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L’infallibilità, l’unità e la primitiva antichità della sinagoga e della Chiesa secondo il Pighius
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ALBERT PIGGE

Le analogie tra la Sinagoga veterotestamentaria e la Chiesa di Cristo contro l’errore ecclesiologico luterano

Nella situazione ecclesiale attuale è interessante studiare la figura di grande teologo del Cinquecento, l’olandese Albert Pigge detto il Pighius di Kampen (donde l’appellativo Campensis), che studiò a Lovanio attorno al 1490 ove ebbe come maestro il futuro papa Adriano VI, l’allora Florisz Boeyens di Utrecht. Egli fu nominato baccelliere e poi dottore in teologia a Colonia, infine seguì a Roma papa Adriano VI (1522-1523). Papa Paolo III nel 1535 lo nominò prevosto di S. Giovanni in Utrecht ove morì nel 1542. Il Pighius ha scritto vari saggi, dei quali il più noto e il più interessante per i nostri giorni è il Hierarchiae Ecclesiaticae assertio (Colonia, 1538), che ebbe altre due edizioni nel 1558 e nel 1572[1].

Richard Wagner
  Pighius di Kampen
Il Pighius ha studiato l’eresia luterana più dal punto di vista ecclesiologico dell’autorità della Chiesa gerarchica e specialmente del Papa che da quello dogmatico della giustificazione. Quindi nel suo Hierarchiae Ecclesiasticae assertio ha affrontato e approfondito in maniera molto ampia la questione del compito della Chiesa e del Romano Pontefice.

La Chiesa inizia nel paradiso terrestre con Adamo

La Chiesa, secondo il Pigge che riprende la teoria contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, è “una e universale o cattolica” poiché non limitata né dal tempo né dallo spazio. Essa inizia dall’origine del mondo e arriverà sino alla sua fine.

Nell’Antica Alleanza essa ha avuto origine con Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, sviluppandosi progressivamente, ma omogeneamente, come un bambino che diventa uomo ed è lo stesso quanto alla natura umana mentre cambia quanto agli accidenti (quantità, tempo, qualità, figura accidentale), sino a diventare la Chiesa della Nuova ed Eterna Alleanza a partire dalla morte di Cristo sino alla sua Parusia.

La S. Scrittura

Il Nostro Autore prova la sua tesi a partire dalla S. Scrittura. Infatti nella 1a Epistola ai Corinzi (capitolo X, versetto 4)   San Paolo, divinamente ispirato, scrive: «[i nostri padri] tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era Cristo».

Cosa significa esattamente questo versetto? Sembrerebbe che Gesù accompagnasse, già nel 1300 a. C., gli Ebrei nel deserto verso la Terra Santa. Ma come è possibile una cosa del genere, se Gesù - come uomo - non era ancora nato? Il Pighius scruta cosa rispondono i Padri ecclesiastici, che sono (nella Tradizione apostolica) gli interpreti autentici del significato o “spirito” della S. Scrittura perché “la lettera uccide, lo spirito invece vivifica” (2a Cor., III, 6).

I Padri ecclesiastici

1) S. Giovanni Crisostomo

Secondo il maggiore dei Padri greci, San Giovanni Crisostomo (345-407), nel capitolo X della 1a Epistola ai Corinzi nei versetti 1-6: «Non voglio che voi ignoriate, fratelli di Corinto, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati o immersi in Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una ‘pietra’ spirituale che li accompagnava, e questa ‘pietra’ era Cristo. Ma nella maggior parte di essi Dio non si compiacque; perciò furono atterrati nel deserto. Queste cose però erano figure di noialtri, perché non fossimo cùpidi di cose cattive, come costoro invece ne furono cùpidi» (Commento alle Epistole di San Paolo, 1a Cor., X), l’Apostolo delle Genti insegna che i “padri” sono coloro che lasciarono l’Egitto attorno al 1300 a. C. guidati da Mosè e di cui tratta l’Esodo. Infatti Dio mediante la “nube” insegnava agli Ebrei il cammino da percorrere (Ex., XIII, 21), il “mare” (1a Cor., X, 2) è il Mar Rosso (Ex., XIV, 22), il “cibo” e la “bevanda” sono la manna (Ex., XVI, 4-35) e l’acqua scaturita dalla ‘roccia’ colpita da Mosè (Ex., XVII, 6). Cibo e bevanda “spirituali” (1a Cor., X, 3-4), sia perché ottenute miracolosamente sia per il loro valore pre-figurativo dell’Eucarestia, Corpo e Sangue di Gesù Cristo.

Egualmente l’antico Israele, che fu “battezzato nella nuvola e nel mare, in Mosè” (1a Cor., X, 2) pre-figura il Battesimo in Cristo. Ossia, come i padri nel deserto furono immersi o battezzati nella nube e nel mare per appartenere a Mosè e formare un solo Corpo spirituale con lui o il “Popolo dell’Antica Alleanza”, che passa dalla schiavitù alla libertà (Ex., XIX, 5) così i cristiani vengono battezzati in Cristo per formare il Suo Corpo Mistico, che è la Chiesa della Nuova Alleanza. Infatti il “mare” simboleggia l’acqua del battesimo cristiano, mentre la “nube” la presenza di Dio, ossia lo Spirito Santo, poiché nella Nuova Alleanza si è battezzati “in acqua e Spirito Santo” (Mt., III, 11) e non solo nell’acqua come in Mosè o in S. Giovanni Battista (Mt., III, 6 e 11). San Giovanni Crisostomo commenta: “a quegli antichi Israeliti Dio dette la manna e l’acqua, a te che sei cristiano il Corpo e il Sangue di Cristo”.

Quanto al versetto 4° (1a Cor., X), secondo il Crisostomo “la Pietra percossa da Mosè (Ex., XVII, 6) è Cristo e quindi si capisce come l’acqua scaturita dalla Roccia fosse spirituale” (Comm. Ep. di S. Paolo).

2) S. Agostino

Anche secondo il maggiore dei Padri ecclesiastici latini, S. Agostino d’Ippona (354-430), Israele all’uscita dall’Egitto, con tutti i miracoli che lo accompagnarono e sotto la guida di Mosè, era una pre-figurazione del Nuovo Testamento e della Chiesa di Cristo, fondata su una “Pietra principale”, che è Cristo o “Roccia spirituale” (1a Cor., X, 4), e su una “Pietra secondaria”, che è Pietro (“tu sei Pietro e su questa Pietra Io edificherò la Mia Chiesa”, Mt., XVI, 18), ossia Pietro è Cristo in terra: “Petrus petra, petra Ecclesia ” (S. Aug., Enarr. In Ps. 103, 3, 2); «Non dictum est illi “Tu es petra”, sed “Tu es Petrus”. Petra autem erat Christus; quem confessus Simon dictus est Petrus. Non gli fu detto ‘Tu sei la Pietra’, ma ‘Tu sei Pietro’. La Pietra era Cristo, confessato il quale, Simone fu chiamato Pietro» (S. Aug., In epist. Johann. ad Parthos, 10, 1).

Nella 1a Epistola ai Corinzi il vero e nuovo “Israele di Dio” (Gal., VI, 16) viene pre-annunziato, nei minimi dettagli, dall’antico Israele del Vecchio Testamento. Per esempio, il Battesimo e l’Eucarestia sono pre-annunziati, nella traversata del deserto con Mosè, in “ombra” o in “figura” di realtà future, che verranno istituite da Gesù nel Nuovo ed Eterno Testamento. Tutto nell’Antica Alleanza è “ombra” della “realtà” futura della Nuova ed Eterna Alleanza; persino il castigo dei “nostri padri” nel deserto è una pre-figura, che ci ammonisce di non essere infedeli come la maggior parte degli antichi Israeliti, nella quale Dio non si compiacque. È Gesù che unifica, come “pietra d’angolo” (Mt., XXI, 42; Atti, IV, 11) i due Testamenti, nascosto dietro l’ombra (Antico Testamento) di una realtà a venire (Nuovo Testamento). “Umbram fugat Veritas, l’ombra cede il posto alla Realtà”, ci fa cantare san Tommaso d’Aquino nell’Ufficio della Festa liturgica del Corpus Domini.

Ora nella S. Scrittura Dio spesse volte è chiamato “Pietra” o “Roccia” (Deut., IV, 15-18; Sam., XXII, 32; Sal., XVII, 3; Is., LXIV, 8). Perciò non è un caso se Cristo è detto “Roccia” in san Paolo mentre san Pietro, che è Cristo in terra, è “Pietra” nel Vangelo secondo Matteo (XVI, 18). Come si vede il Nuovo Testamento è l’esplicitazione dell’Antico Testamento, come diceva S. Agostino: “nel Vecchio è nascosto il Nuovo e nel Nuovo appare chiaramente il Vecchio Testamento”.

Inoltre la “Roccia spirituale”, alla quale bevevano gli antichi Israeliti e che “li accompagnava”, secondo il Crisostomo non era una pietra materiale e fisica che gli Ebrei si portavano appresso come una sorta di reliquia o di segno sacro, ma Cristo stesso o “Roccia principale”, che accompagnava, come Verbo non ancora Incarnato, l’Israele dell’Antico Patto, figura della sua assistenza “tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Mt., XXVIII, 20) alla Chiesa del Nuovo Patto, quale Verbo Incarnato. Perciò Mosè, Adamo e i Patriarchi erano Cristiani, ossia credevano nel Messia venturo, Gesù, e vivevano nella Grazia santificante, meritataci dal Sangue sparso in Croce da Cristo. Quindi il Cristianesimo è già presente in ombra o in figura nell’Antico Testamento.

3) Eusebio da Cesarea

Secondo lo storico Eusebio da Cesarea (265-339) «se è certo che siamo di ieri, se il nome di cristiani, veramente nuovo, è noto da poco a tutte le genti, non così la nostra vita, i nostri costumi ispirati a principi religiosi: non sono una novità dovuta alla nostra fantasia, ma li troviamo, dirò così, già nel primo apparire dell'umanità istintivamente adottati dagli uomini pii. Lo dimostriamo. Il popolo ebreo non è nuovo, ma stimato da tutti gli uomini per la sua antichità ed a tutti ben noto. I suoi libri e i suoi scritti riguardano uomini antichi, certamente pochi di numero, ma segnalati per la pietà, la giustizia e tutte le altre virtù; alcuni prima del diluvio, altri dopo, derivanti dai figli e dai discendenti di Noè; e poi Abramo, che i figli degli ebrei vantano quale fondatore e Padre della loro stirpe. Se qualcuno dicesse che tutti costoro, celebrati per la loro giustizia, da Abramo stesso fino al primo uomo, erano cristiani di fatto, se non di nome, non andrebbe lontano dalla verità. Infatti, se il nome di cristiano vuole significare che un uomo, per la conoscenza che ha del Cristo e della sua dottrina, si distingue per purezza e giustizia, per dominio di sé e virtù virile, per la pia confessione di un solo sommo Iddio, tutto questo essi attuarono non meno di noi. Come noi, essi non curavano di circoncidersi nel corpo, non osservavano il sabato, non si astenevano da particolari cibi, non osservavano le altre prescrizioni di valore simbolico che Mosè per primo introdusse e tramandò ai posteri; facevano appunto come oggi noi cristiani. Avevano una buona conoscenza del Cristo di Dio che, come abbiamo mostrato sopra, era apparso ad Abramo, aveva dato responsi ad Isacco, aveva parlato con Israele (cfr. Gen., XVIII, 1; XXVI, 2; XXXV, 1), si era intrattenuto con Mosè ed i profeti posteriori. Per questo motivo troverai che tali amici di Dio vengono onorati col nome di Cristo nel detto scritturistico che li riguarda: “Non toccate i miei cristi e non peccate contro i miei profeti!” (Sal., CIV, 15). Da ciò appare chiaro che la forma di religione più antica, anteriore a tutte le altre, è quella praticata da uomini pii ai tempi di Abramo, ed ora annunciata a tutte le genti dagli insegnamenti del Cristo. Se mi si dice che in séguito Abramo ebbe pure il precetto della circoncisione, si rifletta che la sua giustificazione per la Fede ebbe luogo prima, come testimonia la parola di Dio che dice: “Credette Abramo, e Dio glielo contò a giustizia” (Gen., XV, 6). Essendo già giustificato prima della circoncisione, gli fu da Dio - cioè dal Cristo, Verbo di Dio - preannunciato un oracolo riguardante coloro che nel séguito del tempo avrebbero come lui ricevuto la giustificazione, con queste parole: “In te saranno benedette tutte le nazioni della terra” (Gen., XII, 3); e: “Diverrai un popolo grande e numeroso e in te saranno benedette tutte le genti della terra” (Gen., XVIII, 18). È facile vedere che tutte queste parole si sono avverate in noi. Abramo fu giustifìcato per la sua Fede nel Cristo, Verbo di Dio, che gli era apparso; abbandonate perciò le superstizioni degli avi e gli errori della vita precedente Lo riconobbe come unico, sommo Iddio e l'onorò con le opere virtuose, non con le cerimonie della Legge mosaica, a lui posteriore: tale era colui al quale fu detto che tutte le genti della terra, tutte le nazioni in lui sarebbero state benedette. Al giorno d'oggi questa religiosità di Abramo, esplicata nelle opere più efficaci delle parole, si riscontra solo tra i cristiani, diffusi su tutta la terra. Cosa ci può vietare, dunque, di affermare l'uguaglianza del tenore di vita e della religiosità dei seguaci di Cristo e di quegli antichi amici di Dio? Ecco dimostrato così che la religione a noi tramandata per l'insegnamento del Cristo, non è nuova e straniera, ma se dobbiamo dire la verità, è la prima, l'unica, la vera» (Eusebio da Cesarea, Storia Ecclesiastica, I, 4, 4-15).

S. TOMMASO D’AQUINO

Il Deicidio, la conoscenza della SS. Trinità e della Divinità di Cristo da parte del Sinedrio

S. Tommaso d’Aquino (S. Th., III, q.47, a.6, ad 1um) si chiede «Se i Capi dei giudei sapevano che la Persona che crocifiggevano era Dio stesso incarnato, la seconda Persona della SS. Trinità». Egli risolvere il dubbio con una distinzione: “Prima del peccato originale l’uomo ebbe fede esplicita del­l’In­carnazione di Cristo... non in quanto era ordinata a liberare dal peccato con la Passione e la Risurrezione, perché l’uomo non prevedeva il suo pec­­­ca­to. Invece si arguisce che credeva nel­l’Incar­nazione del Verbo (in quanto ordinata alla pienezza della gloria) dalle parole: “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si stringerà alla moglie” (Gen., II, 24). Parole che secondo S. Paolo stanno ad indicare il “gran mistero di Cristo e della Chiesa” (Ef., V, 32); mistero che non è credibile sia stato ignorato da Adamo (S. Th., II-II, q. 2, a.7, in corpore). In bre­­ve quando Dio parlò ad Adamo del suo matrimonio con Eva gli spiegò che era una figura dell’unione di Cristo e della Chiesa; gli dovette spiegare allora il mistero della Trinità ed Unità di Dio e quello dell’Incar­nazione del Verbo. “Dopo il peccato originale - prosegue S. Tommaso - il mistero del­l’Incarnazione fu creduto esplicitamente anche rispetto alla Passione e Resurrezione, con le quali l’umanità viene liberata dal peccato... altrimenti gli antichi non avrebbero prefigurato la Passione di Cristo con i sacrifici... e di questi sacrifici i maggiorenti (principes judaeorum) conoscevano esplicitamente il significato; mentre il popolo ne aveva soltanto una conoscenza confusa” (Ib., in corpore). Perciò i prìncipi dei giudei avevano una conoscenza esplicita del mistero dell’Incarnazione, Passione e Morte del Verbo Incarnato. Quanto poi al mistero della Trinità S. Tommaso risponde: “fin dal principio fu necessario per salvarsi credere il mistero della Trinità. ...non è possibile credere esplicitamente il mistero di Cristo, senza la fede nella Trinità... perciò prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero dell’Incarnazione e cioè esplicitamente dai maggiorenti ed in maniera implicita e quasi velata dalle persone semplici” (S. Th., II-II, q.2, a 8, in corpore). Lo stesso concetto è ripreso dall’Angelico nel Commento alle Sentenze: “Dopo il peccato originale, prima dell’Avvento di Cristo, avevano la fede esplicita nel Redentore, alcuni ai quali era stata fatta una rivelazione speciale, ed essi erano i majores. Altri invece, come i minores avevano una fede implicita [nel Redentore] nella fede dei majores” (In III Sent., dist. 25, q. 2, a. 2, qcq. 2). Ed ancora: “Sia prima che dopo il peccato originale fu necessario che i majores avessero una fede esplicita nella Trinità; non fu tuttavia necessario per i minores dopo il peccato. ... e similmente dopo il peccato originale fino al tempo della grazia i majores erano tenuti ad avere la fede esplicita nel Redentore, i minores invece soltanto implicita nella fede dei Patriarchi e dei Profeti” (De Verit., q.14, a. 11, in corpore). Ancora nel Commento alla Epistola agli Ebrei S. Tommaso afferma: “Alcuni più esplicitamente [credevano alla Trinità, ndr], ed erano i majores ai quali fu fatta aliquando Revelatio specialis” (Ad Haebr., Cap. XI, lectio II, n. 576, Marietti, Torino, 1953).

IL PIGHIUS

Diversità e somiglianze tra Chiesa e Sinagoga

Ora, secondo il Pighius, la Chiesa di Cristo è distinta accidentalmente dall’antica Sinagoga o Chiesa del Vecchio Testamento poiché mentre la Sinagoga era l’ombra, la figura o il tipo della Chiesa cristiana, questa è la realtà. In breve tra Sinagoga e Chiesa passa la stessa differenza che tra Antico e Nuovo Testamento: “in Vetere Novus latet, in Novo Vetus patet / nel Vecchio Testamento è racchiuso il Nuovo Testamento e nel Nuovo Testamento appare chiaro il significato del Vecchio Testamento” (S. Agostino).

Inoltre la Chiesa è stata fondata da Cristo su Pietro e gli Apostoli e diffusa nel mondo intero, mentre la Sinagoga era sita solo in Israele. Tuttavia, nonostante la Chiesa abbia un nuovo sacerdozio, un nuovo Sacrificio, nuovi Sacramenti, è “una”  sostanzialmente, anche se cronologicamente e accidentalmente è divisa in due tempi: l’Antica e la Nuova Alleanza, che sono entrambe “sub uno Duce invisibili Deo, in Fidei et Religionis unitate / sotto un solo Capo: Iddio invisibile, nell’unità della Religione e della Fede”[2].

Quindi la Chiesa e l’antica Sinagoga – e, si badi bene!, non la nuova “sinagoga di satana” (Apoc., II, 9) che ha rifiutato Cristo, lo ha fatto crocifiggere e persiste ancor oggi nella sua cecità – sono una sola Chiesa di Dio e tutte e due son come una grande città fondata sopra i Profeti e gli Apostoli. Infatti gli antichi Patriarchi e Profeti aspettavano e predicevano il Messia Gesù Cristo Nostro Signore, che gli Apostoli hanno predicato. Quindi una sola cosa fanno la Chiesa di Dio e di Cristo dell’Antico e del Nuovo Testamento, unite dalla Pietra d’Angolo che è Gesù medesimo, “Qui fecit ex utraque unum” (Mc., XII, 10-11; Lc., XX, 17; Mt., XXI, 42; 1 Pt., II, 7).

Infatti se il Capo dell’antica Sinagoga è Dio invisibile, il Capo della nuova Chiesa è Cristo visibile dalla sua nascita alla sua morte in croce e Ascensione ed ora invisibile in Cielo, ma che ha in terra il suo Vicario visibile, il Papa. Tuttavia anche nell’Antico Testamento Dio si serviva di rappresentanti visibili (Patriarchi, Profeti, Sommi Sacerdoti sino ad Anna e Caifa). Per cui alla vecchia Sinagoga è succeduta la nuova Chiesa di Cristo, la quale l’ha perfezionata, realizzata e sublimata. Esse sono solo accidentalmente diverse, come un bambino che diventa uomo maturo e come il Vecchio Testamento che è stato sviluppato e accresciuto dal Nuovo Testamento.

SAN TOMMASO D’AQUINO, LA CHIESA E LA SINAGOGA

“La Legge Nuova è d’amore, l’Antica è di timore”
(S. Th., I-II, q. 107, a. 1) 

  

Due leggi si possono distinguere fra loro in due maniere: 1°) o come del tutto diverse, perché ordinate a fini diversi; 2°) o perché una è ordinata al fine in maniera più diretta e prossima dell'altra. (Ad es. in uno stesso Stato, la legge imposta alle persone mature, che sono già capaci di eseguire quanto richiesto dal bene comune, è diversa dalla legge per l'educazione dei bambini, che devono essere formati ad eseguire in futuro le azioni dei grandi). Perciò la Legge Nuova non differisce dall'Antica Legge nel primo modo o sostanzialmente, essendo unico il fine di entrambe: ordinare gli uomini a Dio; e d'altra parte unico è il Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento. Tuttavia la Legge Nuova è distinta dall'Antica Legge nel secondo modo, ossia accidentalmente, poiché la Legge Antica è come il pedagogo dei bambini, secondo S. Paolo, mentre la Legge Nuova è una Legge di perfezione perché Legge di carità, che è “vincolo di perfezione” (Coloss., III, 14). La carità cioè è compendio o somma di tutte le perfezioni. Perciò tutte le differenze tra l'Antica e la Nuova Legge (ad 2um) sono concepite in base ai rapporti tra una cosa imperfetta e la sua perfezione. La Legge Antica, che fu data a uomini imperfetti (che non hanno ancora l'abito della virtù), è chiamata “Legge di timore”, poiché induceva all'osservanza dei precetti con la minaccia di determinati castighi. Invece la Nuova Legge fu data a uomini perfetti (che hanno l'abito della virtù), i quali sono perciò spinti a fare il bene con prontezza e facilità per amore del bene e non dal castigo o dal premio estrinseco al bene stesso. Ecco perché la Nuova Legge (che consiste principalmente nella grazia dello Spirito Santo) è chiamata 'Legge di amore'. Perciò si diceva che la Legge Antica “tratteneva la mano e non l'animo”, perché quando uno si astiene dal peccato solo per paura del castigo (timore servilmente servile) la sua volontà non desiste dalla colpa in senso assoluto, ed ecco perché si dice che la Nuova Legge “trattiene anche l'animo”. Tuttavia nell'Antico Testamento ci furono anime ripiene di carità (Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe ecc.) e della grazia dello Spirito Santo, le quali guardavano principalmente alle promesse spirituali ed eterne e non alle temporali e materiali; sotto questo aspetto esse appartenevano alla Nuova Legge. Così nel Nuovo Testamento vi sono degli uomini carnali che ancora non hanno raggiunto la perfezione (essendo privi delle virtù) e che bisogna indurre ad agire bene con la minaccia del castigo o con la promessa di beni temporali. Però l'Antica Legge, anche se dava i precetti della Carità, non era in grado di offrire la grazia dello Spirito Santo. Coloro che nell'Antico Testamento furono accetti a Dio per la Fede (ad 3um), sotto questo aspetto erano cristiani o appartenevano al Nuovo Testamento: Abramo è nostro Padre nella Fede, nostro di noi cristiani e non degli attuali ebrei che rifiutano il Cristo.

S. Paolo vede nelle due spose di Abramo la figura dei due Testamenti. Agar, la schiava, rappresenta la Sinagoga; Sara, la donna libera, è l'emblema della Chiesa. Agar partorisce secondo la carne un figlio schiavo come lei; Sara partorisce secondo lo Spirito un figlio che deve essere libero come lei. L'allegoria è trasparente: gli ebrei, come Ismaele, sono figli di Abramo secondo la carne e, come Ismaele, non sono veri eredi di Abramo. I cristiani, come Isacco, sono i discendenti di Abramo secondo lo spirito e, come Isacco, ereditano le promesse e le benedizioni spirituali. Infatti essi venivano giustificati soltanto dalla Fede in Cristo (accompagnata poi dalle buone opere). Ecco perché S. Paolo dice di Mosè: “Stimò l'obbrobrio di Cristo, come ricchezza maggiore dei tesori egiziani” (Ebr., XI, 26): Mosè già allora, nel 1300 a. C., soffriva per la causa e per la Fede di Cristo venturo.

“La Legge Nuova compie l’Antica”

(S. Th., I-II, q. 107, a. 2)

    

Nostro Signore Gesù Cristo aveva affermato: “Non sono venuto per abolire la Legge, ma per completarla” (Mt., V, 17). S. Tommaso spiega che per tale affermazione di Gesù Cristo la Nuova Legge sta all'Antica come il perfetto all'imperfetto. Ora ciò che è perfetto completa ciò che manca all'imperfetto. Quindi in tal senso la Legge Nuova compie l'Antica, in quanto supplisce ciò che mancava all'Antica. Ora nell'Antica Legge si possono considerare due cose: 1°) il fine, che è di rendere gli uomini giusti e virtuosi, di modo che possano cogliere la Beatitudine (e questo è il fine di ogni legge). Dunque il fine della Legge Antica era la santificazione degli uomini, che però supera le capacità della Legge mosaica. Mentre proprio sotto questo aspetto la Legge evangelica perfeziona e dà compimento alla Legge Antica, giustificando, in virtù della Passione di Cristo. S. Paolo stesso, ispirato da Dio, ha scritto: “Quello che era impossibile alla Legge [Antica], Dio [lo rese possibile] mandando il Figlio suo... affinché la giustificazione della Legge [Nuova] si adempisse in noi” (Rom., VIII, 3). E da questo lato la Legge Nuova dà ciò che la Legge Antica prometteva soltanto e non poteva ancora conferire: la grazia dello Spirito Santo, per i meriti di Nostro Signore Gesù Cristo; 2°) i precetti della Legge Antica: Cristo ha dato loro compimento con l'opera e la dottrina. Con l'opera, facendosi circoncidere ed osservando tutte le pratiche legali ancora in vigore. Coll'insegnamento completò la Legge Antica in tre modi: a) spiegandone il vero significato (lo Spirito che vivifica): ciò appare chiaro quanto all'omicidio e all'adulterio, per fare un esempio; secondo gli scribi ed i farisei infatti bastava non commettere l'atto esterno per non fare peccato, ma non era questo il vero significato della Legge Antica e Gesù Cristo lo ricorda insegnando che anche il solo atto interno, il pensiero acconsentito, è peccato già per la Legge di Mosè, falsata dalla Legge talmudico-rabbinica; b) indicandoci un modo più efficace e sicuro per osservare le regole dell'Antica Legge. Ad esempio la Legge Antica ordinava di non spergiurare e Nostro Signore ci insegna che se vogliamo essere più sicuri di osservare tale precetto (che Egli non è venuto ad abolire) dobbiamo astenerci del tutto dal giurare, eccetto casi di necessità (per es. in Tribunale); c) aggiungendo alla Legge Antica alcuni consigli di perfezione che rendono più facile l'osservanza dei dieci comandamenti. Perciò la Nuova Legge abolisce l'osservanza dell'Antica Legge solo per i precetti cerimoniali, che prefiguravano Cristo venturo (ad 1um), e non per i precetti morali che sono compiuti nei tre modi sopra detti e non abrogati. All'obiezione che Nostro Signore nella Nuova Legge ha dato precetti contrari a quelli della Legge Antica, per es. “Fu detto agli antichi: chiunque rimanda la propria moglie le dia il libello di ripudio, invece Io vi dico chiunque rimanda la propria moglie la rende adultera” (Mt., V, 27-31) e poiché il contrario di una cosa non può esserne il compimento,  la Nuova Legge non è il compimento di quella Antica l'Angelico risponde (ad 2um): codesti precetti del Signore non sono contrari a quelli della Legge Antica e cita S. Agostino: «Quando il Signore comanda di non rimandare la moglie, non è contrario a ciò che comanda la Legge Antica. Infatti la Legge mosaica non dice: “chi vuole, rimandi la moglie”, comandamento che sarebbe contrario al precetto di non rimandarla. Infatti ordinando di dare il libello di ripudio si im- poneva un ritardo al rinvio della moglie, e perciò la Vecchia Legge ordinava tale ritardo perché non voleva certo che si rimandasse la moglie, ma, al contrario, voleva che con tale ritardo, l'animo infiammato dal dissidio avesse il modo di calmarsi [e di non arrivare alla rottura] riflettendo nello scrivere il libello di ripudio» (1 De Serm. Dom. in Monte, c. 14). Nostro Signore confermando quindi tale precetto dell'Antica Legge di non rimandare facilmente la moglie, eccettuò il solo caso di adulterio, che rende lecita la separazione e mai il divorzio, “chi sposa la ripudiata commette adulterio” (Mt., V, 32) aggiunge Nostro Signore Gesù Cristo per rendere esplicito o chiaro il suo permesso di rinvio della moglie (“Salvo il caso di fornicazione”). Quindi non c'è opposizione di contrarietà tra il precetto dell'Antico Testamento e quello del Nuovo.

Per quanto riguarda la legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”, la Legge Antica ordinava di non esagerare nella difesa, vale a dire che, se il nemico ti rende cieco da un occhio, anche tu lo puoi accecare in un occhio ma non in entrambi o ucciderlo. Nostro Signore ci rende più facile e più sicuro evitare una reazione esagerata, esortandoci ad astenerci da qualsiasi vendetta piena di odio personale. “A proposito del comando del taglione, S. Matteo cap. V insegna che non era intenzione della Legge Antica esigere ed obbligare alla pena del taglione per sfogare il livore della vendetta che è proibito, ma solo per amore di giustizia. E ciò resta anche nella Nuova Legge” (ad 4um); “Nostro Signore Gesù Cristo con tre casi paradossali, che non vanno presi alla lettera, insegna ai suoi discepoli a non rispondere al male col male, ma a vincere col bene il male” (F. Spadafora, Dizionario biblico, ed. Studium, Roma 1963, 3a ed., p. 583); “Anche i libri sapienziali e i Profeti dell'Antico Testamento invitano a trattare umanamente il nemico personale, raccomandano il perdono e, per imitare la misericordia divina, vogliono che si renda bene per male” (J. Tonneau, Commentaire à la Somme Théologique, ed. du Cerf, Paris 1971, I-II, q.105 a. 2 sol.10, nota 69, p.342). Quindi non c'è opposizione di contrarietà, quasi che l'Antico Testamento obbligasse a vendicarsi e non invitasse piuttosto ad un uso moderato della 'iusta vindicatio', che è riconosciuta anche nella Legge del Nuovo Testamento (“vim vi repellere licet”) purché nella legittima difesa non vi sia odio personale. Quando un servo di Caifa schiaffeggia Gesù, Questi non porge l'altra guancia, prendendo alla lettera il consiglio che Lui stesso aveva dato (Mt., V, 39), ma gli risponde: “Se ho parlato bene, perché mi colpisci?” (Io., XVIII, 23). S. Tommaso così spiega l'apparente contraddizione tra questa scena e l'insegnamento del discorso della montagna: “La Sacra Scrittura si deve intendere secondo quanto Cristo stesso e i Santi hanno praticamente realizzato. Cristo però non ha offerto l'altra guancia a quel tale. Quindi una spiegazione letterale interpreta erroneamente l'insegnamento di offrire l'altra guancia. Tale insegnamento intende parlare piuttosto della prontezza d'animo a sopportare qualcosa di simile o di più duro di uno schiaffo in faccia, se è necessario, senza nessun eccessivo odio verso l'aggressore” (In Joh., XVIII, lect. 4,2). Perciò la legittima difesa non è proibita e non ci è comandato di offrire sempre e ad ogni costo l'altra guancia, ma ci si vuol dire di non esagerare nella reazione e soprattutto di non portare odio e rancore al nemico che certe volte dobbiamo combattere. Anche Aristotele insegna che “l'ira aiuta i forti” (III Etica, c. 8, lect. 17). E S. Tommaso aggiunge che l'ira del virtuoso deve essere moderata dalla ragione. Infatti l'ira moderata è soggetta al comando della ragione e quindi l'uomo può servirsene come vuole, invece non è così per l'ira sregolata. L'ira perciò deve seguire la scelta della volontà e non precederla (S. Th., IIII, q. 123, a. 10). Nostro Signore Gesù Cristo nel Tempio, infiammato da santa collera, cacciò i mercanti a colpi di frusta. Il Venerabile Serafino Capponi da Porretta commentando il succitato articolo dell'Angelico scrive: «Giustamente fu insinuato dalla S. Scrittura, dalla Chiesa e da Aristotele che il forte si serve dell'ira nel proprio atto. Aristotele è già stato citato nel 'sed contra'. La S. Scrittura, nell'Esodo XXXII, insegna che “Mosè nel tornare, quando vide il vitello d'oro e le danze, irato gettò le tavole e le spezzò alle radici del monte”. E subito la Scrittura narra il grande atto di fortezza compiuto da Mosè, che per vendicare l'offesa di Dio fece uccidere tante migliaia di persone. Inoltre nel primo libro dei Maccabei cap. II si narra: “Mattatìa vide [il giudeo che si accingeva a sacrificare agli idoli] e si accese il suo furore secondo il precetto della Legge. Si scagliò su quell'uomo e l'uccise sull'altare”. ... La Chiesa insegna la stessa cosa, ponendo sulla bocca di S. Agata nell'ufficio della sua festa, le parole seguenti dette a Quinziano: “Empio, crudele e feroce tiranno, non ti vergogni di amputare in una donna come me ciò che tu stesso hai succhiato in tua madre?» (in hoc articulo).

Per quanto riguarda l'odio verso i nemici Nostro Signore ha voluto correggere la falsa interpretazione rabbinico-talmudica che lo riteneva lecito, esortandoci a non odiare di odio di malevolenza (l'uomo in quanto uomo), ma solo di inimicizia (l'uomo in quanto peccatore) vale a dire ad odiare il peccato dell'uomo e pregare per la conversione del peccatore.

Alla terza obiezione, secondo la quale chi agisce contro la Legge non la compie, e Gesù Cristo avrebbe agito contro la Legge Antica

perché toccò un lebbroso, cosa proibita dalla Legge, e violò più volte il sabato, per cui Cristo non ha adempiuto la Legge ma l'ha violata, cosicché il Nuovo Testamento non è il compimento ma la profanazione della Legge Antica, l'Aquinate risponde che il contatto coi lebbrosi era proibito perché l'uomo contraeva con esso una specie di irregolarità (igienicosanitaria). Ma il Signore che era il guaritore dei lebbrosi non poteva contrarre lebbra. Per quanto riguarda l'apparente violazione del sabato, non si può dire che Nostro Signore abbia realmente violato il sabato con le opere che compì in tale giorno, sia perché compiva miracoli con la potenza divina, la quale opera continuamente nel mondo anche il sabato, sia perché compiva opere necessarie alla salvezza degli uomini, mentre i farisei stessi di sabato provvedevano a salvare il loro asino caduto nel pozzo! Perciò solo apparentemente Gesù ha violato il sabato secondo la superstiziosa interpretazione dei farisei, i quali talmudicamente ritenevano che di sabato ci si dovesse astenere anche dalle opere richieste dalla salvezza eterna, ma non dal salvare il proprio asino dalla morte accidentale! Il che era contrario al vero significato (lo Spirito) della Legge. “La lettera uccide, lo Spirito vivifica”!

“La Nuova Legge era contenuta nell’Antica virtualmente”

(S. Th., I-II ,q. 107, a. 3)

 

Una cosa può essere contenuta in un'altra in due modi: o in modo attuale, come un corpo sta in un luogo; o in modo virtuale, come l'effetto è contenuto nella sua causa oppure come la perfezione in una cosa imperfetta (il seme contiene l'albero intero). Ora in questo secondo modo la Legge Nuova è contenuta in quella Antica come una cosa perfetta in quella imperfetta. Ecco perché S. Giovanni Crisostomo dice che “la terra produce prima l'erba (la Legge naturale); poi le spighe (la Legge di Mosè) quindi il grano perfetto (il Vangelo)” (In Mc., IV, 28). Perciò la Legge Nuova è contenuta nell'Antica come l’albero nel seme. Tutti i dogmi che il Nuovo Testamento propone a credere in modo chiaro ed esplicito sono insegnati anche nell'Antico Testamento, in maniera implicita e figurale. Anche dal punto di vista dogmatico la Legge del Nuovo Testamento è contenuta virtualmente in quella dell'Antico Testamento.

JULIO MEINVIELLE

La Tradizione cattolica e la Tradizione cabalistica

Un altro teologo scomparso nel 1973 – l’Argentino don Julio Meinvielle – riprende e approfondisce, studiando la Càbala ebraica, la tesi sostenuta nella Controriforma dal Pighius alla luce della S. Scrittura e della Tradizione e sostiene che Dio, tramite la Rivelazione, ha trasmesso all'umanità, fin dal primo uomo, la Verità sui misteri della sua vita intima (cfr. S. Th., II-II, q.2, a.7). Però la Rivelazione orale primordiale comunicata da Dio ad Adamo fu deformata e falsificata dalla ribellione e dalla malizia dell'uomo. «Purtroppo dalla Tradizione orale giudaica (...), sotto l'istigazione dello spirito del male, prese origine una Tradizione spuria, quella gnostico/cabalistica (...). Si parte da un “dio” indeterminato... contenente in sé i contrari (...male e bene...) che diviene mondo ed uomo. L’uomo, nella concezione gnostico-cabalistica, sarebbe il culmine del processo emanativo dell'universo» (J. Meinvielle, Influsso dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano, Sacra Fraternitas Aurigarum, Roma 1988, p. 14). Per la Tradizione vera (cattolica), l'uomo, con un atto di Fede o di sicuro assenso dell'intelletto all'insegnamento di Dio, può conoscere i misteri che Dio ha voluto rivelare, mentre, per la falsa Tradizione gnostico-cabalistica, l'uomo non si conforma e non aderisce alla realtà ma la elabora e la costruisce, mediante un sistema soggettivo e fantasioso, in cui il mondo e “dio” sono la stessa cosa (il Panteismo).

La Tradizione cattolica

Adamo riceve la Rivelazione dei Misteri divini da Dio stesso, come afferma S. Tom­maso: «... In principio Dio parlava coi primi uomini allo stesso modo con cui parla con gli Angeli...» (S. Th., II-II, q.2, a.7). Prima del Peccato Originale Adamo ebbe conoscenza esplicita dell'Incarnazione del Verbo e della SS. Trinità (cfr. S. Th., II-II, q. 2, a. 7); con lui quindi inizia la vera Tradizione, che propone all'uomo le verità naturali e soprannaturali necessarie per la salvezza. Questa Tradizione fu comunicata all'uomo in tre diverse “economie”: 1ª) Tradizione primordiale (Ada­mo); 2ª) Tradizione orale scritta, o Legge mosaica (1280 a. C.); 3ª) Tradizione evangelica o Legge Nuova. Alle tre economie cattoliche corrispondono tre “contro-economie”: a) Càbala prima o luciferina, e Càbala primordiale o adamitica post peccatum; b) Càbala orale farisaica (175 a. C.); c) tradizione scritta anti mosaico-cristiana (Talmùd, III e V sec. d. C.).

L'antica Càbala dei Giudei

Il popolo eletto, perciò, prima ancora della Legge scritta di Mosè (1280 a. C.), possedeva una Tradizione primordiale orale, che fu poi affidata ad un corpo speciale di 70 dottori, posti sotto l'autorità suprema di Mosè e dei suoi successori (i Sommi Sacerdoti).

PAUL DRACH

La definizione della Càbala

Nell’Ottocento un ex rabbino convertito, Paul Louis Bertrand Drach, ha approfondito in maniera ammirevole la questione dei rapporti tra la Chiesa di Cristo e la Sinagoga dell’Antico Testamento alla luce della Càbala. Secondo il Drach la Càbala non ancora pervertita dell'antica Sinagoga mosaica non ripudiata da Dio [fino al Giovedì Santo] trattava della natura di Dio dei suoi attributi, «dell'Incarnazione e della Trinità; ciò è attestato...anche da molti Rabbini che si sono convertiti al cristianesimo leggendo la Càbala [verace]. (...) Questa è la Càbala antica e vera, che distinguiamo... dalla Càbala moderna, falsa, condannabile e condannata dalla S. Sede, opera di Rabbini, che hanno egualmente falsificato e snaturato la Tradizione talmudica. I dottori della Sinagoga la fanno risalire a Mosè, ammettendo nel tempo stesso che le principali verità che conteneva erano conosciute, tramite Rivelazione orale di Dio, dai primi Patriarchi» (P. L. B. Drach, De l'harmonie entre l'Eglise et la Sinagogue, Paul Mellier edit., Paris 1844, tomo 1, pp. XIII, XXVII).

È utile a questo punto leggere quanto scrive sull'affermarsi accanto a quella vera di una Càbala nuova e falsata dai Rabbini e dai Farisei il Rabbino convertito Drach: «[vi è] una Càbala vera e senza miscugli, che s'insegnava oralmente [ed in privato, tra dottori soltanto] nella Sinagoga antica, il cui carattere è francamente cristiano [annunziava cioè Cristo come seconda Persona della SS. trinità e come Verbo Incarnato e Redentore crocifisso]. Vi è una seconda Càbala, falsa, piena di superstizioni ridicole e che si occupa anche di magia e di medicina... qual è diventata nelle mani dei rabbini [farisei e sadducei] della Sinagoga infedele [dopo il Giovedì Santo]... Una parte notevole della Tradizione, il cui deposito era stato confidato alla Sinagoga antica, consisteva nelle spiegazioni mistiche, allegoriche e anagogiche del Testo sacro; in breve tutto ciò che la Tradizione insegnava sul ...mondo spirituale (...). Questa dottrina orale, che è la Càbala,  aveva per oggetto le più sublimi verità di Fede, e riconduceva incessantemente al Redentore promesso”. (Cfr. anche Gougenot des Mousseaux,  Le judaisme et la judaisation des peuples chrétiens, Paris 1869, Henry Plon editeur, pp. 509 - 525).

Pervertimento della Càbala giudaica

«La schiavitù del popolo eletto in Egitto (1300 a. C.) e la schiavitù a Babilonia (586 a. C. circa) provocarono, nel seno di Israele, un'immensa perturbazione e la Tradizione cabalistica ortodossa finì col cadere nell'oblio. Più tardi, quando i tempi si compirono, la colpevolezza dei dottori della Sina­goga consistette... nella gelosa cura che si presero... di nascondere al popolo la chiave della scienza o l'esposizione tradizionale dei Libri santi, per la quale Israele avrebbe riconosciuto il Messia. Verso gli ultimi tempi di Gerusalemme (150 - 100 a. C.) il culto fu invaso... dal Fariseismo. L'attenzione dei dottori si rivolse, pertanto, alla teologia talmudica... La Tradizione talmudica allora..., snaturata nella sua parte essenziale, ricevette l'impuro miscuglio delle fantasie rabbiniche...». (J. Meinvielle, op. cit., Roma 1988, pp. 21-22).

Analogie tra i Sommi Sacerdoti dell’Antico Testamento e i Sommi Pontefici del Nuovo Testamento

Nel Vangelo secondo Giovanni (XI, 45-53) si legge che Gesù aveva risuscitato Lazzaro morto da quattro giorni ed allora «molti giudei credettero» (v. 45). Tuttavia altri andarono a denunziarlo ai farisei e ai Sommi Sacerdoti (vv. 46-47). Allora «i Sommi Sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio» (v. 47) per decretare giuridicamente la condanna a morte di Gesù che già avevano stabilito in cuor loro[3].

SAN TOMMASO D’AQUINO E IL SINEDRIO

L’Angelico nel suo In evangelium Joannis expositio (lezione VII, par. II, n. 1567) spiega: «a proposito di quella riunione del sinedrio emerge la malvagità dei Sommi Sacerdoti che volevano far perire Gesù […] specialmente dalla condizione delle loro persone, poiché non si trattava di semplici fedeli o popolani, bensì di sacerdoti e farisei. Ora i Sommi Sacerdoti erano a capo delle cose sacre», eppure le misconoscevano e le odiavano nella persona di Gesù.

Attenzione! la malvagità dei sacerdoti dell’Antica Alleanza non era dovuta alla loro vita privata, ma all’incredulità nei confronti del Messia promesso dalla Rivelazione divina e alla volontà perversa e addirittura deicida di farlo morire, eppure essi son chiamati da tutti e quattro i Vangeli sempre “Sommi sacerdoti”, come Giuda, che è un Apostolo, è chiamato “diavolo” dal Vangelo (Giov., VI, 70-71; XIII, 2) e nessuno tra gli Apostoli, i Padri, i teologi e gli esegeti ha ritenuto Giuda non-Apostolo o Apostolo solo in potenza e materialmente e non in atto o formalmente, ma Apostolo tout court.

Inoltre la  malizia dei membri del sinedrio è estrema proprio perché sacerdoti, che sono posti a capo delle cose sacre e costoro invece le vìolano, mentre la colpevolezza dei fedeli è molto meno grave di quella dei capi in quanto li seguono proprio perché sacerdoti.

I capi sapevano chiaramente, come insegna s. Tommaso d’Aquino, (S. Th., III, q. 47, a. 5, 6; S. Th., II-II, q. 2, a. 7, 8) che Gesù era il Messia e volevano ignorare o non ammettere che era Dio (ignoranza affettata, che aggrava la colpevolezza).

San Giovanni prosegue: «ma uno di loro di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno» (v. 49).

L’Angelico (lez. VII, par. V, n. 1574) commenta: «la persona che pronunziò la sentenza [di morte contro Gesù] viene indicata mediante il suo nome: “Caifa” e la sua dignità: “era Sommo Sacerdote”. In proposito va notato che il Signore aveva istituito (Levitico, VIII) un unico Sommo Sacerdote[4], alla cui morte soltanto doveva subentrare un successore che avrebbe esercitato l’ufficio di Sommo Pontefice a vita. Ma in seguito, col crescere dell’ambizione e dei litigi tra i giudei, fu permesso che vi fossero più Sommi Sacerdoti, che esercitassero a turno tale dignità, uno ogni anno. Essi talora acquistavano la carica, come narra Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, lib. XX, cap. 10)».

La simonia praticamente esisteva già nell’Antica Alleanza, prima di Simon mago (Atti, VIII, 18), e non era un impedimento alla legittima detenzione dell’autorità da parte di chi l’avesse sacrilegamente comprata col denaro: i Sommi Sacerdoti simoniaci non erano considerati Pontefici solo materialmente o virtualmente e non formalmente o in atto, ma Sommi Pontefici e basta.

Il “simoniaco”, nonostante sia un infedele, incredulo o ateo, che non crede a nulla neppure a Dio giacché compra col denaro cose spirituali come fossero materiali (cfr. S. Th., II-II, q- 100, a. 1), ha egualmente l’autorità spirituale che ha comprato  pure nella Nuova ed Eterna Alleanza, anche se ha commesso un peccato mortale di sacrilegio (San Pio X, Costituzione dogmatica Vacante Sede Apostolica, 25 dicembre 1904; Pio XI, Motu proprio Cum proxime, 1° marzo 1922; Pio XII, Costituzione dogmatica Vacantis Apostolicae Sedis, 8 dicembre 1945)[5].

La simonia è un peccato contro la Fede, anzi è il rinnegamento totale di essa (incredulità, infedeltà o irreligiosità) e non di uno o più articoli di Fede (eresia). Tuttavia non fa perdere l’autorità a chi l’ha rubata comprandola sacrilegamente.

San Girolamo nel suo Commento su Matteo IV (XXVI, 57) scrive: «narra Giuseppe Flavio che Caifa aveva acquistato per denaro da Erode il sommo pontificato per un solo anno. Non c’è quindi da stupirsi se questo malvagio pontefice giudica ingiustamente».

Il Vangelo prosegue e narra che Caifa disse allora: «È meglio che uno solo muoia per tutto il popolo» (v. 50) e San Giovanni aggiunge: «questo non lo disse da sé, ma, essendo Sommo Sacerdote, profetizzò» (v. 51).

Il Dottore Comune della Chiesa commenta (lez. VII, par. VII, n. 1576): «quando un uomo parla usando la propria ragione, parla da sé stesso, ma quando parla mosso da una causa superiore e per ispirazione esterna, non parla da sé»; poi (n. 1577) l’Angelico specifica: «avendo Giovanni aggiunto: “essendo Caifa Sommo Sacerdote in quell’anno”, Giovanni fa riferimento alla dignità pontificale di Caifa per dedurne che parlò in quel momento sotto la mozione dello Spirito Santo. Ciò ci fa capire che il Paraclito muove anche i malvagi[6] costituiti in autorità ad esprimere certe cose future per l’utilità dei loro sudditi». Infine (n. 1579) l’Aquinate spiega che «lo Spirito Santo non rese buona la sua [di Caifa, ndr] mente e volontà, le quali rimasero intenzionate al male, ma solo la sua lingua a pronunziarsi in maniera tale che si sarebbe compiuta la salvezza e redenzione del popolo».

S. Agostino nel suo Commento su Giovanni (XI, 49-51, Discorso XLIX) spiega: «San Giovanni evangelista attribuisce ad un disegno divino il fatto che Caifa fosse Pontefice, cioè Sommo Sacerdote».

Dio ha voluto che Caifa fosse Sommo Sacerdote perché decretasse con la bocca la morte di Gesù dovuta alla sua cattiva volontà. Tuttavia Dio mosse solo la sua lingua a profetizzare la Redenzione del genere umano mediante la morte di Cristo, ma la volontà di Caifa rimase malvagia ed egli, nonostante tutto, restò Sommo Sacerdote.

Il Vangelo secondo Matteo (XXVI, 65) narra che, quando Gesù confessò, interrogato da Caifa, la sua divinità, «il Sommo Sacerdote si stracciò le vesti». L’Aquinate nelle sua Catena aurea riporta il commento di diversi Padri della Chiesa su questo passaggio, tra cui quello di San Girolamo che è molto forte e va letto nel contesto della sua ‘Omelia 85 sul Vangelo di Matteo’ per essere capito bene: «Caifa per il fatto che si strappa le vesti mostra o vaticina che gli ebrei hanno perduto la gloria sacerdotale e che è vuoto il trono del pontefice» (Catena aurea, Expositio in Mattthaeum, cap. XXVI, lez. 16, Torino, Marietti, 1953). Ora, nel contesto dell’Omelia 85 di Girolamo in Matthaeum, si legge che «lo zelo rabbioso con cui Caifa straccia la sua veste, fu un vaticinio o una profezia della fine del sacerdozio dell’Antico Testamento, il quale sarebbe stato rimpiazzato, dopo il deicidio e la scissione del velo del Tempio, da quello del Nuovo ed Eterno Testamento sino alla fine del mondo» (Homilia in Matth., 85). Per cui il gesto di Caifa, come lo scindersi del velo del Tempio, mostra, profetizza o vaticina la fine dell’Antica Alleanza, ma ciò non significa che, secondo San Girolamo, Caifa non era Sommo Pontefice; infatti nel corso dell’Omelia 85 e del Commento IV a Matteo Girolamo continua a chiamare Caifa Sommo Pontefice come tutti i Vangeli e gli altri Padri della Chiesa. Melchior Cano (Libri XII de locis theologicis, Roma, Cucchi, 3 voll., 1900) ha posto tra i “Luoghi Teologici” la S. Scrittura, la Tradizione apostolica e patristica, i Dottori scolastici, la Liturgia, le quali sono tutte concordi nel ritenere Caifa Sommo Sacerdote e Giuda Apostolo benché deicidi e diavoli, per cui la tesi del sedevacantismo anche mitigato (Papato materiale e non formale) non è teologicamente fondata.

San Gregorio Magno nel suo Sermone XLIV, 2 scrive: «Caifa strappando tutta la sua veste si privò del suo decoro di Sommo Pontefice; infatti il Levitico (XXI, 10) insegna: “non stracciate le vostre vesti”. Lo stesso strappo che fa a pezzi il tuo abito e decoro sacerdotale presto straccerà a metà il velo del Tempio».

Sempre San Tommaso nella Catena aurea In Marcum (XIV, 63) cita San Leone Magno: «stracciandosi la veste Caifa, il Sommo Sacerdote, ignorando il significato profetico di questo gesto, si spoglia dell’onore sacerdotale[7], contravvenendo al Levitico capitolo VIII: “non rompere i tuoi vestiti”. […]. Come per dimostrare che la Vecchia Legge sarebbe finita, quello strappo del suo ornamento sacerdotale è lo stesso che tra poco avrebbe stracciato il velo del Tempio»; infine l’Angelico cita San Beda: «Caifa si straccia la veste, la tunica di Gesù non fu rotta neppure dai soldati che se la giocarono a sorte. Ciò è figura del sacerdozio dell’Antico patto, che sarebbe finito per colpa del deicidio, invece la saldezza della Chiesa, simboleggiata dalla veste inconsutile di Cristo, non finirà mai».

Inoltre tutti i versetti dei quattro Vangeli chiamano Caifa “Sommo Sacerdote” e nessuno dei Padri che li hanno commentati afferma che Caifa non fosse  Sommo Sacerdote oppure lo fosse solo virtualmente o materialmente.

GIUSEPPE RICCIOTTI E IL SINEDRIO

L’abate Giuseppe Ricciotti nella sua Vita di Gesù Cristo (Milano, Mondadori, 5a ed., 1974, 2° vol., par. 562-568, “Il Processo di Gesù davanti al Sinedrio”, pp. 642-648) chiama Caifa per ben sei volte “Sommo Sacerdote”; inoltre (pagina 647, par. 567) scrive in maniera specifica: “Chi interrogava [Gesù] era rivestito dell’Autorità Somma e Ufficiale in Israele. […]. Pericoloso che fosse, era ben giunto [per Gesù] il momento di dichiarare apertamente la propria qualità davanti all’intero Israele, rappresentato dal Sommo Sacerdote e dal Sinedrio”.

Quindi si deve concludere con i Padri della Chiesa, il Dottore Comune e gli esegeti approvati che Caifa era Sommo Sacerdote come Giuda era Apostolo.

ANTONINO ROMEO, FRANCESCO SPADAFORA E IL SINEDRIO

Monsignor Antonino Romeo nel Dizionario biblico diretto da monsignor Francesco Spadafora (Roma, Studium, 3a ed., 1963, voce “Caifas”,  pp. 94-95) scrive: «Caifa, Sommo Sacerdote ebraico […] per 18 anni consecutivi (dal 18 al 36 d. C.). […]. Il consiglio di Caifa di sacrificare Cristo per salvare il popolo contiene due significati, l’uno voluto dall’empio Sommo Sacerdote e l’altro dallo Spirito Santo ed espresso da San Giovanni nel Vangelo».

L’empietà di cui parla mons. Romeo riguarda la mancanza di pietas (S. Th., II-II, q. 80 e 101), che è una parte potenziale della virtù di giustizia (II-II, qq. 58-79), la quale ci fa dare ad ognuno ciò che gli è dovuto. Quindi la pietà riguardo Dio è la virtù di religione (ivi, q. 81) ed esige l’adorazione (ivi, q. 84). La simonia (II-II, q. 100) è un peccato di empietà o irreligiosità, che consiste nell’irriverenza verso Dio e le cose sacre volendole acquistare col denaro.  Come si vede Caifa e i Pontefici irreligiosi, empi, atei o simoniaci peccano gravemente contro la Fede intera, ma restano egualmente - giuridicamente o canonicamente - Pontefici, anche se - moralmente - sono gravemente peccatori.

IL PIGHIUS E LUTERO

Il Luteranesimo è essenzialmente un errore ecclesiologico

Ma, si chiede il Pighius contro Lutero[8], cosa unisce e fa partecipare gli uomini dell’Antica e Nuova Alleanza all’unica Chiesa di Dio e di Cristo? Non è la santità, la grazia santificante o la virtù soprannaturale di Carità (come volevano i Donatisti e poi gli Hussiti e i Luterani); altrimenti i peccatori non apparterrebbero al corpo della Chiesa, la quale è rappresentata dal Vangelo come una grande rete da pesca, che raccoglie ogni genere di pesci, e dal Pentateuco come l’Arca di Noè in cui vi era ogni specie di animali.

Ora già nel Trecento papa Giovanni XXII (Costituzione Gloriosam Ecclesiam, DB 484 ss.) ha condannato la teoria escogitata dai Fraticelli delle “Due Chiese[9], una spirituale, povera, pura e santa, di cui facevano parte solo i Fraticelli con i loro “puri” seguaci e l’altra carnale, ricca, corrotta, gerarchica, petrina con a capo il Papa e tutti gli altri cristiani “normali”. Eresia codesta che è derivato dall’errore del Montanismo del II secolo, condannato da papa San Zefirino (199-217) e dall’eresia del Donatismo del V secolo contro cui combatté Ottato vescovo di Milevi nell’Africa mediterranea corrispondente all’odierna Algeria nel 365 scrivendo 6 libri intitolati De schismate Donatistarum o Contra Parmenianum Donatistam[10] (PL XI, , 883-1104, CSEL 26) S. Agostino (Bapt., IV, 17, 24; C. ep. Parm., II, 11, 25; Sermo IV, 30, 33; Ep., XLIII, 1).

Ottato da Milevi nel 365 (De schismate Donatistarum, II, 2-3) insegna contro i Donatisti che non si può fare della sola Santità (e per di più personale) la nota essenziale e unica della vera Chiesa di Cristo. Egli spiega bene ed anticipa la confutazione fatta dal Pighius del Luteranesimo che le note della Chiesa sono anche la Cattolicità, l’Unità e l’Apostolicità. Quindi la discendenza dagli Apostoli da sola non basta (Apostolicità materiale), ma va vista alla luce della dipendenza da Pietro e dei Vescovi dal Papa (Apostolicità formale). Infatti Pietro è il Capo del Collegio apostolico e il Papa è il Capo del Corpo dei Vescovi, per cui l’unica vera Apostolicità (che è quella formale, mentre l’Apostolicità materiale da sola non basta) la si trova nella Prima Sede, che è la legittima erede della Cattedra di Pietro, cui Cristo unicamente concesse la “Chiavi del Regno dei Cieli”[11].

La dottrina insegnata da Ottato di Milevi la si ritrova nella comune Tradizione patristica, la quale insegna: «Nel passo del Vangelo di Marco (VI, 47-56) è scritto giustamente che la Nave (ossia la Chiesa) si trovava nel mezzo del mare, mentre Gesù stava da solo sulla terra ferma: poiché la Chiesa non solo è tormentata ed oppressa da tante persecuzioni da parte del mondo, ma talvolta è anche sporcata e contaminata di modo che, se fosse possibile, il suo Redentore in queste circostanze, sembrerebbe averla abbandonata completamente» (San Beda, In Marcum, cap. VI, lib. II, cap. XXVIII, tomo 4). E ancora: «La Chiesa è simile a una nave che viene continuamente agitata dalle onde e dalle tempeste, ma non potrà mai naufragare perché il suo albero maestro è la Croce di Gesù, il suo timoniere è Dio Padre, il custode della sua prua lo Spirito Santo, i suoi rematori gli Apostoli» (Sant’Ambrogio, Liber de Salomone, c. 4). Pure S. Agostino contro gli stessi Donatisti confutati da Ottato insegna che “appartengono alla Chiesa non soltanto quelli che esistono oggi, ma addirittura quanti sono esistiti e esisteranno da Adamo ed Abele sino alla fine del mondo” (Serm., 341); “La Chiesa non è una comunità fatta esclusivamente di santi, bensì una comunione mista [corpus permixtum] poiché l’intenzione di Gesù fu quella di istituire una comunità mista in cui si trovassero mescolati assieme buoni e cattivi” (De civitate Dei, XVIII, 49; cfr. De doctrina christiana, III, 45 e l’intero De Baptismo contra Donatistas, in Migne, PL, voll. 32-47, Parigi, 1841).

CONCLUSIONE

In breve la vera Chiesa in cui occorre trovarsi per salvarsi è come una città posta sopra un monte affinché possa essere vista e riconosciuta facilmente da tutti e non solo dai filosofi, dai teologi e dagli “illuminati”. Quindi l’elemento che costituisce l’essenza della società spirituale o ecclesiale non può e non deve essere invisibile (la carità, la grazia santificante, la predestinazione, il Papato solo materiale o virtuale). Occorre un elemento visibile e sensibile, che cade sotto i sensi e può essere constatato da tutti.

L’elemento visibile e sensibile, che unisce la moltitudine dei fedeli in un solo “Corpo Mistico, che è la Chiesa” (Ef., I, 23), consiste nell’ordine e sottomissione di tutti ad uno che ha il primato[12]. Infatti non esiste e non può sussistere nessuna moltitudine ben riunita e strutturata (“ratio unitatis”) senza l’ordine tra di sé e ad un certo primo principio (“ordinatio ad unum”). Quest’ordine ad unum esiste e lo si constata tra i corpi celesti, tra gli angeli che sono una gerarchia di Cori, tra le membra del corpo umano che dipendono dagli ordini del cervello, ed anche tra le api che sono sottomesse all’ape regina.

Ora, se senza l’ordine ad unum e la natura dell’unità non sussiste lo Stato civile, la città, la famiglia, a maggior ragione non può sussistere la Chiesa universale composta da popoli di tutta la terra, di lingue, culture e mentalità assai diverse. Quindi occorre un vincolo sensibile e visibile che mantiene l’unità della Chiesa e a partire dal quale si capisce facilmente chi ne fa parte o no. L’ordine è la subordinazione di tutti i membri al Capo Supremo e la natura della Società civile e spirituale esige tale ordine ad unum, tanto più che Gesù lo ha istituito nella persona fisica, reale, visibile, concreta e non astratta o virtuale del Sommo Pontefice.

Ora, secondo il Pighius, se la Chiesa deve essere una, per natura e per divina istituzione, è necessaria l’autorità e la gerarchia, ossia il Papa e l’Episcopato sparso per tutto il mondo, poiché la Chiesa di Cristo è universale o cattolica e non nazionale o particolare, né tantomeno è una conventicola. Quindi, contro Lutero, vi deve essere una distinzione gerarchica tra clero e laici, tra i consacrati e i fedeli e anche tra gli stessi consacrati vi sono una serie di gradini che fanno accedere all’unico Ordine sacro. Gesù, dunque, ha istituito la Prima Sede mediante una persona fisica, reale e viva che è il Sommo Pontefice, alla quale i fedeli, i sacerdoti e i vescovi debbono essere subordinati,  altrimenti vi sarebbero tanti scismi e “religioni” quanti sono i pastori o addirittura i fedeli[13], come  è successo ai Luterani.

Siccome tra i fedeli e tra gli stessi pastori possono sorgere delle dispute è necessario che il Capo della Chiesa abbia tanta autorità da poterle dirimere tutte con un giudizio definitivo, definitorio e obbligante tutti i fedeli, i sacerdoti e i vescovi, mantenendo così l’ordine tra i vari gradi e l’unità tra tutti i cristiani.

Le controversie non si possono dirimere ricorrendo alla sola Scrittura o alla sola Tradizione poiché la Bibbia e il Denzinger sono libri e giudici muti, che non possono rispondere alle questioni poste loro e che ognuno può interpretare a suo piacimento. Quindi è necessario che le questioni vengano sottomesse e riferite al magistero del Papa vivente in atto e non in potenza o virtualmente nella mente di qualche teologo. Il Papa non può essere un ente di ragione ma deve essere un ente reale. Quindi il Sommo Pontefice deve avere il potere di definire, obbligare e insegnare infallibilmente quale sia la vera dottrina da tenersi da tutti e quale da rigettarsi. Ora, il Signore aveva dato il medesimo potere al giudice e al sacerdote della Sinagoga mosaica: “Andrai ai sacerdoti della stirpe di Levi ed al giudice che allora sarà in carica; chiederai a loro un giusto giudizio ed essi te lo daranno. Tu eseguirai tutto quello che i capi della ‘ecclesia’ del Signore ti avranno insegnato e secondo la Legge di Dio ti atterrai alla loro definizione e non te ne allontanerai né a destra né a sinistra. Se poi uno non vorrà obbedire al comando e alla sentenza del sacerdote che sarà allora il ministro del Signore, costui varrà messo a morte” (Deut., XVII, 9-12).

A maggior ragione Dio doveva provvedere in tal modo anche e specialmente alla Chiesa della Nuova Alleanza, che è destinata a durare sino alla fine del mondo, che non è circoscritta ad un solo popolo come la Sinagoga della Vecchia Alleanza, ma a tutti i popoli del mondo intero e, quindi, le dispute dottrinali potrebbero essere più frequenti e intense per cui è ancor più necessaria l’autorità che conservi l’unità di fede e di costumi.

Ecco perché quando nella Chiesa regna un Papa non buono il principio di unità viene destabilizzato più o meno intensamente.

Quindi oggi si può parlare, in senso largo o non strettamente teologico, degli uomini di una “contro-chiesa”, che cercano di erodere modernisticamente la Chiesa cattolica dal di dentro (cfr. San Pio X, Enciclica Pascendi, 8 settembre 1907).

È il piano che la “Sinagoga di satana” (Apoc., II, 9) ha sempre avuto in mente a partire da Giuda sin dalla fondazione della Chiesa di Cristo ed ha cercato di attuare nel corso dei secoli, perseguitando la Chiesa o “Cristo continuato nella storia”, con qualche successo parziale (cfr. la crisi ariana del IV secolo, il X secolo detto “periodo bronzeo” della Chiesa; il Grande Scisma d’Occidente, il Concilio Vaticano II e il post-concilio da Paolo VI a Francesco I), ma, nonostante tutti gli sforzi dell’inferno e dei suoi accoliti, “le porte dell’Inferno non prevarranno contro di Essa”.

La fede ci assicura che anche quest’ultimo tentativo di distruggere la Chiesa di Cristo (Vaticano II) è destinato a fallire come tutti gli altri che lo hanno preceduto, come la persecuzione dell’Anticristo finale, la quale concluderà la storia dell’umanità e della Chiesa con la vittoria definitiva di Cristo[14].

“Dio salvi la Chiesa dalle colpe degli uomini di Chiesa!” (d. Francesco Putti).

d. Curzio Nitoglia

 


1] Cfr. E. Amann, in Dictionnaire de Théologie Catholique, vol. XII, col. 2094-2014.

2] Pighius, Hierachiae Ecclesiasticae assertio, Colonia, 1638, lib. I, cap. 1, folio 1 b

3] Mons. Antonino Romeo scrive: “In Israele il sacerdote (kohèn, colui che sta in piedi o assiste) appare al tempo di Mosè. Il Pentateuco parla di un sacerdozio pre-mosaico, che si innesta nella storia generale delle religioni, quando nei tempi più remoti ognuno offriva a Dio sacrifici privati. […]. Dopo, Mosè unificò le funzioni cultuali nella tribù di Levi, i leviti erano assistenti o accoliti dei sacerdoti, e il sacerdozio nella famiglia di suo fratello Aronne, che assieme a Mosè facevano parte della tribù di Levi. […]. Mosè consacrò Aronne sommo sacerdote con l’unzione del capo, questa unica consacrazione di Aronne sarebbe passata ai suoi discendenti diretti e il sommo sacerdozio al primogenito della famiglia di Aronne, mentre gli altri membri della tribù di Levi rimanevano addetti solamente al culto come ‘associati’, aiutanti o servienti dei sacerdoti. […]. I requisiti per il sacerdozio erano soprattutto la discendenza, dimostrabile mediante le tavole genealogiche, da Aronne. […]. I sacerdoti offrivano i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme, istruivano il popolo nella fede e lo guidavano nella legge col potere di chiarire ed applicare le prescrizioni, inoltre amministravano la giustizia con potere coercitivo. […]. I sacerdoti d’Israele furono spesso indegni, sin dall’inizio (i due figli di Aronne Nadab e Abiù). […]. La fine del mosaismo e la distruzione del Tempio nel 70 d. C. tolse al sacerdozio israelitico ogni ragion d’essere. Il giudaismo non ebbe più sacerdoti, né sacrificio che poteva essere offerto solo nell’unico Tempio di Gerusalemme e soltanto dai discendenti di Aronne, mentre le tavole genealogiche andarono smarrite con la distruzione del Tempio” (in Dizionario biblico, diretto da F. Spadafora, Roma, Studium, 3a ed., 1963, pp. 531-533; cfr. A. Romeo, Enciclopedia del Sacerdozio, voce “Il Sacerdozio d’Israele”, Firenze, 1953, pp. 393-498).

4] Levi era figlio di Giacobbe, vissuto nel 1700 a. C. circa, mentre Mosè visse nel 1300 a. C., ossia circa 400 anni dopo Levi, ed apparteneva alla tribù di Levi assieme ad Aronne suo fratello (cfr. Antonino Romeo, voce “Levi”, in Dizionario biblico, a cura di Francesco Spadafora, Roma, Studium, 3a ed., 1963, p. 369; cfr. A. Romeo, Enciclopedia del Sacerdozio, voce “I Leviti”, Firenze, 1953, pp. 423-435, 438 ss.).

5] Per l’analogia che intercorre tra la costituzione divina e le proprietà della Chiesa di Cristo e della Sinagoga o Chiesa dell’Antico Testamento (prima del deicidio) si veda D. P. L. B. Drach, De l’harmonie  entre l’Eglise et la Synagogue, Parigi, Mellier, 1844., tr. it., Roma, 1864; cfr. Eugenio Zolli, voce “Drach David Paul”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 1919-1920.

6] Non malvagi per vita privata moralmente peccaminosa, ma per incredulità pubblica e manifesta, in quanto avevano comprato il sacerdozio e volevano usarlo per far crocifiggere Gesù.

7] Compie un atto moralmente disonorevole, ma resta giuridicamente Sommo Sacerdote.

8] Definito da S. Lorenzo di Brindisi (Dottore della Chiesa): “Luogotenente e strumento di satana per il suo secolo” (Lutero, Siena, Cantagalli, 3 voll., 1932-1933).

9] Bisogna, quindi, fare attenzione oggi a non impiegare in senso strettamente teologico i termini “Chiesa conciliare” e “Chiesa tradizionale” ritenendo che la Chiesa gerarchica e romana abbia cessato di esistere con il Vaticano II e che la vera Chiesa di Cristo sussista solo nei Pastori e nei fedeli legati alla Tradizione.

10] Traduzione in italiano a cura di L. Dattrino, col titolo La vera Chiesa, Roma, Città Nuova, 1988.

11] Cfr. L. Dattrino, La Tradizione di Ottato di Milevi, in AA.VV., La Tradizione, forme e modi, Roma, Città Nuova, 1990, pp. 389-405.

12] Pighius, Hierch. Eccles. assertio, cit., lib. II, cap. 2, folio 47 a.

13] Pighius, Hierch. Eccl. assertio, cit., lib. III, cap. 1.

14] Cfr. A. Lémann, L’Anticristo, Proceno di Viterbo, EFFEDIEFFE, II ed., 2013; H. Delassus, Il Problema dell’ora presente, Proceno, EFFEDIEFFE, 2 voll.; II ed., 2014-2015; M. Pinay, Complotto contro la Chiesa, Proceno, EFEFDIEFFE, II ed., 2015.


 
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