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I segreti di cielo rimasti nascosti alla terra
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Recentemente, da una donna di famiglia, ho sentito pronunciare una frase essenzialmente vera: “Ho tanti difetti [nel mio agire come madre], ma nel commettere errori penso al vero bene dei miei figli”.

In un biografia di San Bernardo a cura di Jean Leclercq (benedettino dell’abbazia di Clairvaux) leggo che, eccezion fatta del Verbo, il quale si è unito alla natura umana in Gesù con totale perfezione, l’integrazione con la grazia di Dio in un essere umano, che permane nella condizione di peccatore, non è mai un successo totale ed assoluto. Le condizioni della santità consisterebbero nell’accettazione coraggiosa di un parziale insuccesso (da cui promana per noi peccatori l’umiltà), nel distacco da sé, ma al tempo stesso nello sforzo sostenuto, incessantemente ricominciato per superarsi senza disperazione, e quindi per perdersi e desiderare sempre più di unirsi alla vita ed alla Persona di Cristo, che è la stessa umiltà.

Se il santo non è dunque una creatura senza difetti (non è il perfetto della gnosi), ma è un cristiano che conosce i propri limiti, riconosce le proprie debolezze, e ciononostante è fedele nella sequela, così la vocazione di una madre – evidentemente tanto eccelsa se anche lo stesso Dio ne ha voluta una per Sé –, così ben espressa nella frase di apertura, racchiude una “ascesi” del tutto simile a quella della santità.

La vita di San Bernardo fu paragonabile ad una vocazione “materna”: il desiderio di educare i suoi “figli”, desiderio manifestato attraverso le sue innumerevoli opere, la vittoria riportata sulla sua natura di uomo e sul suo carattere (un ardore combattivo ed un certo gusto per il comando lo contraddistinguevano) e sull’ambiente in cui visse (il tipico ambiente cavalleresco della nobiltà borgognona del XII secolo) ci insegnano che si può essere un uomo di Dio senza cessare di essere un uomo. Il “conflitto” si risolve, come fu per S. Bernardo, nella coscienza dei propri limiti, delle proprie tentazioni, delle proprie debolezze, riconoscendole non solo davanti a Dio, ma anche davanti gli uomini.

Ho tanti difetti (quale uomo macchiato dal peccato originale), ma la vittoria riportata su di essi si riversa come vero bene dei miei figli” [nel caso di Bernardo figli spirituali]. La grazia d’altronde, come insegna S. Tommaso, “presuppone la natura, non la distrugge ma la perfeziona”.

Si nota una forte similarità tra una vita di santità, quella dell’uomo che dedica la sua esistenza a Dio in una continua ascesi unificante, e quella di una madre; vie distinte e certamente diversamente toccate dalla grazia, ma che non si arrendono alla loro natura (da qui nasce l’ascesi). A volte una madre può essere una grande santa nel senso classico del termine (è il caso di Santa Brigida di Svezia).

Ma il fomite del peccato pur sempre rimane; è la medica croce che dobbiamo portare quali figli di Eva, che Cristo è venuto a portare insieme a noi nella sua moltiplicata misericordia, di Dio e di Uomo. È la modalità attraverso la quale opera il Creatore per sanarci: attraverso le tribolazioni (grandiose quelle dei santi), nel sentirci mordere dagli impulsi della naturale vanità umana; cosicché, nel recepire gli effetti della grazia sopra di noi, non dimenticano mai, inorgogliendoci, quello che siamo (è il pungolo della carne di San Paolo).

In tutta la storia vi fu una sola eccezione (laddove non c’era nulla da guarire): in Maria noi vediamo entrambe le vocazioni, di madre e di santa, assunte in totale perfezione. Madre e Donna perfetta, senza alcun difetto d’azione nel suo agire “per il vero bene” del Figlio divino, Maria visse di un amore materno incontaminato (senza i difetti naturali di ogni madre) e di un amore senza fine per miriadi di figli spirituali (smisuratamente più eccelso di quello portato da un S. Bernardo e da un padre Pio).

L’immenso bene scaturito dal cuore di Maria dovette passare per un “male” altrettanto immenso (il dolore più alto che una creatura mai sperimentò fu in Maria durante la Passione); ecco perché una tal Madre meritò una tal Figlio: perché ne condivise fino in fondo il peso doloroso che richiedeva la salvezza dell’uomo.

Il libro di padre Roschini

A poche settimane dall’anniversario di Fatima, pubblichiamo il nostro primo libro interamente dedicato alla Santa Vergine; un progetto editoriale non premeditato ma sopraggiunto per pura coincidenza in questo periodo. L’ispirazione proviene dal caro amico don Curzio Nitoglia, che ci ha suggerito “Vita di Maria” di padre Gabriele Roschini paragonandolo alla più celebre Vita di Gesù Cristo dell’Abate Giuseppe Ricciotti.

“La Vita di Maria del famoso mariologo Gabriele Roschini (1900-1977) – ha scritto Nitoglia in un recente articolo – ha avuto una prima edizione in Roma nel 1945 in una forma molto ampia e ricca di notizie e delucidazioni relative, corredata da un abbondantissimo apparato critico e da una sovrabbondanza di citazioni e di bibliografia. Nel 1947 l’Autore ne ha fatto un’edizione che conservava della prima, pur ridotta all’essenziale, una sostanziale completezza rendendola accessibile a tutti. Nel 1959 è uscita la seconda edizione del compendio del ’47 edita dalla Bibliotheca Fides di Roma che è quella da me citata e che sarebbe opportuno ristampare”.

Avendo celermente accolto l’invito di don Curzio – ripubblicando così nella collana dei Classici un altro libro scomparso ed introvabile – l’obbiettivo che oggi vorremmo raggiungere nel ripubblicare l’opera di padre Roschini è quello di voler suggerire ai lettori uno scritto sulla Madre di Dio che sia realmente degno di tal nome, e che, dunque, sia al tutto equilibrato, chiaro e preciso.

Sulla vita della Vergine, è vero, sono stati scritti migliaia di libri; tutti i Padri ne hanno trattato; la stragrande maggioranza dei teologi ne ha cantato le eccellenze e le lodi; non sempre però tali ricostruzioni sono risultate accurate e totalmente scevre da imprecisioni. Laddove le fonti della Tradizione sulla figura di Maria abbondano di molto materiale, tale materiale andrebbe sempre comparato sia alle fonti scritturistiche che a quelle teologiche; sono questi i tre campi (Tradizione, Scrittura, Teologia) che vanno necessariamente indagati a fondo per poter ricostruire la vita di Maria con interezza e con fedeltà assoluta, specialmente per quanto concerne la figura storica della madre del Verbo, la quale riuscirebbe del tutto incompleta se, oltre che sugli avvenimenti della sua vita, rivelatici dalle fonti scritturistiche e tradizionali, “non fissassimo attentamente e di continuo lo sguardo sulla sua singolarissima psicologia considerata alla luce della scienza teologica” — precisa Roschini.

Se pensiamo che addirittura alcuni tra più famosi Padri della Chiesa, come ad esempio Sant’Ambrogio, Sant’Agostino o il Crisostomo, in poche e rarissime sfumature commisero qualche piccolissima imprecisione trattando della biografia di Maria nei loro studi (ovviamente non imprecisioni in materia di fede!), ci potremo rendere conto del rischio che realmente si corre nell’affrontare un tale argomento senza una profondissima dotazione esegetica e teologica (qualità che contraddistinsero padre Roschini, che fu dottore in filosofia e maestro in sacra teologia, e che consacrò l’intera sua vita alla Madonna, che amò con pietà profonda e illustrò con la predicazione e con l’insegnamento ininterrotto nell’arco di oltre mezzo secolo).

Ci si presenta quindi indispensabile la Teologia — scrive Roschini. È impossibile, infatti, presentare una figura completa di Maria, e, soprattutto, una interpretazione esatta ed adeguata delle parole e dei fatti della sua vita, senza la luce della Teologia, non solo biblica ma anche e soprattutto dogmatica. (…) Tutti questi dati fornitici dalla fede e dalla Teologia, e che ci rivelano la vita intima di Maria, van tenuti sempre presenti nel descrivere e nell’interpretare la vita esteriore di Lei, se non ci si vuole esporre a descrizioni e ad interpretazioni false o almeno incomplete. Per questo un buon biografo di Maria non può non essere un buon teologo, perfettamente al corrente della letteratura teologica mariana, poiché la Vergine Santissima, oltreché alla storia, appartiene alla Teologia”.

Il materiale a disposizione su Maria è stato talmente spremuto e bistrattato da farne uscire tutti i sensi possibili, non esclusi i più strani. Molte sono le leggende fatte fuoriuscire soprattutto dalla sbrigliata capricciosità degli Apocrifi intorno alla vita della Sacra Famiglia, favole che hanno esercitato molta presa nella credulità popolare, sempre avida di curiosità e fatti prodigiosi.

La questione è attuale. Tanti sacerdoti sono oggi al corrente di una moda, che sembra dilagante nel corpo della Chiesa, di voler riportare in voga il mondo apocrifo. In particolare si registra un interesse intorno a libri quali il Vangelo arabico dell’infanzia e quello noto con il nome di «Pseudo-Matteo». Il Vangelo arabico dell’infanzia (così nominato perché conosciuto per lungo tempo in un testo arabo) appartiene probabilmente al secolo IV-V; vi vengono narrati vari episodi strabilianti che si sarebbero verificati alla nascita di Gesù, durante la fuga in Egitto e nel ritorno a Nazareth. Al medesimo tempo appartiene lo Pseduo-Matteo, o Libro della nascita della B. V. Maria e dell’infanzia del Salvatore, composto di 42 capitoli e condito con altrettante meraviglie.

Allo pseduo-Matteo si è recentemente appellato il cardinale Gianfranco Ravasi (su un numero speciale de L’Ordine del dicembre 2016) mungendo le favole ivi contenute per domandare una maggiore apertura verso l’accoglienza, perché anche la sacra famiglia è stata profuga in Egitto. E non è un caso che l’ambiguo senso proposto dagli apocrifi permetta numerosi stiracchiamenti, che prestano il fianco a certi indirizzi pastorali sinistramente politicizzati.

Ma la vita di Nostro Signore fanciullo (e quella dei suoi inseparabili genitori) fu ben più penosa di come ce la dipinge la melense salsa apocrifa: fu piena di privazioni e di stenti che nessun prodigio venne ad alleviare, totalmente affidata alle mani di Dio in ogni prova, e trasfigurata da continui atti di obbedienza, pronta fedeltà e filiale abbandono. “Egli è cresciuto in mezzo ai disprezzi” dirà Isaia sette secoli prima della nascita dell’Emmanuele (Is., LIII, 1-3).

Questa via dolorosa, sperimentata da Gesù fin dalla prima infanzia, era necessaria per temprare la sua Persona: il servo di Jahvé sarebbe stato mirabilmente sottomesso, d’un coraggio invincibile, d’una pazienza sorprendente nelle difficoltà che avrebbe incontrato e nelle prove crudeli che avrebbe dovuto attraversare: la forza dello Spirito divino lo avrebbe reso vincitore delle une e delle altre. I fatti miracolosi che accompagneranno la sua manifestazione e predicazione non saranno mai dimostrazioni di incensazione e vanagloria personale (come inventano gli apocrifi), ma andranno esclusivamente a gloria dell’unico Dio, e al fine di suscitare la fede in quei discepoli che saranno suoi futuri testimoni.

C’è un motivo se San Luca, nel suo Vangelo, decise di non attardarsi su fatti ed aneddoti della vita privata di Gesù che evidentemente non era necessario conoscere, e pertanto non debbono essere fonte di speculazione (anche se certamente l’evangelista era al corrente di molte più cose di quelle che mise per iscritto). Il perché lo riassume benissimo il Padre Semeria – sant’uomo vissuto a cavallo tra’800 e ’900 –, che chiamava questo rispetto il “riserbo delle intimità”: «Voler penetrare le intimità dolci e sacre è impertinenza, propalarle è cattivo gusto, è profanazione. Le anime pie e discrete amano questo mistero di cui rimangono circonfusi, in cui rimangono avvolti i rapporti soavi della Mamma e del Figlio, Mamma buona, Figlio Santissimo» (Mater Divinae Providentiae).

Ma il popolo è invece avido di novità, curiosità e fatti prodigiosi, i quali colpiscono al cuore come dardi avvelenati, instupidendo le menti e frenando una corretta formazione teologica. La colpa è anche imputabile a molte opere contemporanee di poco spessore, permeate da spirito apocalittico, nelle quali vengono sfruttate rivelazioni mariane pescate qui e là con l’unico intento di vendere qualche copia (mi pare purtroppo di notare che l’ambiente tradizionalista sia più propenso di altri a recepire queste narrative). Ai lettori vorrei suggerire di fare attenzione a come leggere i tempi che stiamo vivendo, evitando suggestioni disordinate.

Ecco cosa scrisse san Bernardo sulla curiosità del voler indagare verità che non ci appartengono:

“Come [Cristo] non poteva ignorare alcunché, essendo la sapienza, così non poteva neanche mentire, essendo la verità. Ma volendo trattenere i suoi discepoli dalla curiosità delle loro inutili domande, disse di non sapere quello che essi chiedevano nel modo secondo il quale poteva dirlo senza offendere la verità. Che sebbene avesse chiare, vedendole con la sua divina intuizione, tutte le cose, e quindi anche quel giorno [finale] avesse presente davanti a Sé, tuttavia non ne aveva cognizione attraverso un’esperienza acquisita per mezzo della sua sensibilità di uomo”.

Gesù tacque per fugare la curiosità degli Apostoli. “Non cercare di sapere più di quanto è opportuno sapere” dice San Bernardo, indicando la curiosità all’origine della superbia come suo primo grado. Non solamente però; S. Bernardo colloca la curiosità come principio sia del peccato originale sia della ribellione di Lucifero, il quale volle scrutare e sapere cose troppo grandi e meravigliose che stavano al di sopra di lui, dove nessuno poteva essere assiso se non l’Altissimo, cadendo così dalla verità a causa della sua curiosità.

S. Bernardo scrive che quando la curiosità non si reprime al più presto, come Lucifero si cade rapidamente nella leggerezza d’animo. Il lettore stia allora in guardia davanti a certe “letture del giorno”, ove si manifesta una profonda ignoranza delle Scritture che spesso si accompagna ad una malsana curiosità per il sensazionalistico; interpretazioni pericolose che possono provocare valanghe di de-formazione nei cattolici, arginabili, poi, solo attraverso gravi fatiche. Se nemmeno il figlio dell’uomo conosce il giorno e l’ora, e nemmeno gli Apostoli la conobbero, men che meno dobbiamo presumerlo di saperlo noi. È una questione di umiltà, ma anche di serietà. Leggere i segni dei tempi è qualcosa che anche Gesù ci ha insegnato a fare, ma con giusta moderazione ed equilibrio.

Il libro di Roschini che oggi diamo alle stampe può aiutarci ad imboccare il giusto sentiero di studio e di indagine. In esso non troverete nulla di sensazionalistico. Scoprirete però una lettura edificante, basata su una “profondità e precisione di giudizio notevolissime, dallo stile conciso, esatto, tipicamente tomistico”scrive Nitoglia nel suo invito alla lettura.

Un solo passo farà intuire il tono, così bello ed armonioso, dello scritto:

«Checché sia delle ragioni che poterono spingere Maria a recarsi a Beth-lehem col suo sposo in occasione del censimento, è certo che Ella vi si portò, intraprendendo così un viaggio di circa 150 chilometri, cioè, di quattro o cinque giorni, attraverso strade scomode e che, attese le sue particolari condizioni fisiche (si era agli ultimi giorni della sua gravidanza) dovette essere spossante, anche se, nella migliore delle ipotesi, i due viaggiatori abbiano avuto a loro disposizione un giumento. Ma ella sapeva bene che ogni passo che dava — mirabilmente sostenuta da Colui stesso che Ella sosteneva — accelerava l’ora più grande di tutta la storia, l’ora della salvezza del mondo. La prontezza dell’anima dovette alleviare non poco la fatica del corpo. L’ardente desiderio di poter presto stringere al seno e coprire di baci infuocati ‘il più bello tra i figlioli degli uomini’ la sospingeva. (…) In tal modo il cuore purissimo di Maria diveniva il primo vangelo, “il vangelo vivente” della Chiesa. (…) Più che con le parole, la Vergine parlò ai pastori coi fatti: col suo atteggiamento umile, dimesso, estatico, tutto fragrante di purezza e di amore. È difficile non immaginare le carezze prodigate da quella gente così semplice al vezzoso neonato. Quelle ruvide braccia, abituate a stringere gli agnelli, ebbero in quella notte l’impareggiabile ventura di stringere al cuore l’Agnello divino che sarebbe stato un giorno immolato per la salvezza del mondo».

Roschini nel suo scritto affronta anche un diverso tipo di problematica (di maggior livello rispetto alle precedenti), ovvero quella riscontrabile nelle innumerevoli vite di Maria redatte nel corso dei secoli da sante o veggenti, ed offerte da loro come rivelate. Le più famose sono quelle scritte dalla ven. Maria d’Agreda (1602-1665) e dalla beata Anna Caterina Emmerich (1774-1824); a queste due si potrebbero aggiungere le rivelazioni di santa Brigida (+ 1373) contenute nel suo Sermo Angelicus de excellentia B. V. M. ed ovviamente quelle di Maria Valtorta, di cui prenderà le difese lo stesso Roschini a partire dagli anni ’60.

“Questi scritti – spiega il nostro autore nella sua Vita di Maria – meritano una speciale attenzione nella trattazione delle varie fonti della vita di Maria. Potrebbe sembrare, infatti, a prima vista, che i penosi sforzi della critica storica per ristabilire i vari dati biografici della Vergine possano essere sostituiti, con evidente risparmio di tempo e di fatica, dalle rivelazioni fatte da Dio ad alcune anime privilegiate. Perché — ci si potrebbe chiedere — lavorare tanto a produrre un po’ di fioca luce con i ritrovati della critica mentre il sole della verità brilla sul nostro orizzonte a causa di tali rivelazioni?”.

“Ma tutto questo incanto svanisce di fronte alla constatazione di narrazioni diverse ed inconciliabili che tradiscono subito, oltre l’elemento rivelato, l’elemento soggettivo che vi è mescolato all’insaputa del veggente. Valga, per esempio — uno tra i tanti che si potrebbero citare — ciò che vien detto dalla Emmerich e dalla d’Agreda intorno agli ultimi anni della vita terrena di Maria. La prima fa terminare il corso della sua vita mortale ad Efeso, e la seconda a Gerusalemme. Evidentemente non possono dire tutte e due il vero, ‘per la contradizion che nol consente’. È chiaro quindi che i dati biografici sia dell’una che dell’altra debbano essere accettati con molta riserva. Si deve inoltre tener presente che queste rivelazioni private non han fatto altro che ricalcare gli apocrifi. È indispensabile confrontarle bene e vedere quale delle due dica il vero o almeno una parte del vero. Queste rivelazioni private, perciò, sono ben lontane dal semplificare — come potrebbe sembrare a prima vista — il lavoro del biografo di Maria. Esse, tutto al più, possono fornire qualche eccellente indicazione o qualche conferma per le ricerche e le scoperte vere, purché ben controllate alla luce di altri documenti. Prese da sole, sono ben lungi, anche se concordi, dall’imporsi”.

Il modus operandi di Roschini allora, rigorosissimo ma al tempo stesso capace di afflati di intima affettuosità, sarà quello di trattare le casistiche legate alla vita della Vergine in modo per quanto possibile esauriente, al fine di assodare sempre meglio i vari punti luminosi della vita di Maria, stando però ben appigliato ad una principio assolutamente fondamentale: i fatti in questione hanno elementi così singolari e trascendentali che sfuggono ad ogni capacità, anche meno ordinaria, ricostruttiva ed evocatrice.

Sono in tal senso “tipici” gli ultimi anni passati da Maria sulla terra – quelli che decorsero dalla Pentecoste all’Assunzione –, rimasti avvolti da una nebbia così fitta da non permettere allo sguardo di intravvederli e tanto meno di penetrarli. La Scrittura tace e la tradizione ci fa sentire soltanto accenti rari ed incerti.

Per conoscerne qualche cosa – scrive Roschini – è necessario navigare con remi robusti attraverso l’infido oceano delle ipotesi e delle verisimiglianze, nel quale però non pochi fanno non di rado naufragio. Ci atterremo quindi a ciò che ci sembra più verosimile e moralmente incontestabile.

Padre Roschini, per non naufragare a sua volta, adotterà solamente la figura di Maria come unica guida del suo lavoro, rendendo il suo testo forte proprio di una tale scelta, anticipando ogni esagerazione fantastica, “limitandosi” a commentare quello che è certo e correggendo quello che di incerto (od erroneo) è stato scritto nel corso dei secoli. È dunque un lavoro semplice il suo, chiaro, preciso, rispettoso e soprattutto vero, vero come fu vera la vita di Maria, e pertanto ipotizzabile ma attraverso una logica stringente e matematica, come quella che, per eccellenza, appartiene alla scuola tomista.

Colei che vinse, ci aiuti a non soccombere

Oggi, in questo “apocalittico” inizio di 2017, mentre le notizie di guerra rimbalzano da ogni dove, con una situazione ecclesiale al limite dello sfacelo (lo si nota nelle incessanti speculazioni provocate intorno alla figura del “doppio pontefice”), noi proviamo a suggerire al lettore un alimento un poco più sostanzioso, fatto di ricco buon senso e di luminosa verità; “un vero capolavoro di scienza e di amore verso la Madonna” scrive don Curzio Nitoglia nel suo invito alla lettura. Uno strumento utile e necessario in un periodo ambiguo e burrascoso come il nostro, dove i segni dei tempi sembrano abbondanti, mentre le intelligenze sembrano un po’ meno copiose.

Chi, nel debole tentativo di fugare la nebbia, così facendo ne aggiunge a sua volta, si fa carico di una grave responsabilità. Per tale motivo, attraverso questo libro, proponiamo al lettore di tornare a studiare solo sulle fonti sicure, senza tagliare per scorciatoie e “vie brevi”. Questo ci ha insegnato Maria con la sua vita di fatiche e di dolori.

Il suo Cuore, lo sappiamo, è indissolubilmente unito a quello del Figlio proprio perché ne condivise tutte le umiliazioni, e dovette, quindi, godere ancor di più della Gloria di Lui, gloria della resurrezione, e gloria futura, quando tornerà Giudice supremo della storia.

Quel cuore immacolato, liquefatto insieme al cuore di Dio, trionferà sul peccato come ci è stato promesso a Fatima, e tale trionfo non prelude a nient’altro che al trionfo di Cristo sui suoi nemici. Il trionfo di uno dei due Cuori è inevitabilmente il trionfo anche dell’altro. Per tale motivo Fatima anticipa ed annunzia il termine delle cose di “questo” mondo e di “questa” storia, la sconfitta della morte, ultima ad essere annientata, e la nuova creazione, che Dio opererà trasformando i cieli e la terra, dando la nuova terra purificata dal peccato in eredità ai suoi figli fedeli.

Ma prima del trionfo dei due Cuori, soprattutto oggi, ci attendono le sofferenze della croce e le conseguenze connesse a tali patimenti.

Dobbiamo seguire Maria soprattutto in questo. L’Apostolo ci insegna che se soffriremo anche noi per il Vangelo – partecipate ai travagli del Vangelo secondo la virtù di Dio (II Timoteo, I, 9-12) – parteciperemo anche noi, come Lei, alla pienezza della redenzione di Cristo.

Prepariamoci ad accettare santamente le sofferenze meditando una Vita di Maria come quella del Roschini, fatta di rispettosi silenzi e di fatiche; soprattutto, dico, meditando sopra il coraggio di Maria, un coraggio unico ed eccelso, un coraggio impareggiabile, più grande di qualsiasi uomo, condottiero o martire che la storia conobbe.

«Il lavoro principale di Gesù in quel periodo di vita nascosta — ci dice Roschini — fu di formare il suo capolavoro: Maria. Mentre tutti gli altri lo avranno Maestro per circa tre anni soltanto, Maria Madre, Compagna nella Redenzione, lo avrà Maestro per oltre un ventennio, imparando da Lui cose di cielo, cose di cui non è lecito all’uomo parlare. Il sublime contegno tenuto da Lei durante tutta la vita pubblica di Cristo e specialmente là sul Calvario sarà il frutto più squisito di quelle divine lezioni».

Cuore trafitto ma invitto quello di Maria. Tale virtù le scaturiva originariamente dalla sua Immacolata Concezione, la quale le comunicò il dono dell’integrità, ossia del pieno dominio su tutte le sue passioni, sul dolore come sull’amore, che mai, nemmeno alle più alte gradazioni, poterono essere causa di una sua sconfitta interiore.

È questa la Virtù di Maria, addirittura superiore all’amore, che mi pare di intravedere studiando il testo di Roschini: un coraggio supremo, perché suprema fu la sua fiducia in Dio.

Dunque coraggio anche a noi, l’aurora è sempre più vicina.

Lorenzo de Vita

(Vita di Maria, 302 pp. con bandelle)
 
17,00 euro

  



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