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L’intervista del rabbino Riccardo Di Segni
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Introduzione

Alla luce di quanto visto nell’articolo sul Vangelo di San Matteo sulla riprovazione (non definitiva) di Israele possiamo leggere e commentare l’intervista che il rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni, ha rilasciato ad Aldo Cazzullo su il Corriere della Sera (21. I. 2018, p. 21).

L’intervista

Alla domanda di aver gli Ebrei biasimato l’Italia perché ha votato contro il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele il  rabbino risponde che lo si è  fatto perché tale voto “è il riflesso della tipica posizione cristiana […] per cui gli ebrei possono essere sottomessi o tollerati, mai sovrani, neppure a casa propria”[1].

Riguardo all’antisemitismo ancora esistente in Italia Di Segni dice che “c’è l’idea religiosa secondo cui il popolo ebraico ha esaurito la sua funzione e debba vagare ramingo e disperso tra i popoli come punizione per non aver accolto la verità”[2].

Inoltre riconosce che “l’ebraismo  rabbinico deriva  dai farisei [del tempo di Gesù, ndr]”[3], che “Dio è uno solo”[4], che “se voi [cristiani, ndr] avete la domenica è perché noi abbiamo il sabato”[5].

Riguardo all’ecumenismo ha una visione molto netta: “Quando papa Francesco è venuto in sinagoga voleva discutere di teologia. Gli ho risposto di no: di  teologia ognuno ha la sua, e non la cambia”. Ottima lezione: “Quando il sale diventa insipido è buono solo per essere gettato a terra e calpestato dagli uomini” (Mt., V, 13).

Sulla migrazione ha idee molto migliori di quelle “accoglienti” dei catto-progressisti: “Mi chiedo: tutti i  musulmani che arrivano qui [in Italia, ndr] intendono rispettare i nostri diritti e i nostri valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare? Purtroppo debbo rispondere con due no. Per questo sono preoccupato. […]. So che la migrazione incontrollata può provocare una reazione di intolleranza”.

Su Gesù Cristo risponde chiaramente che “per noi non è il Messia” e questo giustifica la posizione cattolica di “segregazione amichevole” riguardo al Giudaismo talmudico.

Inoltre, conclude il rabbino capo di Roma, “l’aldilà non è al centro delle mie preoccupazioni”. Si scorge qui l’influsso della teologia dei sadducei che già ai tempi di Gesù negavano l’immortalità dell’anima e l’aldilà. Nihil sub sole novi.

Conclusione

Il problema di Israele capitale unica dello Stato ebraico e non più “Corpo separato” o “Città internazionalizzata” lo abbiamo visto trattando l’intervista rilasciata dal Presidente turco Erdogan a Maurizio Molinari.

Mi sembra che tutta l’intervista del rabbino capo di Roma possa essere interpretata alla luce di questa teoria, che rischia di incendiare non solo il Medio Oriente, già in fiamme, ma il mondo intero dati gli interessi che gli Usa da una parte e la Russia dall’altra hanno in questa regione martoriata.

Per cui la soluzione del problema posto da Di Segni è quella dataci da San Paolo nell’Epistola ai Romani (specialmente al capitolo XI) e nella 1a Epistola ai Tessalonicesi (II, 15).

Rimando il lettore all’articolo sull’intervista Molinari-Erdogan per leggere quanto Dio ci ha rivelato su Israele mediante San Paolo.

d. Curzio Nitoglia



[1] Certamente sì, infatti secondo la teologia cattolica tradizionale questa situazione di separazione subordinata è una conseguenza del deicidio. Inoltre parlare di Gerusalemme come di “casa propria” degli ebrei, che la lasciarono in fiamme nel 70 e vi son tornati con la forza delle armi nel 1948 cacciando i palestinesi (cristiani e musulmani) che vi abitavano da circa 2000 anni,  è perlomeno discutibile.

[2] Idem ut supra.

[3] Assolutamente vero: il fariseismo dei tempi di Gesù è il padre dell’attuale Giudaismo talmudico post-biblico.

[4] Anche questo è vero, ma l’unico vero Dio è la SS. Trinità misconosciuta dal Giudaismo rabbinico post-biblico, che mise in croce il Verbo Incarnato e persevera nel suo misconoscimento.

[5] Questo non è esatto: nell’Antico Testamento si festeggiava il sabato perché Dio dopo la creazione si riposò il sesto giorno (di sabato), mentre nel Nuovo Testamento si festeggia la domenica perché Cristo, crocifisso il venerdì dagli Ebrei, risuscitò la domenica successiva, ossia la Pasqua di Resurrezione.

 
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