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L’esoterismo del “Libero Spirito”
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PARTE 5-6-7
1965: la Guarnieri presenta “il movimento del Libero Spirito” e “Lo Specchio delle anime semplici”

Il 22 maggio del 1965 ricevette l’Imprimi potest il IV volume della collana “Archivio Italiano per la Storia della Pietà” delle “Edizioni di Storia e Letteratura” di Roma, fondate da don Giuseppe De Luca e dirette da Romana Guarnieri; il 28 giugno esso ebbe l’Imprimatur e, nell’agosto del 1965, fu finito di stampare e presentato al pubblico.

Questo IV volume è importante per la nostra ricerca perché reca con sé, oltre vari altri saggi, un lungo studio di Romana Guarnieri su Il movimento del Libero Spirito (pp. 351-708) con un’importante Appendice su Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porrete.

La “presenza ideale” di De Luca defunto nel 1962

Innanzitutto nell’Avvertenza al quarto volume (pp. XI-XII), finita di scrivere il 19 marzo del 1965, Romana Guarnieri asserisce che esso esce con la “ideale presenza” di don De Luca, deceduto il 19 marzo 1962, poiché esso fu “voluto in ogni suo testo e ispirato da lui, preparato sotto la sua direzione e annunziato partitamente nella prefazione al terzo volume, gliene resta piena e totale la paternità” (p. XI).

Dunque, il saggio sulla setta del Libero Spirito e la pubblicazione de Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porrete anche se materialmente sono opera di Romana Guarnieri, formalmente sono di De Luca e “gliene resta piena e totale la paternità”. Più chiari di così non si poteva essere.

Di questo volume ne furono stampati solo 500 esemplari, “un testo semiclandestino, per iniziati, insomma” (p. XI) cèlia, ma non troppo, la Guarnieri. La Collana e le Edizioni volute dal De Luca erano destinate alla “diffusione” limitata ad un piccolo numero di eletti di una “nuova disciplina storica” (p. XI) fondata dal De Luca: la “Storia della Pietà”, ove per “Pietà” si intende la letteratura che s’ispira non tanto alla spiritualità tradizionale cattolica, ma soprattutto ad un certo “cristianesimo” letto alla luce esoterico/messianica del movimento del Libero Spirito.

Iniziando questi articoli su De Luca e la Guarnieri ci siamo chiesti chi conducesse le danze, se Romana o don Giuseppe. Infatti inizialmente le cose non apparivano chiare, ma col passar del tempo e l’avanzar degli studi ci si accorgeva che le danze erano condotte a due e che, se De Luca ne era l’ispiratore formale e la Guarnieri l’esecutrice materiale, non bisognava dimenticare che si constatava pure il “rovesciare addirittura il ruolo di direttore e diretta, lasciando a Romana, in più di un’occasione, il compito di guidare il prete De Luca”[1].

1965 maggior cautela che nel 1994

Studiando il saggio della Guarnieri del 1965 sul Libero Spirito e su Margherita Porrete si nota una maggior cautela nell’esprimere, tra le righe, un proprio parere che nel saggio apparso nel 1994[2]. Tuttavia è utile scandagliare anche lo scritto del Sessantacinque per cogliere le tendenze esoteriche, che già albergavano nell’animo della Guarnieri e del suo ispiratore don De Luca dacché il pensiero dei due è inscindibile.

Simpatia velata per Margherita Porrete e per il Libero Spirito

La Guarnieri scrive: “l’infelice Margherita rimane, […] in grazia di queste pagine [Lo specchio delle anime semplici, ndr] una donna d’eccezione, d’estremo rigore, impegnata sino in fondo. […]. Una vittima, la vittima più chiara di un sogno che molti sognarono in quel tempo, quantunque non ad occhi aperti come lei, soprattutto non come lei a viso aperto [il sogno del Libero Spirito, ndr]” (R. Guarnieri, Il movimento del Libero Spirito, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1965, IV vol., p. 353).

La Guarnieri, per evitare gli strali dell’allora S. Uffizio professa, poi (cit., p. 354), di affrontare la questione del movimento del  Libero Spirito e di Margherita solo da un punto di vista storico, senza occuparsi della sua ortodossia, ma appare chiaro, leggendo le sue pagine, che le sue simpatie vanno per il suddetto movimento e per la Porretana. Ella scrive che il movimento del Libero Spirito “qua e là portò frutti di santità autentica,[…], fu anche, e forse soprattutto, un movimento di poesia e di spirito, nel senso alto della parola. Fu un movimento di pietà, tralignata qua e là in empietà” (cit., p. 354). Insomma vi furono degli eccessi, ma sostanzialmente il movimento era sano dacché poetico ed estetico e quindi, secondo il De Luca e la Guarnieri, “spirituale”.

Il libro presentato dalla Guarnieri deve tutto a don De Luca

Infine la Guarnieri rinnova il ricordo di De Luca: “Dedico questo mio lavoro alla memoria di don Giuseppe De Luca, il quale lo volle con tutte le sue forze e mi guidò e assisté in tutti i modi, materialmente e moralmente, nei lunghi anni di pazienti ricerche […] questo studio introduttivo [al Libero Spirito e alla Porretana, ndr] non gli deve né poco, né molto: gli deve tutto” (cit., p. 355).

Il Libero Spirito e il Sufismo

Studiando il Libero Spirito negli articoli precedenti abbiamo visto le sue ascendenze e discendenze nel campo delle eresie cristiane e persino la sua discendenza dalla cabala ebraica. Infatti, la dottrina e la figura di una “donna Messia” (che ritroviamo in Margherita Porrete tanto cara alla Guarnieri e al De Luca) va ricercata, come spiega il grande esperto di mistica giudaica Gersom Sholem, nel culto cabalistico dell’androgino primitivo femmineo e questa tesi “è l’essenza del giudaismo cabalistico” (cfr. G. Sholem, Le messianisme juif, Parigi, Calmann-Lévy, 1974, p. 171).

In questo saggio la Guarnieri affronta il tema dell’apporto del Sufismo, ossia del misticismo islamico al movimento del Libero Spirito. Riassumo il contenuto dello studio di Romana Guarnieri e lo porgo al lettore, sperando di fargli cosa grata.

Ella inizia col dire: “non posso non segnalare l’impressionante rassomiglianza che corre tra le storture mistiche in voga presso taluni sufi [maestri di Sufismo, ndr] e molte pratiche e teorie del Libero Spirito” (cit., p. 367). Vediamo quali esse sono: 1°) alcuni sufi “girovaghi e indisciplinati” (come i seguaci del Libero Spirito) portano una “stoffa rappezzata di toppe variopinte” la quale - secondo alcuni sufi come i begardi - fu il vestito portato da Gesù e che “ricorda in maniera impressionante gli abiti rappezzati indossati dai begardi” (cit., p. 368); 2°) i sufi e i begardi, andando in giro per le città, spagnole e renane, si sedevano “con la testa bassa e incappucciata” (ivi); 3°) “seguivano, i sufi, un regime alimentare a base di cibi disgustosi, che ritroviamo tal e quale nei seguaci del Libero Spirito (ivi); 4°) presso i sufi come i begardi “chi mortifica fino in fondo le proprie attrazioni e ripugnanze sensuali, arrivato che sia al termine, ossia all’indiamento, ha diritto di servirsi di tutto” (cit., p. 369), anche del peccato; 5°) il fine dei sufi come dei begardi è “la intima unione, la contemplazione ininterrotta della Essenza di Dio” (ivi); 6°) “sufi e begardi ostentano un grande disprezzo per la ragione e la conoscenza razionale e discorsiva, per i teologi e gli esegeti, gli studiosi delle tradizioni e in genere per tutta la scienza libresca, e pretendono di attingere la loro scienza direttamente da Dio” (ivi); 7°) “gli uni e gli altri si abbandonano a un libertinaggio senza freno, trascurando leggi divine e precetti morali, negando ogni distinzione tra lecito e illecito. Poiché Dio non ha bisogno in nessun modo delle nostre opere buone” (ivi); 8°) siccome “tutte le cose sono opera di Dio” taluni sufi considerano lodevole “il compiacersi di prevaricazioni, di malvagità, di vizi di ogni specie” (cit., pp. 369-370); 9°) entrambi “cantavano canti esoterici, di contenuto ora ascetico, ora erotico, trasposto, tramite l’allegoria al divino, ossia alla mistica; così, cantando e ballando, gli iniziati si provocavano il raptus mistico” (cit., p. 370).

In effetti le somiglianze tra Sufismo e Begardismo vi sono e sono impressionanti.

La “Premessa” della Guarneri a “Lo specchio delle anime semplici” del 1965

Abbiamo già visto la “Premessa” di Romana Guarnieri a Lo specchio delle anime semplici del 1994 (Cinisello Balsamo, San Paolo) e ne abbiamo constatato la vicinanza e la simpatia per le teorie e le pratiche dei begardi o seguaci del movimento del Libero Spirito espresse dall’Autrice in maniera molto… libera.

Nel testo guarnieriano del 1965 si ritrova in potenza lo stesso stato di spirito filo-gnostico ed esoterico, ma espresso in maniera più criptica. Vediamo come.

Dopo aver ricordato che nel 1946 essa stessa aveva risolto la questione ancora disputata dell’Autore de Lo specchio della anime semplici, attribuendolo a Margherita Porrete (cfr. R. Guarnieri, in L’Osservatore Romano, 16 giugno 1946, p. 3, “Lo specchio delle anime semplici” e Margherita Poirette), la Guarnieri aggiunge che “il Miroir [Lo specchio, ndr] è libro chiaramente esoterico. Scritto da una donna per donne, denuncia nell’Autrice una specie di capogruppo, con un proprio séguito clandestino, per amore del quale scrive il suo libro, sfidando l’opposizione concorde di preti, chierici, predicatori, agostiniani, carmelitani e frati minori” (cit., p. 510).

La Guarnieri tesse l’elogio della morte di Margherita (bruciata sul rogo come eretica a Parigi nel 1310, la quale “nel morire [impenitente, ndr] dava tali e tanti segni di devozione da strappare le lagrime agli astanti, […] una donna ancora nel pieno vigore degli anni, che affrontava con grande coraggio e nobiltà il suo atroce destino” (cit., p. 511).

Infine la Guarnieri critica il modo di procedere della Chiesa, la quale condannò Margherita dichiarando per un verso “l’erroneità delle [sue, ndr] dottrine, secondo la prassi del tempo, in base a singoli articoli, sottoposti al giudizio dei teologi […] avulsi dal loro contesto, e anzi ridotti spesso a una specie di sintesi di più passi fusi insieme, prassi applicata anche ad Eckhart e correntemente usata dalla Chiesa anche in séguito, (dalla condanna del giansenismo sino alla condanna recente del modernismo), non meno vero è d’altro canto che alla beghina fu dato tutto il tempo per una retractatio che non volle mai fare, mantenendosi anzi lungo un arco di tempo di almeno una decina di anni ostinatamente ribelle a tutte le ingiunzioni delle autorità costituite” (ivi).

Infatti Margherita si appellava alla “Chiesa grande”, degli spirituali o gnostici, la Chiesa del Libero Spirito, la quale dovrebbe lei giudicare  (e non essere giudicata) la “Chiesa piccola”, la Chiesa romana, del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti.

Se la Guarnieri è disposta a riconoscere che Margherita si è allontanata dal giudizio della Chiesa gerarchica, non mi sembra disposta, anche se non lo dice esplicitamente, a riconoscere che questa debba comandare e giudicare la Chiesa dello Spirito Libero.

Conclusione

Da quanto detto si evince che la simpatia per l’esoterismo in generale e in particolare per quello del Libero Spirito è comune a De Luca e alla Guarnieri e non è attribuibile solo a quest’ultima, come qualcuno ha cercato di far credere per imbiancare l’immagine di don Giuseppe. La Guarnieri medesima ci dice che il suo Saggio sul Libero Spirito con l’annessa Appendice su Margherita Porrete (del 1965) “deve tutto” a don De Luca, il quale glielo ha chiesto, lo ha seguìto passo passo e lo ha sostenuto e incoraggiato sino alla sua morte (1962). Certamente questa simpatia segreta o esoterica nel 1965 fu espressa meno chiaramente che nel 1994, ma essa è oggettivamente presente nelle pagine della Guarnieri già nel 1965.

Sembra confermato così che  proprio l’esoterismo sia la chiave di volta del pensiero e dell’azione di De Luca e Romana Guarnieri.

* * *

Alcune precisazioni su don Giuseppe De Luca

Introduzione

In quest’articolo torno su certi temi già affrontati negli articoli precedenti e vi aggiungo alcune nuove notizie acquisite recentemente, le quali ci aiutano a capire sempre meglio la personalità, il pensiero e l’azione di don De Luca.

I rapporti col cardinal Alfredo Ottaviani

Abbiamo già visto quali siano stati i rapporti intercorsi tra De Luca e Ottaviani. Tuttavia vi è qualcosa che non era stato ancora detto e che aggiungo ora per maggior chiarezza.

Romana Guarnieri in un libro a cura di Giuseppe Rossini intitolato Modernismo, fascismo, comunismo. Aspetti e figure della cultura e della politica dei cattolici nel ‘900 (Bologna, Il Mulino, 1972) dedica un ampio saggio a don De Luca titolato Don Giuseppe De Luca (1889-1962) tra cronaca e storia (pp. 249-362). In esso la Guarnieri è molto più chiara che nel libro citato negli articoli precedenti (Una singolare amicizia. Ricordando don Giuseppe De Luca, Genova, Marietti-1820, 1998).

Innanzitutto la Guarnieri nel suddetto saggio (Don Giuseppe De Luca (1889-1962) tra cronaca e storia), di cui maggiormente mi servo in quest’articolo, ammette candidamente che “il card. Ottaviani proprio in quell’ultimo mese di vita di don Giuseppe [febbraio-marzo 1962, ndr], aveva avuto qualche serio attrito con lui. Morto Tardini, il card. Ottaviani era rimasto ormai il più autorevole oppositore - tanto sul punto del Concilio quanto sull’atteggiamento della Chiesa in rapporto alla nuova politica dei cattolici italiani [il centro-sinistra, ndr] - della linea appoggiata da papa Giovanni” (cit., p. 262).

Ora la linea di papa Roncalli era anche quella di don De Luca, il quale non solo si orientava verso il centro-sinistra (il governo democristiano e socialista), ma addirittura appoggiava il movimento dei cattolici-comunisti anche dopo la scomunica del comunismo da parte di Pio XII nel 1949.

Nel libro citato negli articoli precedenti  (Una singolare amicizia. Ricordando don Giuseppe De Luca) la Guarnieri presentava l’ultimo colloquio tra il card. Ottaviani e don de Luca sul letto di morte il 15 marzo del 1962 all’ospedale Fatebenefratelli di Roma come uno sfogo di Ottaviani con De Luca sulle incomprensioni che regnavano tra il porporato e il Papa. Invece da quanto scritto nel saggio citato nel presente articolo appare chiaro che le incomprensioni sussistevano anche tra il cardinale e De Luca, che era amico intimo di papa Giovanni e ne condivideva la politica non condivisa, invece, da Ottaviani.

I rapporti con i cattolici comunisti

De Luca riteneva che nel dopoguerra vi sarebbe stata un’irresistibile avanzata del comunismo anche in Italia “e che conveniva prepararvisi non certo nello spirito da crociata pacelliano” (cit., p. 307). In breve De Luca, come Montini, reputava inevitabile la vittoria del comunismo sovietico in Europa e soprattutto in Italia e non condivideva, anzi avversava apertamente, la posizione dottrinale e pastorale di Pio XII riguardo al comunismo. Quindi, secondo lui, occorreva intraprendere una politica di distensione e di accordi con esso, dalla quale poi nascerà la famigerata, rinunciataria e fallimentare ostpolitik vaticana verso l’Urss sotto papa Montini coadiuvato dal card. Casaroli[3]. Ora, a parte il fatto che la suddetta previsione delucana si è rivelata infondata mentre la linea pacelliana è stata ampiamente vincente, tale visione delle cose era iniziata già sùbito dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) ed aveva portato De Luca ad abbandonare Bottai per dialogare, sino alla sua morte (19 marzo 1962), con i cattolici comunisti di Franco Ròdano, confluiti poi nel PCI di Togliatti, il più stalinista e sanguinario dei leader comunisti europei. Ma già Pio XI nel 1937, riprendendo gli insegnamenti del Magistero ecclesiastico sul comunismo a partire da Pio IX (Enciclica Qui pluribus del 1846), lo aveva condannato solennemente come “intrinsecamente perverso” ed aveva proibito ai cattolici qualsiasi forma di collaborazione con esso (Enciclica Divini Redemptoris Missio, 19 marzo 1937). Inoltre, nel 1949, Pio XII aveva colpito anche con la scomunica i comunisti ed aveva contribuito non poco ad arrestare la loro avanzata elettorale. De Luca, invece, ha agito in maniera diametralmente contraria agli insegnamenti e alle direttive, costantemente riaffermate lungo il corso di circa 100 anni, del Magistero della Chiesa ed ha contribuito all’avanzata del PCI, che è diventato man mano il più forte Partito comunista europeo sino a sorpassare la DC in Italia nel 1984 e a diventare, così, il primo partito italiano.

Tutto ciò, come una Penelope di segno contrario, lo portò “terminata la guerra nella disfatta, spazzato via il fascismo”, a “tessere pazientemente la sua tela di sempre [v. il suo rapporto con Giuseppe Bottai, ndr] stracciata dall’uragano; questa volta accanto a De Gasperi [secondo cui “la Democrazia Cristiana è un partito di centro che guarda a sinistra”, ndr]” (cit., p. 308).

In breve, se durante il fascismo De Luca aveva tessuto la sua tela col ministro Bottai nella speranza di poter raggiungere il suo piano grazie al regime mussoliniano, dopo la guerra, ritenendo la DC perdente e il PCI vincente, iniziò a tessere la medesima (e non contraria per lui) tela con i cattolici-comunisti e con Togliatti (come abbiamo visto negli articoli precedenti) e con quella parte della DC che, pur essendo di centro (e quindi, secondo lui, destinata alla sconfitta), guardava a sinistra (e perciò capace di ottenere una certa benevolenza dal comunismo vincitore).

La storia della “Pietà” italiana avrebbe, secondo de Luca, servito quale “originalissimo ponte, attraverso il quale, nel nome della ricerca disinteressata del vero, gli uomini tornavano ad incontrarsi; una casa, in cui ritrovarsi e riconoscersi fratelli e parlarsi nel linguaggio universale della scienza pura” (cit., p. 310).

Tuttavia si riscontra un divario tra questo programma puramente scientifico, erudito,  idealistico e l’azione di don De Luca. Infatti De Luca “che operò  sempre dietro le quinte, nel silenzio e nel nascondimento più rigoroso” (cit., p. 316), ritenendo che “l’unica grande forza politica e umana (anzi, secondo lui, immensa forza religiosa, ancorché senza Dio, nella prospettiva cioè della ‘Pietà’ da lui teorizzata), con la quale la Chiesa avrebbe prima o poi dovuto misurarsi, era il comunismo” (cit., p. 317).

Ora non si riesce a capire come il comunismo “senza Dio” potesse essere reputato una “immensa forza religiosa”, se non in un’ottica che stravolge completamente il concetto di religione, definita dalla Chiesa come la dottrina che rilega, riunisce[4] l’uomo a Dio, e che viene presentata, al contrario, da don De Luca come la “Pietà” esoterica, la letteratura gnosticheggiante del Libero Spirito (fatta propria, per esempio, da Margherita Porrete), che porta l’uomo all’indiamento grazie alla conoscenza salvifica o gnosi.

Solo così l’immanentismo radicale di Gramsci o di Togliatti poteva conciliarsi con la “Pietà” di don Giuseppe, poiché l’uomo che si fa Dio coincide con il “Dio” immanente nel mondo, con il quale fa un tutt’uno panteisticamente. Parrebbe inconcepibilmente strano questo concetto se Paolo VI non lo avesse esplicitato in un suo famigerato discorso. Infatti papa Montini nell’Omelia della nona sessione del Concilio (7 dicembre 1965) ha detto: “La religione di Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. […]. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla Trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti siamo i cultori dell’uomo! […]. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. […]. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971,  p. [282-283]).

Non a caso il grande teologo domenicano padre Innocenzo Colosio ha definito a più riprese don De Luca un “agnostico” (I. Colosio, Don Giuseppe De Luca storico della pietà, Firenze, 1962 , p. 9[5]).

Questo (della “Pietà” esoterica) è il concetto chiave o il pilastro per capire il pensiero e la prassi delucana coadiuvata dalla Guarnieri, la quale è stata nel caso De Luca una sorta di “Messia” femminile come lo erano state Margherita Porrete e Guglielmina la Boema così come insegna la cabala ebraica (cfr. G. Sholem, Le messianisme juif, Parigi, Calmann-Lévy, 1974).

Luisa Mangoni scrive che la Casa Editrice di De Luca con il suo programma era definita da lui stesso “la summa della sua vita” (L. Mangoni, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana del Novecento, Torino, Einaudi, 1989, p. X) e che la sua opera è stata “una vicenda fatta d’intrecci culturali espliciti o sotterranei” (ivi).

Fu così che De Luca divenne il “rifugio” dei cattolici-comunisti invisi alla Chiesa e sfruttati, come insegnava Ernst Bloch, dal comunismo per il trasbordo inavvertito del cattolicesimo progressista e rinunciatario nel marxismo-leninismo, fagocitatore dei rinunciatari privi della loro identità tradizionale.

Inoltre, come scrive la Guarnieri, per De Luca non esisteva una “politica cattolica”, ossia una politica che  ha una sua dottrina o filosofia, la quale è la morale sociale (come la Chiesa ha sempre insegnato, fondandosi sulla filosofia politica di Aristotele e S. Tommaso d’Aquino), ma esistevano solo dei “cattolici che fanno politica, magari informandosi a determinate idee marxiste” (cit., p. 318, nota 153). Quindi secondo don Giuseppe la dottrina sociale della Chiesa era inesistente, mentre vi era pieno accordo tra cattolicesimo e marxismo, contraddicendo il Magistero ecclesiastico, che a partire da Pio IX ha condannato costantemente il comunismo in quanto ateo e materialista e quindi apostatico.

Inoltre la Guarnieri rivela che sempre secondo De Luca non era possibile “una società cristiana, ma solo una società in quanto tale, un fatto essenzialmente naturale” (cit., p. 319, nota 153). Invece la storia insegna che da Costantino sino a Bonifacio VIII “la filosofia del Vangelo ha informato i regni” (Leone XIII), la Chiesa con Pio XI, nel 1925, aveva promulgato l’Enciclica Quas primas sulla Regalità sociale di Cristo e, nel 1926, aveva istituito la festa liturgica di Cristo “Re della società civile” proprio per insegnare con più forza ciò che sempre aveva professato, ossia che la società civile è sì una creatura naturale di Dio, dacché l’uomo naturalmente è animale sociale, ma come l’uomo singolo deve essere sottomesso a Gesù così anche la società familiare e quella civile debbono esserlo, lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa come il corpo all’anima e la Chiesa ha un potere indiretto sullo Stato in temporalibus ratione peccati.

In breve si notano molte idee di De Luca diametralmente opposte a ciò che la Chiesa aveva insegnato anche durante la sua vita sacerdotale e che perciò egli non poteva ignorare o aver dimenticato.

Soprattutto Pio XII era inviso a De Luca, non solo come persona privata (Eugenio Pacelli) come soleva dire quasi a giustificarsi, ma specialmente come Papa per il suo insegnamento dottrinale e la sua azione pastorale specialmente in politica. Infatti Giovanni Antonazzi scrive: “ad accrescere il turbamento [di De Luca nei confronti di Pio XII, ndr] aveva contribuito un recente colloquio [di De Luca, ndr] con Alcide De Gasperi, amareggiato per il rifiuto dell’udienza da parte di Pio XII, messo su (sospettava De Luca) da qualcuno della pericolosa banda (Gedda, p. Lombardi, ecc.[6])” (G. Antonazzi, Don Giuseppe De Luca. Uomo, cristiano e prete, Brescia, Morcelliana, 1992, p. 149). De Luca si lamentava dell’insensibilità di Pio XII per la sua opera: “le Edizioni [di Storia e Letteratura, ndr] e l’Archivio [Italiano per la Storia della Pietà, ndr], che costituiscono due pilastri nel pensiero di De Luca” (G. Antonazzi, cit., p. 243). Pio XII non fu propenso a finanziare né le Edizioni né l’Archivio. Antonazzi scrive: “la consapevolezza [di De Luca, ndr] del prestigio che […] De Luca[7] conferiva alla Chiesa, gli fu cagione di incomprensibile amarezza, delusione, sconforto, per l’insensibilità della S. Sede. Da essa non gli giunse alcun segno di riconoscimento né una risposta positiva ai reiterati appelli di aiuto finanziario, di cui aveva sempre impellente bisogno” (G. Antonazzi, cit., p. 244). Nel 1951 De Luca domandò udienza a Pio XII per perorare la causa della sua opera e chiedere un sovvenzionamento; il 13 agosto venne ricevuto in udienza privata dal Papa a Castel Gandolfo. Don Giuseppe ha lasciato un resoconto di quell’udienza: «Pio XII  si fermò poco sul contenuto dell’Archivio. Non son cose che gli premono. Ebbe soltanto lodi generiche. […]. Della memorabile udienza De Luca descrisse alcuni dettagli anche a monsignor Baron, il 29 agosto, terminando la lettera così: “tu sai che cosa io penso di Eugenio Pacelli, ma sai anche che cos’è il Papa per me: non ti dico la battaglia nel mio cuore”» (cit., p. 276). Luisa Mangoni (cit., p. 346) parla addirittura di “ostilità” di papa Pacelli nei confronti di De Luca, Antonazzi la ridimensiona, ma sicuramente vi è una certa ostilità di De Luca nei confronti di Pio XII. Infine Antonazzi scrive che «il giudizio [di De Luca, ndr] su Pio XI e Pio XII, come la valutazione del loro governo pastorale […], e certe affermazioni drastiche e categoriche degli ultimi anni […] deploravano i due pontificati come “tremendi” e “tirannici”» (cit., p. 360).

Per questi motivi i giovani cattolici-comunisti, “conoscendo la sua [di De Luca, ndr] aperta, decisa, durissima avversione alla politica di chiusura dell’epoca pacelliana [nei confronti del comunismo, ndr], avvicinarono don De Luca […] puramente come un sacerdote” (cit., p. 319). Anche qui non ci siamo. Infatti 1°) il sacerdote deve dare ai fedeli l’insegnamento della Chiesa e non il suo e per di più difforme da quello ecclesiastico; 2°) i giovano catto-comunisti avvicinarono De Luca poiché sapevano che era in disaccordo con la linea dottrinale e pastorale di Pio XII riguardo al comunismo e, quindi, era favorevole verso di loro.

Quel che è più grave è il fatto che secondo De Luca questi giovani avevano rischiato e corso un grave pericolo non per la loro vicinanza al comunismo, ossia per la loro apostasia dal Cristianesimo, ma per la loro condanna e il loro isolamento da parte dell’autorità ecclesiastica simile a quella, vissuta da lui quand’era giovane seminarista, che capitò ai modernisti durante l’epoca di San Pio X (cit., p. 320).

Il rapporto con Togliatti

Abbiamo già visto il caso del telegramma di auguri di Krusciov a Giovanni XXIII per il suo ottantesimo compleanno (25 novembre 1961).

La Guarnieri in questo suo saggio è ancora più chiara. Infatti ella scrive che “don Giuseppe fu senza alcun dubbio tra gli artefici dei primi esili approcci tra la S. Sede e l’Urss. […]. Quello scambio di messaggi augurali tra Krusciov e Giovanni XXIII annunciò discretamente al mondo sbalordito che il vento, così in Vaticano come in Russia, era cambiato” (cit., pp. 322-323).

Nella nota 157  a pagina 322 precisa: “Egli [De Luca, ndr] fece presente a Togliatti, in partenza per Mosca, come, per il fine che ci si proponeva di raggiungere, ci sarebbe voluto da parte di Krusciov un ‘gesto’, che ovviamente non sarebbe rimasto senza risposta, e al perplesso Togliatti suggerì, appunto, l’invio da parte del leader sovietico di un telegramma augurale per gli ottant’anni del Papa. Avendone concordato di massima - tramite il De Luca - il testo e la relativa risposta, Togliatti ne parlò di persona a Krusciov, il quale gradì e attuò il suggerimento avuto”.

Il fatto è inquietante: un Togliatti perplesso è imbeccato da un De Luca decisionista e non viceversa, come si sarebbe potuto credere inizialmente, di far da tramite tra Krusciov e papa Roncalli[8]. Il testo del telegramma che Krusciov avrebbe dovuto inviare fu concordato da Krusciov e Togliatti col De Luca così come la risposta di Giovanni XXIII. Il risultato prossimo fu che i comunisti crebbero e di molto alle successive elezioni poiché si ritenne dall’opinione pubblica che la scomunica del “Papa cattivo” (Pio XII) fosse stata abrogata dal “Papa buono” (Giovanni XXIII) e che fosse lecito al cattolico (buono) votare comunista. Non è inopportuno ritenere che i governi di centro-sinistra, le riforme e le leggi (divorzio, aborto, unioni omosessuali, gender…) seguite a quel telegramma ne siano state l’effetto remoto. Il vento in Vaticano era realmente cambiato anzi aveva invertito rotta ed era diventato un ciclone già prima dell’inizio del Concilio Vaticano II, ma al Cremlino non era ancora così.

Giovanni Antonazzi commenta: “la rivendicazione della paternità dell’idea non esclude che una trattativa così delicata  sia passata per altri canali di natura ufficiosa e diplomatica, anche per il fatto che l’ambasciatore dell’Unione Sovietica presso il Quirinale era stato collega del Nunzio Apostolico Roncalli a Parigi” (G. Antonazzi, Don Giuseppe De Luca. Uomo, cristiano e prete, Brescia, Morcelliana, 1992, p. 262).

L’operazione De Luca-Krusciov, quindi, è stata un’operazione di alta diplomazia ed è stata portata avanti, molto verosimilmente, anche con l’interessamento dei servizi segreti, dei vari Ministeri degli Interni e degli Esteri vaticani, italiani e sovietici.

Questo fu un autogoal di De Luca e di Roncalli o fu voluto con tutte le sue conseguenze? Certamente Togliatti e Krusciov le avevano previste e desiderate ed è difficile pensare che Roncalli e De Luca fossero così ingenui da non intravederle. Roncalli era stato un abile diplomatico in Turchia, Bulgaria e Francia; per quanto riguarda De Luca, che potrebbe apparire un sognatore ingenuo e facilmente manipolabile, la Guarnieri scrive che egli, avendo lavorato in Curia, aveva “una conoscenza diretta e intima di quell’organismo così delicato ed essenziale per la vita della Chiesa, che è la Curia romana. L’esperienza, e l’intelligenza, giovanile della Curia gli permise sin da allora di accostare personalità ecclesiastiche molto in alto nel governo della Chiesa” (cit., p. 325).

Conclusione

Si fa sempre più chiaro il quadro secondo cui De Luca, in pieno disaccordo con il cardinale Ottaviani e con Pio XII, ha appoggiato il comunismo poiché lo riteneva vincente in Europa dopo la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale.

Ciò lo ha portato a stringere rapporti “segreti” con i cattolici comunisti di Ròdano e con lo stalinista Palmiro Togliatti, Segretario del PCI, come durante il ventennio fascista li aveva stretti (sempre “segretamente”) con Bottai e Federzoni, ritenendo allora il fascismo vincitore.

La teoria gramsciano/togliattiana del “compromesso storico”, ripresa da Berlinguer nel 1973, era stata già fatta propria da De Luca a partire dal 26 luglio del 1943[9].

Tuttavia il suo rapporto “segreto” prima col fascismo e poi col comunismo non lo si deve vedere solo come una questione di convenienza politica o di sopravvivenza del cattolicesimo in un’epoca di regimi totalitari o autoritari, ma anche come il tentativo di rendere di massa la sua dottrina elitaria della “Pietà” immanentistico/panteista dell’indiarsi dell’uomo mediante la gnosi esoterica. Questo è il cavallo di battaglia, il pilastro o la “summa” di De Luca e della Guarnieri. E bisogna dire che col Concilio[10] e post-concilio[11] vi sono pienamente riusciti.

De Luca si è sempre schierato contro la Regalità sociale di Cristo, contraddicendo la Rivelazione, la Tradizione, la storia e il Magistero della Chiesa.

Infine il ruolo di De Luca quale suggeritore di Togliatti nella di lui missione da “007” nella Russia di Krusciov toglie ogni perplessità sulla sua piena responsabilità nel dialogo catto-comunista: egli non è stato una vittima, ma un artefice e al grado più elevato. Il giudizio su De Luca non può essere positivo, anzi più si studia questo personaggio più se ne scorge la furbizia e la perizia non al servizio della Chiesa gerarchica e petrina, ma di una “chiesa” gnostico/giovannea molto simile a quella di Margherita Porrete.

Non voglio essere irriverente, ma esiste un personaggio che aiuta a capire la figura enigmatica di De Luca. Quando ero ragazzo in televisione trasmettevano una simpatica serie di polizieschi intitolata “Il tenente Colombo”, in cui l’attore (che impersonava il tenente di polizia) era apparentemente e volutamente ingenuo, stravagante, tra le nuvole di modo che l’assassino lo sottovalutasse, abbassasse la guardia e venisse colto in fallo perché il tenente Colombo in apparenza era “semplice come le colombe”, ma in realtà era “astuto come un serpente”. Ora, studiando De Luca, non posso fare a meno di ricordare il “tenente Colombo” mutatis mutandis e, con rispetto parlando, il lettor non me ne voglia.    

* * *

Don Giuseppe De Luca e Giacomo Manzù

Introduzione

Giacomo Manzoni detto Manzù (1908-1991) iniziò da giovane la pratica artistica della scultura; dopo essersi formato appena ventenne a Parigi nel 1928/29, fece tre sculture a Milano nel 1930 per la cappella dell’Università Cattolica di padre Agostino Gemelli, il quale non apprezzò la statua raffigurante la Madonna e la fece spostare sotto il portico.

L’amicizia tra Manzù e De Luca

Manzù conobbe don De Luca nel 1939 tramite Cesare Brandi. Successivamente don Giuseppe presentò lo scultore all’allora cardinale di Venezia Angelo Roncalli. Anche il ritratto e il busto di Giovanni XXIII, appena eletto Papa, fatti dal Manzù son dovuti all’intervento di De Luca, come risulta da una lettera scritta da don Giuseppe al cardinal Tardini il 15 dicembre del 1959 (R. Guarnieri, Don Giuseppe De Luca (1898-1962) tra cronaca e storia, in G. Rossini, Modernismo, fascismo, comunismo. Aspetti e figure della cultura e della politica dei cattolici nel ‘900, Bologna, Il Mulino, 1972, p. 257, nota 19)[12].

Il concorso per le Porte della basilica di San Pietro

Nel 1947 la Fabbrica di San Pietro indisse un concorso per la realizzazione delle Porte della basilica. Manzù vinse il concorso, ma vi furono molte resistenze da parte delle autorità vaticane nei confronti dello scultore, che, oltre ad essere filocomunista, era anche ateo e quindi poco adatto a rappresentare di arte sacra.

Inoltre egli aveva già fatto un ciclo di sculture, tra il 1939 e il 1942, dedicato alla Crocefissione e Deposizione di Gesù dalla Croce. Esse erano oggettivamente irriverenti. Quindi l’esecuzione delle Porte di San Pietro fu fermata sino alla morte di Pio XII (9 ottobre 1958).

Le opere dissacranti di Manzù

Manzù «dal 1930 al 1937 aveva fatto tre bassorilievi incentrati sulla figura di Cristo di concezione abbastanza tradizionale […], ma […] nella primavera del 1939 con il “Cristo nella nostra umanità” Gesù crocifisso era completamente nudo: un nazista panciuto, anche lui nudo, con il solo elmetto ornato dalla croce uncinata, si preparava a ficcargli la lancia nel fianco. Un cagnolino abbaiava, mentre un uomo e una donna, anch’essi nudi, pregavano e piangevano ai piedi della croce. Poi aveva fatto un Cristo inchiodato alla croce con una sola mano, mentre Maria Maddalena […] gli baciava l’altra. Era nuda, vista di schiena, e grassa. […]. L’anno dopo aveva fatto una Deposizione: Cristo era uno scheletro, e alla scena era presente un vecchio panciuto, nudo, con un cappello cardinalizio in mano. […]. Quando quelle opere erano state esposte, a Milano, lo scultore era stato attaccato dai fascisti e dalla Chiesa. Il cardinale Costantini lo aveva chiamato scandalista e il Sant’Uffizio aveva definito “sconci” quei nudi. Nel 1947 una mostra romana aveva fatto ancora più scandalo. Alcuni monsignori del Vaticano avevano fatto lega per lanciare sulla stampa cattolica una campagna contro lo scultore proprio nel momento in cui era entrato in competizione per la Porta di San Pietro. Aveva conosciuto monsignor De Luca proprio nel momento culminante della crisi. Don Giuseppe era andato a vedere una sua mostra e non aveva trovato niente di intrinsecamente peccaminoso in quelle opere. Dopo si erano incontrati altre volte e un giorno don Giuseppe aveva detto che secondo lui Manzù avrebbe fatto bene a presentarsi a Pio XII. […]. Circa una settimana dopo don Giuseppe gli aveva telefonato per avvisarlo che l’udienza con papa Pio XII era stata fissata» (Curtis Bill Pepper, Un artista e il Papa. Sulla base dei ricordi personali di Giacomo Manzù, Milano, Mondadori, 1968, p. 64-66). L’Autore prosegue narrando che l’incontro col Papa non andò bene. Pio XII rimproverò il Manzù per il suo modo di concepire l’arte e soprattutto per le rappresentazioni dei nudi (p. 70 ss.).

Un De Luca insolitamente aperto

Nel libro del giornalista e storico dell’arte Curtis Bill Pepper la figura di De Luca appare, finalmente, chiara e senza nascondimenti: egli si rivela francamente un radicale oppositore dei conservatori della Curia romana, un ammiratore di Giovanni XXIII e un critico di Pio XII.

Il libro è stato composto dal Pepper  grazie all’aiuto del Manzù, che gli ha rilasciato lunghe interviste registrate e gli ha messo a disposizione molti appunti, lettere e materiale vario.

Nel retrocopertina il libro viene così riassunto: “Due uomini si incontrano, un giorno, e scoprono di avere molte cose in comune, pur appartenendo a mondi diversi. Papa Giovanni e Giacomo Manzù, l’uomo di Chiesa e l’artista, si ritrovano ad un certo punto del loro cammino, di là dalle barriere ideologiche, nell’amore comune per l’uomo”.

Tuttavia le barriere e le divergenze non erano solo ideologiche, ma di fede poiché Manzù era ateo. Inoltre il vero amore per il prossimo è finalizzato all’amor di Dio. Ora se non si crede in Dio neppure si può amarlo e amare il prossimo per amor di Dio. Questo “amore comune per l’uomo” è pura filantropia e non ha nulla a che vedere con la carità o l’amore soprannaturale.

L’elezione di Giovanni XXIII

Con l’elezione di Giovanni XXIII (novembre 1958) le cose si sbloccarono. L’ostacolo (Pio XII) oramai non sussisteva più, era passato a miglior vita e in Vaticano tirava un altro vento.

Quando Manzù, dietro interessamento di don De Luca, fu incaricato di fare un ritratto e un busto di papa Roncalli appena eletto, questi gli disse di iniziare i lavori per le Porte di San Pietro.

Lo stesso Manzù scrisse a don De Luca: “anche la Porta di San Pietro, che è stata proseguita solamente per le tue instancabili parole, viene a te giustamente e con tutta l’amicizia dedicata” (G. Manzù, Il mio amico più vero, in Don Giuseppe De Luca. Ricordi e Testimonianze, a cura di M. Picchi, Brescia, Morcelliana, 1963, p. 244)[13].

Nonostante tutto ciò monsignor Loris Capovilla (il segretario personale di Giovanni XXIII) ha scritto: “Giacomo Manzù, artista cristiano, sensibilissimo alla dignità e libertà dell’uomo […] cantore di Giovanni XXIII e di don Giuseppe De Luca. […]. La Porta della Morte [della basilica di San Pietro, ndr] documenta l’avvenuta riconciliazione dell’arte con gli uomini di Chiesa, si deve anche a don Giuseppe De Luca sia per avere determinato l’intimidito e talvolta irritato artista a non arrendersi alle difficoltà incontrate [provenienti dalla Curia romana, ndr], sia per la scelta dei temi biblici e storici. Non per nulla a fianco della firma di Giacomo Manzù figura la dedica a De Luca, che lo scultore incise nel bronzo. […]. Il De Luca assisté l’autore della Porta in tutte le fasi della creazione di essa e in tutti i dettagli. Poi vi fu rappresentato prima che fosse compiuta. Ecco perché a lui l’Autore volle dedicarla. La piccola iscrizione di dedica è poco sotto la figura di papa Giovanni con don De Luca[14]” (L. Capovilla, Introduzione a G. Antonazzi, Don Giuseppe De Luca. Uomo, cristiano e prete, Brescia, Morcelliana, 1992, pp. 23-24)[15].

Monsignor Giovanni Antonazzi addirittura rincara la dose: “De Luca si era battuto, contro i detrattori, per rivendicare il carattere non soltanto religioso, ma cattolico dell’arte di Manzù e la sua concezione cristiana, anzi ecclesiastica della storia dell’uomo” (G. Antonazzi, Don Giuseppe De Luca. Uomo, cristiano e prete, cit., p. 235).

Paolo VI e Manzù

Il 28 giugno del 1964 (circa un anno dopo la morte di papa Roncalli) vennero inaugurate le Porte realizzate da Manzù. Paolo VI ricevette Manzù e i suoi accompagnatori.

Curtis Bill Pepper nel suo libro Un artista e il Papa. Sulla base dei ricordi personali di Giacomo Manzù (Milano, Mondadori, 1968) narra che Manzù era accompagnato alla cerimonia di inaugurazione da suo figlio Pio, dal cognato e da Raffaele Mattioli, il cultore di Guglielmina la Boema e del Libero Spirito apprezzati da Romana Guarnieri e da don De Luca.

Sappiamo che tre lastre di bronzo, le quali ornavano le Porte di San Pietro fatte da Manzù, furono rimosse: una raffigurante la Crocifissione perché Gesù e i soldati romani erano raffigurati totalmente nudi; un’altra perché Paolo VI era rappresentato con un simbolo massonico (il pentalfa) sulla mano e la terza perché rappresentava Mussolini appeso a testa in giù a Piazzale Loreto in Milano[16].

Don De Luca si trovava anche lui all’inaugurazione poiché sin dal 1947 aveva operato in segreto affinché le Porte bronzee di San Pietro fossero fatte dal suo caro amico Manzù. Ora il banchiere e mecenate (in odore di massoneria) Mattioli era anch’egli amico e finanziatore di De Luca. Quindi si può ritenere che De Luca, amico intimo e di vecchia data di papa Montini, si sia adoperato per l’invito alla cerimonia di Mattioli, che aveva conosciuto personalmente Montini  quando era arcivescovo di Milano.

Majnoni, Mattioli e De Luca

Mattioli fu presentato a De Luca da Massimiliano Majnoni d’Intignano, amico di don Giuseppe sin dagli anni Trenta. Massimiliano Majnoni nacque il 25 gennaio del 1894 a Incino d’Erba da una famiglia aristocratica lombarda fedele a casa Savoia sin dal Risorgimento. Nel 1921 venne assunto presso la Direzione Centrale della Banca Commerciale Italiana (Comit) allora diretta da Giuseppe Toepliz, a partire dal 1929 lavorò nella Comit a fianco di Raffaele Mattioli col quale coltivava la passione per la vita culturale, per la politica, la bibliofilia e la storia della letteratura. Nel 1934 venne chiamato al complesso lavoro di ristrutturazione  della Comit avviato dal Mattioli e da Giovanni Malagodi. Durante il periodo fascista collaborò con Mattioli alla gestazione del Partito d’Azione valendosi come sede protetta e occulta dell’Ufficio Studi di Roma della Comit. Dopo il 25 luglio e l’8 settembre appoggiò i movimenti antifascisti che iniziavano a sorgere in Italia e ne favorì soprattutto l’elemento liberale e libertario. Nel 1947 si ritirò a vita privata nella villa seicentesca della sua tenuta di Marti (sulle colline pisane), ove si occupò a tempo pieno - nella sua imponente biblioteca - di letteratura, archivistica, genealogia e bibliofilia. Morì a Marti nel dicembre del 1957.  Con De Luca ebbe in comune una passione intensa per la storia della letteratura e specialmente della “Pietà” intesa in maniera “sovrumana” o esoterica. Stefano Majnoni (il figlio maggiore di Massimiliano) ha reso possibile la pubblicazione del Carteggio intercorso tra Massimiliano Majnoni e Giuseppe De Luca per circa un ventennio (G. De Luca – M. Majnoni, Carteggio 1936-1957, a cura di S. Neirozzi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2007[17]).

Il monumento funebre di Mattioli

Grazie a De Luca Manzù conobbe Mattioli, il quale commissionò all’artista il suo monumento funebre: una statua scolpita in marmo bianco di Carrara e raffigurante L’Angelo della risurrezione. Il monumento è sito all’interno dell’abbazia di Chiaravalle a Milano nel sepolcro ove riposavano le spoglie dell’eretica Guglielmina la Boema († 1281), dissotterrata dietro ordine dell’Inquisizione nel 1300 dal sacello, occupato, quindi, da Mattioli alla di lui morte. La scultura dell’Angelo rappresenta una figura androgina in piena corrispondenza con le idee dell’androgino primitivo della cabalista Guglielmina e dei Guglielmiti, suoi seguaci (cfr. M. Blondet, Adelphi della dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico, II ed., Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2013).

De Luca mediatore tra laicismo e religione

Anche in queste circostanze ritroviamo un De Luca nel suo ruolo abituale di “mediatore ecumenista” tra la cultura profana e quella sacra, ossia: 1°) tra Manzù e Pio XII, ma quest’incontro non andò a buon fine poiché Pio XII non apprezzò l’arte impudica e dissacrante dello scultore, che per di più era comunista e ateo; 2°) tra Manzù  e Giovanni XXIII, col quale l’incontro ebbe buon esito. Papa Giovanni non ebbe nulla da obiettare a Manzù quanto al suo modo di rappresentare scene sacre commiste con nudi e tantomeno quanto al suo filocomunismo e ateismo. Roncalli addirittura lo ingaggiò per la composizione delle Porte di bronzo di San Pietro, le quali, nonostante le forti opposizioni della Curia romana, vennero inaugurate nel 1964, ma dovettero subire l’amputazione di tre pannelli (uno perché osceno, uno perché rivelava una eventuale affiliazione di Montini alla massoneria e uno perché non in linea con il culto della Resistenza); 3°) infine tra Manzù e Mattioli, il banchiere che aveva una concezione esoterica del sacro, ed anche in questo caso l’incontro andò a buon fine poiché Mattioli commissionò per sé a Manzù un monumento funebre rappresentante una figura androgina di stampo cabalistico, che fece apporre sulla sua futura tomba, la quale era appartenuta a Guglielmina la Boema, un’eretica gnosticheggiante che si presentava come una sorta di “Messia femminile”.

Finalmente un De Luca “pubblico”

Durante tutto il tempo che occorse per gli incontri tra Manzù e Giovanni XXIII, il quale dovette posare più volte perché lo scultore gli facesse un ritratto e un busto,   don De Luca fu sempre presente e Manzù lo ha raccontato a Curtis Bill Pepper tale e quale lo ha visto e sentito sino alla sua morte (19 marzo 1962). Ne risulta, quindi, grazie a queste testimonianze registrate, un De Luca pubblico e non esoterico, che si dimostra francamente avverso a Pio XII, ai cardinali tradizionalisti e conservatori della Curia romana e molto aperto alle idee progressiste sia in politica che in morale.

Il culto dell’uomo accomuna Manzù a Giovanni XXIII e Paolo VI

Il culto dell’uomo, della sua libertà e della sua dignità è ciò che ha accomunato Giovanni XXIII e Manzù, come ha scritto monsignor Capovilla. Giovanni XXIII nel Discorso di apertura del Concilio (11 ottobre 1962) ha detto: “feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone […]  che nei tempi moderni non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando. […]. A Noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura,  che annunziano sempre eventi infausti ” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971, p. [39]).

Paolo VI nel Discorso di apertura del 2° periodo del Concilio (29 settembre 1963) ha detto: “Il Concilio cercherà di lanciare un ponte verso il mondo contemporaneo” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971, p. [109])

Paolo VI nell’Omelia della nona sessione del Concilio (7 dicembre 1965) ha detto: “anche noi, noi più di tutti siamo i cultori dell’uomo! […]. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno” (Enchiridion Vaticanum, Documenti. Il Concilio Vaticano II, EDB, Bologna, IX ed., 1971,  p. [282-283]).

Il culto della persona umana lo ritroviamo sia nella massoneria sia in certi Documenti del Concilio Vaticano II, in cui la persona umana è presentata come avente una dignità assoluta e imperdibile. Non è un caso che Manzù abbia rappresentato Paolo VI (colui che ha portato a compimento l’opera iniziata da Giovanni XXIII) con un pentalfa massonico stampato sulla mano.

Nonostante tutto ciò monsignor Capovilla e monsignor Antonazzi si ostinano a presentarci un Manzù “artista cristiano”, che aveva una “concezione cristiana anzi ecclesiastica della storia” e la cui arte aveva un “carattere non soltanto religioso ma cattolico”.

Purtroppo le cose non stanno così. De Luca ha combattuto segretamente contro Pio XII, è stato intimo di Roncalli e Montini anche nelle loro aperture progressiste, ha difeso Manzù che ha leso la virtù del pudore e della religione nelle sue opere artistiche.

d. Curzio Nitoglia

Fine della Settima Parte

(Continua)



[1] V. Roghi a cura di, G. De Luca – R. Guarnieri, “Tra le stelle e il profondo”. Carteggio 1938-1945. Brescia, Morcelliana, 2010, p. 8.

[2] M. Porete, Lo specchio delle anime semplici, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, a cura di R. Guarnieri.

[3] Cfr. U. Floridi, Mosca e il Vaticano, Milano, Casa di Matriona, 1972.

[4] Religione dal latino religio = religare, ossia riunire l’uomo a Dio.

[5] Di padre Innocenzo Colosio su De Luca cfr. anche Il mistero dell’abbé Henri Bremond 1865-1933, in “Rivista di ascetica e mistica”, n. 2, 1966, p. 204 ss.

[6] Pio XII aveva tolto ogni stima a De Gasperi dopo i suoi discorsi su la DC come Partito aconfessionale e di centro, ma che guarda a sinistra, e le lettere, pubblicate da Giovanni Guareschi, in cui De Gasperi si rallegrava per il bombardamento angloamericano sul quartiere di San Lorenzo di Roma nel luglio del 1943, poiché avrebbe affrettato la caduta del fascismo, nonostante le numerose vittime provocate.

[7] Questa “consapevolezza” di De Luca sul prestigio che conferiva lui alla Chiesa e non viceversa lascia increduli e attoniti, ma così sta scritto e così lo riporto.

[8] «Lo storico Gabriele De Rosa in un suo quaderno di appunti relativi a conversazioni avute con De Luca, alla data 30 novembre 1961, riporta le parole dettegli da don Giuseppe: “Sono stato io a provocare quel telegramma. Parlai a Togliatti e gli dissi che Krusciov scegliesse quell’occasione per fare veramente qualcosa di serio”» (R. Guarnieri, cit., p. 322, nota 157)

[9] Si dice che in Italia sino al 25 luglio del 1943 vi erano circa 40 milioni di fascisti e dopo il 25 luglio circa 40 milioni di antifascisti.

[10] Cfr. il succitato discorso di Paolo VI alla chiusura del Concilio.

[11][11] Giovanni Paolo II afferma nella sua prima enciclica (del 1979) ‘Redemptor hominis’ n. 9: «Dio in Lui [Cristo] si avvicina ad ogni uomo dandogli il tre volte Santo Spirito di Verità» ed ancora ‘Redemptor hominis’ n. 11: «La dignità che ogni uomo ha raggiunto in Cristo: è questa la dignità dell’adozione divina». Sempre in ‘Redemptor hominis’ n. 13: «non si tratta dell’uomo astratto, ma reale concreto storico, si tratta di ciascun uomo, perché […] con ognuno Cristo si è unito per sempre […]. l’uomo – senza eccezione alcuna – è stato redento da Cristo, perché, con l’uomo – ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando l’uomo non è di ciò consapevole […] mistero [della redenzione] del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre». Gli stessi concetti sono stati espressi nelle altre due Encicliche successive: Dives in misericordia (1980) e Dominum et vivificantem (1986)

[12] Cfr. anche L. Mangoni, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana del Novecento, Torino, Einaudi, 1989, p. 350 e 365, nota 93.

[13] Quando morì Alcide De Gasperi, per interessamento di De Luca, fu commissionato a Manzù il monumento funebre, che avrebbe accolto le spoglie mortali dello statista trentino sotto il portico della basilica di San Lorenzo al Verano (R. Guarnieri, Don Giuseppe De Luca (1898-1962) tra cronaca e storia, in G. Rossini, Modernismo, fascismo, comunismo, cit., p. 313, nota 144).

[14] Don De Luca è rappresentato come un prete pensoso, che si avvia verso la morte col capo chino e le mani nelle tasche della talare ed è il primo personaggio a sinistra, nella fascia in bassorilievo, sulla facciata interna della Porta, ove c’è anche - poco sotto la figura di papa Giovanni - la breve dedica a don De Luca.

[15] Cfr. anche G. Sandri, La Porta della Morte di Giacomo Manzù, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1966, pp. 45-46.

[16] L’idea di rappresentare il cadavere profanato di Mussolini era stata di Pio XII nel 1947 quando si indisse il concorso per l’esecuzione delle Porte bronzee di San Pietro. Cfr. R. Marchesini, La Rivoluzione nell’arte, Crotone, D’Ettoris, 2016, p. 96.

[17] Gli altri Carteggi enumerati in ordine di pubblicazione sono: G. De Luca – G. Papini, Carteggio, I, 1922-1929, a cura di M. Picchi, Roma, 1985; G. Bottai – G. De Luca, Carteggio, 1940-1957, a cura di R. De Felice e R. Moro, Roma, 1989; G. De Luca – G. B. Montini, Carteggio, 1930-1962, a cura di P. Vian, Brescia-Roma, 1992; P. Bargellini – G. De Luca, Carteggio, I, 1929-1932, a cura di G. Scudder, Roma, 1998; G. De Luca – F. Minelli, Carteggio, I, 1930-1934; II; 1935-1939, a cura di M. Roncalli, Roma, 1999-2000.

 
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