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È morto Fausto Gianfranceschi, ultimo intellettuale reazionario
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Ricordiamo la morte di un altro grande italiano, ennesimo esito naturale della nostra trimilleneria civiltà, riportando una frase, tratta dal suo Lode della torre davorio, Ares, Milano, 2007, che rende onore a Blondet.

«Maurizio Blondet insegna lutile esercizio di leggere attraverso le notizie. La dietrologia non è una scienza futile, gli spiriti vigili sanno che Satana è tanto più forte quando i sapienti ne negano lesistenza».

La redazione

È morto Fausto Gianfranceschi, ultimo intellettuale reazionario

È morto ieri a Roma: aveva 84 anni. Uomo di destra senza ripensamenti, cattolico apostolico romano, fu un polemista vivace e fuori dal coro

Fu una festa d’addio quella che facemmo poche settimane fa a Fausto Gianfranceschi, senza dirlo a nessuno, nemmeno tra noi. Si presentava un libro d’arte curato da sua figlia Michela e ci ritrovammo in tanti suoi amici in Biblioteca Casanatense per rivederlo e per salutarlo. Ci avevano detto che probabilmente sarebbe stata l’ultima sua apparizione pubblica, l’ultima volta che avremmo visto Fausto, e noi che lo sapevamo in lotta col male ormai da tanti anni, fingevamo di non crederci. Ma lasciammo cadere altri impegni, e con scuse improbabili, ci presentammo alla serata con quel sottinteso d’addio dissimulato dal piacere dell’evento. Fausto faceva gli onori di casa, con la affabile fierezza che lo distingueva, insieme a sua moglie e sua figlia, benché visibilmente provato. Sua moglie Rosetta mi fece sedere a fianco a lui, mentre ascoltava la sua figlia più piccola, a cui aveva dedicato un dolcissimo libro di padre maturo, LAmore paterno, quando lei era bambina. Provai a condividere in quel momento i suoi pensieri di padre, la sua implicita cerimonia d’addio, il piacere di ascoltare sua figlia che illustrava con passione l’opera davanti a un bel pubblico. Alla fine lo salutai come si salutano gli amici a cui vuoi bene, evitando ogni solennità ma ben sapendo che difficilmente ci saremmo rivisti.

La notte scorsa Fausto ha smesso di combattere la sua antica battaglia contro la morte. Cominciò quella lotta assai presto, più di trent’anni fa, scrivendo un libro, Svelare la morte, dedicato alla perdita di suo figlio Giovanni in un incidente stradale. Un testo sincero e coinvolgente contro il tabù della morte, nel nostro tempo ribattezzata scomparsa e rimossa dagli spazi pubblici e comunitari. Fausto combattè per tanti anni con coraggio e perfino con sfottente e cristiana ironia, una lotta estenuante contro la sua malattia. E di recente un altro doloroso e intenso libro aveva accompagnato la tragica perdita di un’altra sua figlia, Federica. Ma non vacillò mai la sua fede, nonostante gli agguati impietosi della vita.

Uomo di destra, sanguigno e diretto, cattolico apostolico romano, non per modo di dire, «reazionario» come ebbe a definirsi in un libro recente, aveva curato per molti anni la gloriosa pagina culturale de Il Tempo diretto da Gianni Letta. Ha scritto saggi e romanzi, diresse per primo Intervento, la rivista fondata da Giovanni Volpe. Era stato da giovane un militante della destra rivoluzionaria e nostalgica, aveva patito il carcere per le sue idee contro il suo tempo, ma non cambiò mai idee. Polemista vivace, pubblicò anche un tagliente Stupidario della sinistra (1992). Gianfranceschi fu uno tra i primi miei riferimenti umani e culturali che conobbi sbarcando a Roma quand’ero ragazzo. Avevo recensito il suo Svelare la morte, un libro che andrebbe ripubblicato insieme all’Amore paterno, come un elogio sofferto e vero della famiglia. Nel saggio Il senso del corpo, Gianfranceschi concludeva con una limpida professione di fede nella resurrezione della carne. «Lumiliazione e la sofferenza fatali della mia carne prepareranno, io spero, la mia resurrezione». Così si è presentato ieri Fausto alla pietà del divino.

Marcello Veneziani

Fonte >  Giornale.it


La morte di Fausto Gianfranceschi

La morte di Fausto Gianfranceschi Gino Agnese Il Tempo, 20 febbraio 2012 Fausto Gianfranceschi un mese fa, quando rifiutò ogni accanimento medico, chiamò il parroco della Chiesa Nuova e gli disse di desiderare l’estrema unzione. Eppure, la malattia non aveva messo in scena l’ultimo atto. Nella sua casa, tra le librerie e i mobili e i quadri d’epoca, la pendola scandiva le ore e lo scrittore correggeva le bozze dell’ultimo libro, di aforismi.

Squillava ogni tanto il telefono, qualche amico in visita, le voci care nelle stanze. Lo sapeva anche il parroco che la fine presto sarebbe sopraggiunta, ma ugualmente si stupì della richiesta, spoglia d’ogni patema. Però l’indomani andò ad amministrargli l’olio santo, a confessarlo e a comunicarlo. Poi lo scrittore e il prete si accomodarono e ripresero il filo dei discorsi che negli anni li avevano fatti amici. Il prete, un polacco, conosceva la Fede adamantina di Fausto e la straordinaria padronanza ch’egli aveva di sé e delle sue scelte, talvolta difficili da condividere ma sempre nette e sentite. Soprattutto, era un irriducibile avversario del pensiero unico. Gli piaceva rovesciare i luoghi comuni, se del caso fino al paradosso.

Tanti anni fa, al tempo del libro Svelare la morte, veleggiando tra il gotico e l’ironico prese di mira anche la comare secca, sostenendo ch’ella più presto e più crudelmente, come per un’infrenabile eccitazione, colpisce chi più la teme: e che dunque non conviene secondare questa sua predilezione. Egli infatti non la secondò quando, diciassette anni orsono, gli diagnosticarono un microcitoma polmonare che lo avrebbe ucciso in cinque-sei mesi. Si lasciò curare, ma la sfidò continuando a fumare. E divenne un eccezionale caso clinico, che gli oncologi portarono in un congresso scientifico. Era felicemente poligrafo. Saggista (specialmente con l’iniziale Luomo in allarme, poi con Teologia elettrica e con Il senso del corpo); narratore (il romanzo Giorgio Vinci psicologo vinse il Premio Napoli e fu terzo allo Strega); autore di pamphlet di grande e silenziato successo, come lo Stupidario della sinistra, puntuale raccolta di sciocchezze e sfondoni, che procurò nemici a Mondadori e divertì Alberto Burri; e autore, ancora, di due libri che raccolsero il suo più alto e puro sentimento, Lamore paterno e Federica, morte di una figlia, quest’ultimo del 2008 e dedicato ad un rinnovato strazio: la scomparsa repentina d’una figlia quarantenne, dopo la tragica fine di un figlio poco più che ventenne, Gianni, avvenuta negli anni Settanta. Come una torre lo scrittore è svettato nel territorio culturale impropriamente detto di destra. Però una torre senza ponte levatoio, e benvenuto il confronto: questo era Gianfranceschi, bell’uomo, dritto nella persona, tetragono e lieve al tempo stesso, molto somigliante al suo nome, che poteva evocare auspici marcianti al passo del Gattamelata.

Irrideva i salutisti e i cultori del body-building, ma ancora oltre i sessant’anni praticava il surf. E da ultimo, quando era già in vista degli ottantaquattro anni e la salute veniva a mancargli, non aveva rinunciato alle sue passioni: i concerti, il teatro, le mostre e l’antiquariato al quale lo aveva iniziato il padre, anch’egli di quei signori romani innamorati delle cose belle: il padre che gli aveva fatto frequentare il Massimo, dove c’era da misurarsi con la ratio studiorum dei gesuiti. Poi il suo cattolicesimo finì in ombra nei primi anni Cinquanta, quando anzitutto le letture e le frequentazioni del filosofo Julius Evola e di Massimo Scaligero, studioso di tradizioni orientali e seguace di Rudolf Steiner, offrirono orizzonti di rivalsa, sebbene metafisici e metastorici, a una fila di giovanissimi che non avevano fatto in tempo a perdere la guerra e che, come se avessero voluto perderla anch’essi, quasi in vista degli anni Cinquanta progettarono di passare all’azione. Venne poi l’impegno nel Movimento Sociale Italiano, con la fondazione di associazioni studentesche che raccolsero vasto seguito e che vinsero nelle elezioni universitarie in parecchi atenei. Ma la militanza sembrò arenarsi nelle secche della routine politica, e allora sopraggiunse l’impegno culturale. Gianfranceschi piacque all’antifascista Renato Angiolillo, che lo volle a Il Tempo (come volle nel ‘56 anche alcuni giornalisti che erano usciti dall’area comunista dopo l'invasione dell’Ungheria).

E nel Tempo anni dopo succedette a Enrico Falqui e a Carlo Belli nella guida della famosa Terza Pagina, che tenne per oltre un ventennio. Anche sotto la direzione di Gianni Letta e fino al 1988, aprendola a personalità come Augusto Del Noce, Mario Praz, Ettore Paratore, Rodolfo Wilcock; e a giovani collaboratori, com’erano allora, tra gli altri, Franco Cardini, Paolo Isotta, Marcello Veneziani. Del Tempo restò per molti anni illustre collaboratore, finché si ripromise di dedicarsi soltanto ai libri (ma chi de Il Tempo lo frequentava, anche ultimamente lo trovava curioso della vita di redazione, che era stata in buona misura la sua vita).

Gino Agnese

Fonte >
  Il Tempo



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Commenti  

 
# Erio 2012-02-21 16:26
Ho letto, appena usciti, sia Svelare la morte che L'amore paterno. Era il periodo in cui leggevo il Tempo e ho un ricordo vivissimo di quelle letture. Per me sono state formative e istruttive come poche.
Ringrazio Fausto Gianfranceschi per essere stato un maestro per me fuori dal coro, anche se non l'ho mai conosciuto direttamente.
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# bill 2012-02-21 18:50
Mi sarebbe piaciuto farlo di persona; ora non essendo questo più possibile, lo faccio da questo spazio: grazie, Fausto Gianfranceschi, per avere scritto L'amore paterno.
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# EMERICH 2012-02-21 19:35
Maestro, ti sia lieve la Terra. Al solito, riprendendo il tema toccato dal Direttore nel suo ultimo articolo, il medium è il messaggio: un intellettuale a quaranta carati muore semisconosciuto , mentre decine di pelandroni pascolano tra Università e giornali di regime.
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# NOMEN 2012-02-21 22:12
Citazione EMERICH:
Maestro, ti sia lieve la Terra. Al solito, riprendendo il tema toccato dal Direttore nel suo ultimo articolo, il medium è il messaggio: un intellettuale a quaranta carati muore semisconosciuto , mentre decine di pelandroni pascolano tra Università e giornali di regime


Eh, sì... è così, purtroppo... QVIA... così vogliono sia Satana che il Diavolo... da sempre interessati a che si diffondano solo menzogne,allo scopo di ottenebrar le già deboli menti dei più, per vieppiù indebolirle... ed il gioco è fatto!
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# Dietrich von Bern 2012-02-21 21:30
Un momento: non c'è (c'era) solo Gianfranceschi fra i maitres a penser del pensiero tradizionale, mi viene in mente, fra gli altri, anche Piero Buscaroli che, se non vado errato, dovrebbe avere un paio d'anni in meno del Nostro e del quale ho letto lo scorso anno, con un certo interesse, "I vinti non dimenticano". Credo che di quest'opera sia previsto un seguito, cosa che mi auguro di cuore.
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