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La vera vita è la vita cristiana
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Questa vita non è la vera vita

Introduzione

Tutti amano la vita, ma che cosa è la vera vita? Vivere non significa vegetare come le piante o trascinare un’esistenza simile a quella degli animali, che mangiano, bevono, si muovono, crescono, si riproducono, hanno una certa sensibilità esterna (vista, gusto, tatto, odorato e olfatto) ed interna (memoria, immaginazione…) e poi muoiono dissolvendosi nel nulla.

Ordine naturale e soprannaturale

L’uomo ha anche un’anima spirituale, dotata di intelligenza per conoscere la verità e di volontà per amare il bene, ma oltre alla vita umana naturale vi è anche una vita soprannaturale, dono gratuito di Dio, che perfeziona la vita naturale e la fa partecipare mediante la grazia santificante, in maniera finita e limitata, alla vita stessa di Dio, per cui “questa vita non è la vera vita”, essa è una preparazione alla vera vita che è quella eterna la quale ci attende nell’aldilà.

Se crediamo alla divina Rivelazione non solo ciò è un fatto acquisito per noi, ma abbiamo l’obbligo di non sprecare il dono di Dio, anzi di farlo fruttificare e di accrescerlo con la fede vissuta e la  pratica delle buone opere, in breve con la vita cristiana o soprannaturalmente spirituale. “Vita est res severa” dicevano gli antichi Romani. Allora, soprattutto se cristiani, cerchiamo di vivere seriamente la vera vita e di non sprecarla lasciandola scorrere perdendo tempo e rischiando di perdere anche l’anima.

Cerchiamo di essere uomini che vivono interamente la loro vita naturale e soprannaturale poiché “la grazia non distrugge la natura, ma la presuppone e la perfeziona” (S. Tommaso d’Aquino). Dobbiamo essere volentieri e gioiosamente tutti di Dio, senza mezze misure, senza compromessi, senza cristianesimo a metà e mediocremente vissuto.

La grazia santificante è germe della gloria eterna

La nostra vita cristiana o spirituale è la sola unica vera vita perché tende all’infinito, presupponendo in noi il “germe della gloria” (“gratia est semen gloriae”, San Tommaso d’Aquino). Quindi essa s’identifica potenzialmente con la vita eterna e ne è l’inizio imperfetto quaggiù.

La ghianda diventa quercia perché potenzialmente la contiene, essendo della stessa specie e il bambino diventa uomo poiché ne ha la stessa natura anche se allo stato imperfetto. Allo stesso modo il cristiano su questa terra può diventare un santo del Cielo poiché ha in sé la vita divina tramite la grazia che è germe di gloria eterna. Sì, la grazia è un embrione della vita del Cielo.

L’importanza dei princìpi

Perché ciò accada occorre partire da princìpi fermi, certi, assoluti (i princìpi primi per sé evidenti e i dogmi) e giungere con una logica ferrea a conclusioni rigorose, le quali ci portino a vivere una vita naturale e un cristianesimo integrale nella assoluta pienezza della verità naturale e soprannaturale posseduta e vissuta.

La nostra intelligenza e la nostra volontà sono aperte all’infinito. Infatti hanno come oggetto il vero e il bene che in sé non hanno limiti. Siamo noi che posiamo conoscerli e amarli solo limitatamente conforme alla nostra natura creata e finita.

Non si transige sui princìpi, essi sono tutto e non possono essere scalfiti neppure di un solo “iota”, anche se la loro applicazione ai casi particolari deve essere fatta con molta prudenza soprannaturale, con buon senso e con logica. Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange diceva che il vero cristiano è irremovibile nei princìpi perché ha la fede e largo nella pratica perché ha la virtù soprannaturale di carità, mentre il liberale è stretto nella pratica perché non ama soprannaturalmente, essendo privo della carità, ed è largo nei princìpi perché non ha la fede.

L’applicazione prudente dei princìpi alla vita pratica

S. Ignazio da Loyola nei suoi Esercizi Spirituali ci insegna ad applicare i princìpi (ascetici e mistici) ferrei in maniera molto adattabile al modo di viverli meglio, vale a dire il principio resta immutabile in sé, ma io lo vivo e me ne servo “tanto quanto mi aiuta a cogliere il fine, né più né meno”. Non bisogna diventare schiavi dei dettagli, delle inezie, dei particolari futili, ma occorre essere fedeli servitori dei princìpi e liberi padroni delle pratiche, camminando spediti nella nostra unica via (la vita naturale perfezionata da quella cristiana) verso la nostra unica meta (Dio e il Cielo), senza deviare né per eccesso né per difetto. Ogni eccesso è un difetto e ogni difetto è una deficienza.

Dio innanzitutto

Dio esiste: la retta ragione non turbata dalle passioni, dalla cattiva volontà e dalla mala vita ne prova l’esistenza con certezza. La Rivelazione ce lo conferma. Ma  crediamo veramente in Dio? Forse a metà, ossia ci accontentiamo solo di belle parole riguardo al Signore, ma non le caliamo in pratica e, perciò, mentiamo a noi stessi e agli altri. È purtroppo molto comune a noi uomini vivere di vane parole e cercare soprattutto i nostri interessi spiccioli ed egoistici, specialmente riguardo al fine ultimo della nostra vita.

Invece occorre mettere in pratica i princìpi anche se non fanno comodo alla nostra natura ferita dal peccato originale e pronta alla ricerca dell’amor proprio, del vano onor del mondo, dei piaceri anche illeciti e disordinati e dell’attaccamento eccessivo alle creature. Spesso convertiamo il mezzo in fine, la creatura nel Creatore e questo è il grosso equivoco che ci fa condurre una vita falsa ed equivoca. Normalmente se si ha un principio bisogna venirne a capo, arrivare alla conclusione, le cose iniziate vanno compiute e non lasciate a metà, ma noi nella vita specialmente spirituale siamo campioni per lasciare le cose a metà. Occorre una avere un’intelligenza illuminata e una volontà fortificata per vivere da veri uomini la vita naturale e da veri cristiani quella soprannaturale: una volontà forte, ma non illuminata dall’intelletto sbaglia strada, cammina alla cieca e un’intelligenza sopraffina senza una buona volontà ci porta alle peggiori aberrazioni mentali e agli errori più gravi.

Dio esiste, ci ha creati per Sé e per Sé soltanto come fine ultimo; tutte le altre creature sono dei mezzi che debbono e possono aiutarci a raggiungere il nostro fine ultimo.

Allora se ci facciamo un serio esame di coscienza, senza fingere, ci possiamo chiedere se Dio è tutto per noi, l’unico fine ultimo poiché “ponere duos fines haereticum est”. Non si possono servire due padroni sotto lo stesso rapporto e nel medesimo tempo. O si serve uno e si lascia l’altro o viceversa. È il Vangelo che ce lo conferma!

Dio, quindi, è il nostro unico fine, il nostro tutto, la nostra eterna pace. S. Agostino ci insegna che “il nostro cuore è instabile ed inquieto sino a che non riposa in Lui”.

La fede ci fa aderire soprannaturalmente a tutto quanto Dio ci ha rivelato di Se stesso. Ora noi abbiamo la fede, ma la mettiamo in pratica? la viviamo seriamente? S. Giacomo ci rivela che “la fede senza le buone opere è morta”, non serve a nulla. Dobbiamo, quindi, mostrare nella nostra vita concreta e quotidiana la nostra fede, i suoi principi non solo affermati, ma vissuti.

Siamo fatti per Dio, lo dobbiamo conoscere, amare e servire. Questo è lo scopo della nostra vita, che solo così sarà vera e non sprecata.  La Scrittura ci dice: “Temi Dio e osserva i suoi Comandamenti, perché questo è tutto l’uomo” e la retta ragione: “fa il bene ed evita il male”. Ecco i princìpi che debbono regolare la nostra condotta giorno dopo giorno sino alla nostra morte, quando finirà la prova di questa vita, che è una sorta di “apprendistato” per entrare nella vera vita che è quella eterna e che sarà o sempre felice (se abbiamo vissuto coerentemente ai princìpi della retta ragione e della fede) o sempre infelice (se abbiamo vissuto incoerentemente e malamente).

Dio ci ha creati per la felicità eterna, siamo solo noi con la nostra cattiva volontà che possiamo guastare il suo piano e non raggiungere il nostro fine precipitando per sempre nell’inferno.

Il pericolo delle mezze verità

Allora saremo fedeli a Dio? Al principio da cui deriviamo? Oppure mentiremo a noi stessi, a Dio e al prossimo e vivremo contro il piano del Creatore e quello della natura? Dipende solo da noi e soprattutto dalla nostra buona volontà, poiché “non è la buona intelligenza che rende buono l’uomo, ma la buona volontà” dice S. Tommaso d’Aquino, che pur valuta sommamente l’intelletto umano.

Siamo “grandi” nel progetto di Dio, cerchiamo di non diventar meschini nei nostri progetti. Dio ci ha creati per l’infinito, per Lui, per il Cielo e noi vogliamo ripiegarci su noi stessi, sui nostri capricci, piaceri, onori, ricchezze? Purtroppo spesso lo facciamo. Ma quando si è destinati all’infinito, perché prendere un treno che invece ci porta alla miseria della finitezza e dell’angustia della nostra natura creata e limitata? È il mistero del cuore umano. Il Profeta dice che esso è pravo e insondabile e solo Dio lo scruta sino in fondo; per noi stessi è un mistero troppo profondo.

Pensiamo a Giuda creato per il Cielo, chiamato da Gesù a diventare uno dei Dodici Apostoli che ha preferito se stesso a Cristo e dopo aver peccato non si è pentito col dolore e il fermo proposito (come fece S. Pietro), ma disperando si è impiccato. Mistero tremendo d’iniquità. Anche noi possiamo fare come Pietro o come Giuda, non siamo predestinati all’inferno (come voleva Lutero), ma Dio ci lascia liberi di volere il bene o il male, Lui o noi.

La vita naturale

Dio ci ha dato la vita del corpo, la vita puramente naturale. Ora il corpo vive mediante l’anima che è il principio della vita. “Vivere è muovere se stesso, mangiando, crescendo, riproducendosi, percependo sensibilmente e conoscendo liberamente” (Aristotele). Questo è l’ordine naturale che viene perfezionato da quello soprannaturale, come vedremo dopo.

Le operazioni dell’anima sono la conoscenza razionale, l’amore libero della volontà e l’impulso che essa dà alle facoltà locomotrici (piedi, mani…). Ognuno di noi sperimenta di avere delle facoltà o forze conoscitive (sensi esterni, interni e intelletto), volitive (moti della volontà e della sensibilità) e operative (le membra del corpo). Quindi la vita naturale dell’uomo consiste in conoscere, volere o amare e agire di conseguenza. Occorre perciò sviluppare mente, volontà e membra, senza trascurare nulla. Allora saremo uomini completi, capaci di conoscere il vero e confutare il falso, amare il bene e odiare il male, agire per ottenere la verità conosciuta e il bene amato o per oppugnare l’errore scorto e respingere il male disprezzato.

La vita soprannaturale

Dio ha voluto per sua libera scelta, senza esservi obbligato, elevarci all’ordine soprannaturale, infondendo la grazia santificante nella nostra anima, e così ci fa partecipare in maniera limitata e finita alla sua stessa vita divina. Infatti la grazia sopra-naturalizza o “divinizza” limitatamente e finitamente l’essenza dell’anima, le virtù rendono l’intelletto e la volontà capaci di conoscere Dio come è nella sua vita nascosta e soprannaturale (mediante la fede) e amarlo come Lui stesso si ama (mediante la carità). Inoltre ci dà un aiuto o una spinta (grazia attuale) per agire o passare all’atto facendo concretamente atti di virtù. In breve Dio si impadronisce, dopo essere entrato nella nostra anima, delle nostre facoltà le sopraeleva e dà loro capacità soprannaturali che consentono loro di agire soprannaturalmente o “divinamente” (per partecipazione e mai per essenza). Come si vede, se la vita naturale è dovuta all’unione dell’anima col corpo che viene vivificato da essa, la vita soprannaturale o cristiana è l’unione di Dio (sub ratione Deitatis) con l’anima, che viene sopraelevata all’ordine soprannaturale e resa capace di agire “divinamente” (per partecipazione, mai per essenza).

Noi dobbiamo, perciò, essere uniti a Dio come il nostro corpo è unito all’anima, altrimenti moriremmo soprannaturalmente (ossia saremmo in stato di peccato mortale).

È opera sommamente importante educare il corpo a vivere secondo ragione (vita naturale) e l’anima a vivere secondo Dio (vita soprannaturale). In queste pagine vedremo i princìpi che presiedono all’educazione soprannaturale facendo continui richiami alla vita naturale per essere più chiari e, quindi, meglio capiti.

Cominciamo a capire quanto sia importante, bello, vero, autentico, serio essere e diventare cristiani sempre più perfettamente o in maniera sempre più unita e vicina a Dio. Vivere una vita non solo razionale, ma divina (per partecipazione) questo è il nostro compito e spiegarne il come è il fine di queste pagine.

Sino a che non ci innalzeremo alle vette della vita “divina” ci mancherà qualcosa che poi è il più importante o l’unicum necessarium della nostra esistenza. Solo così potremo conoscere, amare, servire Dio soprannaturalmente e poi goderlo “faccia a faccia” nell’aldilà tramite il lumen gloriae nella visione beatifica della sua Essenza. Ecco tutto lo scopo della nostra povera vita (arricchita da Dio): possedere Dio e essere eternamente felici: Dio e felicità o beatitudine eterna!

L’ordine e il disordine

Per arrivare a ciò occorre agire con ordine e metodo. Dio, essendo il Creatore deve essere il primo in ogni cosa. La sua gloria passa innanzi alla nostra beatitudine, felicità e salvezza dell’anima, la quale è una conseguenza della gloria che diamo a Dio. L’intelletto, la volontà e la nostra azione devono occuparsi più della sua gloria che della nostra felicità soprannaturale ed eterna. Le creature devono essere dei mezzi ordinati innanzi tutto alla gloria di Dio e poi alla nostra beatitudine. Questo è l’ordine dei mezzi al fine che non dobbiamo mai violare.

Tuttavia l’uomo è debole e può cadere nel disordine, mettere il mezzo al posto del fine. L’antropocentrismo dell’epoca moderna, iniziata con l’Umanesimo e il Rinascimento, è il risultato di questo disordine. Infatti ciò che nella vita dell’individuo si chiama disordine nella vita della società si chiama rivoluzione o sovversione. Il disordine è il rovesciamento dell’ordine naturale e divino: l’uomo si mette al posto di Dio, il teocentrismo cede il passo all’antropocentrismo, in cui l’uomo vive per sé, è il suo fine ultimo. ma questa è la definizione del peccato: “aderire alle creature e allontanarsi da Dio” (S. Tommaso d’Aquino). L’egoismo eretto a sistema filosofico e teologico, anzi diventato “religione”, è l’effetto del disordine.

Il peccato mortale è questo disordine, che fa preferire il proprio piacere alla gloria di Dio, il quale produce la morte della vita soprannaturale (la grazia santificante) dell’anima e può condurre all’inferno se si muore in questo stato.

Il peccato veniale non uccide la grazia nella nostra anima, ma la indebolisce. Tuttavia non bisogna pensare che sia qualcosa di trascurabile, di non importante. Infatti, anche se non toglie la grazia abituale è pur sempre un’offesa fatta a Dio, una mancanza di rispetto al Creatore il quale ha voluto che il Figlio si facesse uomo e morisse in croce per noi. Esso è paragonabile ad un figlio che malmena la madre, ma fa attenzione a non ucciderla. Come si vede è qualcosa di molto disdicevole. Pertanto dobbiamo fare tutto il possibile per non commettere peccati veniali di proposito deliberato. Soprattutto in maniera abituale, perché essi ci porterebbero alla tiepidezza e questa a vivere nello stato abituale di peccato mortale.

Golosità spirituale

A partire da ciò si evince che corriamo il pericolo, senza rendercene pienamente conto, di vivere il cristianesimo in maniera disordinata, ossia non per la gloria di Dio, ma per il nostro piacere spirituale: è quella che i santi chiamano “golosità spirituale”, si ricercano “le consolazioni di Dio piuttosto che il Dio delle consolazioni” (S. Francesco di Sales). Se siamo soliti dire o pensare “ho fatto una bella comunione, ho assistito a una bella messa, ho detto un bel rosario” dobbiamo esaminarci se in queste pie pratiche, che sono un mezzo nobilissimo per unirci a Dio, non cerchiamo piuttosto il nostro piacere che la gloria divina. Non dobbiamo dire: “se mi salvo do gloria a Dio, ma se do gloria a Dio allora mi salvo”. Questa attitudine ci aiuta a liberarci dal nostro “ego” ammalato dopo il peccato originale che cerca sempre di prendere lui il primo posto e toglierlo, anche inconsapevolmente, a Dio. Sono i “peccati occulti”, di cui non ci rendiamo pienamente conto, ma che viziano tutte le nostre opere buone se non riusciamo a liberarcene ritornando al retto ordine delle cose: prima Dio poi tutto il resto.

Il raddrizzamento

Il rimedio a tanto male si chiama raddrizzamento, distacco. Infatti se il male è disordine il bene sarà ordine, se il male è il capovolgimento il bene sarà il raddrizzamento. Con il raddrizzamento rimettiamo Dio al primo posto, con il distacco diamo il primato al fine e non ai mezzi.

Per essere veri cristiani dobbiamo amare Dio più di nostro padre, madre, fratelli, sorelle. Ciò non significa non curarsi o trascurare i nostri cari, anzi dobbiamo amarli come ci ricorda il 4° Comandamento, ma non più di Dio. Egli è il fine, tutto il resto è mezzo.

Se riuscissimo a far ciò troveremmo la vera pace dell’anima, la vera libertà o la liberazione da ogni schiavitù delle cose create. Solo Dio può renderci veramente felici, stabili, in pace con noi stessi. Le creature, anche le più nobili (padre e madre) e sante (comunioni, messe e rosari), se sono vissute come fine ossia per noi stessi, diventano una vera schiavitù, che ci tiranneggia tanto più fortemente quanto più nobili sono le cose che serviamo al posto di Dio, illudendoci di vivere spiritualmente e vivendo invece nel peccato occulto.

Senza rendercene conto pienamente siamo schiavi e posseduti più o meno da ogni creatura, forse dalle più nobili, ma pur sempre mezzi e non fine. Smettiamola di essere schiavi posseduti per diventare liberi padroni, che si servono con le mani delle creature e non le hanno nel cuore come loro scopo (S. Agostino). Dobbiamo avere l’abitudine di lasciare, se la gloria di Dio ce lo domanda, ogni cosa così come lascio la penna con cui sto scrivendo se debbo parlare con una persona che viene a chiedere un consiglio. Purtroppo abbiamo la pessima abitudine di voler continuare a scrivere (uso delle creature) mentre parliamo col prossimo (gloria di Dio). Così dispiaciamo sia a Dio che al prossimo. Il vero cristiano si serve di tutto ma serve solo Dio.

S. Ignazio da Loyola la chiama indifferenza della volontà (non della sensibilità) di modo che di fronte a “salute o malattia, onori o disprezzi, ricchezze o povertà” scegliamo unicamente ciò che meglio ci aiuta a cogliere e raggiungere il fine (Dio) e non ciò che ci piace, ossia praticamente noi stessi.

Attenzione! questa libertà di spirito non è stoicismo, insensibilità, mancanza di cuore e di amore. I due Comandamenti principali in cui risiede tutta la Legge di Dio sono l’amor di Dio e del prossimo. Non bisogna distruggere il nostro lato umano, la nostra sensibilità, ma la dobbiamo ordinare al fine, con sapienza e misura.

Cominciamo a capire quanto sia riduttivo, puerile ed anche pericoloso restare “mezzi-cristiani”, “semi-cristiani”, “demo-cristiani”. Dio ci ha creati per Sé, per l’infinito, e noi giochiamo come bambini nel finito, nell’angusto, nel limitato. Se il mio sarto mi facesse un vestito a metà non lo accetterei, se l’architetto mi facesse una casa senza tetto neppure, se il meccanico aggiustasse solo mezza automobile e non l’automobile tutta intera neanche. Così deve essere nella vita spirituale: niente mezze misure, ma neppure eccessi. Infatti ogni eccesso è un difetto. Il troppo storpia.

Siccome siamo troppo attaccati a noi stessi e non siam capaci di raddrizzarci totalmente, di distaccarci del tutto, allora Dio interviene e ci purifica con le aridità e le desolazioni (S. Ignazio da Loyola) la notte dei sensi e dello spirito (S. Giovanni della Croce), in cui non proviamo più nessun piacere, nessuna consolazione nelle creature e neppure nelle pratiche di pietà. Allora dobbiamo conoscere, amare e agire solo per Dio, anche se ci sembra assente, addormentato (come Gesù nella barca durante la tempesta sul Lago di Genezaret). È in questi momenti che ci spogliamo o meglio siamo spogliati dalla compiacenza in noi, nella nostra “santità” o “spiritualità” e impariamo a vivere nell’ordine: prima Dio e poi tutto il resto.

Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange diceva: “i giovani novizi, pieni di fervore sensibile, sembrano santi, ma non lo sono. I preti di mezza età, senza più l’ardore spirituale giovanile non lo sembrano e non lo sono. I vecchi religiosi, che cominciano a perdere le loro capacità naturali e quindi il compiacimento in se stessi, lo diventano sotto la potente mano di Dio”.

Dio inizia a purificare prima i sensi o le nostre facoltà locomotrici che ci rendono facile agire, poi la volontà, che inizia a non sentire più il fervore sensibile, ed infine l’intelletto, che inizia a perdere colpi e a rendersi conto che tutto ciò che ha studiato è paglia, come diceva S. Tommaso d’Aquino poco prima di morire (padre Francesco Pollien). Certamente questo lavoro di purificazione fa male, è come il trapano del dentista che scava la carie del dente, ma maggiore sarà la purificazione e maggiore sarà la gloria che potremo dare a Dio. Quindi diciamo con S. Agostino: “Signore, taglia, sega, incidi quaggiù purché mi faccia misericordia per l’aldilà e possa darti gloria per l’eternità”.

Se come un cattivo paziente fuggiamo alla vista del trapano del dentista, allora dovremo essere purificati nel Purgatorio, dove si patisce senza meritare. Nulla di imperfetto può entrare nel cielo che è il regno di Dio e quindi della Perfezione assoluta e infinita.

Se riusciamo a vivere nell’ordine allora godremo la vera, buona, santa imperturbabilità, ossia vedremo la volontà di Dio primo servito presente latentemente in ogni avvenimento, anche in quelli che impropriamente chiamiamo sventurati. L’apparenza è avversa, ma la sostanza si risolve sempre in un bene spirituale superiore al male che dobbiamo sopportare. Fare la volontà di Dio, anche se non ci piace, è tutto il cibo dell’anima. Ciò ci porterà ad accettare tutti gli avvenimenti con la medesima serenità d’animo perché tutti, anche quelli che non ci aggradano, arrecano in ultima analisi un bene.

Christianus alter Christus

Il cristiano è un altro Cristo o almeno lo dovrebbe essere. Ora Gesù è vero Dio e vero uomo, ma in lui la divinità e l’umanità sussistono in una sola Persona divina (il Verbo), ossia Gesù ci si presenta come modello da imitare nel perdere  la nostra personalità umana e ferita dal peccato originale per vivere della sua personalità (“vivo, ma non sono più io a vivere è Cristo che vive in me”, San Paolo). Cosa significa praticamente per noi nella vita spirituale? È semplice. Come Cristo dobbiamo fare in modo che la nostra persona umana sia perfezionata e quasi rimpiazzata con una sorta di “transustanziazione” (per partecipazione) dalla personalità divina del Verbo Incarnato. Allora la nostra natura umana, “troppo umana”, si farà muovere in maniera principale da Gesù così che l’impulso determinante degli atti umani viene dalla Persona divina. Per cui possiamo dire con San Paolo: “per me vivere è Cristo e morire un guadagno”. Solo così il cristiano sarà un’immagine vera di Cristo: avendo in lui in maniera finita e partecipata 1°) la vita divina (la grazia santificante); 2°) la vita umana perfezionata dalla natura umana di Cristo, che è venuto a restaurare il disordine prodotto dal peccato originale; 3°) l’unione dell’elemento divino (ordine soprannaturale) con quello umano (ordine naturale); 4°) l’annientamento dell’indipendenza e insubordinazione disordinata dell’umanità di fronte a Dio. Solo rinunciando al nostro amor proprio riusciremo a ottenere ciò e arriveremo a perfezionare la nostra natura umana, quella “divina” (infusaci gratuitamente da Dio mediante la grazia santificante) e a sottomettere pienamente l’elemento umano a quello divino, dando così gloria a Dio e salvandoci, conseguentemente, l’anima. Siamo disposti a lasciarci condurre e maneggiare da Dio come una penna è maneggiata da uno scrittore? Tutto dipende dalla nostra buona volontà. Infatti “l’uomo non è buono perché ha una buona intelligenza, ma perché ha una buona volontà” (S. Tommaso d’Aquino).

L’unica vera personalità perfetta è quella di Gesù, alla quale siamo chiamati a tendere per imitazione, con l’aiuto della grazia soprannaturale e dello sforzo ascetico, che ci fa uscire fuori del nostro io ammalato e ferito dal peccato e ci fa tendere a Dio, unico vero fine ultimo della nostra vita (padre Reginaldo Garrigou-Lagrange). La confessione dei nostri peccati (senza nascondere nulla o camuffare qualcosa) accompagnata dalla direzione spirituale, che è un manifestare a un uomo di Dio i nostri pensieri, anche quelli non forzatamente peccaminosi, le nostre tendenze (buone e cattive), così che egli conosca il nostro stato interiore, è l’unico vero rimedio ai mali dello spirito, poiché così facendo li gettiamo fuori e lontano da noi. In questo caso la “frequentatio assidua cum amicis / la compagnia costante degli amici” (San Tommaso d’Aquino) aiuta grandemente. Infatti chi si chiude in sé, si isola, perde la fiducia in sé, nel prossimo e in Dio e scivola verso la disperazione.

Ogni uomo, finito e ferito dal peccato originale, ha una personalità non perfetta, deficiente. La personalità umana perfetta non esiste e tuttavia possiamo acquistarla combattendo i nostri lati negativi (che con l’esame di coscienza dobbiamo mettere a nudo, come anche i ricordi depositati nella memoria di cui non abbiamo più coscienza esplicita) e chiedendo a Dio di far morire la nostra vecchia indole inferma perché possa vivere in noi la personalità del Verbo Incarnato, Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, con tutta la sua perfezione. Questo è stato il segreto della vita eroica dei santi che hanno vinto se stessi ed hanno riprodotto nella loro vita quella di Gesù. Non esistono uomini psicologicamente perfetti e assolutamente normali (solo i santi, nella misura in cui hanno riprodotto le sembianze del Verbo incarnato morendo a se stessi, lo sono). Vi sono uomini più o meno normali a seconda del significato e dello scopo che danno alla loro vita e del lavoro che svolgono per migliorare se stessi, togliendo da sé ogni disordine con l’aiuto di Dio. Essi si sforzano: di avere in ogni loro azione uno scopo, che li nobiliti e li motivi, cosicché nulla è impossibile per loro; di usare bene della loro libertà la quale è la facoltà che sceglie i mezzi più atti a cogliere il fine; di agire subito e con coraggio dopo aver preso una risoluzione ben ponderata; di essere costanti, disciplinati, con volontà ferma e virile, senza dimenticare che “nihil violentum durat”, non si può avere tutto e subito, ma poco a poco si può acquistare qualcosa di importante e non superficiale. “La grazia presuppone la natura, non la distrugge ma la perfeziona”; la grazia è “seme ed inizio di vita eterna” (S. Tommaso). Ora se la nostra mentalità è incompleta, non matura, non equilibrata, ne risentirà tutta la nostra vita spirituale. L’ammiraglio Nelson diceva: “datemi un gentleman ed io ne farò un ufficiale”. Ossia se il soggetto è sano ed equilibrato, completo e maturo, potrà diventare un “ufficiale”, un eroe o un santo. Altrimenti la sua vita spirituale rischia di essere compromessa da una mentalità e personalità immature, incomplete, così che non potrà diventare né un “ufficiale” né un santo, poiché non è un gentleman, ossia un uomo completo, sano e retto. Quindi, per avanzare spiritualmente è necessario conoscere noi stessi con tutti i difetti e i pregi, per accettare e sormontare i primi ed arricchire i secondi, ma se chiudiamo gli occhi di fronte alle nostre storture non saremo maturi per vivere spiritualmente, anzi potremmo essere vittime di deviazioni spirituali (falso misticismo), le quali son la cosa più pericolosa che possa capitarci.

Conclusione

Per essere veri uomini e veri cristiani non è necessario  sapere molto (anche se ciò aiuta), ma occorre avere la fede e amare Dio. Se veramente crediamo in Dio e amiamo il Signore possiamo dobbiamo parlargli “come un amico parla all’amico” (S. Ignazio da Loyola).

Possiamo supplicare Iddio per qualcuno o per noi stessi. Chiediamo molto senza esitare giacché Dio ci ha promesso: “Chiedete e vi sarà dato”. Parliamogli, dunque, con semplicità, l’importante che il nostro parlare sia una parola d’amico, una parola di un cuore retto. “Il vostro parlare sia sì sì no no” ci insegna il Vangelo.

Se siamo orgogliosi, avari, sensuali diciamolo al Signore e chiediamogli di liberarci da questi mali, che sono i veri grandi mali.

Non dobbiamo vergognarcene, dopo il peccato originale tutti hanno le tre Concupiscenze (orgoglio, avarizia e sensualità), tranne l’Immacolata Concezione. Anche i santi hanno avuto le nostre stesse tendenze cattive, ma ne hanno trionfato raccomandandosi al Signore e cooperando con la sua grazia. “Colui che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te” (S. Agostino).

Possiamo pregare e chiedere anche doni corporali purché siano per il bene della nostra anima e favoriscano la nostra santificazione. Davide voleva vincere il gigante Golia, lo chiese e l’ottenne; Giuditta voleva il coraggio per vincere Oloferne, lo chiese e Dio glielo concesse; gli Apostoli volevano diventare veramente tali, chiesero lo Spirito Santo e l’ottennero. Se chiediamo un pane, Dio non ci darà un sasso, se chiediamo un pesce non ci darà un serpente. È Gesù che ce lo ha insegnato nel Vangelo. Allora chiediamo ed otterremo.

E non dimentichiamo di ringraziare. Tutto ciò che abbiamo ottenuto è dono di Dio. Non facciamo come i nove lebbrosi guariti che non tornarono a ringraziare Gesù. “Chi ringrazia per un beneficio ottiene che gli si concedano degli altri” (S. Antonio Maria Claret).

d. Curzio Nitoglia


 
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