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L’Incarnazione del Verbo, il silenzio di Maria e il tormento di San Giuseppe
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Nell’Incarnazione ci sono tre abissi che in sé sono insondabili e li conosceremo solo nella vita eterna: Cristo, la BVM e S. Giuseppe” (E. Hugon)

La teologia e San Giuseppe

Il principio fondamentale da cui derivano tutti i privilegi della Madonna è la sua Maternità divina. Il principio primo da cui derivano i privilegi di S. Giuseppe è di lui l’inserzione nell’ordine dell’Unione Ipostatica, ossia l’unione della natura umana alla Persona divina in Cristo(1) in quanto sposo di Maria e padre verginale del Verbo Incarnato.

S. Tommaso d’Aquino insegna che “una missione eccezionale affidata da Dio ad una persona richiede in lei una santità e una dignità proporzionata” (S. Th., III, q. 7, a. 9). Ora il compito di Giuseppe verso il Verbo Incarnato è stato il più alto dopo quello di Maria. Quindi la dignità e santità di Giuseppe è la più alta dopo quella della BVM, essa è “unica al mondo in ogni tempo” (R. Garrigou-Lagrange, La Mère du Sauver et notre vie intérieure, Parigi, 1941, p. 346).

S. Giuseppe vero sposo di Maria

S. Giuseppe fu vero sposo di Maria anche se verginale. Per S. Tommaso d’Aquino (S. Th., III, q. 29, a. 2; In IV Sent., dist. 30, q. 2, a. 2) è teologicamente certo e quindi negarlo sarebbe temerario, per Benedetto XIV (De festis BVM, lib. II, cap. 2), Francisco Suarez (In IIIam S. Th., q. 29, dist. 7, sect. 1) è di fede e quindi chi lo nega è eretico, mentre per il card. Alessio Maria Lépicier (Tractatus de Sancto Josepho, Parigi, 1908, parte I, a. 4, p. 68) è prossimo alla fede e chi lo nega è prossimo all’eresia.

Questo titolo è il principio e fondamento della Teologia di San Giuseppe. Maria si congiunge intrinsecamente e fisicamente al Verbo Incarnato, essendo sua vera Madre fisica. S. Giuseppe solo estrinsecamente e moralmente (R. Garrigou-Lagrange, La Mère du Sauver…, cit., p. 350) essendo padre reale ma soltanto putativo e non fisico di Gesù.

Giuseppe padre reale di Gesù

Dal vero matrimonio di S. Giuseppe con Maria SS. ne segue la sua speciale e reale paternità verso Gesù, che è il secondo principio e fondamento della dignità di S. Giuseppe. Giuseppe non è padre fittizio di Gesù anche se non è suo padre carnale. Tale paternità poggia su un fondamento reale che è il vero matrimonio tra Maria e Giuseppe. Per cui vi è una paternità reale anche se non fisica.

Giuseppe in quanto discendente di Davide dà a Gesù il titolo messianico

I Vangeli (Mt., I, 20; Lc., II, 4) fanno discendere S. Giuseppe da Davide. Ora il Messia doveva essere discendente di Davide, sia S. Luca che S. Matteo indicano l’albero genealogico di Gesù, riportando quello di Giuseppe in quanto discendente di Davide.

La paternità di S. Giuseppe è servita ad aver introdotto Gesù nel mondo come discendente di Davide e quindi come legittimo possibile Messia. Dunque è Giuseppe in quanto discendente di Davide e sposo di Maria a dare a Gesù il titolo messianico.

“Per mezzo di Giuseppe, e di lui solamente, Gesù era legalmente la discendenza davidica. La genealogia delle donne, infatti non contava affatto presso gli ebrei [dell’Antico Testamento], dal punto di vista legale” (G. Roschini, Vita di Maria, Roma, Bibliotheca Fides, II ed. 1959, p. 86)(2).

Padre reale ma non fisico di Gesù

Tuttavia S. Giuseppe fu padre di Gesù, non fisicamente, ma in una maniera eccelsa e singolare che non si può definire positivamente ma solo negativamente (L. Billot, De Verbo Incarnato, Roma, IV ed., 1904, p. 400 ss.), ossia S. Giuseppe non è padre naturale, fisico di Gesù. In breve, la paternità di Giuseppe è unica, singolare, nuova, di ordine superiore a quella umana naturale e adottiva.  Con il card. Louis Billot (De Verbo Incarnato, Roma, 1904, p. 400 ss.) occorre riconoscere che “nel nostro vocabolario non c’è un titolo proprio e completo per esprimere adeguatamente la singolare paternità di Giuseppe”. Infatti essa è diversa da ogni altra paternità naturale sia fisica che adottiva. È vera paternità ma singolarissima, non procede da generazione naturale, ma è una relazione tra due termini (Giuseppe e Gesù) la quale sussiste su un fondamento morale realissimo, che è il vero matrimonio di Giuseppe e Maria e la discendenza messianico/davidica garantita a Gesù da Giuseppe e non la generazione fisica come avviene umanamente parlando.

“S. Giuseppe è realmente padre di Gesù come è realmente sposo di Maria e figlio di Davide, questo è il doppio fondamento reale su cui si basa la relazione di paternità morale tra Giuseppe e Gesù. La relazione avendo un fondamento reale è anch’essa reale e non logica o metaforica” (G. Sinibaldi, La grandezza di S. Giuseppe, Roma, 1927, p. 125).

La relazione di paternità e di figliolanza fra Giuseppe e Gesù

Secondo S. Tommaso (S. Th., I, q. 13, a. 7) gli elementi della relazione, ossia rapporto di una cosa ad un’altra, sono quattro: 1°) soggetto: l’ente al quale la relazione inerisce (padre); 2°) termine: l’ente con il quale il soggetto sta in rapporto (figlio); 3°) fondamento: ciò che sostiene il rapporto tra soggetto e termine (generazione); 4°) rapporto: il vincolo che lega soggetto a termine (paternità/figliolanza). La relazione è reale se soggetto, termine e fondamento sono reali e il rapporto o vincolo è reale da ambo le parti. Ora ne caso della relazione di paternità di S. Giuseppe, il soggetto è reale (Giuseppe), il termine pure (Gesù/Messia), il fondamento anche (vero matrimonio tra Giuseppe e Maria e vera discendenza davidico/messianica di Giuseppe; fondamento morale ma vero e reale, che esiste in re anche se non fisico o carnale), infine il vincolo tra Giuseppe e Gesù/Messia è reale da parte di Giuseppe (realmente padre morale di Gesù in quanto in re sposo di Maria e figlio di Davide) e da parte di Gesù (vero figlio di Maria, che è vera sposa di Giuseppe e vera discendenza davidico/messianica di Gesù tramite il matrimonio di Giuseppe con Maria).

Per cui, con il Dottore Comune della Chiesa, possiamo concludere tranquillamente che “Giuseppe è nello stesso modo tanto padre di Gesù quanto sposo di Maria, in virtù del diritto matrimoniale e non dell’unione carnale” (S. Th., III, q. 28, a. 1, ad 1). Quindi è almeno teologicamente certo che Giuseppe è realmente padre verginale e morale di Gesù nei sensi comunemente esposti dai teologi approvati (putativo, nutrizio, adottivo)(3).

Corredenzione di Maria e di Giuseppe

Gesù apparteneva a Maria ed anche a Giuseppe, vero sposo di Maria, per diritto matrimoniale, perciò tale diritto autorizza a chiamare Giuseppe veramente padre di Gesù. Ora tale matrimonio è stato decretato da Dio in vista della Redenzione di Cristo e della Corredenzione subordinata di Maria. A tale decreto ha concorso anche Giuseppe con il suo libero consenso.

Pio XI conferma col Magistero autentico pontificio (Discorso nella sala concistoriale, 19 marzo 1928) tale asserto insegnando che “la missione di Giuseppe è la più alta (…), unica (…), quale Cooperatore all’Incarnazione e Redenzione”.

Secondo S. Tommaso vi è un nesso di causalità tra il decreto divino e il consenso di Giuseppe e di Maria in virtù del quale Cristo è frutto ed effetto del matrimonio reale tra Maria e Giuseppe. Infatti “questo matrimonio fu ordinato specialmente a ricevere ed educare la prole. La prole non è effetto del matrimonio solo in quanto è generata in esso, ma anche in quanto è ricevuta ed educata in esso, e, in questo secondo senso, Cristo è stato frutto di questo matrimonio tra Giuseppe e Maria ” (In IV Sent., dist. 30, q. 2, a. 2, ad 4). Perciò un figlio dipende dai genitori: 1°) in quanto generato da loro nel matrimonio, 2°) in quanto ricevuto e educato nel matrimonio. Ora Gesù è realmente figlio di Giuseppe in questo secondo modo.

Giuseppe è perciò unito con Gesù in un vincolo morale e strettissimo, che gli conferisce una paternità unica più che singolare, nuova e superiore. Infatti la paternità umana è grande e sorpassa quella degli animali in ragione del vincolo morale più ancora di quello fisico. Ora nel caso di Giuseppe la paternità non si fonda nel vincolo fisico, ma morale per volontà esplicita di Dio che ha decretato il matrimonio tra Maria e Giuseppe in vista dell’Incarnazione del Verbo, garantendogli il buon nome e la messianicità davidica. Come Giuseppe è unito moralmente e verginalmente a Maria quale vero suo sposo, così Giuseppe è unito a Gesù moralmente quale suo padre reale e verginale. Onde per negare la paternità reale, morale e non fisica, che unisce Giuseppe e Gesù, bisogna negare il vincolo morale e non fisico che unisce Giuseppe a Maria, il che è impossibile.

Infine la paternità di Giuseppe è elevatissima in dignità e perfezione morale per l’obbedienza che Gesù gli prestò volontariamente come capo della S. Famiglia, legittimo sposo di Maria e suo reale padre. Giuseppe godeva di una certa superiorità di autorità di pater familias, decretata da Dio, sopra Maria e Gesù (in quanto vero uomo).

Il Vangelo di San Matteo e il tormento di San Giuseppe

Il Vangelo di San Matteo (I, 18-25) è il più ricco di notizie riguardo all’Annunciazione, all’Incarnazione e alla Nascita di Gesù e presenta la figura di San Giuseppe più dettagliatamente degli altri Vangeli sinottici.

Giuseppe è discendente del re David, padre secondo la Legge di Gesù(4), capo della Sacra Famiglia. Inoltre San Matteo descrive quella che monsignor Pier Carlo Landucci (1900-1986) chiama “L’annunciazione del virgineo sposo di Maria(5) facendo un’analogia tra l’Annunciazione di S. Gabriele a Maria e quella dell’Angelo a Giuseppe.

Contemplando il Vangelo di Matteo potremo conoscere e gustare con amore soprannaturale l’atteggiamento di Maria e di Giuseppe riguardo al fatto miracoloso di Maria, che aspetta visibilmente un bambino tornando dalla casa di sua cugina S. Elisabetta a Nazareth circa tre/quattro mesi dopo l’Incarnazione del Verbo.

Il silenzio di Maria

Maria ci è presentata da San Matteo (I, 18)(6) come una donna profondamente saggia, riflessiva, prudente, giudiziosa, assennata e oculata. Durante l’Annunciazione da parte dell’Arcangelo Gabriele di essere stata scelta come Madre del Verbo Incarnato, Maria non dice che pochissime parole, inoltre nel frangente della sua visibile aspettazione di un figlio si resta stupiti davanti al suo assoluto silenzio anche nei riguardi del suo legittimo sposo, San Giuseppe, quanto al Mistero che si era compiuto in lei circa sei mesi prima.

Solo un Angelo, si reputa comunemente lo stesso San Gabriele, rivelerà il Mistero che Maria portava chiuso in sé e toglierà Giuseppe da tutte le ambasce che lo avevano tormentato durante quei penosissimi giorni.

Infatti si notarono Maria di ritorno da Santa Elisabetta i segni esteriori della maternità, ma nel medesimo tempo Ella era “fidanzata” verginalmente con Giuseppe.

Il fidanzamento nell’Antico Testamento non era come nel Nuovo Testamento una promessa di matrimonio, ma era un contratto perfetto e legale di matrimonio. Quindi Giuseppe e Maria erano legalmente marito e moglie (G. Ricciotti, Vita di Gesù, Milano, Rizzoli, 1946, § 231; U. Holzmeister, De Sancto Josepho quaestiones biblicae, Roma, 1945, p. 69 e 71), che potevano lecitamente avere relazioni matrimoniali, ma non avevano ancora compiuto il passo dell’entrata solenne della sposa nella casa dello sposo, la quale avveniva dopo un anno dal matrimonio o “fidanzamento”, l’unica novità era la coabitazione pubblica e stabile. È per questo motivo che San Matteo (I, 19) chiama Giuseppe e Maria “marito e moglie” (cfr. Lc., I, 27; II, 5)

Ora era proprio solo questa coabitazione che mancava a Maria e Giuseppe quando la prima tornò dal suo viaggio e soggiorno da sua cugina Santa Elisabetta, che aspettava nonostante l’età avanzata un figlio: S. Giovanni Battista.

Umanamente il silenzio di Maria specialmente con il suo legittimo sposo ci pone degli interrogativi. Infatti Ella avrebbe dovuto parlarne con Giuseppe 1°) per la sua autorità di marito (il femminismo non esisteva ancora); 2°) per la sua dignità di capo famiglia, cui apparteneva la persona della sposa e la prole (anche la parità dei sessi era una “conquista democratica” non ancora avvenuta) e 3°) per impedire lo strazio e il tormento di Giuseppe.

Infatti Giuseppe era stato prescelto da Dio come vero sposo di Maria e padre legale di Gesù. Quindi lo aveva dotato delle grazie necessarie per svolgere bene una così sublime missione. Inoltre tra Maria e Giuseppe regnava un’armonia di sentimenti e di spirito perfetta e pienissima, senza la quale la Sacra Famiglia avrebbe avuto una grave mancanza nel suo perno. Quindi da un punto di vista naturale Maria si sentiva inclinata ad aprirsi con Giuseppe, confidandogli il segreto dell’Annunciazione angelica e impedendo il tormento del cuore del suo castissimo sposo.

Eppure Maria taceva totalmente, capiva lo strazio del suo sposo, avrebbe potuto intonare un’altra volta il Magnificat per spiegare - come aveva fatto con S. Elisabetta - il Mistero dell’Incarnazione del Verbo nel suo seno, ma non lo fece. A noi potrebbe sembrare insensibilità, durezza di cuore, ma vi doveva essere una ragione profondamente soprannaturale per permettere tanto dolore per i due sposi. Infatti è impossibile che Maria non soffrisse anch’essa di questa situazione. Qui vi è un Mistero profondissimo da scandagliare alla luce della divina Rivelazione.

È impossibile che si sia trattato di un silenzio pudico di una giovane riservata divenuta miracolosamente madre “per opera dello Spirito Santo”, anzi la natura avrebbe spinto Maria ad onorare l’autorità maritale di Giuseppe, a sgravarsi il cuore in pena rivelando l’Incarnazione del Verbo nel suo seno come aveva fatto, mossa da Dio, con S. Elisabetta.

Il motivo di questo silenzio va cercato nell’uniformità totale di Maria alla volontà di Dio amato sopra ogni cosa. E siccome era ben conscia che tutto ciò che le era avvenuto era stato preparato da Dio, così lasciò a Dio lo svolgimento e il compimento del Mistero dell’Incarnazione del Verbo. Ella si abbandonò totalmente al Signore e se Dio non aveva voluto rivelar nulla a Giuseppe, mentre lo aveva rivelato ad Elisabetta non appena Maria entrò nella sua casa, Ella ritenne saggiamente di lasciar fare al Signore poiché un motivo, che a lei sfuggiva, doveva pur esserci e bisognava lasciar fare a Dio e aspettare con fiducia e pieno abbandono alla divina Provvidenza.

Padre Gabriele Roschini († 1977) scrive: “allorché Maria ritornò a Nazareth, e incominciarono a rendersi visibili i segni della maternità, Ella dovette chiedersi in che modo Dio avrebbe salvaguardato davanti a Giuseppe la sua verginale purezza. […]. Questo pensiero capace di sconvolgere un’anima meno elevata, lasciò nella più grande pace e serenità d’animo Maria. Ella sentiva di essere uno strumento nelle mani del Signore. Si abbandonò quindi completamente a Lui. La Vergine Santissima pensava che Dio stesso si sarebbe dato pensiero di regolare la sua posizione di fronte a Giuseppe. […]. Ella ritornò a Nazareth e si presentò a Giuseppe con la sua solita imperturbabile calma e serenità, senza il più lieve segno di imbarazzo. […]. Maria, però, dovette sùbito notare il turbamento di Giuseppe, ma non sentendosi autorizzata a rivelare il grande segreto del Re, che l’esaltava al disopra di ogni creatura umana, tacque” (Vita di Maria, Roma, Bibliotheca Fides, 1959, pp. 131-132).

Gli esempi di S. Elisabetta, di S. Zaccaria, di S. Giuseppe e della Madonna

Nei Vangeli si legge come Dio ha stabilito di intervenire direttamente in tutti i minimi particolari della nascita del Salvatore. La visitazione a Santa Elisabetta era stata suggerita da S. Gabriele a Maria ed Elisabetta aveva mantenuto un contegno tutto ripieno di riservatezza, come poi farà Maria, il Vangelo ci rivela che Elisabetta “si tenne nascosta per cinque mesi” (Lc., I, 24), vale a dire per tutto il tempo in cui si iniziava a vedere la sua gravidanza. Il motivo di tale nascondimento, secondo mons. Landucci (Maria Santissima nel Vangelo, cit., p. 104), non era la vergogna di essere diventata madre in tarda età, anzi la maternità nell’Antico Testamento toglieva la vergogna alla sterile, tant’è vero che Elisabetta fece una gran festa pubblica alla nascita di suo figlio (Lc., I, 58).  La vera ragione era il gran rispetto di Elisabetta verso il Mistero che Dio aveva operato in lei, rispetto e riservatezza che ritroviamo in Maria. Allo stesso modo la mutolezza temporanea di Zaccaria è analoga al silenzio di Giuseppe che non vuol chiedere nulla a Maria. Giuseppe e Maria rimisero nelle mani di Dio il momento della rivelazione del Mistero. Non si mettono in primo piano, non si scattano i “selfi”, non propagandano la loro melliflua “umiltà”, ma tacciono, si nascondono, pregano e aspettano l’azione di Dio.

“Fuge, tace et quiesce!”

Ecco la grandezza del silenzio, che noi uomini moderni non sappiamo più concepire. Sant’Agostino ci insegna: “Silentium Christus est / il Silenzio è Gesù Cristo”. Il silenzio di Dio che non dice nulla a Giuseppe se non dopo qualche tempo di atroce sofferenza interiore. Silenzio di Maria che imita Dio e di Giuseppe che capendo il Mistero verificatosi in Maria aspetta tacendo.

L’insegnamento che ci offre la divina Rivelazione in questo frangente è il saper attendere con fiducia il momento di Dio, cosa che non seppero fare gli Apostoli quando la barca di Pietro stava per essere inghiottita dalle onde del Lago di Genezareth e che costò loro il severo rimprovero di Gesù: “perché avete dubitato, uomini di poca fede!”.

Le angosce di San Giuseppe

La virtù di Giuseppe è correlativa a quella di Maria come quella di costei lo è a quella di Gesù. Essi formano una specie di santa “Triade”, considerando l’umanità di Cristo. Giuseppe è il Padre, Gesù il Figlio e Maria è l’Amore verso l’uno e l’altro.

Mons. Landucci dimostra in maniere magnificamente apodittica come San Giuseppe non era per nulla convinto della minima colpevolezza di Maria. Infatti il Vangelo ci narra che Giuseppe “essendo giusto non voleva esporre Maria ad infamia” (Mt., I, 19). Siccome nell’Antico Testamento (Deut., XXII, 20-24) rimandare l’adultera a casa era un dovere sanzionato dalla legge, se Giuseppe fosse stato convinto di ciò, essendo “giusto” l’avrebbe dovuta rinviare.

Anzi, prosegue il Landucci, il dubbio in Giuseppe sarebbe stato un’assurdità morale e psicologica. Infatti nella sacra Famiglia sarebbe rimasta sempre la momentanea macchia del dubbio del capo famiglia sull’onestà della Madre di Dio e conseguentemente su Gesù stesso. Ora come Maria è Immacolata sin dal primo istante della sua Concezione poiché non era conveniente che la Madre di Dio fosse stata anche per poco tempo priva di grazia santificante e quindi schiava di satana per la macchia del peccato originale così non conveniva che la Sacra Famiglia fosse maculata anche per poco dal dubbio sull’onestà della Madre di Dio da parte del più grande dei Santi, cui si deve il culto di primo-dulia.

Quindi ciò significa che Dio non solo ha permesso, ma ha voluto positivamente sottomettere Giuseppe alla prova del tormento non avendogli voluto inviare l’Angelo un po’ prima a rivelargli il Mistero e senza aver ispirato Maria a rivelare l’Arcano.

Maria aveva fatto il voto di castità e certamente lo aveva detto a Giuseppe quando si “fidanzarono”, il suo contegno durante la gravidanza non rivelata a Giuseppe, ma notata da lui fu sempre improntato ad un’espressione luminosa di perfetta castità ed assoluta serenità. Ora se Ella avesse peccato nascostamente, il suo candore e la sua serenità sarebbero state una menzogna ancor più rivoltante e ipocrita. Perciò un dubbio da parte di Giuseppe avrebbe significato che secondo lui Ella non solo era una peccatrice, ma anche una spudorata mentitrice. Quindi restava solo l’ipotesi di un intervento divino su Maria, che Giuseppe intravedeva, ma non conosceva nei dettagli. Egli non volle chieder nulla a Maria, pur avendone il diritto come legittimo sposo, per rispettare il di Lei silenzio, il che esclude il minimo dubbio da parte di Giuseppe su Maria.

Padre Gabriele Roschini concorda sostanzialmente col Landucci ed inoltre spiega: “Giuseppe giudicò cosa prudente non emettere giudizio alcuno. […]. Giuseppe si mostrò giusto nel pensare, poiché sospese prudentemente ogni giudizio. Si mostrò giusto nel decidere, poiché si attenne ad una via di mezzo, salvando i diritti di Maria e quelli della Legge” (Vita di Maria, Roma, 1959, p. 135 e 137).

Tolto ogni dubbio sull’onestà di Maria, che appariva eccellentemente dal suo contegno celestiale, resta da “spiegare” il Mistero divino. San Girolamo (In Matt., I, 19) scrive: “Giuseppe conoscendo la castità di Maria e stupito di ciò che stava accadendo, nasconde nel silenzio ciò di cui ignora il Mistero”. Certamente Giuseppe capiva che si trattava di un Mistero divino. Infatti esclusa una causa naturale della gravidanza di Maria non restava che l’intervento miracoloso dell’Onnipotenza divina e il silenzio, unito alla calma e serenità, di Maria confermavano questa tesi. Certamente Giuseppe era conscio di ciò e da una parte se ne rallegrava. Tuttavia restavano le angosce sul cosa fare.

L’atteggiamento di Giuseppe è simile a quello di Maria: silenzio, riflessione, pace mista a grande tormento. Maria soffriva alla vista dei turbamenti di Giuseppe. Giuseppe non sapeva con certezza cosa fare di fronte ad un avvenimento miracoloso che lo riguardava così da vicino.

S. Giuseppe, come Maria, era saggio, riflessivo, prudente, giudizioso, assennato e oculato. Anch’egli è pensoso, ripieno del dono del consiglio, che perfeziona la virtù di prudenza e raccolto in profonda riflessione “non volle esporre ad infamia Maria” e “decise di separarsi da Lei occultamente” (Mt., I, 18-19). Quindi egli aveva una volontà ferma e ben decisa, frutto di un profondo ragionamento accompagnato dalla preghiera, di non infamare Maria, inoltre aveva in cuor suo — mista ad un’una interna trepidazione ricolma di santa umiltà — l’idea di rinviarla occultamente, come ci fanno capire meglio le parole che gli rivolgerà l’Angelo “non temere Giuseppe” (Mt., I, 20), le quali ci mostrano Giuseppe addolorato di rimandarla nascostamente in preda ad una certa umile trepidazione e solo le parole dell’Angelo gli faranno cambiare opinione.

Si noti l’analogia con il timore di Maria quando l’Angelo le appare e le dice che il Messia nascerà da Lei, Ella ne fu turbata e ne provò un certo timore d’umiltà: “come avverrà ciò? Io non conosco uomo” e solo quando l’Angelo la rassicura che concepirà verginalmente per opera dello Spirito Santo Maria pronuncia senza esitare il suo “fiat”. L’analogo turbamento di Giuseppe riguarda il fatto, non il principio. Egli è convinto quanto al principio che in Maria non c’è colpa, ma umilmente è fortemente inclinato in pratica a rimandarla a casa occultamente per non infangarla e non sentendosi degno di stare assieme a due creature così eccelse come Maria e il di Lei figlio. Il suo atteggiamento richiama la domanda di Maria: “come avverrà questo?”... io non sono all’altezza.

Si ammirano in Giuseppe la grande fede nel credere al miracoloso intervento divino riguardo alla gravidanza di Maria, l’inchinarsi davanti al silenzio di Dio e di Maria, l’umiltà nel rinunciare al diritto maritale di chiedere spiegazioni ad una sposa che è eccezionalmente toccata da Dio e infine la conformità alla volontà di Dio, che rappresenta il vertice della carità, ossia della perfezione spirituale.

Questo abbandono a Dio non toglieva la sofferenza o il tormento dai cuori di Maria e di Giuseppe, sino a che Dio Padre, mediante l’Angelo, non rivelerà il Mistero compiutosi in Maria: è Madre di Dio Figlio per opera dello Spirito Santo e gli ordina di prenderla con sé.

Dio ha domandato a Giuseppe come ad Abramo una sorta di “sacrificio di Isacco”, che Abramo avrebbe immolato se l’Angelo non avesse bloccato il suo braccio, così Giuseppe avrebbe rinviato occultamente Maria se Dio non gli avesse ordinato, tramite l’Angelo, di tenerla con sé.

Maria tacendo lascia fare alla Provvidenza e a Giuseppe. Giuseppe tacendo sta per rinviare Maria. Ma tutti e due sanno che al momento opportuno Dio interverrà e attendono, come fece il povero Giobbe abbandonato da tutti e insultato dalla moglie.

La quiete dopo la tempesta

Miscens gaudia fletibus / Dio ha mischiato le gioie con i dolori”. Infatti quando le cose erano giunte ad un punto umanamente critico Iddio intervenne e dissipò ogni turbamento, un Angelo apparve a Giuseppe e gli disse: “Non temere di prendere Maria con te […]. Ella darà alla luce un Figlio e lo chiamerai col nome di Gesù” (Mt., I, 20). E il sole tornò a splendere.

In sogno l’Angelo rivela il Mistero a Giuseppe e lo incoraggia a tenere con sé Maria, non un istante prima né uno dopo il permesso di Dio, che ricompensa così color che sanno attendere e sperare.

Il motivo per cui Giuseppe riteneva di doversi separare da Maria è la sua profonda umiltà che non gli consentiva di stare accanto ad una creatura così intimamente toccata, innalzata e beneficata da Dio(7).

Giuseppe dopo il sogno “destatosi fece come gli aveva comandato l’Angelo e prese con sé la sua sposa” (Mt., I, 24). Nessuna scomposta manifestazione di esultanza egocentrica, nessuna ovazione da papa-boys, nessun ripiegamento trionfante su di sé, finalmente sgravato da ogni ambascia egli si dimentica di sé e sùbito agisce per fare ciò che gli è stato comandato, senza perdere tempo e sprecare fiato. Che lezione per noi in questi tempi di carnevalate continue.

Giuseppe abbraccia la sua missione onorevolissima ma delicatissima e ripiena di responsabilità e foriera di dolore. Egli è stato prescelto ad essere padre putativo dell’Uomo dei dolori, una spada trapasserà anche il suo cuore come quello di Maria Addolorata.

La dignità e il culto di S. Giuseppe

La dignità di Giuseppe non è come quella di Maria, ossia un mondo speciale che sta in mezzo tra Dio e i Santi, terminando fisicamente e intrinsecamente all’ordine dell’Unione Ipostatica. Giuseppe appartiene all’ordine della grazia come tutti i Santi, ma in maniera più alta di tutti loro.

Infatti avendo partecipato all’Unione Ipostatica o all’Incarnazione del Verbo in maniera reale, formale/esplicita (coscientemente e volontariamente), ma solo morale, estrinseca ed indiretta, non fisica e diretta come Maria (S. Tommaso, S. Th., III, q. 7, a. 13, ad 3; Cajetanus, In IIam-IIae, q. 103, a. 4), è il primo di tutti i Santi.

Giuseppe ad imitazione di Maria e Gesù, si sottomise pienamente al Volere di Dio, offrì sé stesso in Sacrificio dolorosissimo assieme e subordinatamente a quello secondario di Maria SS. e principale di Gesù per la Redenzione (R. Garrigou-Lagrange, De praesentia S. Joseph, in «Angelicum», n. 5, aprile-giugno 1928, p. 211 ss.; Id., La Mère du Sauver et notre vie intérieure, Parigi, 1941, pp. 342-361). Perciò con l’Angelico possiamo concludere che Giuseppe “partecipò più di ogni altro, dopo la Madonna, alla Passione di Cristo” (S. Th., III, q. 46, a. 5, a. 6).

Leone XIII (Enciclica Quamquam pluries, 15 agosto 1889) insegna: “non vi è dubbio che Giuseppe si sia avvicinato più di qualsiasi altro alla altissima dignità della Madre di Dio”. Pio XI (Discorso del 2 aprile 1926) insegna: “tra Dio e Giuseppe non c’è né può esservi un’altra persona se non Maria vera Madre di Dio”.

All’obiezione esegetico/teologica che la S. Scrittura rivela: “tra i nati da donna non ve n’è nessuno superiore a Giovanni Battista” (Mt., XI, 11) si risponde che bisogna bene interpretare il significato del versetto evangelico.

Cornelio A Lapide insegna che “è più degno essere padre e nutrizio di Cristo che il suo precursore” (Comm. in Matth., XI, 11).

Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange (De praesentia S. Joseph, in «Angelicum», n. 5, aprile-giugno 1928, p. 195 e 202) riprende la distinzione operata da p. Cornelius A Lapide.

Inoltre i Padri, i Dottori e gli Esegeti approvati leggono questo versetto di Matteo applicandolo solo al dono di profezia e non alla santità. Quindi Giovanni Battista è stato il massimo dei profeti o meglio “precursore” perché indicò Cristo presente e venuto mentre gli altri Profeti lo annunziavano venturo (S. Ilario, Comm. in Matth., XI, 6, PL 9, 981; S. Girolamo, Comm. in Matth., XI, 9, PL 26, 78; S. Giovanni Crisostomo, Homil. XXXVII in Matth., PG 57, 421; S. Agostino, Sermo CXCVII, PL 39, 211; S. Cirillo d’Alessandria, Thesaurus, n. 101-106, PG 75, 167-175; S. Tommaso d’Aquino, Comm. in Matth., XI, 11; Cajetanus, Comm. in Luc., XVII, 24-30). Quindi la lode di Giovanni non è relativa alla santità di tutti gli uomini, ma alla grandezza di tutti i profeti (L. Billot, De Ecclesia Christi, Roma, 1909, p. 74; M. J. Lagrange, Evangile selon St. Luc, Parigi, 1925, p. 221).

All’obiezione liturgica secondo cui nelle Litanie dei Santi Giuseppe viene dopo il Battista si risponde che l’ordine delle Litanie non cerca di stabilire il grado di maggiore santità. Anzi proprio per evitare questo disordine (per esempio, voler sapere se S. Antonio è più santo di S. Francesco) il card. Prospero Lambertini ha scritto: “non si deve ammettere come certo che la Chiesa segua, nelle Litanie dei Santi, un ordine il quale va da una maggiore ad una minore santità, la qual cosa è pericolosa. Infatti chi potrebbe dire che S. Antonio è stato più grande in santità di S. Lucia?” (De canoniz. Sanct., lib. IV, parte II, cap. 20).

Da ciò segue che il culto (cfr. S. Tommaso, S. Th., II-II, q. 102, a. 2), dovuto a S. Giuseppe non è di latria (adorazione), che spetta solo a Dio, neppure di iperdulia (super-venerazione), che spetta solo a Maria (S. Th., II-II, q. 103, a. 4, ad 2; III, q. 25, a. 5; Sacra Congregazione dei Riti, Decreto del 1° giugno 1884) come ordine specificamente diverso da quello divino e quello della grazia dei santi (dulia), ma è quello di proto, prima o somma dulia, S. Giuseppe è il primo dei Santi. Quindi Giuseppe è nel medesimo ordine dei Santi, quello della dulia e non in quello specificatamente diverso della partecipazione all’ordine dell’Unione Ipostatica che è quello di iperdulia che spetta a Maria. Cfr. S. Bernardino da Siena (Sermo de Sancto Joseph, a. 2); Cornelio Alapide (Comm. in quatuor Evangelia, tomo IV, parte I, cap. 4, par. 7); A. M. Lépicier (Tractatus de S. Joepho., cit., parte III, a. 2, p. 274); R. Garrigou-Lagrange (De praesentia S. Joseph, in «Angelicum», n. 5, aprile-giugno 1928, pp. 207-208).  

Conclusione

La proclamazione di S. Giuseppe a Patrono della Chiesa universale fatta da Pio IX (8 dicembre 1870, Decreto S. Congregazione dei Riti Quaemadmodum Deus) è il riconoscimento solenne della sua singolare anzi unica grandezza. “Per tal motivo il Santo continua nella Chiesa il suo alto ufficio di capo della S. Famiglia, e prosegue nel Corpo Mistico di Cristo quella missione che svolse, insieme con Maria, intorno alla Persona del Salvatore. Per la sua universalità questo patrocinio ha delle analogie con la Maternità spirituale di Maria e la sua universale Mediazione nella Distribuzione di tutte le grazie” (Gaetano Stano, voce “Giuseppe, santo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, col. 802).

All’inizio del Novecento Leone XIII ci ha dato un labaro sotto cui combattere la modernità: il Sacro Cuore di Gesù, nella prima metà del Novecento a Fatima la Madonna ci ha spronati a ricorrere anche al suo Cuore Immacolato come vessillo di trionfo, arrivati al 2000 forse è necessario pure ad essi anche la bandiera di S. Giuseppe per sostenere l’ultima battaglia verso “la Sinagoga di satana” (Apoc., II, 9) che è oramai scatenata nella lotta contro la Chiesa di Cristo. Non scordiamoci che S. Giuseppe è il Patrono Universale della Chiesa. Questa è la “Triade” santa alla quale dobbiamo ricorrere oggi, sicuri della vittoria finale.  Iniziamo il 2107, centenario dell’apparizione della Madonna a Fatima, sotto il manto di San Giuseppe suo castissimo sposo e protettore della S. Famiglia e della Chiesa.

“Nell’Incarnazione ci sono tre abissi che in sé sono insondabili e li conosceremo solo nella vita eterna: Cristo, la BVM e S. Giuseppe” (E. Hugon, El Rosario y la santitad, Barcellona, 1935, p. 113).

In questa vita cerchiamo di unirci a Gesù per vederlo faccia a faccia nell’eternità tramite la vera devozione alla Vergine Maria e a San Giuseppe.

Raccomando, perciò, al lettore lo studio accurato di Maria Santissima nel Vangelo di mons. Pier Carlo Landucci (Roma, Paoline, ultima edizione 2000).

d. Curzio Nitoglia



1) S. Th., III, q. 1, a. 1.
2) La Vita di Maria del famoso mariologo Gabriele Roschini (1900-1977) ha avuto una prima edizione in Roma nel 1945 in una forma molto ampia e ricca di notizie e delucidazioni relative, corredata da un abbondantissimo apparato critico e da una sovrabbondanza di citazioni e di bibliografia. Nel 1947 l’Autore ne ha fatto un’edizione ridotta che conservava della prima, pur ridotta all’essenziale, una sostanzialmente completezza rendendola accessibile a tutti. Nel 1959 è uscita la seconda edizione del compendio del ‘47 edita dalla Bibliotheca Fides di Roma che è quella da me citata e che sarebbe opportuno ristampare.
3) Il card. Cajetanus commenta: “Giuseppe era sposo della BVM, e quindi, giustamente si chiama padre reale e legale di Gesù” (Super Lucam II).
4) Si noti la differenza tra Giudaismo veterotestamentario (buono ma imperfetto) e Giudaismo talmudico (intrinsecamente anticristiano e quindi perverso). Infatti il primo fa risultare la discendenza dal padre, mentre il secondo dalla madre. Il perché è semplice e molto “carnale” come è “carnale” il Giudaismo talmudico ed anti-biblico. “Mater semper certa, pater numquam”, volendo essere assolutamente certi della discendenza ebraica, che sola concederebbe il diritto al dominio su questo mondo non esistendo un aldilà, i talmudisti si basano sulla certezza biologica assoluta di essere figlio di madre ebrea. È il culto della razza messo al di sopra il culto del Messia, che per i talmudisti non è una persona divina, la quale dà la salvezza dell’anima a tutti gli uomini di ogni Nazione, ma solo all’etnia israelitica per la sola supremazia temporale su questa terra. Invece nell’Antico Testamento, perfezionato dal Nuovo ed Eterno Testamento, la discendenza dipendeva dal padre, che avrebbe assicurato la figliolanza davidica e quindi la messianicità spirituale del Salvatore delle anime del mondo intero. Siccome il Messia è vero Dio e vero uomo, l’elemento biologico o razziale è secondario nella Bibbia (spirituale) e principale nel Talmud (carnale), che rappresenta la contro-chiesa o “Sinagoga di satana” come la chiama l’Apostolo S. Giovanni (Apoc., II, 9; III, 9). Di qui l’inconciliabilità tra il Giudaismo attuale o post-biblico e il Giudaismo mosaico veterotestamentario e il Cristianesimo, che perfeziona e presuppone l’Antico Testamento, con il quale forma la Bibbia intera.
5) Maria Santissima nel Vangelo, Roma, Paoline, (1945), IV edizione, 1954, p. 99.
6) “Essendo la madre di Lui, Maria, sposata a Giuseppe, fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe, suo sposo, essendo giusto e non volendo esporla, deliberò di rimandarla segretamente”.
7) Mons. Landucci (op. cit., p. 116) non segue questa ipotesi, a me tuttavia sembra la più plausibile e in questo mi discosto riverentemente dall’Autore.



 
 
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