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Etica dell’epicureismo
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Introduzione

Abbiamo visto che comunemente si ritiene la morale dell’epicureismo una grossolana sensualità fatta di stravizi, gozzoviglie, crapule e bagordi. Invece non è così. La filosofia di Epicuro è edonistica, ma non è un edonismo degenerato, disordinato e ripugnante. Vediamo ora meglio perché.

La filosofia epicurea è materialistica, nega la metafisica, l’aldilà, il sovrasensibile, Dio, l’immortalità dell’anima, pur ammettendo nell’uomo l’esistenza di un’anima materiale e sensibile come quella degli animali, che muore assieme al corpo. Conseguentemente il fine ultimo per Epicuro è materiale e da porsi nella ricerca del piacere e nella fuga dal dolore1.

L’aponìa e l’atarassìa

Per Epicuro il piacere è il vero bene che posseduto rende felici, è il principio e il fine dell’agire umano e, siccome l’anima è mortale, il piacere deve essere sensibile. Il sistema etico epicureo è edonistico (edoné in greco significa piacere), ma l’edonismo epicureo non è l’edonismo radicale e grossolano, che predica la ricerca indiscriminata del piacere materiale dell’attimo, reputato superiore ai piaceri dell’anima. Secondo Epicuro l’edonismo è utilitaristico e moderato, in quanto ricerca il piacere con un calcolo e non indiscriminatamente e senza alcuna regola. Inoltre per l’epicureismo il piacere dell’anima è superiore a quello del corpo, escludendo tutti quei piaceri che non sono naturali e necessari.

Vari tipi di piacere

Il più alto grado di piacere consiste nella mancanza di dolore. Esso in greco è chiamato aponìa (assenza di dolore e di pena nel corpo e nell’anima) o piacere catastematico, ossia piacere statico o immobile, in quiete e non in movimento (piacere cinetico), poiché al moto è sempre connesso un certo turbamento e quindi il dolore. Inoltre vi è l’atarassìa o la tranquillità e la sicurezza dell’animo, che è caratterizzata dall’imperturbabilità propria del vero sapiente.

L’aponìa è uno stato di quiete, in cui non vi è nessun dolore e questo per l’epicureismo è il massimo bene o piacere, di molto superiore al piacere in movimento (cinetico), che assieme al muoversi comporta un certo turbamento, mentre il piacere catastematico o immobile è privo di ogni ombra di movimento, vicissitudine e turbamento.

Piacere dell’anima e del corpo

Epicuro specifica che il piacere o il dolore dell’anima è superiore a quello del corpo poiché la carne gode o soffre solo di ciò che è presente mentre l’anima, col ricordo o l’immaginazione del futuro, gode o soffre anche del piacere o del dolore passato e può anticipare, con l’attesa, quello futuro.

Epicuro è materialista, ma secondo lui l’aggregato atomico dell’anima è differente dall’aggregato atomico del corpo, ossia gli atomi che unendosi formano l’anima sono meno materiali di quelli che formano il corpo.

In breve il piacere epicureo non è quello dei dissoluti (cfr. Epicuro, Lettera a Meneceo, 131), ma consiste nel non soffrire stabilmente, restando in quiete quanto al corpo (aponìa) e nel non essere turbati quanto all’anima (atarassìa).

La saggezza governa il piacere

Per Epicuro la saggezza (phrònesis) o scienza pratica che produce il piacere è superiore alla sapienza (sophìa). Inoltre chi regola e dirige la vita etica non è il piacere, ma il calcolo ragionato e applicato al discernimento dei piaceri maggiori e minori, veri e falsi per scegliere i primi e lasciare i secondi.

Per Epicuro è la saggezza o phrònesis che presiede a questo compito. Essa è una sapienza pratica tipicamente umana che consiste nel ben deliberare attorno a ciò che è bene o male per l’uomo, insegnandogli a ben vivere ed è ben distinta dalla sophìa o sapienza aristotelica, che è una conoscenza speculativa e teoretica, propria del filosofo, delle cose soprasensibili e metafisiche.

La saggezza con l’epicureismo diventa la conoscenza più nobile e scalza la sapienza platonico/aristotelica. La saggezza porta l’uomo virtuoso o saggio a scegliere solo i beni stabili (catastematici), che sono l’assenza del dolore nel corpo (aponìa) e la mancanza di turbamento nell’animo (atarassìa).

Gerarchia dei beni

Per Epicuro vi sono vari gradi di bene. Il primo gruppo di piaceri sono quelli naturali e necessari (mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, dormire quando si è stanchi) strettamente legati alla conservazione della vita dell’individuo. Per Epicuro sono gli unici veri beni in quanto allontanano il dolore dal corpo. Epicuro, contrariamente a quanto si pensa comunemente, esclude dai veri beni l’amore carnale, che può essere fonte di dolore e turbamento. I piaceri naturali e necessari debbono essere soddisfatti.

Il secondo gruppo di beni sono quelli naturali e non necessari e quindi superflui, ossia il mangiare bene, con bevande raffinate, il vestire in modo elegante e così via. Essi vanno scelti con limite e misura.

Il terzo gruppo è costituito da piaceri non naturali e non necessari e son chiamati “vani” poiché nascono dalle vane e fallaci opinioni degli uomini, per esempio il desiderare la ricchezza, la potenza, gli onori. Ai piaceri vani non bisogna mai cedere poiché arrecano turbamento all’anima.

Se riusciamo a scegliere solo il primo gruppo di piaceri allora riusciamo a bastare a noi stessi (autarchia) e in ciò vi è la felicità copiosa.

Il dolore è relativo

Siccome l’uomo è mortale anche quanto all’anima, come può Epicuro proclamare che il piacere è assoluto e totale mentre sembra essere compromesso dai dolori corporali e dell’anima dai quali nessuno è libero totalmente?

Egli risponde che se il dolore è lieve è sopportabile e non offusca la pace dell’animo; se è acuto passa presto, se è acutissimo conduce alla morte in breve, la quale è uno stato di assoluta insensibilità.

Per quanto riguarda i mali dell’anima sono prodotti unicamente dalle opinioni erronee degli uomini e basterà correggere queste per allontanare quelli.

Per esempio se si teme la morte è solo perché si ha una falsa opinione di essa. Infatti l’eternità non esiste e con la morte cessa ogni cosa, anche il dolore. L’importante è concepire la morte non come un qualcosa che dura, ma come l’istante in cui cessa la vita e subentra la morte. Ora ciò che spaventa gli uomini è proprio il passaggio dalla vita alla morte ed Epicuro nega questo spazio intermedio, eliminando così la paura della morte.

Conclusione

L’epicureismo non è un edonismo grossolano, ma resta pur sempre un materialismo immanentista che nega l’aldilà, la metafisica, il sovrasensibile, Dio, l’anima immortale.

Inoltre anche dal punto di vista morale, che è la chiave di volta della filosofia epicurea, questa s’imbatte in contraddizioni insolubili: 1°) il problema della aponìa (assenza di dolore e di pena nel corpo e nell’anima) è una chimera e un’utopia. Infatti l’esperienza ci insegna che la vita dell’uomo è piena di gioie e di dolori nel corpo e nell’anima e che essi sono inevitabili; 2°) l’atarassìa o la tranquillità e la sicurezza dell’animo, che è caratterizzata dall’imperturbabilità, non è possibile in questo mondo, nel quale vi saranno sempre gioie, ma anche dispiaceri che verranno a bussare alla porta della nostra anima; 3°) i piaceri che secondo Epicuro sono naturali e necessari (mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, dormire quando si è stanchi) non sempre e non da tutti sono raggiungibili: vi sono molti uomini che muoiono di fame, altri che soffrono di insonnia; 4°) inoltre vi sono almeno tre cose che possono attentare alla nostra felicità e al piacere: a) l’incedere del tempo, che divora il piacere del corpo il quale invecchia e si ammala; b) la minaccia del dolore che può sopraggiungere, nessun uomo essendone immune; c) la morte che è sempre in agguato; 5°) Epicuro risponde che se il dolore è lieve è sopportabile e non offusca la pace dell’animo, (ma ciò non è vero: un mal di denti non è un dolore estremo, però ci toglie il piacere del corpo); se è acuto passa presto (ma anche questo non corrisponde alla realtà: vi sono dei malanni gravi e dolorosi che durano anni); se è acutissimo conduce alla morte in breve, la quale è uno stato di assoluta insensibilità (tuttavia la morte in sé è dolorosa e bisogna arrivare al post mortem per non soffrire più, a condizione che l’anima sia mortale e non esista l’eternità come reputa Epicuro, altrimenti le sofferenze più gravi ed eterne iniziano proprio allora); 6°) i mali dell’anima per Epicuro sono prodotti unicamente dalle opinioni erronee degli uomini e basterà correggere queste per allontanare quelli, ma l’esperienza dimostra che vi sono mali dello spirito (ben più gravi di quelli del corpo) che possono abbattersi su qualsiasi persona indipendentemente da ciò che pensa.

Come si vede il materialismo iniziale vizia tutta la filosofia epicurea anche là ove cerca di dire all’uomo contemporaneo qualcosa di saggio.

L’unica sua nota positiva è che l’edonismo epicureo non è grossolano e crapulone come quello odierno. Tutto ciò ci fa capire quanto siamo caduti in basso. Dopo la Rivelazione e la grazia conferitaci da Gesù Cristo l’uomo moderno e contemporaneo è caduto più in basso del pagano che viveva senza la Rivelazione soprannaturale.

d. Curzio Nitoglia

Fine della Seconda Parte

Continua

1) Cfr. G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, Milano, Bompiani, 2004, vol. V, pp. 111-314.

 

 
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