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Morto il “Dalai Lama della Mongolia”, ha combattuto contro Stalin e Mao
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Il nono Khalkha Jetsun Dhampa (“Signore dei rifugiati della Mongolia”) ha vissuto 57 anni in esilio forzato, prima per la dominazione sovietica del suo Paese e poi per quella cinese in Tibet. Nonostante le difficoltà ha combattuto per far rivivere la fede fra i mongoli. Il dolore dei leader buddisti.

Ulaan Baatar - Il capo spirituale dei buddisti mongoli, vertice della setta Jonang, è morto ieri a 80 anni dopo aver vissuto 57 anni in esilio forzato per colpa prima della dominazione sovietica in Mongolia e poi per quella cinese in Tibet. Sua Eminenza Dhampa Dorjee Chang Jampel Namdrol Choekyi Gyaltsen, il "Dalai Lama della Mongolia", era stato riconosciuto come il nono Khalkha Jetsun Dhampa ed era molto amato dai suoi fedeli.

Il governo tibetano in esilio, il Dalai e il Karmapa Lama hanno espresso il proprio dolore per la morte di questo leader religioso, noto per la sua profondità di pensiero e per la sua battaglia a favore della Mongolia. Oggi gli uffici pubblici di Dharamsala (dove risiede la diaspora tibetana) e quelli religiosi di Ulaan Baatar sono chiusi in segno di rispetto. Una grande funzione religiosa per una veloce rinascita dello spirito del defunto è stata celebrata in mattinata nei templi della Mongolia.

Nato nel 1932 a Trontsikhang, nella parte settentrionale di Lhasa, Dorjee (nella foto) venne riconosciuto dall'allora reggente del Tibet come rinascita del Khalkha: il titolo, introdotto nel buddismo dal V Dalai Lama, significa letteralmente "Signore dei rifugiati di Khalkha", il più grande distretto della Mongolia. Da allora la carica ha comportato la protezione e lo sviluppo religioso del Paese, anche se i riconoscimenti sono stati effettuati in Tibet.

Questo fino all'avvento dell'Unione Sovietica, che ha estromesso dalla Mongolia ogni forma di attività religiosa. Il predecessore del defunto Khalkha venne richiamato a Lhasa per unirsi al Dalai Lama e al Panchen Lama: Ulaan Baatar venne abbandonata dai buddisti facoltosi, mentre i poveri finirono in un campo di lavoro forzato. Nel 1942, in piena II Guerra mondiale, il defunto Khalkha riuscì a visitare la Mongolia per un breve periodo.

Rientrato in Tibet scelse la strada della riflessione, mantenendosi sempre in contatto con i suoi fedeli sopravvissuti alle epurazioni staliniste. L'avvento di Mao e l'occupazione del Tibet lo costrinsero a un nuovo spostamento, questa volta in India. Con il crollo dell'Urss, nel 1989, il Khalkha rientrò in Mongolia e riprese il suo posto: da allora ha sempre lavorato per la rinascita religiosa del Paese. Nel 1997, proprio per questo suo impegno, il Dalai Lama lo ha messo a capo della setta Jonang, una delle tre confessioni del buddismo tibetano.

Grazie al suo lavoro, oggi la Mongolia su una popolazione di 2,7 milioni, conta il 24 % di fede buddista. Il Paese mantiene ancora le evidenti ferite della dominazione stalinista, e la maggioranza degli abitanti si dichiara "agnostica" nonostante la tradizione buddista e l'influenza cristiana siano apparse da molti secoli. Il governo cerca in ogni modo di scoraggiare ogni forma di attività religiosa, e impone restrizioni e regolamenti alle confessioni presenti. I cristiani sono circa l'1 %.

Fonte >  Asia News

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Commenti  

 
# aloisius 2012-03-04 14:35
Onore a un combattente che ha difeso il suo credo e dato conforto alla sua gente.
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