pena di notare che si tratta di Paesi in crescita, nei quali il protezionismo non porta alla rovina, ma al contrario ha provocato alcuni fenomeni di ri-localizzazione. L’Argentina, ponendo dazi sui Blackberry importati, ha «convinto» la ditta produttice, la multinazionale RIM, a produrre in Argentina i cellulari che vi vende. (Protectionnisme : l’exemple du Mercosur, par Jean-Luc Melenchon)

Un economista francese, Gael Giraud del CNRS (la Francia sembra il solo Paese dove si cerca di opporsi al tabù, portando il protezionismo nella discussione pubblica) (1) ha provato a valutare costi e benefici dell’elevare «una barriera di dazi doganali attorno alla UE», un mercato di 495 milioni di abitanti, il più vasto e (per il momento) ancora il più ricco mercato del mondo. Prima che perda ulteriori competenze e tessuto sociale, Giraud propone di imporre attorno all’Unione barriere doganali penalizzanti beni, servizi e capitali provenienti da Paesi che: a) non rispettino le condizioni di lavoro «dignitose» secondo la definizione di dignità elaborata dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (un ente dell’ONU); b) che non rispettino gli accordi di Kyoto sull’inquinamento (che le imprese europee sono obbligate a rispettare dalla Commissione Europea; c) che tollerano o mantengono istituzioni che permettono di eludere la tassazione dovuta altrove, paradisi fiscali e simili, nei termini della «opacità finanziaria» come definita dal Tax Justice Network.

Come si vede, c’è il tentativo di appoggiare i dazi punitivi non già a convenienze d’interessi lobbistici, ma a criteri «oggettivi» definiti da organizzazioni internazionali rispettate.

Nè Giraud pensa alle barriere doganali come ad una comoda protezione dietro alle quali si limiti a vivacchiare un’Europa sempre meno concorrenziale e con industrie obsolete. No, i dazi devono essere accompagnati da un gigantesco piano di mutazione delle nostre industrie e dell’agricoltura:

«Ci occorre una rivoluzione industriale non meno fenomenale di quella del XIX secolo».

L’Unione Europea sembra voler promuovere l’economia «verde», la trasformazione in senso ecologista-biologico, più «pulito» e ad «energia rinnovabile» della produzione? E allora faccia sul serio: il clima e l’energia richiedono grandi investimenti infrastrutturali a lungo termine: la diffusione di treni ad alta velocità, la cattura del biossido di carbonio (il famoso gas ad effetto-serra), l’isolamento termico delle abitazioni esistenti per il risparmio energetico... Investimenti da forse 600 miliardi di euro, che non sono possibili sotto la pressione della concorrenza internazionale, che lima i profitti e il surplus. Invece, le tasse estratte coi nuovi diritti doganali fornirebbero i mezzi necessari per finanziare la grande transizione verso l’industria verde e l’agricoltura sostenibile.

Un’Europa così fortificata e dedita alla propria mutazione interna esporterebbe di meno? Non dimentichiamo che nè l’Inghilterra nella prima rivoluzione industriale, nè gli USA e nemmeno la Germania hanno fatto ricorso alle esportazioni per il loro decollo economico. Il successo della Germania che ha fondato la sua ripresa nell’export, e che è la causa degli squilibri interni alla UE che penalizza i Paesi mediterranei (2), non è sostenibile a lungo termine – e nessuna concorrenza alla Cina può durare.

Il cordone sanitario dei dazi non significa rinunciare alla concorrenza. Al contrario, significa ristabilire condizioni di concorrenza leali all’interno del mercato europeo, in quanto le aziende estere che intendono continuare a profittare del grande mercato europeo dovranno portare almeno parte della produzione in Europa – insomma la protezione porta alla ri-localizzazione – e dovranno produrre nelle stesse condizioni della aziende europee. Naturalmente anche gli Stati europei che finora si sono esentati dalle norme europee dovranno assoggettarsi ad una armonizzazione fiscale per rendere la concorrenza leale: Regno Unito, Lussemburgo, Malta e Irlanda sono oggi dei veri e propri paradisi fiscali che attirano aziende con le basse imposizioni tributarie. Dovranno decidere se restare dentro o fuori.

Il protezionismo abbasserà il costo della vita, attraverso il rincaro dei prodotti importati e gravati da dazi doganali?

Giraud ci ricorda questa semplice verità: i prezzi bassi dei cellulari e computer asiatici sono un’illusione. Ciò che oggi in Europa guadagniamo come consumatori di merci a buon mercato, lo perdiamo come salariati, data la compressione dei salari dovuta alla globalizzazione (le nostre paghe stanno scendondo verso quelle cinesi); senza contare il gravissimo costo, mai conteggiato, della perdita posti di lavoro, di competenze e tessuto industriale irreversibile, che è niente meno che il degrado della civiltà occidentale. Per contro, la protezione doganale renderebbe possibile il recupero dei salari che incide crudelmente in tutta Europa, Germania compresa. Oltretutto, come abbiamo già detto, le imprese estere, per evitare i dazi, non avrebbero che da spostare la produzione per il mercato europeo all’interno del continente europeo: la fuga delle delocalizzazioni potrebbe conoscere un’inversione. Com’è già avvenuto in Argentina per i Blackberry, e in Brasile per lo iPad, che la cinese Foxconn ha accettato di produrre in Brasile.

Bisogna tenere in conto che alle elevazioni di dazi o tariffe europee il resto del mondo, Cina anzitutto, risponderebbe con ritorsioni, con dazi sulle nostre esportazioni. Le imprese esportatrici europee ne soffrirebbero, ci viene detto coi toni più allarmistici. Ma è mai stato fatto il calco dei costi-benefici? Giraud è il primo a provarci, buttando giù due cifre: che valgono per la Francia, ma sostanzialmente anche per l’Italia.

Nel 2008, erano 100 mila le imprese francesi che esportavano all’estero: sembrano tante, ma sono una impresa su 20 (le altre 19 lavorano per il mercato nazionale). Per giunta, solo 1.000 (mille) di queste imprese assicurano il 70% della cifra d’affari all’export; sono i grandi gruppi francesi, oppure gruppi stranieri con basi in Francia. La parte delle piccole-medie industrie resta limitata.

Non basta: la metà delle piccole-medie imprese esportatrici ha come sbocco Paesi dell’Europa, dunque non sarebbero penalizzate dal cordone sanitario dei dazi doganali. Solo un quarto esportano verso un Paese emergente. Gli introiti prelevati coi dazi potrebbero essere impiegati a sostenere queste piccolo-medie imprese penalizzate dalle ritorsioni commerciali estere. Si tenga contro che il lancio della «riconversione verde» della produzione, il risanamento immobiliare e del territorio, creeranno posti di lavoro capaci probabilmente di compensare l’eventuale perdita di mercati esteri.

Ad essere veramente penalizzato in Europa sarebbe il settore finanziario: come sappiamo, è questo il settore che ha imposto le «politiche» a sè favorevoli, che oggi passano come il Vangelo del buon-governo, e che la Commissione Europea e la BCE applicano con dura diligenza: bassa inflazione (che fa comodo ai creditori finanziari) e abbassamento dei salari reali (la «grande moderazione» applicata da Ciampi su ordini dei superiori incogniti, ed accettata dai sindacati). D’altra parte, la bassa inflazione ha reso socialmente sopportabile la deflazione salariale alle classi lavoratrici (non parlo dei dipendenti pubblici, che in Italia hanno strappato aumenti maggiori dell’inflazione). Però è proprio l’inflazione mantenuta artificialmente bassa dal «rigore» dei banchieri centrali ad aver favorito l’esplosione dei rendimenti finanziari, nonostante una crescita dell’economia reale assai fiacca da vent’anni. Il che significa, per parafrasare Paul Krugman, che il settore finanziario «ha estorto valore anzichè crearlo», il capitale s’è ritagliato la fetta più grande a spese del lavoro... fino a quando l’insufficienza del potere d’acquisto delle famiglie occidentali ha portato al ricorso massiccio al credito al consumo, del resto attivamente offerto dalla finanza speculativa, che a sua volta ha portato al crack del 2007, con le famiglie americane insolventi sui mutui che non potevano permettersi. E adesso, per salvare il sistema parassitario, hanno dimenticato il dogma della «stabilità dei prezzi»: stampano moneta al galoppo, il che presto o tardi riprodurrà inflazione, e forse iper-inflazione.

La barriera doganale consentirebbe un rilassamento della stretta salariale in Europa. Non si deve dimenticare che i Paesi europei hanno conosciuto i loro periodi di crescita, persino di «miracolo economico», in tempi di relativa inflazione. Le rendite finanziarie se ne trovano meccanicamente erose. Non è detto sia un Male Assoluto.

D’altra parte, i Paesi grandi esportatori hanno bisogno di rivalorizzare la domanda interna, anzichè spingere l’export con tutti i mezzi. In Cina, il consumo delle famiglie rappresenta meno del 35% del PIL nazionale; era il 50% nel 1998. La massa salariale cinese è stata nel 2010 pari al 48% del PIL, mentre era il 52% nel 2001. È evidente che i successi che la Cina ha tratto dalla globalizzazione non sono distribuiti ai suoi salariati; e che i cinesi consumano troppo poco.

Prima della apertura ai mercati mondiali, la Cina aveva un’assicurazione sanitaria rudimentale, ma universale; è stata abolita per accrescere il suo «vantaggio competitivo» abbassando ulteriormente il suo costo del lavoro. È a questa logica aberrante che l’erezione di barriere doganali europee farebbe da ostacolo. Non è sano un mondo in cui l’OPEC e la Russia, esportatori di petrolio, realizzano da soli il 50% delle esportazioni mondiali; nel 1998, era il 27%. Anche quei Paesi devono volgersi allo sviluppo del mercato interno.

Con i suoi 450 milioni di abitanti che hanno ancora competenze e solvibilità, l’Europa resta il mercato più vasto e ricco del mondo e potenzialmente con una buona misura di autosufficienza; ha dunque argomenti da far valere a quei Paesi che minacciassero ritorsioni commerciali, onde negoziare le condizioni a cui accetta di acquistare da fuori beni e servizi. Del resto, abbiamo già detto che la Cina pone un dazio del 23% sugli Airbus, e che il Brasile mette un dazio del 30% sulle auto importate. Il che significa che già subiamo «ritorsioni», senza aver nemmeno cominciato a praticare il protezionismo.

Scoppiata la crisi, gli Stati si sono indebitati – precisamente, hanno indebitato i contribuenti – per salvare le banche; le norme della concorrenza del Trattato di Lisbona sono state rovesciate dalle concentrazioni bancarie operate a causa (o col pretesto) della crisi, ancorchè il rischio sistemico connesso a banche troppo grandi per esser lasciate fallire contravvenga platealmente alle regole della concorrenza. Come si vede, la Commissione sa fare eccezione ai suoi sacri principii, quando conviene alla finanza.

È ora che queste «sacre» regole siano oggetto di un vero dibattito democratico. Occorre che si acquisti coscienza della perdita di competenze e reti industriali irreversibile, che è il vero costo della globalizzazione. Bisogna dare la coscienza di massa che il dumping salariale, la «deflazione interna» e l’austerità, non è la sola via che ci resta per risanare l’economia.

Ovviamente, ci si devono aspettare forti e varie opposizioni. L’Inghilterra resterà ostile per tradizione (ha inventato il liberismo mondializzato) e per le sue relazioni transatlantiche (buon pro le faccia). La Germania ha scelto la via delle esportazioni extra-europee come motore principale della sua crescita; dato il suo attuale successo, si sente come il grande beneficiario del libero-scambismo globale. Occorrerà attendere che l’illusorietà di questa soluzione sia manifesta, come inevitailmente avverrà. L’America che credeva di essere la grande favorita della globalizzazione, sta scoprendo amaramente – come rivela il New York Times – di aver perso la produttività dei suoi lavoratori e la loro alta qualità, a vantaggio dei cinesi che hanno imparato – nelle imprese delocalizzate dall’Occidente – il lavoro di qualità, per giunta più flessibile, più rapido, più integrato in distretti industriali nuovi di zecca, e a basso costo. L’illusione tedesca è, a termine, insostenibile. Le sue classi medie hanno visto calare il loro potere d’acquisto in questi 15 anni, e l’hanno disciplinatamente accettato per conquistare le posizioni di grande esportatore sul mercato globale; ma verrà il giorno in cui scoprirà di non essere competitiva di fronte alle competenze acquisite (anzi, che abbiamo regalato) ai giganti demografici asiatici. Allora si troverà davanti ad una dolorosa revisione di strategia, e di ideologia.

Quando? «Una revisione profonda del concetto stesso di concorrenza», conclude tristemente Giraud, «non è oggi alla portata intellettuale della Commissione Europea, nè della Organizzazione Mondiale del Commercio».





1) Per esempio, un saggio dal titolo Inévitable protectionnisme, di Franck Dedieu, Benjamin Masse-Stamberger e Adrien de Tricornot viene ampiamente discusso su LExpress (Le libre-échange en échecs)
2) Un recentissimo studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) accusa i bassi salari tedeschi di essere la causa dello squilibro strutturale della zona euro. «Il costo del lavoro in Germania è caduto da un decennio in rapporto ai concorrenti, mettendo la loro crescita sotto pressione, con conseguenze nefaste per le loro pubbliche finanze». (Les bas salaires allemands accusés d'être à l'origine de la crise en zone euro).



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Commenti  

 
# urbano 2012-01-28 14:32
«Il costo del lavoro in Germania è caduto da un decennio in rapporto ai concorrenti, mettendo la loro crescita sotto pressione, con conseguenze nefaste per le loro pubbliche finanze». E allora in Italia che dire? Evviva il protezionismo!
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# Stefano Pistolato 2012-02-01 10:18
Ma perchè in tempi non sospetti un certo Umberto Bossi chiedeva i dazi e tutti si mettevano a ridere? Il tempo è stato galantuomo.
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# Bruno 2012-01-28 17:10
D'accordo col direttore su tutto tranne che su una cosa! Ancora con questa litania dei dipendenti pubblici con aumenti superiori all'inflazione... Direttore vuole vedere qualche bella busta paga così la finiamo una buona volta? Se si riferisce ai dirigenti ha ragione, ma chi tira la carretta fa sempre più fatica! Con immutata stima.
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# henri 88 2012-01-30 00:29
Esatto signor Bruno!
Interessante è il numero dei dirigenti, e il loro livello di stipendio.
Poi, ancora più interessante sarebbe valutare ogni singola fornitura di materiale e/o di servizi.
Leggevo che l'alta velocità nella tratta Roma-Napoli è costata molto più del previsto: perchè?
C'è qualcuno che risponde di ogni singolo euro speso colà?
C'è qualcuno che ha indagato?
Non mi sento di affermare che le 1.200 euro data allo statale sia il problema principale.
Saluti
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# Ferdinand 2012-01-28 17:35
Siamo messi male, l'Europa intera sta andando verso la miseria. Per cambiare le cose servirebbe un generale con i co... e molto seguito. Non credo ci sia! Nè il generale nè il seguito.
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# giannizzero 2012-01-28 21:13
Però abbiamo abbondanza di "co...".
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# cangrande 2012-01-28 17:50
Capito il perché della "santificazione" di Steve Jobs???
Un peana a favore dello schiavismo. Che presto (quello VERO) arriverà anche da noi. Altro che lavoro interinale e contratti a progetto...
Se il popolo non arriva alla consapevolezza, saremo schiavi.
Purtroppo, la Storia insegna, le uniche vie d'uscita sono la violenza e il bagno di sangue.
Non vedo un'alternativa.
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# san 2012-01-28 17:58
Peccato che Blondet dimentichi che le nostre città sono in mano alla popolazione cinese. Come si è visto a Milano qualche anno addietro sono pronti a scatenare la guerriglia in caso che qualcuno chieda il rispetto della legge.
Milano, Venezia, Bologna, Roma, ecc. sono in mano cinese le attività di ristorazione e commerci illegali vari.
Come pensa di poter fare con i sistemi politici europei attuali che impediscono ogni protezione per la stessa vita dei cittadini?
Con questi parassiti politici europei, che magari posseggono anche partecipazioni in società cinesi, quale speranza hanno i cittadini?
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# andrea.4463 2012-01-28 17:59
E' il principio di List che funziona a dovere, adottato dai BRIC.
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# ware 2012-01-28 18:52
Grazie al direttore per l'ottimo articolo.
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# italiano borbonico 2012-01-28 19:12
Articolo magistrale... e concordo sulla nota pessimistica finale.
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# cgdv 2012-01-28 19:33
A mio modesto parere questo è un articolo che chiarisce perfettamente la situazione che stiamo vivendo. Se non si prenderanno rapidamente opportuni provvedimenti sarà forse troppo tardi. Tuttavia quando il citato Giraud dice "Una profonda revisione del concetto stesso di concorrenza non è oggi alla portata intellettuale della Commissione Europea, né della Organizzazione Mondiale del Commercio", non tiene conto del fatto che questi organismi sono lì appositamente perché questa revisione non possa più avvenire, visto che hanno promosso questa situazione su preciso ordine. L'articolo stesso ce ne evidenzia lo scopo, qualora non conoscessimo da lunghissimo tempo anche i piani apocalittici che vi sono sottintesi.
Giuliano
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# giannizzero 2012-01-28 19:39
Mi pare che l' analisi dimentichi un aspetto importante: la Cina tiene in piedi tutta la baracca statunitense assorbendo da anni la maggior parte delle obbligazioni emesse di Washington. Cosa che consente agli stolidi "colonials" di andare avanti indisturbati con i loro condizionatori a tutta manetta, i loro SUV succhi-idrocarburi, le loro case sovradimensiona te, lo spreco osceno di risorse alimentari, la non osservanza schifata di Kyoto, i loro eserciti in giro per il mondo a far danni e a creare odio.
Il Patto Perverso è quello: la Cina è stata messa dentro al salotto buono del commercio internazionale, produce per tutto il mondo, le viene trasferita tutta la tecnologia possibile; e Pechino in contropartita foraggia con il ricavato il debito più grande al mondo. Chi lo comprerebbe altrimenti? I Greci? Gli Spagnoli? I Rumeni di Basescu? I Consiglieri Regionali di Palazzo dei Normanni? O il nostro signor Felice Crosta, quello dalla pensione di 43 mila euro al mese?

E così ci siamo depauperati di gran parte del tessuto industriale europeo soprattutto, e i nostri operai sono per strada con i cartelli, o in centri di call-service a farsi sbattere il telefono in faccia. I più "fortunati" si infratteranno in qualche impiego pubblico. In Sicilia ne sfoderiamo 14 per ogni essere umano, ma anche la Lombardia in fondo non scherza con 24 abitanti per ogni culone infracchiato in poltroncina a smistare carte per lo più inutili se non vessatorie.
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# Catello 2012-01-28 21:30
Io penso che sia giusto fare guadagnare qualche soldino agli inventori ed agli scopritori, dato l’impegno che ci vuole, specialmente se questa loro attività non è retribuita, dopodiché i progressi e le conoscenze sono per tutti e di tutti.
Per quanto riguarda i prodotti esteri si potrebbe mettere dazi doganali solo a quelli che possono essere prodotti anche qui, ma non a quelli che qui non possono essere prodotti, come i frutti esotici o i tappeti persiani, perché non sarebbe conveniente per noi. Però per far questo potrebbe bastare una maggiore saggezza da parte nostra in quanto consumatori.
Inoltre siamo avvantaggiati dall'Euro negli scambi commerciali con l’estero per il fatto che esso viene accettato come moneta da tutti gli Stati, poiché con esso è possibile acquistare tutto ciò che viene prodotto nell’Eurozona, quindi tantissimi prodotti di qualità ambìti da tutti. Questa accettazione fa si che con l’Euro si possa acquistare di tutto in tutto il mondo. Perciò se si stampano molti euro essi fanno aumentare l’inflazione in tutto il mondo e quella di qui si diluisce, rispetto a come sarebbe se l’aumento di liquidità si dovesse interfacciare solo con i prodotti locali.
Questo vantaggio immenso però non viene sfruttato ed addirittura si consente alla speculazione internazionale di sottrarci degli euro a causa di un insufficiente intervento della BCE nell’acquistare direttamente o indirettamente i Buoni del Tesoro degli Stati.
Se ciò avvenisse si potrebbe consentire agli Stati un deficit del 3% come si era stabilito all’inizio e ciò consentirebbe sviluppo ed occupazione, rimandando il pareggio di bilancio, che dopo un maggior sviluppo diventerebbe più agevole.
Purtroppo però ci sono due grossi problemi: primo che i PIIGS, eccetto forse la Spagna, i soldi li buttano in sprechi e ruberie, mentre ad esempio in Italia non si costruiscono case dello studente e non si riesce a terminare la Salerno Reggio Calabria. Secondo che la Germania non ha fiducia nella nostra capacità di usare meglio i soldi ed addirittura si è fissata che lo sviluppo si possa ottenere col rigore da solo, scavando la fossa a noi ed a se stessa senza che non ce ne sia motivo alcuno.
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# Paulus 2012-01-28 21:31
Sì, però non si dice che in Cina la tassazione sul reddito delle imprese è solo del 25% (in Messico e altrove ancora meno). A parte il costo minore della manodopera cinese e la sua laboriosità, a me pare che questo sia il vero motivo della delocalizzazion e, visto che - come si è constatato - i salari incidono solo in minima parte sul prezzo dei prodotti(nel quale è compreso anche il loro trasporto).
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# celligius 2012-01-28 22:15
Calma signori, calma.
Non disperate, Monti ha gia iniziato le grandi manovre. Con i nuovi provvedimenti ci porterà sicuramente nelle secche pardon volevo dire fuori dalle secche
1) La carta d'identità avra la scadenza nel giorno del vostro compleanno.
2) I fornai, udite udite faranno il pane anche alla domenica.
3) Ci saranno viaggi low=cost per gli anziani.
4) I cambi di residenza si faranno in due giorni.
5) Il bollino blu dell'auto avra scadenza biennale.
Ho una proposta da fare anch'io
Iseriamo nel tricolore una banana.
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# oriundo06 2012-01-29 17:10
Si... e senza dimenticare che, l'ho letto ma vorrei conferma, le grandi multinazionali in Italia pagano SOLO UNA PARTE delle loro imposte: il resto nei Paesi ove hanno la loro residenza fiscale... ne farebbero fede gli scontrini delle varie Fnac, COOP, Auchan, Carrefour che negli scontrini fiscali mettono...: non valido ai fini fiscali! Dunque, dagli ai piccoli e piccolissimi 'borghesi' evasori...!
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# henri 88 2012-01-30 00:08
Una banana è poco: ce ne vuole un casco intero!
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# Uorru uorru 2012-01-29 00:28
Mi dispiace direttore, ma questo suo articolo impeccabile è fuori tempo massimo soprattutto questa sua frase: “È ora che queste «sacre» regole siano oggetto di un vero dibattito democratico”.
Di democratico non è rimasto più nulla.
Il fine che muove i delinquenti che ci governano è spaventosamente semplice: svuotare l'Occidente (dei suoi risparmi, delle sue esperienze, della sua cultura, dei suoi beni e dei suoi diritti) per riempire l'Oriente in modo da creare una finta classe benestante che consumi le porcherie imposte dalla pubblicità. Quando arriveremo all'attuale livello dei cinesi allora faranno il processo inverso. Tutto per sfruttare una riserva naturale immensa a basso costo: la carne da macello. Già ora in Cina ci sono tanti Befera che prendono stipendi statali (in mazzette) mille volte più alti degli operai per taglieggiare e ricattare coloro che non si adeguano alla vita delle grandi fabbriche e tanti Monti e Passera che, prezzolati, spingono per avere ulteriore mobilità e precarietà nel lavoro; quindi noi siamo già sulla strada giusta per diventare presto la nuova Cina. Decine di milioni di poveracci comandati e sfruttati da centinaia di migliaia di burocrati ricchi e mafiosi.
Ieri sono andato a comperare in un discount tedesco quello che non ho trovato in un supermercato francese (gli italiani, a parte le carissime COOP dei comunisti con la Ferrari, hanno chiuso tutti). La nuova cassiera era loquace. Interpellata da una sua amica cliente spiegava di aver lasciato il suo finto lavoro da agente immobiliare (lo stipendio andava in benzina) per quel nuovo incarico e sottolineava in modo entusiastico che, se l'avessero pagata, sarebbe rimasta anche di notte a lavorare dopo il turno diurno. Se questa non è Cina...
Probabilmente la soluzione migliore per tutti noi è adeguarci, prima del tempo, ad un tenore di vita alla cinese: “consumare poco” e di importato niente. Poiché siamo in una guerra finanziaria forse sarebbe meglio sostenere singolarmente, quando è possibile, un'intelligente autarchia senza stare a discutere con i kapò europei tutt'altro che democratici, che hanno dimostrato di non avere nessun interesse per il nostro futuro.
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# pelzen 2012-01-29 01:04
Peccato che quest articoli non siano presenti sul Sole24 ore, sarebbe da vedere le discussioni che nascerebbero con quei quattro cialtroni di pennivendoli a servizio della finanza.
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# Tannhauser 2012-01-29 09:39
Lo scorso anno, la società per cui lavoro, ha esportato verso la Cina l'80% della propria produzione. Peccato che i macchinari esportati siano stati venduti a grosse multinazionali (principalmente aziende con "Headquarters" statunitensi) che stanno delocalizzando in Asia...
Nel frattempo, ovviamente, per ogni nuovo stabilimento che aprono in Cina ne chiudono uno o due in Europa e negli USA!
L'ultimo lo hanno chiuso a Madrid il 31-12-2011. La direzione aveva promesso agli ultimi 50 dipendenti rimasti in stabilimento per provvedere al trasloco dei macchinari dalla Spagna alla Cina, di ricollocarli nello stabilimento che hanno a Barcellona. Questi operai ed impiegati, si sono gettati a capofitto in questa ultima missione pensando a quanto erano stati più fortunati rispetto ai loro colleghi passati ad ingrassare le fila dei disoccupati spagnoli. Beh, al loro rientro dopo le festività natalizie e dopo aver completato il trasloco (con lavoro extraorario ovviamente non pagato), gli è stato comunicato che non avrebbero potuto trasferirli a Barcellona in quanto era stato deciso di chiudere anche quello stabilimento!!!
(P.S.: L'azienda di cui sto parlando, si chiama Honeywell).
Sto aspettando con terrore il momento in cui i nostri clienti ci comunicheranno che possono fare a meno dei nostri macchinari in quanto hanno trovato un fornitore cinese più a "buon mercato" di noi.
Nel mentre sono alla ricerca di un pezzo di terra da coltivare che mi consenta, in un futuro non lontano, di mantenere me e la mia famiglia (forse).
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# Catello 2012-01-29 10:28
Il servizio che fanno alla finanza consiste nel fornire al lettore poche spiegazioni e spesso argomentazioni difettose con linguaggio tecnico.
Eppure è il giornale di Confindustria in teoria al servizio degli imprenditori. Purtroppo Confindustria non lo è più e non si capisce perché i pochi industriali ed imprenditori veri rimasti, che non mangiano dalla politica e dalla finanza, non mettano in piedi un’altra associazione che li aiuti e li difenda.
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# shaula 2012-01-29 06:47
Sono anni che asserisco su queste pagine che l´unica soluzione per salvare l´economia italiana sono protezionismo ed autarchia. Perché l´Italia non potrá mai competere con la Cina cosí come non potrá mai competere con la Germania. I motivi li conosciamo tutti. Gli italiani devono imparare a comprare solo ció che é fabbricato in Italia. Tali prodotti potranno essere piú cari di quelli cinesi e meno affidabili di quelli tedeschi. Peró, lavorando tutti noi, avremo anche i mezzi per comprarceli. Continuando invece di questo passo, siccome tutti finiranno per perdere il lavoro, non avremo piú i mezzi per comprare neanche quelli cinesi. Non siamo stakanovisti e disciplinati come tedeschi e cinesi ma possediamo tesori immensi: arte, cultura e bellezze naturali. Ritorniamo ad essere il giardino dell´Europa ed il Paese del bel vivere, oltre che della dignitá umana. Lasciamo agli altri scannarsi per servire i luridi profitti del capitalismo mondiale.
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# san 2012-01-30 09:11
Ieri sera per caso su Radio Maria ho ascoltato un'intervista all'addetto dell'ambascita ungherese in Italia.
Dall'intervista è uscito fuori un quadro agghicciante del trattamento che i commissari di Bruxelles hanno riservato
all'Ungheria e al suo presidente.
Ormai siamo in piena dittatura.
Gli imbecilli soltanto si possono illudere che la situazione possa cambiare senza qualche avvenimento imprevedibile.
ame="shaula"]
Sono anni che asserisco su queste pagine che l´unica soluzione per salvare l´economia italiana sono protezionismo ed autarchia. Perché l´Italia non potrá mai competere con la Cina cosí come non potrá mai competere con la Germania. I motivi li conosciamo tutti. Gli italiani devono imparare a comprare solo ció che é fabbricato in Italia. Tali prodotti potranno essere piú cari di quelli cinesi e meno affidabili di quelli tedeschi. Peró, lavorando tutti noi, avremo anche i mezzi per comprarceli. Continuando invece di questo passo, siccome tutti finiranno per perdere il lavoro, non avremo piú i mezzi per comprare neanche quelli cinesi. Non siamo stakanovisti e disciplinati come tedeschi e cinesi ma possediamo tesori immensi: arte, cultura e bellezze naturali. Ritorniamo ad essere il giardino dell´Europa ed il Paese del bel vivere, oltre che della dignitá umana. Lasciamo agli altri scannarsi per servire i luridi profitti del capitalismo mondiale
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# cny45tpa 2012-01-29 11:10
Direttore nessuno parla di queste cose nei media nazionali, pensano per davvero che la crescita dell'economia passi per le liberalizzazion i dei taxi, ecc... Siamo proprio messi malissimo... Mi sto deprimendo e qualunque forma di protesa viene opportunamente strumentalizzat a... confido nella profezia MAYA.
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# rosalina 2012-01-29 13:01
Pure io sono a favore del protezionismo. Per favore però smettiamola di parlare di decisioni europee. Ci possiamo salvare solo da noi stessi. Cominciamo allora a proteggere il lavoro italiano, se si crea un posto di lavoro va offerto a un italiano. Solo in casi eccezionali andrebbe dato ad uno straniero. Adesso è il contrario in Italia. In un paesino di montagna dell'Abruzzo c'è un solo forno che impiega due fornai che sono kosovari. Possiamo andare bene in Italia in questo modo?
Saluti,

Alessandro R.
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# rosalina 2012-01-29 13:30
E il Brasile è un grande bluff. Lo ha scritto anche l'Economist che la crescita del Brasile è legata all'esportazione di materie prime verso la Cina. Se la Cina si rivolge altrove per i suoi bisogni primari (import di suini, soia, ecc.), il prezzo di questo commodities cala, il Brasile crolla. Fatevelo dire da uno che ci sta vivendo in Brasile.
Saluti,

Alessandro R.
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# ares 2012-01-29 14:03
Giusto anche per chiedere un parere alla redazione... proprio nel momento in cui leggavo questo articolo, quasi di pari passo esce su yahoo notizie l'articolo che riporto in basso... sono obiezioni plausibili o c'è molta propaganda riguardo alla moneta europea come vi si evince?
Sembrerebbe un discorso che fila, dove sta in realtà la "malizia" che ormai do per scontata inq ueste agenzie di stampa?

Cara vecchia lira quanto ci manchi. Molti italiani ne hanno nostalgia, spazzata via dall’euro dieci anni fa. Qualcuno non è riuscito proprio a disfarsene e ha tenuto, magari sotto una bella cornice, la tanto amata banconota da centomila. Nessuno lo può negare, quello che si comprava con centomila lire prima, adesso con cento euro ce lo sogniamo. E basta fare un giro sulla rete per capire che sono molti gli italiani che la rimpiangono e che in questo momento di crisi economica vedono la moneta del vecchio conio come una possibilità per guarire la depressa economia italica. Gli economisti, però, hanno lasciato poche speranze: tornare alla lira vorrebbe dire diventare tutti più poveri.

Per capirne i motivi, ecco la semplice domanda: l’Italia dovrebbe uscire dall’euro? Assurdo anche solo immaginarlo fino a pochi mesi fa, ma con la disoccupazione giovanile dilagante, la crescita che ristagna, tassi di interesse bassi e sempre più tasse imposte dal governo, c’è chi pensa che fare marcia indietro e adottare di nuovo la lira possa essere una soluzione per risollevare le sorti economiche. Il primo dato da analizzare riguarda il debito pubblico che ammonta a circa 1.900 miliardi di euro, il 122% del PIL realizzato nel 2010. Se cambiasse la moneta, andrebbe convertito. E con che cambio? Difficile ignorare la pressione che la schiera di banche e finanziarie, con nel portafoglio titoli di Stato e crediti verso l’Italia, potrebbero esercitare per non perdere soldi. Ma lo scenario più terrificante è quello dipinto dalla banca d’affari svizzera UBS che ha ipotizzato proprio l’uscita dell’Italia dalla zona euro e il conseguente crollo della lira del 60% In altre parole, gli stipendi e le pensioni varrebbero, dall’oggi al domani, la bellezza del 60% in meno. Per la stragrande maggioranza degli italiani significherebbe avere difficoltà enormi nel pagare la rata del mutuo o della macchina alla fine del mese. E per i più fortunati, quelli che hanno qualche risparmio da parte, si tratterebbe di veder tagliata parte del proprio gruzzoletto. Lo Stato, dal canto suo, sarebbe costretto a dichiarare il fallimento vedendo più che raddoppiato il debito da un giorno all’altro. Probabile, quindi, un blocco dei capitali con conseguente scarsità di liquidi per un viaggio all’estero.

Per i mercati sarebbe un disastro. Il fallimento del debito pubblico farebbe schizzare gli interessi alle stelle, cancellando questi dieci anni di moneta unica con tassi minimi. Sempre secondo lo scenario UBS, nell’ipotesi più rosea, l’onere sui prestiti schizzerebbe di ben 7 punti rispetto a quello attuale. Le banche rischierebbero di fallire, anche perché i correntisti si precipiterebber o a prelevare tutti i soldi dagli istituti. Non se la passerebbe certo meglio l’inflazione pronta a volare a livelli mai visti. Uno dei pochi successi della moneta unica, è giusto ricordarlo, investe proprio il tasso di inflazione che oggi si attesta attorno alla ragionevole cifra del 2-3%. Negli anni Settanta e Ottanta, invece, era mediamente superiore al 13% l’anno ed ha cominciato a calare in prossimità dell’entrata in vigore dell’euro. In Italia, poi, siamo costretti a importare molti beni tra i quali alcuni insostituibili come l’energia: se si abbandonasse l’euro i prezzi delle importazioni aumenterebbero a dismisura. L’unica cosa che resterebbe uguale sono i salari dei lavoratori dipendenti.

Sempre secondo UBS, una scelta così radicale come quella di abbondare l’euro graverebbe di circa 11.000 euro il primo anno su ogni cittadino per poi attestarsi attorno ai 3-4.000 euro all’anno.
In questo scenario, con una svalutazione della moneta che potrebbe attestarsi tra il 30% e 60%, come detto, lo Stato potrà aumentare del 150% la moneta in circolazione perché ovviamente chi vende vorrà guadagnare le stesse somme di denaro. Un esempio pratico, seppur sempre di ipotesi si sta parlando. Un litro di benzina, prima del recente aumento, costava 1,5 euro. Immaginando un cambio alla pari, con la lira costerà 1,5 al litro e dopo la svalutazione del 60% arriverà a 3.75 lire, mentre gli stipendi rimarrebbero gli stessi. Certo, chi caldeggia l’ipotesi nostalgica della lira dirà che il nostro diventerebbe un Paese molto più appetibile per compratori stranieri con conseguente aumento di richiesta di prodotti italiani. Chi potrà aumentare i prezzi, a quel punto, lo farà, ma chi ha un reddito fisso si troverebbe solamente molto più povero. Un italiano medio, con uno stipendio da 1.300 euro, di colpo non potrebbe più compare prodotti che prima si poteva tranquillamente permettere, con il rischio di disordini e manifestazioni di piazza: le feroci proteste di questi giorni delle diverse categorie di professionisti ne sono un allarmante esempio.

Ma tra gli economisti, c’è anche chi crede che riabbracciare la lira sia l’unica soluzione per uscire dalla crisi. “L’Italia ha i giorni contati nell’eurozona”, ha commentato Nouriel Roubini, economista americano che nel 2008 aveva previsto il crack delle banche statunitensi, in un articolo sul Financial Times dello scorso novembre. “L’unica vera medicina per l’Italia sarebbe quella di uscire dall’unione monetaria e ritornare alla lira, innescando automaticamente il crollo dell’eurozona stessa”. Una scelta drastica per far respirare il debito pubblico.

“Se cade l’euro cade l’Europa”, ha detto recentemente la Merkel. “Lasciare distruggere l’euro è prendersi il rischio di distruggere l’Europa. Coloro che vogliono distruggere l’euro si assumeranno la responsabilità di riaccendere i conflitti nel nostro continente”, le ha fatto eco Sarkozy. Germania e Francia, le due voci grosse dell’area euro. Ma se l’Italia volesse uscirne, accontentando gli euroscettici di sempre e i nostalgici delle banconote con la faccia di Caravaggio, gli italiani, dati alla mano, diventerebbero semplicemente più poveri.
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# nicolas 2012-01-29 22:25
Per mantenere questo euro occorre una sorta di stato di guerra permanente come è quello attuale del governo Monti. Puo una nazione o meglio un popolo vivere sempre cos1? Destinare parte cospicua del suo PIL a pagare interessi usurai? Secondo me no! L'Italia è destinata comunque ad abbondonare l'Euro e Monti è il liquidatore della pratica ed ha lo scopo di garantire il pagamento del debito pubblico verso i creditori esteri. Quando con opportune leggi farà questo toglierà il disturbo perchè nel frattempo la "politicasdegnat acommissariata avrà uno scatto d'orgoglio patriottico e riprenderà le redini della nazione. Si troverà ad uscire obtorto-collo dall'euro e sarà responsabile davanti al mondo intero dei guai causati dalla sortita. Italia alla gogna mondiale. Sono pessimista?
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# Catello 2012-01-29 22:29
Nel caso di caduta dell'euro il debito degli Stati sarà espresso in una valuta fuori corso e sarebbe ricalcolato al ribasso o annullato. Se continuerà la speculazione sul debito e la politica recessiva del governo, quella della uscita dell’Italia e di altri Stati dall’euro, e la conseguente caduta dello stesso, sarà una via obbligata e non ci sarà nessuna guerra tra i popoli europei.
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# Edmund Kiss 2012-01-29 15:15
Articolo molto interessante e che non si legge da nessun altra parte: la cosa incredibile è che questo governo illegittimo voluto dal comunista "Napuletano", tramite un'accozzaglia di media compiacenti e ipocriti, cerca di farci credere che le "liberalizzazion i" salveranno l'Italia...!!! In realtà l'unica cosa che hanno sin'ora fatto è stato salvare segretamente alcune banche, come Unicredit, con decisioni prese in Svizzera, con parte dei nostri soldi e impiegare una tassazione spaventosa sul privato per cercare di ripianare i conti pubblici, ma solo nel breve periodo... invece di disinvestire parte del patrimonio pubblico si cerca di salvare l'apparato marcio dell'Italia, colpevole di 30 40 anni di errori spaventosi in politica economica e sociale, raschiando il fondo del barile e facendo pagare al privato il debito pubblico... e tra poco ci sarà una vera e propria patrimoniale, mentre loro non si sono neanche abbassati lo stipendio di un centesimo! Ce n'è abbastanza per assaltare il Parlamento già domani, direi...
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# rosalina 2012-01-29 18:38
"Del resto, abbiamo già detto che la Cina pone un dazio del 23% sugli Airbus, e che il Brasile mette un dazio del 30% sulle auto importate".

Caro Direttore,
la teoria economica sostiene che il dazio all'importazione da parte del Paese A su una merce esportata dal Paese B ha ragione di essere allorché ricorra una delle seguenti condizioni:
- protezione dell'industria nascente;
- protezione dell'industria strategica.
Poniamo allora che il Paese A sia il Brasile e il Paese B sia l'Italia. B produce ed esporta autovetture verso A. Quest'ultimo introduce un dazio sull'importazione del 30% sulle auto prodotte in Italia. Ma non ricorre nessuna delle due condizioni sopra descritte. Il Brasile, infatti, non produce auto ma si limita all'esclusiva importazione di esse.
Inoltre, questo dazio è una tassa per il consumatore che deve sborsare di propria tasca.
Quale è la motivazione di questo dazio? Vorrei sapere cosa ne pensa per favore.

Alessandro R.
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# alberto 2012-01-29 18:38
Aggiungiamo che non c'è abominio che il criminale governo cinese non commetta: genocidio in Tibet, galera e campi di concentramento per i sacerdoti, persecuzioni crudeli per ogni movimento libertario, migliaia e migliaia di esecuzioni capitali, sostegno a ogni regime criminale all'estero dalla Corea del Nord allo Zimababwe, crimini contro l'umanità in tutta l'Africa.
Qui da noi, nella povera Italia alleanza strutturale con la camorra della quale ricicla i capitali, evasione fiscale totale, merci tossiche (formaldeide nei tessili 300 volte il consentito) e contraffatte, lavoro nero e minorile, intimidazioni della loro mafia andate avanti voi... non c'è articolo del codice penale che la Cina non vìoli in modo arrogante e sistematico.Ma cosa devono fare ancora i cinesi prima che il mondo si svegli e li metta al loro posto con l'unica legge che comprendono, quella della forza?
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# alberto 2012-01-29 21:35
Già 100 anni fa Mussolini aveva parlato di "pericolo giallo"...
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# nicolas 2012-01-29 22:10
L a summa di questo articolo auspica una sorta di autarchia europea che sarebbe più pratica di una autarchia nazionale. Il guaio è che l'Europa oltre che militarmete è occupata dagli americani anche finanaziariamen te con la tracotanza del dollaro. Inoltre l'Europa ha come spina nel fianco o meglio sulla spalla sinistra la Perfida Albione. I leader dei Paesi che contano sono "ameri-kani non certo a favore dei popoli che li elegge. Si veda in proposito Napolitano, Merkel, Sarkozy, ecc., ecc..
Ergo se non si risolvono questi problemi l'Europa sarà destinata ad essere una espressione geografica invece dell'Italia. La globalizzazione ha ampliato in scala certe misure. Barroso, Van Rompuy (un brivido di orrore e schifo al solo ricordarli) hanno come obiettivi primari gli interessi delle multinazionali americane (Monsanto in primis) e l'oppressione degli europei col bastone della finanza speculativa.
Per attuare quello che propone serve un'altra situazione politica in Europa. Occorrono leader che hanno a cuore un vero respiro europeo. E' dura, eh!
Per fare ciò vedo solo una cosa, anche se velleitaria:
Estendere in Europa in movimento dei Forconi. Sicilia Caput Mundi.
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# Franco_PD 2012-01-29 22:27
Mi inserisco tardi nel dibattito. Ma così ho avuto almeno modo di leggere vari commenti tutti molto intelligenti. C'è chi ha fatto rilevare che questo "grido" di Blondet arriva tardi. Io dico di più: il Direttore scrive come al solito benissimo quel che tanti pensano. Ma è un messaggio irricevibile. Il frastuono del pensiero politicamente corretto ormai è assordante, e nessuno riesce a questo punto a prodursi in azioni concrete per raddrizzare la situazione. Di più: certi ragionamenti e determinate posizioni sono temo definitivamente impresentabili. Come il fatto che gli immigrati NON siano una risorsa, per fare un esempio. Non riesco a capire come si possa non dico frenare, ma neppure rallentare una discesa verso l'abisso sempre più accelerata. E mi stupisco poi che nessuno ragioni, argomenti o studi sull'enormità della realtà cinese, con le sue "stabili contraddizioni". Un Paese socialista ma ipercapitalista , nel contempo, nella realtà. Corrottissimo ma efficiente. Un esempio di schiavitù sostanzialmente volontaria, senza ribellioni apparenti, che mette poi in discussione tutti i concetti ormai accettati (ed insegnati) sulla schiavitù autentica. E sulla RAZZA, poi. Detto diversamente: lì la schiavitù nel suo senso più classico funziona perfettamente. Ma non ci avevano insegnato che era antieconomica in primis? Che sostanzialmente era finita quando si era realizzato che - oltre all'aspetto etico - conviene anche economicamente pagare un lavoratore invece di renderlo schiavo? E la razza: il cinese accetta per indole un certo trattamento. Lo fa a casa sua, ma lo fa anche qui da noi! Qui dalle mie parti di laboratori clandestini affollati di schiavi ne scoprono ogni giorno. Basterebbe che le vittime aprissero una finestra per essere liberi. Ma non lo fanno. No, non credo che nessuno di quelli che contano abbia voglia di mettere in discussione lo status quo, pur essendo in caduta libera. Ci sfracelleremo tutti? Sì, ma domani, o forse dopodomani. Intanto andiamo a berci un caffè: ci pensiamo un altro giorno, va bene?
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# milvus 2012-01-29 23:51
Credo che le misure rivoluzionarie di Monti e le misure di riforme strutturali che affronta dal giorno in cui,in piena crisi capitalsita, in rapporto alla globalizzazione , siano un po' ridicole.
Prima, arrivato al governo, la Goldman Sachs suggerisce il romantico Decreto Salva Italia, riforma di pensioni, INPS, creazione di imposte sulle auto, sulle imbarcazioni, sui titoli, sulla prima casa, forse sulle successioni, tutto ciò che Berlusconi ritenne inopportuno,da perfetto liberale. Più tardi arriva con il Decreto delle liberalizzazion i o Cresci Italia, tipo una deregulation alla Mary Poppins, con il fine di far manadare giù la pillola ai farmacisti ed altri professionisti.
Politiche liberali per problemi economici provocati dal capitalismo stesso!?
il Decreto Semplifica Italia, dovrebbe modernizzare lo Stato semplificando la burocrazia, mi risulta il contrario.
La deregulation non risulta migliorare la qualità della vita, si spera che Berlusconi passato all'opposizione non si lasci ingannare da questi falsi liberali, perchè la produttività aumenta, ma solo per gli immigrati.
Il capitalismo ha assiomi universali:
Privatizzazioni , deregulation, globalizzazione , genera benessere squilibrato e non equo.
La distruzione creativa o pressione competitiva del mercato, che genera prosperità.
I Tre Principi: arricchirsi è una riuscita morale.
Il fallimento non è il risultato della cattiva sorte o dell'ingiustizia. Il perdente si colpevolizza se stesso prima di colpevolizzare il sistema. Coloro che non accettano di perdere, si ribellano come perdenti. Il sistema è di molto capitale e poco impiego, instabilità lavorativa e la sopravvivenza del più adatto non ha contenzioni legali. Per farlo funzionare bene deve esserci un sistema legale che dia sicurezza giuridica al sistema competitivo affinchè le persone ricorrano a tali leggi, specialmente la legge antimonopolio, che concentra il potere, ma in Italia esiste tutto questo? Non ci risulta. L'Argentina degli anni '90 fallì per questo, creò disoccupazione, imprese chiuse, tensione sociale.

Le immagini,come sempre significative, mostrano lavoratrici asiatiche di Apple. Oggi senza le "terre rare", è quasi impossibile, fabbricare cellulari, turbine eoliche, dispositivi laser, schermi Tv, colorare cristalli, strumenti a raggi X, superconduttori , computer compatti, riproduttori mp3, fibre ottiche, motori ibridi, batterie di auto elettriche, etc., etc. Il Prius richiederebbe quale auto ibrido,circa 30 kg per unità di terre rare.
Queste terre rare sono famiglie di elementi, ossidi ed idrossidi, dai nomi esotici, i lantanidi, che non sono scarsi in natura, ma è difficile separarli dai minerali con cui in natura si presentano in associazione. Nel 2011 la signora Merkel, in seguito ad una disputa della Cina con il Giappone per queste terre rare in import-expot, in mezzo alla crisi finanziaria, si reca in Mongolia, ricchissima di lantanidi, per consolidare un'alleanza strategica per rifornirsi di tali materiali di mineria, prioritari per la sua industria. La Cina esportava meno, se li teneva per sè, allora il prezzo si alzava a livello di transazioni degli elementi. Il Canada ha individuato, sembra, una fonte da sfruttare in Argentina, terza produttrice mondiale di batterie per cellulari, camere fotografiche digitali, computer portatili, poi si va verso il Cile, e la Bolivia, dove abbondano, tutto perchè la Cina ha deciso di importarne di meno.

Nel nostro Paese, dopo la ricostruzione dei danni della Seconda Guerra Mondiale, gli agricoltori smisero di lavorare la terra, si istruirono, lavorarono, si arricchirono, invecchiarono. Il Britannia operò dopo un massacro a livello di svendite, ciò che venne dopo fu violentato per decisone americana, per cui i governi allestirono inganni. Dopo l'agricoltore istruito e ricco, venne il meridionale, dopo il meridionale, arricchitosi pure lui, vennero gli albanesi, che si arricchirono a loro modo con il narcotraffico e la prostituzione, diventati padroni, vennero gli arabi, poi i pakistani, infine i negri. I cinesi suppongo, da racconti che sento,ci fossero già da tempo, prima del Britannia. Adesso chi dovrà arrivare?
Sarebbe meglio ragionare democraticament e, mandare gli immigrati, ricchi,a casa loro, e vedere che cosa resta, per ricominciare. Perchè una persona normale, dopo il governo Prodi deve cambiare la macchina e non può tenersi la sua anche 15 anni, finchè non muore da sola. Credo che molta tecnologia sia proprio inservibile.
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# san 2012-01-30 13:05
A chi abita in provincia di Milano e dintorni, lo consiglio anche al GRANDE economista Monti e a tutti i bocconiani,
di farsi un giro nei siti industruali di Monza e dintorni. Si vedono enormi capannoni industriali con le insegne cinesi atte al commercio, con personale solo cinese.
Dove c'erano aziende metalmeccaniche che occupavano migliaia di addetti ci sono i nuovi padroni che vendono carta igenica a basso costo, per il momento.
Il genio Monti, Fornero, Passero, Napolitano, come pensano di risolvere il problema?
Ormai la pazienza è agli sgoccili!
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# buzzeduzzyau 2012-01-30 22:44
Siamo sicuri che la colpa sia delle aziende che delocalizzano, approfittando della globalizzazione ? Non sarà magari che delocalizzano perchè (parlo specialmente dell'Italia) qua non trovano piu operai specializzati? Nessuno ha piu voglia di sporcarsi le manine in fabbrica, anche se si tratta di lavoretti niente male, come quello che svolgo io (operatore macchine cnc)... insomma... abbiamo perso know-how a causa della delocalizzazion e, o abbiamo la delocalizzazion e a causa della perdita di know-how della massa dei nostri giovani fancaz... ehm... universitari 30enni?
E' nato prima l'uovo o la gallina?
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# san 2012-01-31 16:16
I giovani si laureano a 30 anni per colpa di un sistema universitario costoso e corrotto. In politica abbiamo molti ex sindacalisti che si sono laureati molto tardi Oggi,questi sono professori universitari oppure sono politici "specializzati" in diritto del lavoro.
Per intederci sono quelli che fanno le riforme pensionistiche.
Nelle università, soprattutto al nord, gli studenti vengono spesso bocciati per allungare il loro corso di studi.
Con questo sistema le università possono sopravvivere incassando molti quattrini dei fuori corso.
Non sono gli studenti la vergogna delle nostre università, bensì tutto l'apparato di parassiti politici e non che vive intorno al mondo della "cultura".
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# SART 2012-01-31 01:08
ATTENZIONE ALLE BUFALE...
Io ne capisco un poco di nanotecnologie. Il vetro che ricopre i cellulari della mela morsicata si chiama "gorilla-glass". Se andrete a vedere su Wikipedia, scoprirete che... NON LO FANNO IN CINA...
Nemmeno i Boing e gli Aerbus sono fatti in Cina. Per il resto sono daccordo.
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# SART 2012-02-02 01:30
L'articolo, per le parti riprese dal New York Times, è una bufala completa. Il vetro che ricopre gli schermi degli I-Phone, il "Gorilla Glass" ("il vetro gorilla") viene prodotto solo negli USA e, fra poco, sarà prodotto, se non lo è già, anche in Giappone. Ma certo non lo sarà mai in Cina. Infatti si tratta della classica tecnologia a doppio utilizzo civile-militare, che certo non è possibile esportare in quel paese. Poi, il prezzo di costo industriale dei computer da 1.500 dollari dei quali si parla è assolutamente falso. Innanzitutto, a Formosa ed a Singapore gli operai costano PIU' che negli USA, non si vede dunque perché il produrre lì costerebbe meno. Ma poi, siamo seri... i computer da 1.500 dollari sono delle "dream machine" , dei computer favolosi. Solo la scatola che li contiene (case) ha un prezzo di costo ben maggiore di quello indicato per l'intero computer, essendo realizzata in materiale che, di per sè, costa caro. Inoltre gli hard disk non vengono regalati, ma comprati prevalentemente in Tailandia. Le schede madri costano care anch'esse per via dell'argento che si deve usare per i nanocircuiti, etc., etc. Si tratta di una classica frottola da propaganda anticinese.

Quanto poi alla BALLA ATOMICA dei jet francesi ed americani prodotti in Cina, devono raccontarla solo a chi non sa nulla di queste faccende. Infatti, chi come me legge sporadicamente la rivista "Volare" sa bene che le "cellule" degli Aerbus 320 contengono gli stessi componenti elettronci degli aerei da guerra chiamati "Super Etandar"...
La "cellula" di un aereo è quello che è contenuto nella sua cabina di pilotaggio. I componenti usati nella cabina di pilotaggio sono, per paragone esemplificativo , assimilabili ai componenti per fabbricare un PC: hard disk, RAM, CPU, scheda madre, etc. Ora, usando quasi gli stessi componenti, si può fare la "cellula" di un... caccia bombardiere.
Insomma, si tratta di disinformazione allo stato puro.
I cinesi, in questo momento, stanno facendo sforzi pazzeschi per dotarsi di un proprio aereo di linea di breve cabotaggio e sono riusciti a realizzare solo una schifezza di bimotore in tutto analogo al "Super 80" che presi quando volai per la prima volta, ben 33 anni fa. Adesso, in Cina, quel catorcio è "lo stato dell'arte della tecnologia". Lo stanno testando in questi mesi, ma non è ancora operativo. L'unico miglioramento fatto dagli ingegneri con gli occhi a mandorla è la capienza, miracolosamente aumentata da 80 a 90 posti... lo hanno fatto un po' più lungo... quindi ...ancora meno stabile. Insomma, quando atterri ti prendi un bel calcio nel sedere...

Questo articolo del JEW York Times è una balla dall'inizio alla fine. Anche le "dichiarazioni anonime" dei funzionari Apple lo sono di sicuro. Ribadisco: è guerra di propaganda anticinese.
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# Catone 2012-02-03 22:59
Europa must perish!
Questa è l'unica spiegazione di quello che sta avvenendo!
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