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Peter Weir nell’inferno del gulag
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L’avevamo perso di vista dal 2003, da quando cioè sugli schermi è arrivata l’avventura navale di Master & Commander. Poi silenzio, fino al 2010 quando Peter Weir, il regista di Truman Show e L’attimo fuggente è tornato dietro la macchina da presa con un nuovo film epico sulla grande e disperata fuga di sette prigionieri di un gulag sovietico che nell’inverno del 1940 rischiarono la vita per lasciare la Siberia attraversando la Mongolia, il deserto del Gobi, la grande muraglia cinese fino all’India controllata dagli inglesi, dove dopo molti mesi e quattromila miglia trovarono finalmente la libertà. Tra loro un giovane ufficiale polacco (Jim Sturgess) accusato di spionaggio sulla base di una confessione estorta alla moglie sotto tortura e condannato a 25 anni di lavori forzati, un attore russo (Dragos Bucu), un enigmatico americano emigrato in Unione Sovietica in cerca di lavoro e un urki (Colin Farrell), criminale russo promosso a guardia del campo di concentramento. A loro si unirà lungo il cammino una giovane orfana polacca (Saoirse Ronan), l’unica donna del gruppo.

Distribuito in Italia con grande ritardo (dal 6 luglio), il film è tratto dal controverso libro autobiografico di Slavomir Rawicz, Tra noi e la libertà (pubblicato nel 1957), la cui veridicità fu smentita dalla Bbc nel 2006 con un documentario che affrontava questa drammatica storia di sopravvivenza. Non sarà tutto vero, ma gran parte di quei fatti sono realmente accaduti e a partire da questi Weir ha deciso costruire personaggi di finzione per dimostrare fino a che punto un essere umano è pronto a spingersi per salvare la propria vita. Nella prima parte il film dipinge un efficace affresco degli orrori del campo di prigionia, dove tra episodi di ordinaria crudeltà si fanno strada lampi di insperata umanità, come il bisogno infantile di sentirsi raccontare delle storie, o quello di disegnare e ricevere preziosi consigli per sopravvivere in un inferno che la storia del cinema ha ignorato.

I libri sui gulag staliniani infatti non mancano, ma di film se ne sono visti pochissimi, e tra questi vale la pena ricordare Gulag 77 di Roger Young, Sta’ fermo, muori, resuscita di Vitalij Kanevskij, che racconta i campi di prigionia sovietici dal punto di vista di un ragazzino e Estovest – Amore e libertà di Régis Wargnier. Tra baracche immerse nella neve (il gulag è stato ricostruito in Bulgaria) i prigionieri devono sopravvivere ogni giorno al gelo che spacca la faccia, alla fame, alle malattie, alle piaghe e alla ferocia di spietati carcerieri. Immagini, dicevamo, che il grande schermo ha raramente mostrato.

Ed è proprio durante una delle quotidiane marce per tagliare la legna nella foresta, nel bel mezzo di una tormenta, che i prigionieri scappano. La seconda parte del film ci porta allora nel cuore dell’Europa Orientale e dell’Asia (la muraglia cinese è stata ricostruita negli studi cinematografici alle porte di Sofia, così come il villaggio tibetano), tra gli assalti di un nemico altrettanto minaccioso, la natura, che metterà a dura prova la resistenza dei fuggiaschi facendo loro comprendere però quanto valgono l’amicizia e il sacrificio.

I giganteschi paesaggi rimandano al cinema di David Lean (il regista di Il dottor Zivago, Lawrence d’Arabia, Il ponte sul fiume Kwai) e sullo sfondo di foreste, laghi e deserti quegli esseri umani in cerca di libertà appaiono minuscoli. Certo, a volte sembra che al regista australiano stia più a cuore il viaggio dei viaggiatori e i personaggi non sono sempre all’altezza dell’epicità richiesta dal racconto, costruito secondo gli schemi del cinema classico. Eppure, a dispetto di qualche opacità, riescono a regalare passione e verità a una dolorosa e universale odissea umana.

Alessandra De Luca

Fonte > 
Avvenire.it



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Commenti  

 
# Franco_PD 2012-07-03 19:03
Weir è un regista grandissimo, e ho visto tutto quanto ha girato e anche più volte. Ma il commento della De Luca è povero: ne sa qualcosa di cinema questa critica? Della filmografia concentrazionar ia sovietica ha dimenticato per esempio di citare e sottolineare adeguatamente "Una giornata di Ivan Denisovich" del 1971, un'opera decisamente interessante, tratta dal libro di Solzenicyn e interpretata da un valido ed efficace Tom Courtenay. Visto molti anni fa, ne ricordo un quadretto straordinario e triste: quando il protagonista si corica avvolto nei suoi stracci tutto contento. La sua gioia? "E anche oggi non mi sono ammalato".
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