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Preghiera e «meditazione»
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L’articolo che segue è per porre in evidenza alcuni aspetti fondamentali della cosiddetta vita di preghiera, cardine essenziale ed esistenziale di ogni progresso nella vita dello spirito, ed egoisticamente (se volete), condizione imprescindibile della nostra felicità, rilevandone inoltre al contempo le incompatibilità dottrinali con le pratiche di meditazione orientale. (1)
«Le condizioni più essenziali per rendere efficaci le nostre preghiere, sono: l’umiltà, la confidenza e l’attenzione, o almeno lo sforzo serio per stare attenti.
L’umiltà nasce dalla natura stessa della preghiera.
Essendo la grazia essenzialmente gratuita e non avendovi noi alcun diritto, siamo - dice Sant’Agostino - rispetto a Dio, dei mendicanti, e dobbiamo implorare dalla sua misericordia ciò che per giustizia non possiamo ottenere.
Così pregava Abramo il quale, al cospetto della maestà divina, si riguardava come polvere e cenere: ‘Loquar ad Dominum Deum, cum sim pulvis et cinis’; così pregava Daniele, quando chiedeva la liberazione del popolo ebreo, appoggiandosi non sui meriti suoi e sulle sue virtù, ma sulla ricchezza delle divine misericordie: ‘Neque enim in justificationibus nostris prosternimus preces ante faciem tuam; sed in miserationibus tuis multis’; così pregava il pubblicano che fu esaudito: ‘Deus, propitius esto mihi peccatori’, mentre il superbo fariseo vide respinta la sua preghiera. Gesù stesso ce ne dà la ragione: ‘Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato: ‘quia omnis qui se exaltat humiliabitur, et qui se humiliat exaltabitur’. Ben lo intesero i suoi discepoli, e San Giacomo ripete con insistenza: ‘Dio resiste ai superbi e dà le sue grazie agli umili: ‘Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam’.
Ed è giustizia questa: perchè il superbo attribuisce a sè l’efficacia della sua preghiera mentre l’umile l’attribuisce a Dio. Or vorremmo noi che Dio ci esaudisse a spese della sua gloria, per nutrire e fomentare la nostra vanità? L’umile invece confessa che tutto gli proviene da Dio; quindi Dio, esaudendolo, lavora per la gloria sua e insieme per il bene del supplicante» (2).
Subito balza alla mente una prima difformità con la pratica meditativa; l’aspetto della dipendenza assoluta del cristiano da Cristo (che lui riconosce e crede e proclama come unico Salvatore) è cosa assolutamente estranea a chi segga in cerca del «divino» dentro di sé (convinzione assai diffusa in tutto il «filorientaleggiante panorama new age»), pensando che il problema principale sia quello di liberare interiormente tale quiescente potenzialità, senza preoccuparsi affatto del bisogno estremo e vitale di redenzione, che suppone la resa della vita a chi l’ha perduta e che, pertanto, non la possiede.

«La vera umiltà genera la confidenza, quella confidenza che non si fonda sui meriti nostri ma sull’infinita bontà di Dio e sui meriti di Gesù Cristo.
a) La fede c’insegna che Dio è misericordia, e che quindi si piega con tanto maggior amore verso di noi quanto più noi riconosciamo le nostre miserie; perchè la miseria chiama la misericordia. Invocarlo con fiducia, è in sostanza un onorarlo, è proclamare che egli è la fonte di tutti i beni e nulla tanto desidera quanto di elargirceli.
Ci dichiara quindi le tante volte nella Santa Scrittura che esaudisce coloro che sperano in lui: ‘Quiniam in me speravit, liberabo eum: clamabit ad me et ego exaudiam eum’. Nostro Signore c’invita a pregare con confidenza e per insinuarci questa disposizione ricorse non solo alle esortazioni più premurose ma anche alle più tenere parabole. Dopo avere affermato che chi chiede riceve, aggiunge: ‘Chi è mai tra voi che, chiedendogli il figlio del pane, gli porgerà un sasso?... Se dunque voi, cattivi come siete, sapete dare cose buone ai vostri figliuoli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli concederà ciò che è buono a coloro che lo pregano’. Ritorna su questo punto nell’ultima Cena: ‘In verità, in verità vi dico... tutto ciò che chiederete al Padre nel nome mio, io lo farò, affinchè il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa in mio nome, la farò ... In quel giorno chiederete nel nome mio, e non vi dico che pregherò io pure il Padre per voi. Perchè anche il Padre vi ama avendo voi amato me’. Sarebbe quindi un diffidare di Dio e delle sue promesse, sarebbe un far poca stima dei meriti infiniti di Gesù e dell’onnipotente sua mediazione, il non avere assoluta fiducia nella preghiera.
b) Pare talvolta, è vero, che Dio faccia il sordo alle nostre preghiere, perchè vuole che la nostra confidenza sia perseverante, a fine di farci meglio sentire la profondità della nostra miseria e il pregio della grazia; ma ci mostra pure, coll’esempio della Cananea, che anche quando pare che ci respinga, gode poi di lasciarsi fare dolce violenza. Una donna Cananea viene a supplicar Gesù di guarirle la figlia tormentata dal demonio. Il Maestro non le risponde; essa allora si rivolge ai discepoli, importunandoli con le grida, tanto che essi pregano Gesù d'intervenire. Gesù risponde di essere venuto pei soli figli d’Israele. Senza punto disanimarsi, la povera donna gli si prostra ai piedi, dicendo: ‘Signore, aiutatemi. Gesù replica con apparente durezza che non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cani. - E lei: E’ vero, Signore; ma anche i cagnolini mangiano almeno le briciole che cadono dalla tavola del padrone. - Vinto da così constante e umile confidenza, Gesù le concede finalmente il favore domandato e le guarisce sull’istante la figlia. Poteva farci intendere meglio che se, nonostante il poco buon esito delle nostre preghiere, perseveriamo nell’umile fiducia, siamo sicuri d'essere esauditi?» (3).
Possiamo evincere pertanto un altro aspetto fondamentale della vita d’orazione: la preghiera è essenzialmente un evento relazionale.

Anche questo è discrimine con il «monologo» meditativo delle menzionate pratiche, ove l’invocazione di divinità, come avviene nel caso dei mantra, non costituisce mai una vera supplica all’infinitamente Altro - Essere completamente distinto dall’uomo, eppure più intimo di se stesso (per la potenza del suo amore misericordiosissimo) - ma una sorta di ponte di passaggio di omogenea costituzione ontologica utile alla riscoperta della vera entità spirituale del praticante.
La preghiera lotta contro il male, con la forza che le discende dall’invocazione del Nome Divino, la meditazione, invece cerca di superare il male ed il bene, attraverso il disvelarsi dell’illusione e dell’ignoranza.
In questo agone esistenziale l’anima impara a confidare in Dio, più che in se stessa; anzi apprende che se vuole vincere, deve lasciar vivere lo Spirito Divino senza compromessi o arrangiamenti. Esistono gerarchie non sostituibili; l’ordine con cui si impongono come evidenze nell’essere sono determinanti per la buona riuscita dell’impresa spirituale: Dio merita il primo posto; è Lui l’unico protagonista.
All’uomo spetta il riconoscere, adorante («l’adorazione è l’estasi dell’amore», diceva San Giovanni della Croce), la misericordia senza limiti e l’amore ineffabile del Dio Trinitario, operante dentro di sé, oltre i propri insuperabili limiti.
Questa fiducia deve essere al di là del ragionevole e dell’irragionevole; essa è la molla che consente di abbandonare il quotidiano errare del pensiero e delle preoccupazione, per fissarlo, per sempre, in Dio, in un’offerta totale di tutto quel che si è, che si ha e che si fa.

«Ma a questa perseverante fiducia è necessario aggiungere l’attenzione o almeno il serio sforzo per pensare a ciò che diciamo a Dio. Le distrazioni involontarie, quando cerchiamo di respingerle e diminuirne il numero, non sono ostacolo alla preghiera, perchè l’anima, appunto per questi sforzi che facciamo, resta orientata verso Dio.
Ma le distrazioni volontarie, che deliberatamente accettiamo o che solo fiaccamente respingiamo o di cui non vogliamo sopprimere le cause, nelle preghiere di precetto sono peccati veniali, e nelle altre sono negligenze e mancanze di rispetto verso Dio, che non lo dispongono molto ad esaudirci.
La preghiera è un’udienza che il nostro Creatore si degna di concederci, una conversazione col Padre celeste in cui lo supplichiamo che si degni d’ascoltar le nostre parole e badare alle nostre suppliche: ‘Verba mea auribus percipe Domine... intende voci orationis meæ’; e nel momento stesso in cui gli chiediamo di ascoltarci e di parlarci, non faremmo serio sforzo per capir ciò che diciamo e per stare attenti alle divine ispirazioni?
Non sarebbe un’incoerenza e una mancanza di religione?
Non meriteremo il rimprovero che Nostro Signore faceva ai Farisei?
‘Questo popolo mi onora con la punta delle labbra ma il suo cuore è lontano da me’: ‘Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me.
Bisogna quindi seriamente sforzarsi di cacciar prontamente ed energicamente le distrazioni che si presentano, sapercene umiliare e giovarcene per rinnovar l’unione con Gesù e pregare con lui.
E’ pur necessario diminuire il numero delle distrazioni, combattendo vigorosamente le cause, l’abituale dissipazione della mente, la libertà della fantasia, i pensieri e gli affetti che sopraffanno la mente e il cuore, e abituarsi a poco a poco al pensiero, spesso rinnovato, della presenza di Dio con l’offerta delle proprie azioni e colle giaculatorie.
Adoprando questi mezzi, non c’è ragione d’inquietarci delle distrazioni involontarie che ci passano per la mente o ci turbano la fantasia: sono prove e non colpe, e, sapendo fare, ci accrescono i meriti e il valore delle preghiere.
Triplice è l'attenzione che possiamo porre nelle preghiere:
1) quando badiamo a pronunziar bene le parole, si ha l’attenzione verbale, che suppone già un certo sforzo per pensare a ciò che si dice;
2) se badiamo di preferenza a ben comprendere il senso delle parole, si ha l’attenzione letterale o intellettuale;
3) se, lasciando da parte il senso letterale, l’anima si innalza a Dio per adorarlo, benedirlo, unirsi a lui, o per addentrarsi nel mistero che si onora, o per chiedere a Dio tutto ciò che gli chiede la Chiesa e tutto ciò che gli chiede Gesù, si ha l’attenzione spirituale o mistica. Più che agl’incipienti, quest’ultima conviene alle anime proficienti. A coloro che cominciano a gustar la preghiera, bisognerà raccomandare l’una o l’altra delle due prime specie d’attenzione, secondo il carattere e le inclinazioni di ciascuno e le circostanze in cui si trova». (4)

La distrazione, in realtà, è inversamente proporzionale alla fiducia.
E’ infatti la fiducia estrema che genera l’abbandono totale nella Divina Provvidenza e quest’ultimo porta all’atarassia ed alla imperturbabilità.
Anche qui emergono differenze radicali con l’Oriente.
L’esichia (per usare un’espressione nota ed amata nelle chiese ortodosse) dell’essere e del pregare infatti dipende primariamente dal dominio che il Signore abbia instaurato effettivamente sul cuore. Un cuore posseduto totalmente da Dio, sarà libero da ogni preoccupazione, perché troverà, in Cristo, tutto per sé e per gli altri, sapendo che ogni cosa concorre al bene di coloro che Lo amano. Non dipende, pertanto, (questa imperturbabilità) dalla «consapevolezza» riavuta di sentirsi divino, al di là delle apparenti contraddizioni dell’esistenza umana, ma dalla riscoperta dell’Amore del Padre, che soffia lo Spirito nell’uomo interiore, per divinizzarlo nella sua totalità.
L’orazione sarà, quindi, più attenta se seguirà i ritmi dello Spirito e saprà adagiarsi nella calma quieta della gioia del figlio, che tutto spera ed incontra tra le braccia del Padre.

Stefano Maria Chiari


1) Le quali, pur presentando notevoli divergenze interne le une dalle altre, partono tuttavia da presupposti comuni e generalizzati.
2) Da Adolfo Tanquerey «Compendio di Teologia Ascetica e Mistica».
3) Opera citata.
4) Opera citata.

 
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