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Sull’India e la cultura della dissoluzione
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Spettabile redazione,

ho gradito moltissimo l’articolo di Roberto del Bosco sull’induismo. Personalmente, sono andato un paio di volte in India, alla ricerca di un filone particolare, con pochi rappresentanti. Devo ahimè ammettere che quello che del Bosco scrive è vero. Il tema che a me interessava era di trovare, in qualche dove, devoti di Krishna che avessero una idea di “buon Pastore”, Dio, simile a quella del cattolicesimo. Le persone intellettualmente oneste e coerenti, ovunque, sono sempre meno, e, nell’induismo odierno il discernimento ha pressoché ovunque ceduto il passo all’esteriorismo, sovente indemoniato. Sì, qualcuno avvicinatosi al cristianesimo, in uno spirito di rettitudine, mediante la missione, ad esempio, delle suore di madre Teresa, o avente interesse agli insegnamenti eucaristici di Gesù, provenendo dagli studi vedantici, l’ho alla fine incontrato, ma in un cimitero d’ignoranza e di pasticcio dottrinale deplorevole. Nei miei tre mesi di ricerca, in India, il primo nel marzo del 1986 ed il secondo nel settembre ed ottobre del 1994, ho riscontrato che quello che è nell'articolo di oggi corrisponde alla minacciosa realtà. È necessario che qualcuno ancora dica con chiarezza pane al pane.

Vito Parisi



Gentile signor Parisi,

La ringrazio della sua lettera. Purtroppo ha ragione su tutta la linea. «L’India ha mille porte per entrare, e nessuna per uscire» dicono orgogliosi gli indofili, incuranti del fatto che hanno appena data la definizione esatta di una trappola.

Il problema è che ora, grazie al Concilio e al conseguente ecumenismo massonico imperante, l’India sta aprendo delle porte (porte senza uscita) anche da noi. La trappola è arrivata dentro casa nostra.

Il mese scorso il premier indiano Narendra Modi (che EFFEDIEFFE ha profilato al tempo della sua elezione) ha celebrato la giornata mondiale dello Yoga: persino i partiti presenti nel Lok Sabha (un ramo del parlamento di Nuova Delhi) si sono resi conto che si è trattato di una gigantesca mossa di propaganda da parte della politica dell’hindutva, e cioè del suprematismo hindu. All’evento hanno partecipato milioni di persone riempiendo le piazze di tutto il mondo, pecoroni inconsapevoli di essere oggetto di una campagna di estensione dell’influenza politica indiana, che certo passa anche per lo Yoga — disciplina che giudico assolutamente pericolosa, una preghiera ai demòni fatta con la mente, il corpo a invocazioni sempre più dirette.

Potrei raccontarle storie raccapriccianti della Cultura Yoga vista in India: black poojas («messe nere» induisite), venerati «maestri» che muoiono misteriosamente e vengono gettati in fosse comuni, ruberie, truffe, orde di decerebrati occidentali adoranti… Potrei parlarne per ore, potrei scrivere un libro — anzi, a pensarci bene lo farò. È bene ricordare che l’Italia è il primo Paese in Europa ad aver adottato lo Yoga nelle scuole. Non solo gender: la dissoluzione dell’educazione degli infanti ha da anni anche questo coté di liturgia pagana.

Ciò detto, non nego, come Lei, il fascino che riesce ad esercitare il pensiero indiano e l’India tutta. Ho passato laggiù buona parte di quelli che forse sono gli anni più intensi della mia vita. Vi sono, nel subcontinente, persone che mi stanno a cuore, persone stupende, infinitamente generose e innocenti. Quello che dovrei fare, mi dico, è pregare per la loro conversione. Tanti di loro già conoscono e apprezzano lo spirito cristiano. In parte, perché una volta che affrontano la nascita di un figlio sentono la necessità di pregare quella figura con il Bambino, un segno di amore materno e al contempo divino che non trovano nel pantheon induista.

In altra parte, molti indiani vivono l’esempio stupendo di religiose cattoliche sparse ad aiutare il prossimo in tutta la nazione. Come Madre Teresa, che Lei ricorda, all’ombra della quale, inaspettatamente, decisi per sempre in quale squadra avrei giocato. Non quella degli dei che chiedono sacrifici di sangue, rabbia, coabitazione con il Male.

È proprio come dice Lei: è una minacciosa realtà, ed è in espansione, grazie agli utili idioti – ben rappresentati anche a destra, e fra i cattolici – che vivono la squallida menzogna relativista del Dio unico. Sappiamo da dove deriva questo errore: il pensiero tradizionale è stato infettato, indebolito: dal documento del Concilio Lumen Gentium, dalla pazzesca giornata di Assisi indetta da Giovanni Paolo II, da René Guénon, da Julius Evola, da Roberto Calasso, da frotte di intellettualoidi che hanno voluto farsi belli con lustrini asiatici, da serque di esagitati rabbiosi sempre alla cerca di miti di sangue.

Quello che proviamo a fare sulle colonne di EFFEDIEFFE è tranciare questo lembo malato e apertamente contrario agli insegnamenti di Cristo. Salmo 95: Quoniam omnes dii gentium daemonia at vero Dominus caelos fecit.

Come dice Lei, «pane al pane». Bisogna avere il coraggio: in attesa che Qualcuno, questo pane, ce lo moltiplicherà.

Roberto Dal Bosco



 
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