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Città, più pil da arte e musei
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Chi punta sul turismo guadagna di più, e noi non lo facciamo. Ecco la classifica. Però, oltre ai reperti industriali, è l'arte contemporanea a fare da traino, e Salerno si dà al decostruttivismo

Città, metti la cultura nel motore. Lo dicono i numeri. Le città europee che da tempo hanno puntato maggiormente su cultura e creatività hanno visto aumentare il proprio reddito pro capite: Bilbao, Siviglia, Edimburgo hanno tassi oltre il 5% quando la media dell’Europa a 27 è 3,5%. Città più note per l’industria che per la storia culturale e che hanno investito nel settore solo di recente, come Marsiglia, Lione e Manchester, hanno sì tassi inferiori (comunque molto oltre il 2%), ma possono vantare una forte ricaduta sul tasso di occupazione e una migliore resistenza alla crisi.

Sono dati che emergono da Citymorphosis, il rapporto sulle politiche culturali delle città europee curato da Marco Cammelli e Pietro A. Valentini per Civita. I centri italiani da questa fotografia non escono proprio bene. Nella classifica dei redditi delle città culturali sono agli ultimi gradini: Venezia ha 2,2%, Roma 1,8%, Firenze 1,2%. L’Italia, forte della cultura prodotta nel passato, sembra essersi adagiata su rendite di posizione. Che evidentemente non rendono più così tanto: basta scorrere i tassi di crescita del turismo nelle città europee che più di altre hanno puntato sull’industria culturale. Tra il 2001 e il 2011 anni Berlino è cresciuta del 65,2%, Weimar del 58,2%, Manchester del 48,3%. La spagnole Siviglia, Madrid e Barcellona sono intorno al +25%. L’investimento comincia a rendere a Marsiglia, decisamente una città poco presente nei sogni dei turisti: +9,5%. Significativa la stagnazione di Firenze: +0,2%. Sembra mancare in sostanza il passaggio da città d’arte a città di cultura: i poli turistici consolidati senza innovazione non hanno più margini di crescita. Ma il discorso è ancora più ampio. Nell’industria culturale mondiale, con New York al vertice, i centri italiani non compaiono nella top list. Più di loro fanno Il Cairo, Lussemburgo, Manila, Nashville. «È un dato di fatto – sostiene Valentini, docente di Economia urbana a La Sapienza di Roma – le città italiane, anche quelle che più hanno investito in cultura, hanno una capacità di offerta nettamente inferiore rispetto a quella dei grandi poli culturali europei».

Dove la trasformazione ha funzionato, il segreto è una pianificazione di "rigenerazione urbana culturale" di media-lunga durata. Bilbao ne è forse l’esempio più celebre. Nella mutazione da grigia città industriale in declino in meta del turismo mondiale non è stata sufficiente la costruzione del Guggenheim. La città basca ha infatti adottato un piano strategico che ne ha ribaltato l’assetto urbano, rivitalizzato il centro storico e rilanciato l’università. Sono state inoltre costruite nuove infrastrutture, tra cui due linee della metropolitana e un aeroporto internazionale su progetto di Calatrava. Il gigante di titanio di Frank Gehry ha funzionato da richiamo.

Berlino, anche sulla spinta della caduta del Muro e della riunificazione, è invece un esempio di come si possano ottenere grandi risultati senza costruire astronavi museali. La capitare tedesca ha puntato infatti sulla ristrutturazione delle eccellenze esistenti, l’Isola dei Musei e il Kulturforum, posizionate in due poli diversi della città. Il tutto con una programmazione di 15 anni. Una vitalità che si riflette nella scena dell’arte e del design: Berlino attira frotte di giovani talenti ed è la seconda piazza dopo Londra, dove le industrie creative, inserite in un contesto economico molto più ampio e complesso, sono le più numerose d’Europa (nel 2009 gli occupati nel settore compresi liberi professionisti come architetti, designer e artisti erano 800 mila).

La fortuna di Barcellona sta in un piano strategico del 1999 che ha saputo raccogliere e rilanciare l’eredità delle Olimpiadi del 1992. Lione, un tempo città del tessile, ha saputo unito cultura e partecipazione popolare attraverso una spinta dal basso. Significativo anche il percorso di Manchester da paesaggio di scorie di carbone e ciminiere a città creativa. Le aree industriali di Wigan Pier sono state ripulite e convertite in residenze, musei, centri espositivi, teatri, centri commerciali. Le macchine che lanciarono la rivoluzione industriale si sono rimesse in movimento come attrazioni per turisti. La stessa Londra dimostra che la riqualificazione del passato industriale in termini culturali funziona: basti pensare al successo della Tate Modern, nella grande centrale elettrica di Bankside e all’effetto di rigenerazione sul quartiere di Southwark.
Chi ci sta provando in Italia è Torino. Che infatti è uscita dall’immagine di città industriale e sabauda ed è diventata una delle capitali culturali italiane. Ha funzionato il traino di grandi eventi, dalle Olimpiadi invernali alle manifestazioni di Italia 150. Ma si è anche puntato su realtà stabili, a partire dalla riqualificazione del Lingotto negli anni ’90 alla nascita di nuovi musei, come quelli del Cinema e dell’Auto, fino al successo del recupero di Venaria Reale. Torino è ormai uno dei centri dell’arte contemporanea, con fondazioni, musei e manifestazioni che hanno mobilitato una città storicamente refrattaria.

Milano sta nel mezzo. Se nel suo passato industriale sono presenti design e moda, i piani di investimento sono soprattutto immobiliari: un problema alla base dello stesso Expo 2015. Una strategia priva di prospettive a lungo termine, rischia di replicare i fallimenti di Salonicco e Rotterdam, capitali della cultura nel 1997 e nel 2001, in cui il grande evento non ha cambiato immagine e cuore della città. Non mancano casi in Italia dove il connubio cultura e sviluppo funziona. Ma sono i centri più piccoli. Mantova ha saputo diversificare il suo investimento culturale rispetto al patrimonio storico artistico puntando sul Festivaletteratura che registra ogni anno 64 mila biglietti staccati e 40 mila presenze agli eventi gratuiti. Oltre 40 mila sono stati i visitatori nel 2011 al Festival della Mente di Sarzana, dato ancora più importante se paragonato a grandezza e collocazione della sede. Il festival è stato programmato dopo un’analisi dei consumi culturali degli italiani. Altro fenomeno inatteso è Salerno, che attraverso la riqualificazione urbana (con nomi come Zaha Hadid, David Chipperfield, Ricardo Bofill, Jean Nouvel) ambisce a diventare una delle nuove mete del turismo architettonico europeo. L’architettura e l’arte moderna e contemporanea hanno funzionato a Rovereto, che per molti è ormai la città del Mart. Si tratta però di casi non confrontabili con quelli europei: «Sono realtà piccole, che non possono andare più lontano di un certo livello – commenta il sociologo Guido Martinotti – essendo necessaria una massa critica per far funzionare il circuito a tutto tondo». Ma è anche vero, prosegue, che «oggi sembra che tutto sia terreno urbano: oggi i soggetti sono le regioni urbane dove la densità delle intelligenze genera un sistema ciclico autosostenibile di strutturazione fra scambio di idee, innovazione, invenzione, creatività e mercato».

Alessandro Beltrami

Fonte > 
Avvenire.it



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