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Quel che non ha detto (ma ha scritto!)
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Ha certamente ragione Vittorio Messori quando, a proposito della visita del Papa in sinagoga, ricorda che qui, riguardo ai rapporti tra ebrei e cristiani, siamo di fronte ad un Mistero che non è affrontabile con nessuna delle consuete categorie «laiche»: né con quelle culturali, né con quelle storiche o sociologiche, né con quelle politiche. Chi usa, nella questione, tali categorie non solo non verrà mai a capo della faccenda ma finirà oltretutto per uscire completamente di strada (1).

Che si stia assistendo al dipanarsi, ancora misterioso, del destino finale del popolo ebraico, tutto proteso, spinto dalle mal riposte speranze messianiche della sua inautentica lettura della Scrittura, alla chiliastica realizzazione del «Regno di Israele», qui in terra ed in termini prevalentemente politici, quel «regno» che dovrebbe inaugurare l’Era Messianica della Pace Universale, e che probabilmente porterà al definitivo smantellamento di quelle sue errate speranze messianiche, è convinzione nostra e non da oggi.

La questione, vista da noi cristiani, è che però questo compiersi del destino del popolo ebraico sembra accompagnarsi al, momentaneo, oscuramento della Fede nella Chiesa. E forse anche questo è nei piani di Dio ossia che la Chiesa sia spiritualmente crocifissa, nelle sue certezze di fede, come il Suo Signore è stato crocifisso nella carne. Il moltiplicarsi delle apparizioni mariane, non solo quelle degli ultimi due secoli, più o meno riconosciute tutte, ma anche quelle, e sono numerosissime, che da più parti del mondo sono segnalate in questi ultimi decenni, sembrano rendere concretamente storica la visione giovannea della «Donna vestita di sole». Perché l’Apocalisse non è il 2012, né una catastrofe planetaria, ma è il pericolo sempre latente per la Chiesa di perdere la Fede. Nostro Signore, del resto, ci ha avvertiti che, correndo la storia verso il suo esito finale, non ci sarà alcun trionfo per la Chiesa ma, al contrario, l’errore sembrerà trionfare e l’amore di molti si raffredderà (Matteo 24,11-14). A chi, se non a Maria, è stata affidata la consegna di correre in aiuto della Chiesa? E chi in effetti, se non Maria, ha salvato negli ultimi secoli la Fede? Cosa ne sarebbe oggi della Fede senza Rue du Bac, Lourdes, Fatima ed altre apparizioni di Maria santissima?

Domenica 17 gennaio 2010, nella sinagoga di Roma, abbiamo assistito ad una «bella» lezione di «esegesi scritturistica ebraica» ma, purtroppo, senza adeguata replica, sul medesimo piano, ossia quello teologico ed esegetico, da parte cattolica.

Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha tenuto un discorso di chiaro sapore esegetico per riaffermare, davanti al Papa della Chiesa cattolica, il modo in cui loro, i «fratelli maggiori», leggono la Scrittura (2).

Un passaggio, in particolare, è emblematico di quel discorso ed è il seguente: «Lo Stato di Israele è un’entità politica, garantita dal diritto delle genti. Ma nella nostra visione religiosa non possiamo non vedere in tutto questo anche un disegno provvidenziale. Nel linguaggio comune si usano espressioni come ‘terra santa’ e ‘terra promessa’, ma si rischia di perderne il senso originario e reale. La terra è la terra d’Israele, e in ebraico letteralmente non è la terra che è santa, ma è eretz haQodesh la terra di Colui che è Santo; e la promessa è quella fatta ripetutamente dal Signore ai nostri patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe, di darla ai loro discendenti, i figli di Giacobbe/Israele, che in effetti l’hanno avuta per lunghi periodi. Nella coscienza ebraica questo è un dato fondamentale e irrinunciabile che è importante ricordare che si basa sulla Bibbia alla quale voi e noi diamo, pur nelle differenti letture, un significato sacro» (3).

Questa identificazione ebraico-postbiblica tra «Dio, popolo, terra», che lo si voglia o meno, ricorda irresistibilmente, anche nel caso si fosse trattato di parodia o di rovesciamento, le analoghe affermazioni che circolavano nella Germania nazista degli anni ‘30, sconvolta da una ideologia che presentava caratteri millenaristici incredibilmente simili alle posizioni di un certo ebraismo odierno.

Infatti, nel discorso del Di Segni, si è fatto palese l’esito dell’excurcus esegetico del rabbinato, negli ultimi due secoli, nei riguardi del sionismo. Un approccio, quello rabbinico al sionismo, che va dall’iniziale ostilità ad esso, ritenuto, per un equivoco poi superato, alla stregua di una ideologia laica e secolarizzante, al suo riconoscimento come inconsapevole ma provvidenziale agente storico usato da Dio per riportare gli ebrei esuli in eretz Israel.

I Neturei Karta, ed altri oggi minoritari gruppi ebraici, continuano a resistere sulla iniziale posizione di ostilità al sionismo, visto come bestemmia verso il Dio di Abramo che ama allo stesso modo tutti i popoli e che non vuole che il ritorno degli ebrei in Palestina avvenga con la violenza e l’inganno politico a danno di altri suoi figli come i palestinesi. Dunque quanto ha detto Di Segni, circa lo Stato di Israele come fondamento irrinunciabile per la fede ebraica, benché maggioritaria non è affatto communis opinio per tutti gli ebrei. Solo, appunto, la maggior parte di essi, spinti dal fatto che nel 1948 è stato proclamato lo Stato di Israele, guarda alla nascita dello Stato di Israele come ad un provvidenziale evento nel disegno di Dio, senza neanche porsi perlomeno il dubbio se, dal momento che di Pace non solo in Terra Santa ma anche nel mondo non se ne vede affatto, quell’evento, nei piani divini, sia in effetti provvidenziale o non abbia invece un carattere ambiguo.

Israel Zolli, ancora ebreo ed auspice di un sionismo spirituale, proprio a causa di quell’identificazione tra il Dio di Abramo ed una terra considerata come promessa in via esclusiva ad un solo popolo (identificazione che tanto male sta facendo al Medio Oriente: altro che era messianica della pace universale!), rigettò le assurdità nazionaliste e razziste del sionismo che volevano ridurre il «Regno» ad una semplice «home nazionale». Fu anche per questa via che Zolli iniziò a comprendere che il suo sogno di una Gerusalemme come, per dirla con il salmista, «Casa di preghiera per tutte le genti» poteva trovare compimento, anzi aveva già trovato compimento, nel Cristianesimo.

Zolli comprese che tutti i «messia» ebraici, apparsi lungo il corso dei secoli, da Bar Kokheba a Sabattai Zevi, da Jacob Frank fino agli innumerevoli presunti messia che di tanto in tanto calcano la scena sinagogale (come, ad esempio, il rabbi messia dei Lubavicther, recentemente scomparso), hanno platealmente fallito. Si rese conto, Zolli, già negli anni trenta del XX secolo, visitando i primi insediamenti sionisti in Palestina, che anche l’«Israele/Messia Collettivo» stava fallendo, ed oggi avrebbe chiara conferma, alla luce del sangue ebreo e palestinese che viene sparso in Terra Santa,

della sua intuizione «profetica» sul fallimentare messianismo che, per dirla con il rabbino Di Segni, circonda, agli occhi dei fratelli maggiori, lo Stato di Israele, rivestito di funzioni provvidenziali.

Lungo questa strada, il buon Israel Zolli, poi Eugenio, in onore di Papa Eugenio Pacelli, si arrese all’evidenza storica: l’unico tra i messia apparsi nella storia del popolo ebraico che ha davvero avuto successo, un successo universale, anche se in un modo del tutto inaudito per la mentalità sinagogale, è Gesù Cristo.

Gerusalemme, la santa

Gerusalemme è certo la «Città Santa». Al Quds, ossia «La Santa», la chiamano i mussulmani. Ma non lo è solo per gli ebrei. Gerusalemme è la Città di Dio anche per i cristiani e gli islamici.
Nessuno può negarlo. Al di là delle differenze teologiche, che non dimentichiamo affatto, e volendo rimanere sul mero piano della storia, che è poi quello sul quale si costruisce la convivenza o perlomeno la tolleranza civile e politica, Gerusalemme appartiene sia agli ebrei che ai cristiani ed ai mussulmani. Cedere sul punto della internazionalizzazione di Gerusalemme, che non può per la sua stessa storia essere capitale di uno Stato esclusivamente ebraico, è stato un gravissimo recente errore politico-diplomatico della Chiesa, che non è stata tra l’altro neanche ripagata da un adeguato concordato per la tutela dei Luoghi Santi cristiani in Israele.

Ma anche sotto il profilo teologico la natura particolare di Gerusalemme deve essere ben intesa senza cadere negli equivoci dell’esclusivismo a pretese universalistiche dell’ebraismo post-biblico.

Posta al Centro del mondo (nelle antiche carte geografiche medioevali, essa appariva al centro delle terre allora conosciute ed in effetti anche oggi, se si prende una cartina dell’intero globo terracqueo, si trova situata, sulla mappa bidimensionale, pressoché al centro del planisferio) Gerusalemme non è però il Centro del Mondo per il semplice fatto che il mondo, nel senso di creato, non ha un Centro o, meglio, ha il suo Vero Centro solo in Dio.

Gerusalemme è santa per riflesso, perché, come ricordava Riccardo Di Segni, è la città scelta da Colui che è Santo. Ma tale scelta, qui divergiamo con Di Segni, è stata fatta in vista di uno scopo preciso ossia l’Incarnazione, Passione e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, ossia di Colui che è il Vero Tempio, di Colui che è Pienezza della Divinità. Ed è proprio per questo che i cristiani si sono emancipati dalla necessità di avere un unico luogo o un unico tempio di pietra dove adorare il Signore. Perché, dal momento in cui Cristo è Risorto, il Tempio e la Città Santa sono ovunque nel mondo si celebri l’Eucarestia. Fosse anche una capanna africana o una favelas brasiliana.

Questo non significa, naturalmente, che Gerusalemme non abbia più alcun significato anche attuale per noi cristiani. Anche dopo l’Ascensione di Nostro Signore, Gerusalemme ha continuato ad essere per i cristiani luogo d’elezione, tanto è vero che tra l’XI ed il XIII secolo essi hanno conteso all’Islam il possesso dei Luoghi Santi. E ciò non avrebbero fatto se non avessero sentito ancora Gerusalemme come la Fonte stessa del loro essere cristiani. Ma per i cristiani Gerusalemme è ancora Città Santa proprio perché il Santo dei Santi è ormai ovunque. Gerusalemme è ancora, per noi, Città Santa proprio perché, in Cristo, si è esplicitamente rivelato quanto era già, implicitamente, nel Vecchio testamento, ossia essere la Città Santa al Centro del mondo ma non il Centro del mondo, che è solo Dio, che è solo Gesù Cristo.

Nella sinagoga di Roma, da parte di Benedetto XVI, dal momento che il confronto è stato portato dai fratelli maggiori sul piano teologico laddove doveva rimanere su un mero piano, diciamo così, diplomatico, avremmo voluto sentire riaffermare queste elementari verità della nostra fede per adeguatamente replicare alle affermazioni esegetiche del rabbino Di Segni. Forse il Papa è stato colto in contropiede, proprio perché l’incontro doveva essere «diplomatico» e non teologico. Eppure egli aveva la possibilità di replicare anche improvvisando, perché certe cose, che non ha detto, le ha però scritte.


Quel che Benedetto XVI ha scritto ma non ha detto

In ordine al rapporto tra Dio, Israele, terra santa, terra promessa e salvezza del mondo, il teologo Joseph Ratzinger ha scritto cose di eccellente chiarezza esegetica. Trattando di teologia della creazione e con riferimento alla cattività babilonese, periodo nel quale il Pentateuco, tramandato fino ad allora oralmente, trovò codificazione scritta, egli ha scritto: «Israele aveva perso il suo Paese e il suo tempio. Per la mentalità di allora ciò era incomprensibile, poiché significava che il Dio d’Israele era stato vinto, ch’era stato possibile sottrargli il suo popolo, la sua terra e i suoi adoratori. Allora un Dio che non era capace di difendere i propri adoratori e la propria adorazione dimostrava di essere un Dio debole, anzi di non essere Dio. Perciò la deportazione dal proprio Paese, l’eliminazione dalla carta geografica dei popoli, rappresentavano una terribile tentazione per la fede d’Israele: il nostro Dio è ormai vinto, la nostra fede vana? Proprio in quest’ora i profeti aprirono una nuova pagina insegnando ad Israele che solo ora si stava manifestando il vero volto del loro Dio, che non era legato a un fazzoletto di terra. Anzi, non lo era mai stato: aveva promesso quel pezzo di terra ad Abramo prima che egli vi risiedesse; poi aveva liberato il suo popolo dall’Egitto: ambedue queste imprese aveva potuto compierle perché non era il Dio di un Paese, ma Colui che disponeva del cielo e della terra. Per questo poteva ora disperdere il suo popolo infedele in un altro Pçaese, per dare ivi testimonianza di sé. Ora si capiva finalmente che questo Dio non era un Dio come gli dèi, bensì il Dio che disponeva di tutti i Paesi e di tutti i popoli. Tutto questo poteva farlo perché lui stesso aveva creato tutto, il cielo e la terra. L’esilio, l’apparente sconfitta d’Israele permettono di giungere alla conoscenza del Dio che ha in mano tutti i popoli e tutta la storia, il Dio che sorregge tutto, perché è il Creatore di tutto e ha potere su tutto» (4).

Qui, Ratzinger/Benedetto XVI spiega che la prospettiva universalista, ma non esclusivista né etnocentrica, del Cristianesimo era già tutta presente nel Vecchio Testamento, benché sia diventata esplicita solo con l’autentica esegesi che Gesù Cristo ha rivelato e permesso. Ed è questa la risposta cristiana all’esegesi rabbinica, ancora esclusivista ed in fondo etnocentrica, del Di Segni.

L’identificazione tribale tra Dio, terra e popolo è stata ormai, grazie a Dio, superata da duemila anni. Ed è arcaico volerla ripristinare. Come infatti arcaica, nel senso di mitica, era l’analoga pretesa nazista.

Questa cruciale questione è strettamente connessa con il ruolo messianico che l’Israele post-biblico contende chiaramente a Nostro Signore Gesù Cristo. L’esegesi rabbinica equivoca fortemente sulla stessa vocazione di Abramo e quindi sulla «natura» medesima di Israele. Il Papa, nel suo discorso in sinagoga, ha citato il Paolo della Lettera ai Romani nella parte in cui l’Apostolo ricorda l’irrevocabilità dell’elezione di Israele, ma non anche nella parte, del medesimo scritto paolino, in cui si afferma essere gli israeliti rami recisi dall’Olivo Santo di Israele. Paolo, in quel testo, mette in evidenza che l’elezione anche dell’antico Israele non era dovuta alla carne né al sangue né alla «kultur» ma alla vocazione di Abramo e dunque allo Spirito di Dio, fondamento dell’Alleanza.

Se l’Alleanza fosse quella intesa dagli israeliti, ossia trasmessa dal sangue, nessun gentile potrebbe mai entrarvi, se non come secondario proselita «noachide». Infatti non è tecnicamente possibile «convertirsi» all’ebraismo come ci si converte al Cristianesimo o all’Islamismo. Non si è ebrei, e quindi non si può essere pienamente nell’Alleanza, se non si nasce da madre ebrea e se, su questo diremo dopo, non si è circoncisi. Solo in Cristo era, dunque, possibile che i gentili entrassero a pieno titolo nell’Alleanza del Dio di Abramo. Ed è per questo che, molto prima della Nostra Aetate, Pio XI ha potuto affermare che noi cristiani «siamo spiritualmente semiti».

Anche questo Ratzinger/Benedetto XVI ha scritto nelle sue opere, ma non ha detto il 17 gennaio scorso in sinagoga. Ed allora rammentiamolo noi.

«Il cammino ha inizio con Abramo. (…) - ha scritto Joseph Ratzinger - Abramo era un uomo che sapeva che un Dio gli aveva rivolto la parola, e impostò la sua vita a partire da questo colloquio. (…). Che cosa possiamo dire circa questo Dio di Abramo? Egli non si presenta ancora con la pretesa monoteistica d’essere l’unico Dio di tutti gli uomini e del mondo intero, ma ha comunque una fisionomia molto specifica. Non è il Dio di una determinata nazione, di un determinato Paese; non è il Dio d’una determinata sfera, per esempio quella dell’aria o dell’acqua e via dicendo, che nel contesto religioso di allora erano alcune delle forme più importanti di manifestazione del divino. E’ il Dio di una persona, appunto di Abramo. Questa peculiarità di non appartenere ad un Paese, a un popolo, a una sfera di vita, ma di essere legato a una persona, ha due conseguenze degne di nota. La prima conseguenza è che questo Dio, per l’uomo che gli apparteneva, scelto da Lui, aveva potere dappertutto. Il suo potere non è legato a determinati limiti geografici o d’altro tipo, ma può accompagnare, difendere, condurre la persona dovunque Egli voglia e dovunque la persona si rechi. Anche la promessa della terra non ne fa il Dio di una terra che poi sia esclusivamente sua. La promessa mostra invece che Egli può assegnare terre o Paesi come vuole. Possiamo dunque dire: il Dio personale opera trans-localmente. Vi si aggiunge, come seconda conseguenza, il suo operare anche trans-temporalmente, anzi, il suo modo di parlare e di agire è essenzialmente il futuro (…). Egli palesemente può disporre del futuro, del tempo (…). Il presente viene relativizzato. Se infine - questa potrebbe essere una terza conseguenza - si definisce col concetto di ‘santità’ la particolare caratteristica dell’unico Dio, il suo essere diverso rispetto ad altri e ad altro, risulta chiaro che questa sua santità, il suo essere se stesso, ha a che fare con la dignità dell’uomo, con la sua integrità morale (…). Nel successivo sviluppo, dalla federazione delle dodici tribù alla conquista del Paese, al sorgere della monarchia, all’edificazione del Tempio, fino ad una legislazione cultuale molto dettagliata, la religione di Israele sembra diventare una religione del tipo di quelle del Vicino Oriente. Il Dio dei padri, il Dio del Sinai, è divenuto ora il Dio di un popolo, di un Paese, di un determinato sistema di vita. Nel periodo dell’esilio si vede che questo non è tutto, che qualcosa di particolare rimane e, nei vari alti e bassi della vita religiosa in Israele, l’elemento proprio, altro della sua fede in Dio, si mantiene, anzi va ulteriormente prendendo forma. Normalmente un Dio che perde la sua terra, abbandona il suo popolo sconfitto e non è in grado di tutelare il suo tempio è un Dio detronizzato. Non ha più nulla da dire. Scompare dalla storia. Sorprendentemente, nel caso dell’esilio di Israele, avviene il contrario. La grandezza di questo Dio, la sua alterità totale rispetto alle divinità delle diverse religioni spicca, la fede di Israele acquista solo ora la sua grande statura. Questo Dio può permettersi di rimettere la propria terra ad altri, poiché non è legato ad alcuna terra. Può lasciar sconfiggere il suo popolo, per risvegliarlo proprio così dai suoi falsi sogni religiosi. Non è alle dipendenze di questo popolo, ma nella disfatta tuttavia non lo abbandona. Non dipende neppure dal Tempio e dal culto che vi si celebra (…) Egli non ha bisogno di questo culto, che in un certo senso celava la sua essenza. Così, insieme con un’immagine più profonda di Dio, si sviluppa anche una nuova idea del culto. Probabilmente già all’epoca salomonica si era compiuta l’equiparazione del Dio personale dei Padri col Dio dell’universo, col Creatore che tutte le religioni conoscono ma che in genere escludono dalla venerazione in quanto non competente per le loro richieste. (…). Israele non ha affatto un Dio particolare, ma rende culto solo a quello che in assoluto è l’unico Dio. Questo Dio ha parlato con Abramo e ha scelto Israele, ma in realtà è il Dio di tutti i popoli, il Dio universale, che guida tutta la storia (…). I cinquecento anni dopo l’esilio fino all’apparire di Cristo sono contrassegnati soprattutto da due nuovi fattori. V’è anzitutto il nascere della cosiddetta letteratura sapienziale (…). Accanto a ‘Legge’ e ‘Profeti’… appare un terzo pilastro, appunto la ‘Sapienza’. Essa… lascia trasparire sempre più anche il contatto con lo spirito greco. In essa viene approfondita principalmente le fede in un solo Dio, e si radicalizza la critica agli dèi, che si trovava già presso i Profeti. Il monoteismo si chiarisce ulteriormente e acquisisce forza razionale mediante il collegamento col tentativo di comprendere il mondo in termini razionali. La saldatura, per così dire, tra l’idea di Dio e interpretazione del mondo si trova appunto nel concetto della Sapienza. La razionalità presente nella struttura del mondo è concepita come un riflesso della Sapienza creatrice, da cui ha origine (…). Al profondo avvicinamento al mondo spirituale greco, alla sua razionalità e alla sua filosofia, corrisponde poi logicamente un secondo passo importante: il trapasso del giudaismo entro il mondo greco, che si è compiuto soprattutto ad Alessandria d’Egitto (…). L’avvenimento più rilevante in questo processo fu la traduzione dell’Antico Testamento in greco (…). La designazione di questa traduzione greca della Bibbia veterotestamentaria come ‘Septuaginta’ (Libro dei LXX) è basata sull’antica leggenda secondo cui la traduzione sarebbe stata l’opera di 70 eruditi. Il numero dei popoli del mondo, infatti, secondo Deuteronomio 32,8, era 70. Pertanto questa leggenda può significare che in tale traduzione l’Antico Testamento esce da Israele e va verso i popoli della terra. Questo fu in realtà l’effetto di tale libro, che nella sua traduzione, sotto molti riguardi, accentuò ancor più il carattere universalistico della religione di Israele - non da ultimo nell’immagine di Dio, se ora il nome di Dio, JHWH, non appare più come tale, ma viene sostituito dal termine ‘Kýrios’, ‘Signore’. Così viene portato a ulteriore progresso il concetto spirituale di Dio dell’Antico Testamento, cosa che era oggettivamente conforme all’intrinseca natura dello sviluppo accennato. La fede di Israele, tradotta in greco, come si manifestava nei suoi libri sacri, esercitò subito un fascino sullo spirito illuminato dell’antichità, le cui religioni, fin dalla critica socratica, avevano perso sempre più credibilità (…). La fede giudaica appare come la risposta salvifica. Qui si trova una congiunzione tra Dio e il mondo, tra razionalità e rivelazione, che risponde esattamente ai postulati della ragione e dell’anelito religioso. Qui si trova quel monoteismo che non viene dalla speculazione filosofica, e che pertanto rimaneva religiosamente privo di forza poiché non si possono adorare i prodotti del proprio pensiero, le proprie ipotesi filosofiche. Questo monoteismo proviene da un’esperienza religiosa originaria e ora conferma dall’alto, per così dire, quanto il pensiero aveva cercato a tastoni (…). Così nel mondo antico si è formata una rete di cosiddetti ‘timorati di Dio’ che si appoggiavano alla sinagoga e al suo puro culto della Parola, e sapevano d’essere in contatto con l’unico Dio appoggiandosi alla fede di Israele. Questa rete di ‘timorati di Dio’, in conformità con la fede grecizzata, fu il presupposto della missione cristiana. Il cristianesimo era quella forma di giudaismo ampliata fino ad attingere l’universalità, nella quale ora veniva pienamente donato quanto l’Antico Testamento fino ad allora non era stato in grado di dare. La fede di Israele presentata nella ‘Septuaginta’ mostrava l’accordo tra Dio e il mondo, tra ragione e mistero. Essa dava direttive morali, ma mancava di qualcosa: il Dio universale era comunque legato a un determinato popolo; la morale universale era legata a forme di vita molto particolari, che fuori di Israele non si potevano affatto praticare; il culto spirituale era pur sempre vincolato ai rituali del Tempio che certo si potevano interpretare simbolicamente, ma in fondo erano superati dalla critica profetica e non potevano essere fatti propri da parte di animi in ricerca. Un non ebreo poteva trovare posto soltanto ai margini di questa religione, rimanere ‘proselito’, poiché l’appartenenza piena era legata alla discendenza carnale da Abramo, a una etnia. Rimaneva il dilemma se era necessario, e in quale misura, l’elemento specifico giudaico per poter servire rettamente questo Dio e a chi spettasse tracciare il confine tra quanto era irrinunciabile e quanto invece era storicamente accidentale o superato. Una piena universalità non era possibile, poiché non era possibile un’appartenenza piena. A questo livello è stato il cristianesimo a praticare per primo una breccia, ad ‘abbattere il muro’ (Ef 2,14) in un triplice senso: i legami di sangue con il capostipite non sono più necessari, poiché è il legame con Gesù a determinare la piena appartenenza, la vera parentela. Ognuno può ora appartenere totalmente a questo Dio, tutti gli uomini sono in grado e sono autorizzati a divenire suo popolo. Gli ordinamenti giuridici e morali particolari non obbligano più, essi sono divenuti un precedente storico, poiché nella persona di Gesù Cristo tutto è ricapitolato e chi lo segue porta in sé e adempie l’intera essenza della legge. Il culto antico non è più in vigore, è stato abrogato con l’offerta di sé che Gesù ha fatto a Dio e agli uomini. E’ essa ora il vero sacrificio, il culto spirituale, in cui Dio e l’uomo si abbracciano e vengono riconciliati; e la Cena del Signore, l’Eucarestia, ne risulta la reale e certa garanzia sempre presente» (5).


L’«Israele teologale» di San Paolo

La lunga citazione di Ratzinger/Benedetto XVI ci consente meglio di qualsiasi discorso «diplomatico», fatto in sinagoga, di essere certi che, in tale materia dottrinale, ossia nel rapporto tra ebrei e cristiani, nulla è davvero cambiato nell’essenza benché in pubblico il fumo ecumenico tutto sembra ridurre alla notte nella quale tutte le vacche sono nere.

Dicevamo della diplomatica, ma incompleta, citazione del Papa della Lettera ai Romani (capitoli IX e XI). E’ stato citato il passo del capitolo IX che dice «Essi sono israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne» (Romani 9, 4-5) e subito dopo l’altro passo «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Romani 11,29). In tal modo l’impressione che si ricava da una lettura sequenziale siffatta è quella per cui tra l’Israele in senso etnico e l’Israele in senso vocazionale, da un lato, e tra ebraismo veterotestamentario ed ebraismo post-biblico, dall’altro, non sussisterebbero differenze.

Se, ad esempio, si fosse soltanto intercalato tra i due passi citati quello che segue immediatamente il primo di essi, «Tuttavia la parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: ‘in Isacco ti sarà data una discendenza’, cioè: non sono considerati figli di Dio i figli della carne, ma come discendenza sono considerati solo i figli della promessa» (Romani 9, 6-8), tutto il ragionamento di San Paolo avrebbe assunto per gli astanti un senso completamente diverso, che è poi il vero senso delle parole di Paolo.

L ’Apostolo, certo, in quella sua lettera afferma che quello ebraico è il popolo primogenito eletto per l’Alleanza, ma contestualmente afferma anche che questa primogenitura, al momento, è come sospesa. Questo popolo ebraico non è certamente stato escluso, afferma l’Apostolo, dal disegno di salvezza universale, perché l’elezione da parte di Dio è irrevocabile. Tuttavia, anche questo dono irrevocabile, che pur gli appartiene, è tale esclusivamente per la mediazione di Cristo e solo per tale mediazione che quel dono continua misteriosamente ad agire anche se il popolo ebreo non ha ancora raggiunto il suo destino finale di accoglienza della fede in Cristo, che sarà, per l’appunto, il compimento stesso di quel dono di grazia. Si tratta, però, proprio per questo, di un dono che attualmente è ad uno stato ancora, evidentemente, parziale e, quindi, bisognoso di compimento definitivo in Cristo.

E’ importante sottolineare che quando Paolo parla, appunto, di «rami recisi» dall’Olivo Santo, ossia da Israele, egli intende riferirsi all’Israele teologale e non a quello carnale. Quel che importa, dice l’Apostolo, nell’elezione di Israele non è né l’etnia né la «kultur» ma l’essere esso un popolo da Dio, letteralmente, «inventato», mediante la vocazione di Abramo, intorno ad una Rivelazione (vedi anche Galati 4,21-31). Ecco perché anche laddove Paolo dice essere i gentili «olivastri» e gli ebrei «rami naturali», egli non afferma questo nel senso in cui avrebbe potuto affermarlo l’ebreo Saulo, prima dell’incontro con Cristo sulla via di Damasco. Quando Paolo parla della natura di Israele, e degli israeliti, non si riferisce alla «carne», all’elemento etnico, ma alla «natura teologale», ossia «vocazionale», di questo popolo primogenito.

In questo senso lo stesso Israele veterotestamentario, benché tendesse sempre più a ritenere la propria elezione in termini di diversità di natura carnale, di qualità antropologica, era invece un popolo «spirituale», vocazionale, e questo spiega perché è stato possibile il trapasso senza soluzioni di continuità tra il «resto di Israele» (riunito intorno a Maria ed ai Dodici) e la Chiesa, che pertanto è, ora, il vero ed autentico Israele neotestamentario, in perfetta continuità, teologale e vocazionale, con l’Israele veterotestamentario. Il Vero Israele è uno, sia prima dell’Incarnazione che dopo e Cristo è Colui che, dando adempimento alla Promessa dell’Alleanza, si pone al Centro della storia di Israele, che è storia di salvezza per tutta l’umanità (e non solo per gli ebrei o per tutti ma in posizione secondaria rispetto agli ebrei), costituendo, in un certo senso, il «traghettatore» dell’Israele teologale dall’Antica alla Nuova Alleanza, da una fase non compiuta, e solo potenzialmente universale, ad una fase compiuta, e universale in atto, della storia di quell’Israele vocazionale.

Del resto, che quella di Israele sia una natura vocazionale, che il vero Israele, anche veterotestamentario, sia teologale e non etnico o culturale, lo dimostra persino il fatto che, sotto la legge antica, per poter diventare effettivamente israeliti non bastava solo essere nati da madre ebrea, per quanto questo elemento fosse ritenuto necessario, ma bisognava incidere sulla propria persona il segno indelebile dell’Alleanza, con la circoncisione. Solo in questo modo il nato ebreo entrava davvero nell’Alleanza. Senza circoncisione anche il nato da donna ebrea non partecipava dell’Alleanza e dunque della vocazione, della natura teologale, di Israele.

Con il compimento dell’Alleanza nella Nuova Alleanza, che non abroga ma adempie e supera la prima, ricomprendendola come il contratto preliminare nel definitivo, alla antica circoncisione si è sostituita, secondo la stessa promessa di Dio ai profeti biblici, una nuova circoncisione che della prima è attuazione reale, laddove la prima era appunto solo figura, benché figura già efficace nel piano di salvezza. La nuova forma di circoncisione è la «circoncisione del cuore», ossia quella che è indelebilmente impressa dal battesimo, il primo dei sacramenti cristiani della Nuova Alleanza ovvero dell’Alleanza giunta a perfetto adempimento in Cristo (6).

Quando San Paolo, anche discutendo con San Pietro, che pur essendo d’accordo con lui aveva paura di infastidire i cristiani provenienti dall’ebraismo ed ancora legati ai riti dell’Antica Alleanza, riuscì a far palesemente accettare da tutto il collegio apostolico quel che era già da tutti gli apostoli implicitamente riconosciuto ma non detto esplicitamente, indicava proprio in questa continuità/discontinuità tra circoncisione e battesimo, garantita dalla promessa veterotestamentaria della futura «circoncisione del cuore», l’inizio della fase di universalizzazione dell’Alleanza tra il Dio di Abramo e l’intera umanità, ossia l’inizio del regime della Nuova ed Eterna Alleanza. Si diventa cristiani, e dunque si entra nella Chiesa, solo con il battesimo così come si diventava veri israeliti, e si entrava a far parte di Israele, solo con la circoncisione del prepuzio.

Questo Israele teologale, proprio perché «teologale» ossia «popolo che nasce non dalla carne ma dalla fede», che è appunto l’Olivo Santo al quale si riferisce Paolo, ha trovato adempimento e continuazione nella Chiesa. Da tale Olivo gli israeliti sono al momento recisi, ossia «sospesi», e vi saranno reinnestati solo in futuro, quando la loro fede, ora monca, approderà finalmente a Cristo ed entreranno nella Chiesa per fondersi con i gentili nell’unico popolo di Dio.

Ecco perché, sempre nella Lettera ai Romani, anche nell’intento di evitare insuperbimenti da parte dei cristiani provenienti dal paganesimo (Paolo insiste molto sul dovere di carità dei cristiani verso gli ebrei, benché non sempre è stato poi su questo ascoltato) e di evitare derive di quel tipo che oggi diremmo «marcionite», San Paolo scrive: «Non voglio, infatti, che ignoriate questo Mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte d’Israele è in atto fino a quando saranno entrate tutte le genti. Allora, tutto Israele sarà salvato, come sta scritto» (Romani 11, 25-26). In questo passo, per Israele, ossia con l’espressione  «tutto Israele che sarà salvato», deve intendersi il ritorno dell’intera umanità, ebrei e gentili senza più distinzioni («non c’è più giudeo né greco»), al Dio della Rivelazione originaria, quella adamitica.

Ritorno che è in atto, per i meriti della Passione e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, mediante la Chiesa che lungo i secoli ha fatto entrare, e sta ancora facendo entrare, i popoli gentili nell’Alleanza persa da Adamo (Cristo, infatti, è il Secondo Adamo) ed alla quale Abramo, per primo, fu chiamato, nella promessa di una «discendenza numerosa come le stelle del cielo» (Genesi 15,5) e quindi di una discendenza non solo carnale ma innanzitutto spirituale, perché è impossibile ritenere in corso di realizzazione una promessa fatta con quella bella immagine se la si limita ai soli ebrei. Infatti, pur assommando tutti gli ebrei passati, presenti e futuri, mai il loro numero potrà essere tale da giustificare quel tipo di promessa.

In un certo senso, si può anche dire che dal momento che Israele nasce dalla vocazione di Abramo, che viene continuata fino a Cristo per elezione «ereditaria», e dal momento che il Dio che ha chiamato Abramo è il Dio Unitrinitario, che si sarebbe esplicitamente rivelato in Cristo, la vera radice dell’Olivo Santo, dell’Israele teologale, altri non è che il Verbo di Dio prima della Sua Incarnazione. Sicché quando San Paolo, giustamente, dice, rivolto ai cristiani provenienti dal paganesimo, che, in quanto olivastri innestati nell’Olivo Buono, è questi, ossia la radice, a portarli, e non loro a portare la radice, egli in qualche modo si riferisce innanzitutto a Nostro Signore Gesù Cristo che, come detto, è la autentica radice dell’Olivo/Israele.


Ma proprio per tutto questo è oggi più che mai necessario fare chiarezza

Però, detto chiaramente e fermamente questo, non possiamo neanche glissare sul fatto che la loro attuale situazione di «sospensione» dall’Alleanza esponga gli israeliti ad una inappagata inquietudine messianica, che li ha già più volte portati verso esiti drammatici e, a nostro giudizio, rischia di portarveli ancora. Ci riferiamo alle tensioni politico-messianiche di cui si nutre un certo fondamentalismo ebraico. Diciamo questo, sia ben chiaro, con timore e preoccupazione per i «fratelli maggiori» e, se ci lasci fare il paragone, pur naturalmente con le debite differenze non essendo certamente noi «di spirito profetico dotati», con gli stessi sentimenti che nutrivano i profeti biblici quando richiamavano Israele alla fedeltà al Dio della Rivelazione.

Un grande «profeta» moderno è stato, per l’appunto, Israel Eugenio Zolli. La distorsione dell’idea messianica nell’ebraismo del I secolo, quella che faceva del Messia un capo politico, è cosa attestata dallo stesso Zolli, grande esegeta biblico ed esperto di storia di Israele, nella voce «Giudaismo» dell’Enciclopedia Cattolica. Invitiamo tutti i lettori a leggere alcuni fondamentali libri di questo prezioso studioso: «Il Nazareno» (scritto prima dell’approdo a Cristo), «Antisemitismo» e «Prima dell’alba» (la sua auto-biografia). E’ da lui che abbiamo imparato a capire l’inquietudine dell’anima ebraica dal di dentro e soprattutto abbiamo appreso come tale inquietudine possa trovare appagamento solo nell’approdo a Cristo, che è appunto l’adempimento definitivo della Fede ebraica veterotestamentaria. Ecco perché possiamo affermare, senza problemi di tecnicismi esegetici, che il Cristianesimo è l’unico autentico ebraismo. Zolli e gli altri ebrei che hanno già individualmente compiuto il decisivo passo verso Cristo sono un segno profetico del destino finale che attende i nostri «fratelli maggiori».

Il millenarismo è sempre stato condannato dalla Chiesa, anche nel recente catechismo del 1992, dove è definito «un messianismo intrinsecamente perverso» (7). L’idea del Regno come una teocrazia terrena è fuori dall’alveo della Tradizione Apostolica e del Magistero. Ora, la Scrittura, letta senza Tradizione e Magistero, porta ad esiti fuorvianti, sicuramente non cattolici. Tradizione e Magistero sono, come ricordano i Pontefici del XX secolo non escluso il regnante, il limite che gli esegeti cattolici non possono oltrepassare.

Se si eclissa questa premessa è evidente che si cade, a proposito del Regno, in considerazioni temporalistiche, come appunto è accaduto all’ebraismo post-biblico.

L’ebraismo post-biblico ha una visione «terrena e politica» del Regno futuro. Nella sua prospettiva escatologica manca l’elemento della discontinuità soprannaturale del Regno dal mondo ordinario. Affermare, come fa la fede cristiana, questa discontinuità non significa affatto dire che il Regno non contempli un «mondo», ma che tale mondo sarà glorificato ossia trasfigurato, in modo ora inimmaginabile. Nella stessa logica dell’Incarnazione e della Resurrezione, la Gerusalemme celeste scenderà per «assumere», e dunque innalzare verso la trascendenza, glorificandolo, questo mondo. Ma «il nuovo cielo e la nuova terra» del capitolo 21 dell’Apocalisse, che prenderanno il posto del cielo e della terra «di prima», pur essendo come detto un «mondo concreto», come «concreti» saranno i corpi gloriosi risorti, sono assolutamente post-storici, e non si realizzeranno mai nella storia.

La pretesa di realizzare il Regno all’interno della storia è stata l’idea centrale di tutti i millenarismi, antichi (si pensi a certe eresie dei primi secoli cristiani, o a Gioacchino da Fiore) e moderni (le ideologie, come nazismo e marxismo, che Eric Voegelin giustamente addita come escatologie immanentistiche, e delle quali egli vede l’antecedente nel puritanesimo, con la sua idea di edificare in terra la società cristiana perfetta, la «Città da Dio posta sulla collina di Sion»: idea che è alla base del messianismo nazionale americano, che autogiustifica sé stesso nel nome del «destino manifesto»).

Questa pretesa escatologica condannata come «millenarismo» è, innegabilmente, la stessa del giudaismo post-biblico, imperniata, in questo caso, sul concetto di Israele come Messia Collettivo, sia che essa si manifesti in forme politiche, come il sionismo, sia che resti in un ambito religioso laddove viene affermato dai rabbini (si veda rabbi Golinkin, ad esempio) che l’era messianica sarà quella che, riconosciuto da tutti il primato spirituale di Israele, inaugurerà la Pace Universale: un mondo esattamente come quello attuale, dunque storico, ma senza più guerre. Si capisce, in tal modo, anche da dove vengono, in realtà, la kantiana Pace Perpetua e la filosofia umanitaria.

Rinviamo ancora al Catechismo del 1992 per convincersi che non è questo l’insegnamento della Chiesa, e non da oggi ma da sempre.

In Matteo 19,28 e Luca 22,28-30, Gesù promette ai dodici discepoli che siederanno su dodici troni a giudicare le dodici tribù dell’Israele restaurato. Restaurato, sì!, ma, Egli dice, «nella nuova creazione» (Matteo 19,28). Ed è proprio il richiamo alle dodici tribù di Israele - il numero 12 essendo simbolo dell’universalità, e dunque riferendosi alla salvezza di tutti i popoli (come indica anche quel multiplo del 12 che è il 144.000 dell’Apocalisse; come indica anche la corona di dodici stelle che, sempre nell’Apocalisse, appare sul capo della Donna vestita di sole; da secoli siamo ormai abituati a riscontrare quella corona nelle apparizioni mariane) - che permette di comprendere il significato vero delle parole di Cristo nei passi di Matteo e Luca richiamati: l’Israele di quei passi è appunto l’Israele teologale, vocazionale, quello formatosi intorno alla vocazione di Abramo, che Paolo, come detto, chiama radice santa o Olivo Santo. L’Israele che troverà il suo compimento post-storico, quando la fine coinciderà trans-storicamente con l’inizio («Io sono l’alfa e l’omega»), e non dunque nella storia.

La prospettiva invece temporalistica è, come detto, propria dell’esegesi ebraica post-biblica, e quando essa viene assunta in ambito cristiano porta agli stessi aberranti esiti cui è pervenuto il cristiano-sionismo americano, attuale versione della corrente dispensazionalista dell’anglo-israelismo del XIX secolo.

Questi gruppi del fondamentalismo evangelicale protestante statunitense, circa 70 milioni di americani, infervorati dai cosiddetti «telepredicatori», che costituiscono la base elettorale della destra (neo)conservatrice e che, esattamente come certo ebraismo politico, guardano allo Stato di Israele come ad un agente messianico, si nutrono di una letteratura apocalittica di chiaro stampo millenaristico, che interpreta il «millennio» del capitolo 20 dell’Apocalisse come una teocrazia messianica terrena con Cristo che, come fosse un dittatore globale, regnerà «in virga ferrea» quale capo politico dello Stato di Israele cui tutti dovranno sottomettersi.

Ecco come si esprime in proposito un teologo cristiano-sionista, Lewis David Allen: «Il Messia regnerà dal trono ristabilito di Davide a Gerusalemme. Risorto, Re Davide sarà co-reggente assieme a Cristo. Israele occuperà una posizione di gloria e dominio sulle nazioni del mondo. I Cristiani rinati si uniranno al Messia e ai dirigenti di Israele nell’amministrare il regno di Dio sulla terra. Siamo in marcia verso Sion!», per poi chiosare: «Se il sionismo è razzismo, allora Dio è razzista perché Egli è l’autore del sionismo» (8).

Dal canto suo, un altro telepredicatore cristiano sionista, Jerry Falwell, recentemente scomparso, gran consigliere di Reagan e grande elettore di G.W. Bush, era solito accendere il «sacro fuoco» delle sue messianiche folle mediatiche con frasi di tal fatta: «Ad Armageddon ci saranno circa quattrocento milioni di uomini che faranno corona all’olocausto finale dell’umanità! Proprio per questo non dobbiamo mai dimenticare com’è bello essere cristiani! Noi abbiamo un futuro meraviglioso davanti a noi!».

Si tratta di una prospettiva decisamente aberrante e terrificante. Altro che Amore di Dio o Dio che è Amore! E’ ad esiti come questi che porta un’esegesi letteralista ed impregnata da una prospettiva (ci si lasci passare il termine un po’ desueto, senza subito muovere accuse infondate) «giudaizzante», distaccata da Tradizione e Magistero, ossia dal Corpo vivo della Chiesa e dunque da Cristo del Quale la Chiesa è il Corpo Mistico che continua nella storia.

Luigi Copertino




1) Confronta Vittorio Messori «Ebrei e cristiani, una disputa (e un mistero) in famiglia», su Il Corriere della Sera del 10 gennaio 2010. Dove il noto giornalista osserva: «… numerosi commentatori, anche in questi giorni, sembrano dimenticare che, qui, vi è una storia in famiglia e, al contempo, un mistero religioso. E’ una storia di fede, e di fede soltanto: il ‘laico’ può soltanto intravvederne, e spesso in modo fuorviante, i contorni esterni. E’ un confronto tra figli di Abramo, sia per nascita che per adozione. E anche questo aspetto familiare ne spiega le asprezze, non unicamente da una parte: gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo mostrano quanto dura sia stata la reazione del giudaismo ufficiale nei confronti degli ‘eretici’. Ma chi ignora che i contrasti più aspri sono proprio quelli tra parenti stretti, che le guerre più temibili sono quelle civili? Fratelli coltelli. Il Cristianesimo è da duemila anni la fede in un Messia di Israele che poi in parte - ma solo in parte - non lo ha riconosciuto. Per l’ennesima volta, molte delle analisi e opinioni di questi giorni non sembrano consapevoli che qui siamo al di là delle categorie della storia, della politica, della cultura».
2) Si legga il discorso di Riccardo Di Segni rintracciabile su sito di Avvenire, edizione del 19 gennaio 2010.
3) Questo passaggio è, nel discorso del rabbino capo, preceduto da altri momenti di fiera «schiettezza» (che tuttavia sono sembrati a chi vi ha assistito in televisione di pura arroganza) suoi e di altri maggiorenti della comunità ebraica romana. Come, ad esempio, quelli del Pacifici a proposito della memoria di Pio XII e quelli dello stesso Di Segni in merito alla mostra di pannelli con cui gli ebrei addobbavano il ghetto per l’intronizzazione dei Papi. Nel presentare tale allestimento iconografico al Papa, «omaggiato» come «primo visitatore» della mostra, rabbi Di Segni ha calcato la mano sul fatto che gli ebrei di Roma, per secoli, sono stati sudditi del Papato («per fortuna - ha detto Di Segni – c’è stato il 1870») ed erano costretti ad addobbare la strada vicino all’Arco di Tito scelto dai «perfidi» Papi per ricordare ai poveri ebrei la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Non ha ricordato però il Di Segni che nessun luogo, come la Roma pontificia, è stata in Europa più ospitale per gli ebrei e che i Papi, sebbene tra alti e bassi e benché, come loro dovere, abbiano tentato di convertirli (non sempre in modo dolce), non hanno mai smesso di proteggere i «loro» ebrei dalle vessazioni popolari. Né ha ricordato il Di Segni che il, da loro, oltraggiato imperatore romano Tito tentò di salvarlo, il Tempio, e non di distruggerlo. E che se gli eventi si svolsero come si sono svolti la cosa fu dovuta ad una serie di «circostanze», nient’affatto casuali in un’ottica di teologia della storia, che hanno portato, nonostante ogni contraria intenzione dell’imperatore, all’incendio della parte centrale antica, in legno, del Tempio. Sempre Di Segni ha ricordato che dopo la processione per l’intronizzazione papale, il rabbino di Roma doveva presentare al nuovo Pontefice la Torah e che il Pontefice si riservava anche di oltraggiarla. Qui, il gioco sottile dell’attuale rabbino capo si è fatto palese per chi conosce un po’ come si svolgevano davvero le cose. Il Papa non oltraggiava affatto la Torah, ossia la Legge - come avrebbe mai potuto farlo se Cristo l’aveva detta imperitura? - ma il Talmud ovvero il commentario rabbinico, post-biblico, alla Torah. Non dunque la Legge ma i codici ebraici post-biblici di esegesi della Legge, potevano essere oltraggiati dal nuovo Pontefice appena eletto. Di Segni ha, poi, rammentato, in relazione al persistere degli ebrei nei secoli, persistenza che - ricordiamolo - per i Padri della Chiesa ha un significato escatologico come quello del popolo testimone del Vecchio Testamento in vista della finale salvezza di tutto Israele, che i grandi imperi, segnatamente quello romano (il riferimento era ancora al povero, incolpevole, Tito), che hanno provato ad assoggettare gli ebrei, sono scomparsi mentre il popolo ebreo no. Ma il ragionamento «storico-profetico» che Di Segni fa per gli ebrei è applicabile anche al Papato, da lui disprezzato per quanto riguarda il passato, che, nonostante quanto sperarono massoni e liberali, appoggiati (va ricordato senza timori di violazione dell’ecumenicamente corretto) da molti ebrei dell’epoca (ad esempio, da uno dei primi sindaci di Roma capitale d’Italia, il massone Ernesto Nathan), non scomparve, nel 1870, ritenuto anno glorioso dal rabbino capo, con il venir meno del potere temporale. Anche questo è evidentemente un segno profetico e dimostrazione del fondamento divino, e non meramente umano, della Chiesa. Resta il fatto che è stata una incredibile scortesia, una umiliazione, quella di far inaugurare da Benedetto XVI la mostra sui pannelli ebraici dell’intronizzazione papale. Certamente il Papa non ci è affatto sembrato a suo agio nonostante i convenevoli ed i salamalecchi protocollari. A chi ha visto la scena per televisione, Benedetto XVI è sembrato, ad esempio, quasi titubante nel pronunciare, nel suo discorso, il passaggio con cui ha ricordato che la Santa Sede, ossia Pio XII, che però non ha nominato esplicitamente, si adoperò per salvare gli ebrei romani nel 1943. Al momento di quel passaggio del discorso di Benedetto XVI sono stati inquadrati un gelido ed immobile Di Segni (tutto il contrario dell’umiltà un po’ spaesata che dimostrava Benedetto XVI mentre parlavano Pacifici, Gattegna e Di Segni) ed un gruppo di astanti ebrei del pubblico che dimenavano la testa in segno di aperto dissenso. Oltretutto Di Segni, citando la richiesta che gli ebrei romani del 1943, prigionieri nella caserma di Roma dopo la razzia al ghetto, si sentirono fare, ossia se volessero convertirsi, ed esaltando la loro resistenza come esempio di eroica fedeltà, ha riaffermato, nel suo discorso, il pregiudizio ebraico cristiano-fobico per il quale la persecuzione nazista era, in qualche modo, preordinata alla conversione degli ebrei al cattolicesimo. In tal modo Di Segni ha equiparato l’antico antigiudaismo cristiano, che spesso si manifestò anche come tentativo di conversione degli ebrei, con l’antisemitismo razziale nazista e moderno, che invece non mirava affatto a fare degli ebrei dei cristiani e non distingueva per niente tra un ebreo convertito ed uno non convertito (e se i nazisti non perseguitarono immediatamente gli ebrei dotati di - spesso falsi - certificati di battesimo fu solo per evitare scontri aperti con la Chiesa ed anche con l’alleato italiano di religione cattolica). Per il nazismo, infatti, ma questo Di Segni non lo ha ricordato, si trattava solo di una questione razziale e non, appunto, religiosa. Questo insistere nell’inventare legami, inesistenti, tra antigiudaismo cristiano del passato ed antisemitismo razziale nazista, dimostra il tentativo, che appunto ha fatto capolino anche in certi passaggi del discorso in sinagoga di Di Segni, di accreditare una automatica e consequenziale connessione tra l’antigiudaismo cristiano di un tempo e l’antisemitismo razziale e teosofico ottocentesco da cui si abbeverò il nazismo. Su questo noi cristiani non possiamo transigere e le gerarchie dovrebbero saper rispondere per le rime: con l’antisemitismo razziale la Chiesa non ha mai avuto nulla a che spartire! E se vecchi stereotipi antigiudaici possono essere anche stati utilizzati dai nazisti, questo non fa dell’antisemitismo razziale un frutto del Cristianesimo. Del resto, come ricordava Vittorio Messori, le asprezze, tra ebrei e cristiani, non furono mai unilaterali ma, al contrario, bilaterali. Ma diciamola poi tutta: se, grazie a Dio, la Chiesa, nei secoli passati, ha molto spesso operato per placare lantigiudaismo del popolino,  è pur vero che quest’ultimo, l’antigiudaismo, ha comunque avuto anche un suo speculare anticristianesimo da parte ebraica e non sempre connesso con le persecuzioni dagli ebrei subite. Del resto le antiche «ostilità» furono aperte da loro con il martirio di Stefano e con l’avversione della diaspora, che si appoggiava anche sulla autorità romane, nei confronti del nascente e per questo debole Cristianesimo.
4) Confronta J. Ratzinger, «Creazione e peccato», edizioni Paoline, Milano, 1987, pagine 15-16.
5) Confronta J. Ratzinger, «Fede, Verità, Tolleranza - Il Cristianesimo e le religioni del mondo», Cantagalli, Siena, 2005, pagine 153-163. E’ importante ricordare anche questa altra affermazione di Ratzinger/Benedetto XVI (confronta J. Ratzinger «La mia vita», edizioni San Paolo, Milano, 1997, pagina 54): «… l’Antico Testamento è divenuto importante per me e ho capito sempre di più che il Nuovo Testamento non è il libro di un’altra religione, che si è appropriata delle Sacre Scritture degli ebrei, quasi che si trattasse di una sorta di preliminare tutto sommato secondario. Il Nuovo Testamento non è altro che un’interpretazione a partire dalla storia di Gesù di ‘legge, profeti e scritti’, che al tempo di Gesù non erano ancora giunti alla loro forma matura di canone definitivo, ma erano ancora aperti e si presentavano quindi ai discepoli come testimonianza a favore di Gesù stesso, come Sacre Scritture che rivelavano il suo mistero. Ho capito sempre di più che il giudaismo (che in senso stretto comincia con la conclusione del processo di formazione del canone scritturistico e, dunque, nel primo secolo dopo Cristo) e la fede cristiana, così come è descritta nel Nuovo Testamento, sono due modi di far proprie le Sacre Scritture di Israele, che in definitiva dipendono dalla posizione assunta nei confronti della figura di Gesù di Nazareth. La Scrittura, che noi oggi chiamiamo Antico Testamento, è di per sé aperta ad ambedue le strade». Come si vede, Ratzinger, se da un lato evita il rischio marcionista, dall’altro dice chiaramente che è da come ci si pone di fronte a Cristo che dipende l’esegesi della Scrittura. Corollario, non detto esplicitamente, di tale affermazione è, secondo evidenza logica, quello per il quale l’esegesi giudaica post-biblica della Scrittura, proprio perché pretende di prescindere da Cristo, è errata e porta ad esiti aberranti come l’etnocentrismo a base religiosa e con pretese universalistiche proprio dell’attuale ebraismo. Errore sul quale è poi prosperato il sionismo razzista (una bestemmia contro il Dio di Abramo) con tutte le tristi conseguenze che la Terra Santa sta sperimentando dal 1948.
6) La circoncisione veterotestamentaria non era efficace in ordine all’immediato ingresso in Cielo perché esso era, prima della Redenzione, chiuso per tutti (salvo qualche rara eccezione come Elia, Mosé ed Enoch) a causa del peccato originale. Era però efficace in ordine alla Promessa di salvezza che il Messia avrebbe adempiuto anche nei confronti dei padri nella fede e dei giusti morti prima dell’era messianica. Promessa adempiuta il giorno del Sabato Santo da Nostro Signore Gesù Cristo scendendo agli inferi per strapparvi gli antichi patriarchi, profeti e giusti, anche pagani, che lo avevano preceduto nel tempo dell’attesa. Oggi, la salvezza degli ebrei post-biblici, come quella degli islamici e di qualunque uomo di qualunque epoca o latitudine culturale o geografica, è evento che si realizza, per coloro per i quali per santità di vita si realizza, per i meriti della Passione di Cristo. Quindi la circoncisione ancora praticata degli ebrei è solo un segno in attesa del suo telos, del suo compimento, senza più alcuna efficacia, neanche potenziale come quella veterotestamentaria, se non nel senso di «legame» con una storia che tuttavia trova passaggio dalla potenza all’atto solo per ed in Cristo. Passaggio che si attua in modi a noi, ed agli stessi ebrei,
ancora sconosciuti, misteriosi, non chiaramente esplicati e tuttavia che passano, né potrebbe essere altrimenti, per l’evento fondamentale, unico e vero Olocausto, del Calvario. Naturalmente come il battesimo non è certezza di salvezza, ma solo dono gratuito di essa, perché al dono del battesimo deve poi corrispondere liberamente la volontà umana di aprire il cuore, ecco la «circoncisione del cuore»!, alla Grazia di Dio, così anche l’antica circoncisione non era, senza corrispondenza del cuore umano, certezza di partecipare alla Promessa di salvezza che sarebbe stata adempiuta dal Messia. L’indelebilità del segno, in un caso come nell’altro, significa che coloro che, fino all’ultimo, non corrispondono al dono gratuito dall’Alto, e si chiudono su sestessi rifiutandosi all’Amore di Dio e del prossimo, porteranno un carico di sofferenza eterna maggiore di chi del segno è privo.
7) Citiamo i passi del catechismo della Chiesa Cattolica dal numero 675 al numero 677: Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’ sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla Verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio  e del suo Messia venuto nella carne. Questa impostura anti-cristica si delinea nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato ‘intrinsecamente perverso’. La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa». Alla luce di questo passo è inevitabile osservare che l’escatologia rabbinica post-biblica, strettamente connessa con l’idea dell’Israele carnale/Messia collettivo, non è nel solco della Rivelazione la cui custodia è oggi dopo la Resurrezione di Cristo affidata, come deposito certo indagabile ma non modificabile nella sua essenza, alla Chiesa apostolica e cattolica.
8) Confronta Lewis David Allen, Can Israel Survive in a Hostile World?, New Leaf Press, Green Forest, AR, USA, 1994, pagina 150.



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