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Il genocidio di Mamilla
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Confesso che non avevo mai sentito parlare della cisterna Mamilla, ne devo la nozione a Israel Shamir. Mamilla era – è – un vasto serbatoio a forma di piscina rettangolare lunga 300 metri; fino a poco tempo fa era ancora visibile appena fuori delle mura di Gerusalemme, a 700 metri dalla porta di Jaffa. Era un serbatoio romano per dare acqua alla città santa, ampliato, si dice, dal procuratore Ponzio Pilato. Era ancora in funzione nel 614 dopo Cristo, quando le sue acque divennero rosse di sangue cristiano.

All’epoca, Gerusalemme era diventata integralmente cristiana, fioriva sotto l’impero di Bisanzio. Resa ricca dalle folle di pellegrini, la città era punteggiata di belle chiese nuove, oggi perdute: la «Nea» dedicata alla Vergine, la Basilica della santa Sion, quella di San Pietro in gallicantu; appena fuori le mura, davanti alla porta di Damasco, sorgeva la chiesa di Santo Stefano nel luogo dove il proto-martire aveva subito la lapidazione; la chiesa dei Pani e dei Pesci a Taghba, quella dell’Ascensione sul monte degli Ulivi; fra le aspre steppe attorno erano nati almeno otto monasteri dove si pregava, si copiavano libri, si ospitavano pellegrini. La popolazione ebraica doveva essere minima: vigeva ancora il divieto di stabilirsi in Gerusalemme che li aveva colpiti dopo la rivolta del falso messia Bar Kochba nel 135 dopo Cristo, anche se applicato con sempre meno rigore.



Le mura di Gerusalemme ancora sussistono. Ma non difesero la città quando l’esercito sassanide, nel quadro della guerra bizantino-persiana (602-628), dopo aver conquistato d’impeto Cesarea Marittima, capitale amministrativa della provincia, la strinsero d’assedio. In soli venti giorni i persiani sfondarono la resistenza e vi affluirono in massa, le armi in pugno. Il motivo era facile da capire: s’erano uniti ai conquistatori gli ebrei, che di Gerusalemme conoscevano tutti gli angoli, e le segrete debolezze difensive. La storia riporta i nomi di due maggiorenti della comunità talmudica che s’era stabilita a Tiberiade, Nehemia Ben Hshiel e Benjamin di Tiberiade: quest’ultimo, che i cronisti dicono «uomo di immensa ricchezza», armò di tasca sua ventimila ebrei della Galilea desiderosi di vendetta, li rafforzò con una banda di mercenari arabi stipendiati. Investita da forze tanto schiaccianti, la guarnigione di Bisanzio si arrese quasi senza combattere.

Mentre la truppa sassanide si dava al saccheggio e alle violenze secondo il costume, lo scià, di nome Sharbaraz, nominò governatore il sopra citato Nehemia ben Hushiel, il maggiorente ebraico. Immediatamente intraprese le opere preliminari per la ricostruzione del Tempio; Benjamin di Tiberiade, al suo fianco, prese a compulsare le genealogie per selezionare una nuova linea genetica di alti sacerdoti. Per loro ordine, le chiese cristiane furono sistematicamente incendiate, diroccate, rase al suolo. Le folle ebraiche parteciparono con zelo alla distruzione; si deve alla truppa persiana se si salvò, sola, la chiesa della Natività: nei tre re Magi del mosaico che ne orna l’architrave, questi zoroastriani avevano riconosciuto i ritratti di principi della Persia, e riuscirono ad imporne il rispetto.

Ma non fu la devastazione il peggior crimine ebraico, scrive Shamir. L’orrore ebbe luogo quando i persiani vincitori concentrarono i cristiani superstiti, come prigionieri di guerra, nella cisterna di Mamilla per venderli come schiavi. Allora gli ebrei fecero a gara per comprarli all’asta ad uno ad uno, ed immediatamente sgozzarli di propria mano.

«La sete di vendetta del popolo ebraico fu più forte della loro avarizia», ha scritto lo storico britannico di Oxford Henry Hart Milman nella sua History of the jewish people: «Non solo non esitarono a sacrificare i loro tesori nella compra di questi prigionieri, ma misero a morte tutti coloro che avevano comprato a ricco prezzo». Il professore di Oxford ritiene che 90 mila cristiani siano stati massacrati, la valutazione più alta dei cronisti dell’epoca. Il testimone oculare, Strategius di San Saba (un monaco dell’omonimo monastero, distrutto in quella tragedia) valuta gli sterminati a 66 mila. Una cifra che, oggi, in percentuale della popolazione, equivarrebbe a uno-due milioni di massacrati. Un genocidio.

«Il vile popolo giudaico godeva e tripudiava», ha scritto Strategio. «I giudei riscattavano i cristiani dalle mani dei soldati persiani a caro prezzo e poi li sgozzavano con gran diletto a Mamilla, che traboccava di sangue... Come in antico avevano comprato il Signore con argento, così comprarono i cristiani concentrati nella cisterna. Quanti cristiani furono trucidati nella cisterna di Mamilla! Quanti son morti di fame e sete! Quanti monaci e sacerdoti passati a fil di spada... Quante fanciulle, rifiutandosi al loro oltraggio, ricevettero la morte per mano del nemico. E quanti genitori perirono sui corpi dei loro bambini, quante persone furono macellate dai giudei e divennero confessori di Cristo... Chi può contare la moltitudine di cadaveri che furono ammazzati a Gerusalemme?».

Furono i persiani a fermare gli ebrei ubriachi di sangue, quando si resero conto delle dimensioni del massacro. Avversari, non erano tuttavia inimici generis humani. La religione di Zoroastro ignora i dettami del Deuteronomio, cui gli ebrei hanno sempre obbedito «con diletto» (Strategius) ogni volta che ne hanno avuto il modo: «Tutti i popoli che il Signore tuo Dio ti dà in mano, tu li divorerai, né avrai alcuna pietà di loro» (7,16).

La strage genocida di Mamilla – precedente di tanti Sabra e Shatila, di bombardamenti sugli inermi di Gaza, di genocidio degli armeni (1), di sterminio dei kulaki ucraini – è stata sepolta nel silenzio, a cura di coloro che Shamir chiama «i padroni del discorso». Noti storici ebraici, come Leon Polyakov, dediti al resoconto delle persecuzioni e dei pogrom sofferti del popolo eletto nei millenni, nega sia mai avvenuto. Raul Hilberg, autore di «The Destruction of the European Jews», ha la chutzpah di affermare quanto segue: «Aggressioni preventivi, resistenza armata, vendette sono quasi completamente assenti nei duemila anni di storia dei ghetti ebraici». Non ci stupirà, anche se ci fa vergogna, sapere che anche la nostra Chiesa ha dimenticato quei martiri. La Chiesa copta è la sola a celebrarli in un giorno di lutto che chiama «il digiuno di Eraclio», in memoria dell’imperatore di Bisanzio (610-641) che, fatta la pace coi persiani (il figlio dell’imperatore Sharbaraz, Nikos, s’era convertito a Cristo) era rientrato Gerusalemme nel 638 riportandovi la Vera Croce: la preziosissima reliquia era stata portata al sicuro dai fedeli a Ctesifonte. Gli ebrei l’avevano cercata con furia nella Gerusalemme conquistata, torturando molti preti per sapere dove fosse stata nascosta. Quanto a Beniamin di Tiberiade, si dice che abbia accompagnato Eraclio nella ripresa di possesso della Città: s’era giusto fatto battezzare a Nablus a casa di un influente cristiano, probabilmente il primo donmeh o marrano della storia.

Onore dunque all’archeologo israeliano Ronny Reich che non attribuisce l’eccidio ai persiani, come hanno fatto i suoi predecessori, e ne conferma il particolare più orrendo: i cristiani di Mamilla, ha scritto, «sono probabilmente stati venduti al miglior offerente ai giudei e messi subito a morte».

Alla fine degli anni ’80, il professor Reich ha condotto una campagna di scavi nelle antiche aree cimiteriali attorno a Gerusalemme, luoghi usati nei secoli anche dai musulmani. L’antico monaco Strategio parlava di 35 fosse comuni dove sarebbero stati seppelliti in fretta i corpi cristiani. Reich ha identificato sette di queste inumazioni di massa, tutte immediatamente al difuori delle mura della città antica, e sicuramente datate al periodo del massacro, grazie alla presenza, fra gli ossami, di piccole monete bizantine emesse dall’imperatore Fokas (602-610 d.C).


Le fosse comuni attorno a Gerusalemme


«Dio ne conosce i nomi»

La più significativa di queste scoperte è una caverna tagliata nella roccia viva contigua alla cisterna di Mamilla, e 120 metri dalla porta di Giaffa.


L’apertura della sepoltura di massa


La caverna artificiale, lunga dodici metri e larga tre, era piena zeppa di ossa umane, molte delle quali fratturate: centinaia di individui vi dovevano essere stati ammucchiati a forza. Tutti molto più giovani rispetto alla media dei seppelliti nei cimiteri consueti, e senza traccia di malattie (il che permise di escludere fossero vittime della peste del 542) e – particolare tremendo – le donne superavano di gran lunga i maschi.

Davanti alla grotta era stata costruita una minuscola cappella, la cui abside volgeva ad oriente, e di cui non resta che parte della pavimentazione a mosaico. Il mosaico, ripulito, ha messo in luce un’iscrizione contenuta in una tabula ansata, proprio al limitare dell’apertura della grotta.



L’iscrizione, in greco, su quattro linee, invita a pregare «per la redenzione e la salvezza di coloro, il cui nome Dio conosce»: commovente testimonianza che le centinaia di inumati nella caverna non avevano potuto essere identificati, fosse per lo scempio subìto dai cadaveri oppure per l’avanzata putrefazione, non avendo potuto essere tumulati se non dopo molti giorni. Strategius monaco attesta infatti, nella sua cronaca, che un certo Tomaso e suoi aiutanti «raccolsero in gran fretta e con molto zelo quelli (i corpi) che trovarono, e li tumularono nella grotta di Mamel».

Gli archeologi israeliani non hanno invece i segni di distruzione ed incendi delle chiese e santuari descritte da Strategius. La cosa non deve stupire, visto che i bizantini tornarono nella Città nel 628, sgombrarono le macerie e cominciarono la restaurazione dei santuari e delle basiliche. La restaurazione durò poco; nel 638 la debole guarnigione di Bisanzio cedette davanti alla formidabile armata di Omar ben Kattab, compagno del Profeta. Il patriarca Sofronio capitolò ponendo una condizione, che resta agli atti nel documento di resa Sulha A-Quds, e che si capisce solo con la viva memoria del massacro sofferto dalla generazione precedente: il patriarca domandava al vincitore di proteggere gli abitanti «dalla ferocia dei giudei».

La risposta di Omar è anch’essa rimasta agli atti, nel trattato di resa: «Nel nome di Allah, il clemente misericordioso. Questa è la salvaguardia accordata agli abitanti di Aelia [Aelia Capitolina: usava ancora il nome romano dato a Gerusalemme, ndr] dal servo di Dio Omar, comandante dei credenti. Egli concede la salvaguardia per le loro persone, i loro beni, le loro chiese, le loro croci – siano queste in buono o cattivo stato – e il loro culto. Le loro chiese non saranno destinate ad abitazione, né distrutte; esse e le loro pertinenze non subiranno danno alcuno e sarà lo stesso per le loro croci e i loro beni. Nessuna costrizione sarà attuata contro di essi in materia di religione,. Nessun giudeo sarà autorizzato ad abitare ad Aelia con loro. Gli abitanti di Aelia dovranno versare la jizya (il tributo) come quelli delle altre città...».

I martiri di Mamilla di nuovo uccisi

La scoperta della fossa comune di cristiani ha affrettato i progetti israeliani per dissacrare il luogo, onde sottrarlo al culto e alla memoria. Già nel 1964 l’area cimiteriale di Mamilla – ricca di antiche tombe di sufi, mammelucchi e crociati – era stata in parte trasformata in parking fornito di WC pubblici. Un ventennio dopo, un’altra vasta parte della zona archeologica era stata seppellita sotto un danaroso «villaggio residenziale» per ebrei americani molto ricchi, e dall’hotel Hilton. Adesso è divenuto urgente seppellire la fossa comune dell’antico pogrom compiuto dai giudei, e quel che resta dell’antica cappella votiva, sotto la piattaforma di cemento di un enorme museo progettato dal Centro Simon Wiesenthal, il defunto “cacciatore” di nazisti. Mancando ormai le prede, il Centro non chiude; ha bisogno di riconvertirsi in un braccio della propaganda ebraica. Quello che costruirà sopra le ossa dei cristiani massacrati sarà chiamato Museo della Tolleranza.





Ma sia: degli ignoti sepolti, una seconda volta, «Dio conosce i nomi». E veglia l’iscrizione in calligrafia araba e in lettere d’oro che i califfi Ommiadi ordinarono di apporre sul più sacro tempio islamico a Gerusalemme, la moschea d’Oro, la cupola della Roccia: «Santo è Gesù Cristo! Santo è il giorno della sua Nascita, e santo il Giorno della sua Resurrezione!».




1) Come saprete ormai, il genocidio degli Armeni, addossati ai turchi, fu invece deliberato delitto dei Giovani Turchi, dunmeh (ebrei sabbatei falsamente convertiti all’Islam) che avevano messo a segno un colpo di Stato, e la cui giunta militare (il Comitato Unione e Progresso) governò al posto del Sultano – che avevano messo agli arresti – dal 1913 al 1923. La giunta cripto-giudaica, salutata dalle Massonerie europee, esordì nel 1913 con il genocidio dei cristiani siriaci (Assiri) – 270 mila trucidati ufficialmente, ma fino a 700 mila secondo ricerche più recenti – pari, si ritiene, al 70 per cento della popolazione assira di allora nell’impero ottomano. Il genocidio degli Armeni già all’epoca era valutato in 1,5 milioni di morti, a cui si devono aggiungere, dimenticati, «500 mila greci dell’Anatolia massacrati a sangue freddo, donne e bambini compresi» (Bierstadt, Edward Hale «The great betrayal; a survey of the near East problem» 1924]; le cifre sono oggi ritenute inferiori al reale. Caduta la giunta golpista dunmeh (nella Grande Guerra aveva commesso l’errore di allearsi agli Imperi Centrali, e fu travolta dalla loro sconfitta), le successe la dittatura di Kemal Ataturk, padre della patria e cripto-giudeo: costui continuò la pulizia etnica confessionale con più discrezione, ma non meno sistematicamente, fino alla sua morte nel 1938. Ultimi a provare il progresso del laicissimo regime furono i curdi haleviti di Dersim, diecimila trucidati secondo le valutazioni più limitate. Il genocidio a rate dei palestinesi di Gaza è solo il seguito di questa strategia, e del silenzio complice dell’Occidente sui mostruosi crimini razziali ebraici. Da consultare la testimonianza diretta lancinante dello sterminio ebraico contro i greci, nel libro scaricabile.



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