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La crisi c’è o no?
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«Dottor Blondet,

leggo regolarmente i suoi articoli e mi appassionano in particolar modo quelli che vertono su temi socio-economici. Mi ritrovo quasi sempre al 100% d’accordo con lei e le sue analisi. In special modo gli articoli degli ultimi 18 mesi; da quando cioè l’attuale ‘crisi’ è iniziata, rispecchiano interamente le mie posizioni. Viaggio spessissimo all’estero per lavoro; quindi parlo e mi confronto sui più svariati temi con i miei clienti europei ed extra-europei e nei limiti del mio intelletto e intuizione credo di avere come si suol dire il ‘polso’ della situazione. Ultimamente, però, non sono più tanto sicuro della bontà delle sue (nostre) analisi. In effetti nei suoi articoli si parla di crisi in divenire mai vista prima e che potrebbe fare impallidire quella del ‘29. Ma guardandomi attorno l'apparenza non è quella. Sono andato a Riccione il 26 di agosto e l’albergatore mi ha detto che lariviera era piena come e più che a ferragosto. Le autostrade sono piene per i ritorni dal mare, monti e laghi. I ristoranti e pizzerie, almeno all’apparenza, continuano a fare il pieno. Dov’è dunque questa ‘madre di tutte le crisi’? La vogliamo identificare questa crisi forse con quella categoria di operai e lavoratori a basso reddito che da veri goyim si sono indebitati ben oltre le loro possibilità pensando che nella vita non ci sia mai un contrattempo o la possibilità di avere problemi anche seri? Certo, per questi la crisi c’è ma se la meritano (come anche lei accennava in suo articolo passato) ed inoltre; che percentuale rappresentano? Credo bassissima Sono veramente confuso dottor Blondet; questa crisi c’è o non c’è???
.

Un lettore»

Le potrei dire: ha aspettato 18 mesi, ne aspetti ancora qualcuno. Specie nell’autunno-inverno, quando in Europa tornerà in forza la crisi dei debiti sovrani (insolvenze pubbliche) a malapena contenuta in Grecia, e in USA la seconda gamba del crollo (che è poi la prima gamba che si allunga). E quando verranno meno i sussidi di disoccupazione, le casse integrazioni, e compariranno gli effetti sulle imprese dei clienti che non pagano e dei fornitori che non sono pagati.

La Riviera piena a Riccione, gli alberghi e le pizzerie affollati e le autostrade intasate per il grande ritorno non sono un segnale troppo credibile. Anzi, possono essere un segnale in più della depressione imminente – che è morale e intellettuale, non meno che economica.

A parte il fatto che non si sa quante di quelle vacanze, cene nei ristoranti auto e SUV sono pagate a credito o con cambiali a vuoto; a parte che una parte notevole dei lussi che vediamo viene da economia nera, ossia non solo e non tanto di gente che evade le tasse, ma di gente che arrotonda spacciando cocaina, o che comunque è nel business della corruzione pubblica, delle tangenti, dei super-stipendi dei ricchi di Stato (e di Reione).

Tenga conto che la gente – in mancanza di prospettive e speranze – spesso tende, anzichè a risparmiare e a investire (magari per pagare ai figli un’università di prestigio o una lingua estera seriamente appresa) a dilapidare per godersi il presente, con un’idea in testa: godiamoci la calda estate, sarà l’ultima.

Qualcosa del genere avvenne anche nelle grandi crisi precedenti; basta vedere i film di Charlot per rendersi conto che i poveracci raccoglievano mozziconi sul marciapiede, mentre sfrecciavano limousines con signore in pelliccia e signori in stiffelius: un segno della crisi epocale è anche l’enorme disparità e iniquità sociale, e anche oggi i ricchi sono più ricchi (specie i malavitosi, pubblici, privati e transnazionali) e i poveri più poveri.

Non bisogna lasciarsi fuorviare da segnali di euforia episodici, tipici delle depressioni.

Teniamo lo sguardo al lungo termine: un’intera generazione, i giovani, pur così scarsi, si assesta in un mondo di paghe basse e di desertificazione industriale e imprenditoriale (in gran parte dovuta all’irruzione del Made in China) con la prospettiva di aver meno benessere e meno affermazioni umane e lavorative dei padri: è la prima volta che succede in Italia dal dopoguerra, e sarà di lunga durata.

Grazie anche alla nostra classe dirigente, usciremo da questa crisi con una generazione perduta: ossia senza le competenze alte che serviranno in vista della ripresa futura, ma con tutte le pretese di chi è stato allevato a credere che ha diritto al posto di lavoro, e che non si può fare loperaio, linfermiere, la badante», perchè hanno studiato (nelle università italiane, dove non si dà nemmeno la cultura generale per reggersi nel mondo moderno, e dove sono abituati a prendere una laurea qualunque - meglio se facile - per un lavoro qualunque che non ci sarà mai più).

Il bilancio netto sarà una perdita secca, uno scadimento storico della qualità umana dell’italiano difficilmente recuperabile: insomma il panorama umano del Sudamerica.



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