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Biofuel da scarti alimentari: un primato italiano che non logora il suolo
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In arrivo il biocarburante di ultima generazione che non sfrutta biomasse alimentari, suolo fertile e terreni dei paesi in difficoltà. Una soluzione tutta made in Italy che vede protagoniste paglia di riso, bagassa e canna comune

Un biocarburante che non venga prodotto sfruttando indiscriminatamente i terreni dei paesi in difficoltà,  che non sottragga suolo fertile all’agricoltura e che non rilasci in atmosfera tonnellate di Co2 ogni anno.

E’ il nuovo ritrovato della tecnologia italiana, una benzina green a partire dalla paglia di riso - generalmente lasciata nei campi e  troppo ruvida sia per l’uso alimentare che per la zootecnia - e dalla bagassa, generata dagli scarti della produzione di canna da zucchero. Ma non solo. Protagonista sarà anche e soprattutto la canna comune che cresce spontaneamente sui terreni marginali di tutta la pianura padana, ha percentuali di sequestro di Co2 molto elevate, necessita di poca acqua e pochi fertilizzanti nonostante la resa molto elevata (10 tonnellate per ettaro contro 3 t/ha del mais) e non intacca la produzione di cibo.

Un primato mondiale raggiunto dal colosso chimico tortonese Mossi & Ghisolfi – azienda leader nella produzione di Pet (il materiale delle bottiglie di plastica) - che ha deciso di puntare tutto sulla sostenibilità.

Per raggiungere il risultato ci sono voluti 5 anni di sperimentazioni, 10 università coinvolte e il duro lavoro di circa 100 giovani ricercatori. Senza considerare il congruo investimento di 120 milioni di euro, a cui se ne sono aggiunti 12 della Regione Piemonte.

Il progetto porterà alla produzione di 42 mila tonnellate di biocarburante, alla riduzione delle emissioni di Co2 di circa 70 mila tonnellate anno e alla creazione di oltre 150 posti di lavoro. Senza tralasciare che contribuirà a rivalorizzare porzioni di territorio: «I terreni abbandonati in Italia, secondo le stime più recenti, sono fra 1,5 e 2 milioni di ettari - sottolinea  Giuseppe Fano, direttore delle relazioni esterne del gruppo piemontese – e sono lasciati incolti perché poco redditizi o poco fertili. Rivalorizzandoli, coltivandoci per esempio la canna comune, si offre un reddito incrementale all’agricoltura e si evitano problemi legati ai processi di erosione e di dissesto idrogeologico, spesso causati proprio dall’abbandono dei terreni».

Il progetto è già sulla soglia della fase produttiva, con 2 anni di anticipo rispetto alla tabella di marcia. A Crescentino, in provincia di Vercelli, è in corso di realizzazione del primo e unico impianto al mondo che produrrà bioetanolo di nuova generazione.

Fonte >  Virgilio.it

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Commenti  

 
# r1348 2012-08-29 21:02
L'iniziativa è lodevole, ma credo che i terreni incolti debbano innanzitutto essere utilizzati per il raggiungimento dell'autosufficienza alimentare, che sarà uno dei problemi più pressanti dell'immediato futuro.
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# Il trovatore. 2012-08-30 10:12
Concordo pienamente.
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# Luigi B. 2012-08-30 13:03
Giusto. Prima l'autosufficienza alimentare, poi, con gli scarti della stessa, il biocarburante. D'altronde i brasiliani lo fanno già da vent'anni con gli scarti della lavorazione della canna da zucchero.
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# Brancaleone 2012-08-31 23:11
Certo torniamo in massa alle battaglie per il grano, riempiamo la vasca da bagno di terra per coltivare patate. Ma per favore, si renda conto che senza petrolio non si può coltivare ai ritmi attuali! Prima del petrolio la resa agricola era decine di volte inferiore a quella odierna.L'agricoltura moderna regge solo grazie al petrolio. Lodevole iniziativa per l'autarchia energetica.
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# Antonio D. 2012-08-30 12:21
Speriamo che un giorno la societá non venga venduta agli anglo-americani, come al solito.
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# AlexFocus012 2012-08-31 11:01
Ricordo di aver letto alcuni articoli, almeno 5 anni fa che riguardavano l'approccio della Norvegia al problema dei biocarburanti. Il Paese norvegese (che pure è produttore di petrolio) convertiva i pochi scarti agricoli (circa 23.000 ton) in circa 18.000 ton di fertilizzanti naturali e circa 5.000 ton di etanolo, infatti fin dal 2005 sulle strade della Norvegia si potevano trovare pompe con E85 (cioè combustibile per autotrazione all'85% etanolo e 15% di benzina verde). Stessa cosa avveniva con il biodiesel.
Ciò che, però, mi colpì è che le auto Euro 4 (cioè quelle prodotte in Europa dal gennaio 2006) erano già in grado di utilizzare senza problemi tale combustibile: pensavo "ma come noi, in Italia, abbiamo circa 40.000,000 ton di scarti agricoli, da cui si potrebbero ricavare (facendo le debite proporzioni) circa 31.000.000 ton di fertilizzanti e 9.000.000 ton di etanolo e non lo facciamo?!".
Poi ho riflettuto che non siamo un Paese libero come la Norvegia, abbiamo ancora un'imponente forza militare di occupazione straniera che decide quello che possiamo fare e quello che no, secondo le proprie convenienze (l'abusata formula "difesa degli interessi americani").
La conseguenza del ragionamento è che, per poter fare le cose giuste, prima dobbiamo uscire dalla NATO e poi cacciare la NATO dall'Italia e dall'Europa.
A proposito, dovevamo produrre anche Eolo, la macchina ad aria compressa (300 km di autonomia senza alcun impatto ambientale, 110 km/h velocità max, con 77 €cent per la ricarica in 4 ore o 2 € in tre minuti), per la cui costruzione era stato già messo su uno stabilimento con circa 60 addetti e poi, invece, la farà la Tata Motors indiana: un altro "regalo" del nostro occupante... metteremo anche questo in contro, al momento giusto.
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# F.Amadio 2012-08-31 11:26
Anche in Brasile si utilizza un sistema simile, ma purtroppo i campi vengono bruciati con un'emissione di CO2 enorme nell'atmosfera prima dell'utilizzo degli scarti. Inoltre fertilizzanti e pesticidi sono usati in grande quantità! Quindi qual'è la scoperta sostenibile in questo caso?
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