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Lev Trotskij — La fine (4)
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Dall’esilio in Turchia (1929) alla morte in Messico (1940)

In Turchia

Trotskij  e la seconda moglie (Natalia Sedova) rimasero nell’isola di Prinkipo (in Turchia) oltre 4 anni (dal febbraio 1929 al luglio 1933) e vissero nel villaggio Buyuk-Ada, che era il centro abitato più grande dell’isola. Questo fu un periodo relativamente calmo per la vita personale di Lev; tuttavia esso fu funestato dalla disgrazia familiare, in cui erano cadute le 2 figlie avute dalla sua prima moglie (Aleksandra Sokolovskaya): Nina e Zina, quest’ultima in particolare era gravemente ammalata di nervi e andò a trovare suo padre a Buyuk-Ada nel gennaio del 1931, però dopo circa 8 mesi la sua malattia si aggravò e Trotskij mandò sua figlia a Berlino, affidandola alle cure di uno psicanalista suo amico, ma le cure non servirono e Zina si uccise a Berlino in un eccesso di crisi depressiva. A Berlino era presente anche il figlio maggiore (Liova Sedov), che Trotskij aveva avuto dalla seconda moglie (Natalia Sedova) e che si era insediato nella capitale della Germania, come rappresentante ufficiale del trotskismo, per rinsaldare le fila dell’Organizzazione dal centro dell’Europa in tutto il Vecchio Continente. Liova fece tutto il possibile per aiutare la sorellastra Zina, benché fosse molto occupato con l’Organizzazione politica trotskista berlinese e il suo “Bollettino dell’Opposizione”, che Liova in persona curava.

Il fatto che i suoi figli innocenti dovessero soffrire a causa sua portò Trotskij a riconsiderare l’uccisione della famiglia dello Zar. Anche in quel caso i figli pagarono per le “colpe” del padre, ma Trotskij ribadì che quell’esecuzione fu necessaria a causa del principio che è l’asse portante della monarchia: la successione ereditaria. Si potrebbe obiettare che anche i suoi figli erano “affetti” da una certa “ereditarietà” ideologica in quanto ripresero, quasi tutti, le idee del padre e le propagandarono mettendosi apertamente contro Stalin, il quale applicò il suddetto principio trotskista riguardo alla progenie dello Zar, ai figli dello stesso Trotskij.

In Russia non vi erano quasi più troskisti (Stalin li aveva eliminati in gran parte), ma in Europa lo stalinismo non riscuoteva molti consensi. Infatti Stalin non prometteva nessun aiuto ai comunisti fuori dell’Urss (secondo la sua teoria  del comunismo in un solo Paese), tutto ciò rendeva forte Trotskij in Europa (per la sua teoria della Rivoluzione permanente ed universale) e Stalin era furioso contro Trotskij. Le nazioni europee in cui il trotskismo si diffuse maggiormente furono la Grecia, la Cecoslovacchia, la Germania e soprattutto la Spagna, nella quale - durante la guerra civile del 1936/1938 - i comunisti stalinisti massacrarono molti anarchici e trotskisti oltre che i cattolici e i franchisti. Negli anni Sessanta,  con la cosiddetta “Rivoluzione culturale” del 1968, il trotskismo, tramite lo Strutturalismo francese e la Scuola di Francoforte, è tornato potentemente alla ribalta e ha attirato a sé l’attenzione di molti intellettuali e studenti, che poi hanno formato la classe politica neo-conservatrice degli anni Novanta.

In Francia

Nel 1933 la Francia, dietro domanda di amici autorevoli di Trotskij, gli concesse di vivere sul suo suolo purché risiedesse lontano da Parigi e in incognito. Trotskij si trasferì, così, dalla Turchia a Saint-Palais, sulla costa atlantica francese, vi rimase per 2 mesi, ma quasi sempre allettato a causa della colite e della podagra, cui si aggiunse anche la malaria. Inoltre fu tormentato dalla sua solita insonnia e da forti febbri con emicranie. Quindi si trasferì a Barbizon, ma lì la sua  vera identità fu scoperta per caso e la notizia suscitò un vasto clamore in tutta la Francia. Sia i conservatori che i comunisti-stalinisti furono d’accordo nell’esecrare la presenza di Trotskij in territorio francese e ne chiesero l’espulsione. Fu così che a metà aprile del 1934 Trotskij dovette lasciare Barbizon errando a destra e a sinistra per la Francia, ma dovette attendere ancora 14 mesi in Francia prima di partire definitivamente perché nessuna nazione lo voleva ospitare.

In Norvegia e in Messico

Finalmente la Norvegia, in cui governavano i laburisti, nel 1935 gli concesse l’asilo politico. Trotskij s’installò a Honefoss non lontano da Oslo. Lì visse giorni tranquilli, ma arrivò il fatidico 1936 (chiamato da Lev “l’anno di Caino”), che fu l’anno dei grandi processi a Mosca e delle grandi “purghe” staliniste. L’imputato numero uno era Trotskij (e conseguentemente il trotskismo); l’accusa principale era la cospirazione contro l’Urss e chiunque risultasse connivente con Trotskij veniva condannato a morte. Infatti nel febbraio del 1932, mentre Lev si trovava ancora in Turchia, Stalin lo privò della nazionalità sovietica. Da quel giorno qualsiasi russo avesse incontrato Trotskij veniva accusato di contatti con un traditore straniero. Gli imputati venivano torturati per far fare loro “autocritica” e far ammettere le loro responsabilità “controrivoluzionarie”. Il governo norvegese si trovò messo sotto accusa da Stalin per aver ospitato un “orco” come Trotskij. Quindi se non avesse accettato la “verità ufficiale” dell’Urss staliniana su Trotskij non avrebbe potuto continuare a intrattenere relazioni commerciali amichevoli con l’Unione Sovietica. Perciò Trotskij il 2 settembre venne messo agli arresti domiciliari in una casa nel fiordo di Hurum, a 36 chilometri da Oslo, ove rimase 3 mesi e 20 giorni sotto la vigilanza di 13 poliziotti, in attesa che un’altra nazione lo volesse ospitare.

Si offrì, in fine, il Messico guidato dal rivoluzionario comunisteggiante Presidente Cardenas, che chiese a Trotskij di aiutarlo con i suoi consigli alla instaurazione di un regime integralmente comunista (cfr. L’Avvenire d’Italia, 18 marzo  1937). Il 9 gennaio 1937 Lev e Natalia arrivarono al porto di Tampico e furono ospitati dal pittore Diego Rivera nella sua “Villa Azzurra” a Coyoacan, un sobborgo di Città del Messico, ma 2 anni dopo per un dissidio tra Trotskij e Rivera, l’esule russo lasciò la “Villa Azzurra” per spostarsi in una semplice casa in Avenida Viena sempre nel sobborgo di Coyoacan. Lì si circondò di guardie del corpo e trasformò la casa in un piccolo fortino, temeva infatti le spie di Stalin (molti dei suoi figli e nipoti erano morti di morte violenta), ma invano poiché un sicario - fingendosi suo ammiratore - vi entrò e lo uccise nel 1940 come vedremo meglio in séguito.

Nel 1936 a Périgny, vicino Parigi, nella casa di Alfred Rosmer, nacque la Quarta Internazionale Comunista-trotskista, alla presenza di 21 delegati come rappresentanti di 11 Paesi. Trotskij non era presente, ma aveva lavorato tutta l’estate a stilarne il programma. “Trotskij era convinto che Hitler avrebbe scatenato tra breve la guerra, e, che questa sarebbe diventata mondiale. Egli si attendeva, alla fine di questo secondo conflitto mondiale, un movimento rivoluzionario comunista simile, ma più forte di quello scatenatosi nel primo dopoguerra. Bisognava essere pronti per la prossima rivoluzione comunista che non sarebbe stata staliniana, ma trotskista, internazionale e universale” (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956, vol. II). non si sa se ammirare la lungimiranza di Trotskij o l’abilità organizzativa di coloro che dirigono le vicende politiche nascosti nelle logge…

Trotskij “ultimo atto”

Fu proprio in questa casa-fortificata che s’insinuò l’assassino di Lev. “Il cerchio rosso di Stalin si stringeva oramai da vicino intorno all’avversario. Già era scomparso il figlio Liova, il suo braccio destro, misteriosamente morto a Berlino il 16  febbraio 1938 per i postumi di una banalissima operazione di appendicite, che si ritenne essere stata manipolata dagli agenti di Stalin, era scomparso anche l’altro figlio, Sergei, perduto in qualche Gulag sconosciuto, nonostante fosse totalmente estraneo alle vicende politiche del padre” (cfr. Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 151).

Un personaggio enigmatico, Ramon Mercader del Rio, soprannominato “Jacson”, entrò nel vigilatissimo “fortino” di Lev fingendosi suo ammiratore. Ma vi era stato già un primo tentativo di uccidere Trotskij, effettuato con l’irruzione di una ventina di uomini armati di mitragliatrici nel “fortino” di Trotskij, che stava dormendo con la sua compagna Natalia in camera da letto, quando fu svegliato da un forte rumore di una sparatoria. In un primo momento pensò fossero i fuochi artificiali di qualche festa paesana, poi capì che erano mitragliatori in casa sua. Riuscirono a gettarsi giù dal letto e ad accovacciarsi in un angolo della camera da letto, bersagliata da due stanze attigue ad essa. Fu un vero fuoco incrociato. Gli assalitori pensarono di averli uccisi e smisero di far fuoco (cfr. L. A. Sanchez Salazar – J. Gorkin, Così fu assassinato Trotskij, Milano, Garzanti, 1949).

Il secondo tentativo fu fatto con l’arma bianca: una piccozza da alpinista, che non lasciò scampo a Trotskij. La sua compagna narrò l’ultimo giorno di Lev: “la mattina del 20 agosto 1940 Trotskij si svegliò di eccellente umore. Una doppia dose di sonnifero gli aveva assicurato un sonno beato. Dalle 7h alle 9h, 15 si occupò dei suoi conigli, delle galline e delle piante. Nel pomeriggio lo vidi piegato su carte e giornali con la stilografica in mano. Verso le 17h prendemmo il tè. Venti minuti dopo lo scorsi in giardino, vicino alle gabbie dei conigli. Un visitatore era con lui: Jacques Mornard. Ancora lui, pensai, e perché così spesso? Aveva un impermeabile, aveva portato un articolo e voleva mostrarlo a Lev. Un istante dopo Jacques Mornard e Lev si allontanarono verso lo studio” (cfr. Natalia Sedova, Come uccisero mio marito, “Settimana Incom”, 19 novembre 1961).

A questo punto è utile citare il racconto dell’assassino: “Entrai nel suo studio. Io stetti in piedi alla sua sinistra. Sfilai la piccozza da sotto l’impermeabile e impugnandola forte gli assestai un tremendo colpo sulla testa. Trotskij si scagliò contro di me e mi morse una mano, per cui lasciai cadere la piccozza. Lottammo, entrò della gente nella camera e mi colpirono” (in “La Nuova Stampa”, 18 novembre 1952).

Nel verbale redatto dalla polizia messicana si trova scritto che oltre la piccozza, l’assassino aveva con sé anche un coltellaccio lungo 35 centimetri e una rivoltella calibro 45. Perché aveva usato la piccozza e non la rivoltella? Senza dubbio per evitare il rumore della denotazione. La sua intenzione era quella di fuggire dopo aver  assestato il colpo mortale (cfr. L. A. Sanchez Salazar – J. Gorkin, Così fu assassinato Trotskij, cit.).

Ramon Mercader del Rio era entrato in amicizia con Trotskij grazie ad una lenta e paziente opera di penetrazione. Sin dal 1938 aveva corteggiato una trotskista americana (Sylvia Agelof) a Parigi. Quando questa tornò negli Usa, nel 1939, Jacques la raggiunse con un passaporto canadese falso. La sua abilità consisté nel farsi considerare assolutamente refrattario alla politica, apparendo un po’ frivolo e mondano, insomma un “viveur”. Quando si trasferì in Messico per un lavoro di import-export, Sylvia non ci trovò nulla di strano e lo seguì. Egli continuava a ostentare un totale disinteresse per la politica e per il trotskismo, ma siccome Sylvia, la sua fidanzata, frequentava casa-Trotskij regolarmente, lui l’accompagnava e l’andava a riprendere in auto, attendendo all’ingresso del “fortino”. Pian piano riuscì ad entrare in esso con la scusa della fidanzata. Quando un collaboratore stretto di Trotskij (Rosmer) si ammalò “Jacson” lo portò all’ospedale con la sua auto e lo riaccompagno al “fortino” ove osservò attentamente tutti i particolari  per poter agire con sicurezza all’eliminazione di Lev. Fu così che dall’esterno fornì la piantina ai venti sicari, che mitragliarono la camera da letto di Trotskij, ma invano. Allora la “Ghepeù” ordinò a “Jacson” di procedere direttamente e personalmente all’omicidio. Egli iniziò a frequentare più sovente la casa-“fortino”, incontrò, con molta discrezione, personalmente Trotskij faccia a faccia e si mostrò interessato ai suoi discorsi politici. Quando i trotskisti americani si scissero, Jacson si schierò con Trotskij, mentre la sua compagna (Sylvia) con i suoi oppositori, pur mentendo una vera amicizia col rivoluzionario russo. Infine il 17 agosto “Jacson” disse a Trotskij che aveva scritto un articolo contro i trotskisti secessionisti americani e pregò Lev di leggerlo e correggerlo. Lev acconsentì, ignaro di quel che bolliva in pentola, e andò nel suo studio con “Jacson” per leggere l’articolo, ma Trotskij aveva avvertito un non so che di pericoloso in quell’uomo, che iniziò a non piacergli. Tuttavia “Jacson” si ripresentò tre giorni dopo (20 agosto) con una piccozza nascosta sotto il trench. Trotskij nonostante la diffidenza si sentì in dovere di correggere il suo articolo e questa imprudenza gli fu fatale. “Quando la piccozza da alpinista si abbatté con violenza sul suo capo, Trotskij, col cranio aperto, trovò la forza di ingaggiare un furibondo corpo a corpo con l’assalitore. Lo disarmò, chiamò aiuto, ma il colpo sebbene non lo avesse ucciso all’istante gli fu fatale. La moglie Natalia fu la prima a entrare nello studio (cfr. Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 157).

“Jacson” ha sempre negato di aver ucciso Trotskij, si parlò addirittura di suicidio, ma venne condannato a 20 anni di prigione. Qualcuno, di cui non si è mai saputo il nome, ha continuato, per tutto il ventennio della sua prigionia, ad assicurargli generosamente una detenzione “onorevole”, pagando generosamente e “ungendo” le guardie carcerarie  affinché gli assicurassero tutte le comodità.

Il testamento lasciato da Trotskij riaffermava il suo comunismo bolscevico e il suo totale ateismo, assieme alla speranza ferma di una futura società socialista sulla terra, che sarebbe stata una specie di “paradiso terrestre”.

Conclusione

Il trotskismo ha esercitato, innegabilmente, un notevole influsso sul mondo odierno specialmente tramite la rivoluzione studentesca del 1968 e il neo-conservatorismo americano degli anni Novanta. Spero che l’aver studiato la figura di Lev Trotskij ci abbia aiutato a capire meglio questi fenomeni.

Cerco di riassumere in pochi e brevi punti le caratteristiche principali di Trotskij e del trotskismo.

1°) La preponderanza ebraica nel trotskismo di ieri e di oggi

Innanzitutto ciò che colpisce è la preponderanza dell’elemento ebraico nella Rivoluzione bolscevica[1], di cui Trotskij è stato uno dei principali artefici. Il papà di Trotskij si chiamava David Lev Bronstein, era un ebreo ucraino, anche se Lev fu educato al di fuori della religione ebraica così come di ogni altra religione.

Inoltre “La teoria della Rivoluzione permanente fu elaborata da Trotskij in collaborazione con l’amico Parvus (un ricco finanziere israelita, di cui parla lungamente Aleksandr Solgenitsin nel suo bel libro degli anni Settanta intitolato Lenin a Zurigo) dopo la rottura di quest’ultimo con Lenin. Lasciando Ginevra, Lev si trasferì a Monaco, dove per qualche tempo visse in casa di Parvus, come fece pure lo stesso Lenin. Né bisogna dimenticare l’influsso ideologicamente notevole che esercitò la prima moglie di Trotskij (l’israelita Aleksandra Solokovskaya) su di lui, iniziandolo alla conoscenza del comunismo scientifico di Carl Marx.

2°) Trotskij: il tattico della Rivoluzione bolscevica

Trotskij, poco a poco, con estremo realismo e con grande maestria, cominciò a preparare gli strumenti e a mettere a punto i piani preliminari per la Rivoluzione bolscevica. Secondo gli storici Lenin fu lo “stratega” della Rivoluzione bolscevica, mentre Trotskij fu il “tattico” del colpo di Stato dell’ottobre 1917. La differenza tra la strategia di Lenin e la tattica di Trotskij è che, se la prima fu vincolata soprattutto alle condizioni della sola Russia del 1917, la seconda fu svincolata dalle condizioni generali del suo Paese e così divenne pericolosa anche per l’Europa nella quale avrebbe potuto essere esportata. “La tattica di Trotskij rappresenta il pericolo permanente di un colpo di Stato comunista in ciascun Paese d’Europa” (Curzio Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, Milano, Bompiani, 1948). Questo spiega l’influsso che il trotskismo ha esercitato sulla Rivoluzione studentesca del 1968 e sugli ambienti dei neoconservatori americani e sul “centro-destra” europeo, i quali provengono quasi interamente da trotskisti di origine israelitica e che hanno portato il mondo intero, a partire dal 2003 (Iraq-Siria) in uno stato, che sembra essere il preludio ad una terza guerra mondiale e atomica.

3°) Trotskij: il grande “organizzatore” della Rivoluzione

Se Lenin fu il capo della Rivoluzione bolscevica, Trotskij fu l’organizzatore e il comandante dell’Armata Rossa, che assicurò manu militari la vittoria ai bolscevichi. Si può dire, quindi, che come Marx ha teorizzato il Socialismo scientifico, Lenin lo ha calato in pratica in Russia, aiutato dall’Esercito di Trotskij, che - dopo la morte di Lenin - fu eliminato da Stalin.

4°) Il trotskismo come fenomeno elitario e spregiudicato

Molto abilmente Trotskij, da vero organizzatore o tattico, andò per gradi. Innanzitutto cercò di raccogliere e formare una élite o un  nucleo specializzato forte e compatto del futuro Esercito Rosso, che avrebbe fatto da cemento e da calamita per attrarre e unificare le future reclute. Egli sapeva che era irrealistico pensare di costituire immediatamente un intero esercito senza prima aver formato una élite solida militarmente e fidata ideologicamente. Quindi puntò inizialmente sui volontari ideologizzati e determinati. Poi, senza troppi pregiudizi, reclutò gli ex-ufficiali zaristi e per controllarli, siccome erano ben addestrati ma non affidabili, affiancò loro la figura del Commissario politico, che doveva vigilare sulla lealtà del comandante militare e che gli era superiore.

4°) Coraggio pratico e idee geniali di Trotskij

Trotskij, durante la guerra civile russa, ebbe la brillante idea di far preparare un treno che fungesse da abitazione, da quartier generale (mobile) e si diresse verso il fronte. Arrivato sotto le postazioni nemiche rianimò i soldati bolscevichi che si erano sbandati, con la sua abile arte oratoria, li infiammò e li spinse a combattere. Partecipò anche ad una pericolosa incursione notturna dentro una città occupata dai bianchi. Fu uomo di azione e di cultura. Unì il bastone alla carota, non solo infiammava i soldati, ma infliggeva anche pene severe e crudeli.

5°) Il marxismo/leninismo-trotskista e la deviazione stalinista

Tra Lenin e Trotskij - nonostante qualche divergenza accidentale di vedute, non di princìpi -  regnò sempre una sostanziale convergenza di fondo. Il fine che perseguirono era lo stesso, poterono divergere, ma solo quanto alla scelta dei mezzi. “Agli occhi di tutta la Russia e del mondo, Lenin e Trotskij in questi anni costituirono quasi un binomio inscindibile. Le altre personalità sovietiche (compreso Stalin) furono assai distanti da Trotskij e non glielo perdonarono mai. Il vero continuatore del marxismo-leninismo fu Trotskij più che Stalin.

Quando Lenin si ammalò (nel 1922/23) si rese perfettamente conto dei pericoli costituiti dalla burocrazia del Partito, controllata da Stalin. Si rivolse a Trotskij come al suo migliore alleato e lo ebbe totalmente dalla sua parte, ma di lì a poco (la seconda metà del dicembre 1922) Lenin fu colpito da una paralisi, che gli impedì di scrivere e i medici gli vietarono anche di sforzarsi a dettare. La malattia portò Lenin sempre più vicino a Trotskij. Addirittura Lenin chiese a Trotskij di formare un “blocco” contro la burocrazia statale (che era tenuta saldamente in pugno da Stalin) e ciò accese la gelosia di Stalin. Lenin subì un secondo attacco del suo male, che gli impedì di lavorare al piano di battaglia contro i burocrati. Tuttavia nei primi giorni del febbraio 1923 Lenin riuscì a dettare una forte requisitoria contro il Rabkrin (Ispettorato degli Operai e dei Contadini) e contro il suo responsabile (che era Josif Stalin); poco dopo fece presentare uno schema per riorganizzare radicalmente il Comitato centrale del Partito. Intanto esaminò la questione della Georgia, che era vessata da Stalin con la sua politica verso le nazionalità non-russe, e il 5 marzo 1923 incaricò Trotskij di difendere i Georgiani dai soprusi di Stalin, mandandogli una copia di un suo dettato, che condannava esplicitamente la politica di Stalin in Georgia. I segretari di Lenin confermarono che egli era intenzionato a sferrare il colpo di grazia contro Stalin.

6°) La furbizia del burocrate (Stalin) batte la genialità del rivoluzionario-movimentista (Trotskij)

Trotskij perse del tempo prezioso durante il periodo della malattia di Lenin, chiamato dagli storici “inter-regno” (tra Trotskij o Stalin). Egli non volle farsi avanti per non dare l’impressione di voler prendere il posto di Lenin. Ma quest’indugiare un po’ scrupoloso andò a tutto favore di Stalin, che privo di ogni scrupolo, essendo Segretario generale, furbescamente diresse la macchina statale, nel periodo di “inter-regno”, a tutto suo favore. Inoltre Stalin era l’eminenza grigia della burocrazia del Partito e si adattava perfettamente all’ambiente ambiguo e melmoso dei burocrati. Invece Trotskij, superdotato intellettualmente, oratoriamente e organizzativamente, giocava troppo a carte scoperte e non era l’uomo adatto per combattere contro il furbo e nascosto Stalin, senza l’appoggio di Lenin oramai malato e moribondo (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956). Fu così che andò incontro alla sconfitta.

7°) Il complesso di “superiorità” trotskiano rovina il trotskismo

Trotskij dal lato suo giudicava Stalin un “uomo mediocre, quasi nullo”. Questo giudizio di Trotskij influenzò molte persone, data la sua grande capacità di scrivere bene e chiaramente, ma lo storico americano R. C. Tucker  osservò: “Stalin fu ben più di questo, fu un politico abilissimo che si identificò con la burocrazia a ragion veduta, perché aveva capito che quello era il mezzo per giungere al potere” (The Soviet Political Mind, Norton & C., 1971). Invece Trotskij non si era fatto nessun alleato nell’ambiente dei burocrati del Partito e ciò gli fu  fatale.

8°) La Rivoluzione permanente e universale trotskista contro il Comunismo sovietico staliniano

La teoria della Rivoluzione permanente, esecrata come “eresia” del bolscevismo, fu la tematica principale sulla quale batté Stalin per eliminare Trotskij, anche se nessun comunista aveva messo in dubbio, sino ad allora, il principio secondo cui il successo completo della Rivoluzione in Russia dipendesse pure dall’aiuto che le potesse venire dallo scoppiar delle rivoluzioni in altre Nazioni e soprattutto in quelle europee maggiormente avanzate economicamente e industrialmente (Germania, Inghilterra e Francia). Lenin l’aveva spiegato sin dal 1917 e vi contava molto, ma le speranze di altre rivoluzioni simili a quella russa erano cadute, soprattutto negli anni Venti/Trenta (che segnarono l’avvento del fascismo in Italia, del nazionalsocialismo in Germania e di altri Regimi autoritari in Spagna, Portogallo ed in Austria…), e perciò si sentiva fortemente il desiderio di una revisione della dottrina della Rivoluzione universale e permanente a favore di un’altra, la quale facesse capire alla Russia che doveva contare solo su se stessa per poter restare al potere. Stalin, polemizzando con Trotskij, realizzò questa revisione della dottrina leninista (e non solo trotskista) e ne fece il suo cavallo di battaglia, senza – naturalmente – prendersela esplicitamente con Lenin (cfr. Leonard Schapiro, Storia del Partito Comunista Sovietico, Schwarz Editore, 1962).

Pertanto la nuova dottrina stalinista divenne quella ufficiale del comunismo sovietico e quella sostenuta in passato da Lenin e ancora successivamente da Trotskij venne classificata come “eretica” e attribuita al solo trotskismo senza nominare il leninismo.

Certamente Trotskij non si sbagliava nel prevedere che l’edificazione del comunismo in un solo Paese e l’allineamento di tutti i Partiti Comunisti del mondo a quello russo avrebbe comportato 1°) una dittatura di ferro per imporre alla Russia (arretrata e isolata) i sacrifici sovrumani per l’industrializzazione forzata, con milioni di morti di stenti e di fame; 2°) il conformismo ideologico dei “Paesi satelliti” al modello sovietico e 3°) il dispotismo del Pcus.

Altrettanto certo è che la teoria trotskista della Rivoluzione permanente era diventata avventurosa (date le circostanze storico/politiche, in cui il socialismo si era venuto a trovare dopo gli anni Venti specialmente in Europa) ed avrebbe rotto quell’equilibrio mondiale, che si era formato tra l’Urss con gli Usa e la GB (liberal/capitaliste) da una parte e l’Europa (in gran parte nazionalista e filofascista) dall’altra parte. Avrebbero tollerato queste altre Potenze l’espansione massiccia del comunismo sovietico sul loro territorio? Oppure avrebbero dovuto intervenire alla radice, cercando di estirpare il virus bolscevico sin dentro l’Unione Sovietica, attaccandola? Per preservare l’equilibrio mondiale e la permanenza del comunismo in Russia il prezzo da pagare, realisticamente, era quello di non spargere, sùbito e per principio, il comunismo al di fuori dell’Urss, cominciando dall’Europa, in modo tale da non infastidire le Potenze atlantiche ed europee.

9°) Trotskij fu un elitario isolato?

“La causa prima di tutte le difficoltà di Trotskij nella lotta con Stalin fu che non aveva un club o una lobby potente che lo difendesse. Prima del 1917 era famoso per la sua incapacità di formare una stretta cerchia di persone potenti intorno a sé; dopo, continuò a restare isolato allo stesso modo… era assolutamente incapace di comunicare e legare con i suoi pari, negato al rapporto faccia a faccia tra eguali. Questa incapacità nei rapporti personali costituiva il rovescio di una brillante medaglia: il suo virtuosismo pubblico, il dono di avvincere magneticamente le masse anonime con il talento oratorio e con la penna. Come portavoce delle idee, Trotskij, poteva sommergere le moltitudini con la sua voce possente; parlando direttamente e faccia a faccia agli individui dava soltanto l’impressione di un forte ego opprimente, di vanità, di superbia... quando uno sciocco parlava con Trotskij, inevitabilmente si rendeva conto di essere stato giudicato come tale. Ma se quello sciocco andava invece da Lenin, se ne tornava soddisfatto, pensando che Lenin lo stimava e che era una persona alla mano, felice di poter sottometterglisi” (“Encountrer”, maggio 1972).

Pur avendo commesso questo sbaglio imperdonabile, Trotskij non rinunciò a combattere. Ma fu una battaglia condotta per conto suo (con accanto pochissimi amici fidati e politicamente non influenti), senza alleati di peso e burocrati importanti e la imperniò sulla questione della “democrazia all’interno del Partito”.

Secondo lui il bolscevico non era un disciplinato obbediente passivamente, ma un uomo capace di formarsi una sua opinione personale e di difendere il proprio punto di vista. Il Partito doveva ammettere al suo interno delle correnti di pensiero (“centralismo democratico”), purché compatibili col suo programma. Quindi bisognava combattere i burocrati mummificati (leggi Stalin), che avevano soffocato il Partito con un “centralismo” esagerato.

Con la formula “democrazia interna al Partito” Trotskij attaccava la “troika” Stalin. Secondo lui tra tutti i pericoli il più grave era quello di un “Regime interno al Partito”.

In breve, la figura di Trotskij appare con tutte le sue “luci” ed ombre. Certamente fu un uomo geniale (nel male teoretico e pratico), ma il suo elitarismo eccessivo lo isolò talmente da fargli perdere la guerra e la vita.

La sovversione che attualmente attanaglia il mondo, stretto dalla morsa del nichilismo trotskista da una parte (Ovest) e dell’islamismo radicale dall’altra (Est), segna un sorta di rivincita parziale del vecchio Lev, che domina nell’occidente atlantico/europeo (i cui capisaldi sono il giudaismo talmudico, la massoneria, l’alta finanza, l’americanismo, il protestantesimo, il freudismo e il nichilismo libertario…). Ora nella battaglia che sta per iniziare tra queste forze vi è una terza potenza, che si è messa in mezzo e sta per sparigliare la partita: la Russia di Putin (alleatasi con l’Iran, la Siria, il Libano e la Cina). Cosa succederà? Dio solo lo sa con esattezza. A noi resta attendere, pregare, far penitenza e sperare nell’aiuto del Signore. Quel che è sicuro è che “Le porte degli Inferi non prevarranno”, il resto sarà deciso dalla Provvidenza divina.

d. Curzio Nitoglia

Fine della Settima ed ultima Puntata



[1] Cfr. A. Solgenitsin, Due secoli assieme, Napoli, Controcorrente, 2004, 2 voll.

 
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Commenti  

 
# cgdv 2018-06-09 10:57
L'operato di Trotskij dedito a fomentare il comunismo rivoluzionario internazionale: una nuova bella ed esaustiva lezione di Storia offertaci da don Nitoglia che interessa i primi decenni del XX secolo ma che si riflette inesorabilmente sul presente.
Giuliano
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# milvus 2018-06-15 12:16
Veramente istruttiva l'esposizione del dott. don Curzio Nitoglia, sopratutto per capire Putin ed i valori che la Russia difende con lui, che ci mette la faccia, senza ipocrisia, in questo mondo detto post-moderno.
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# milvus 2018-06-16 08:54
La "guerra" contro l'URSS.01 inizia nello stesso momento in cui trionfa la Rivoluzione Bolscevica. Sono passati cento anni dalla Rivoluzione Sovietica e un quarto di secolo dalla sua dissoluzione. Siamo in piena crisi capitalista, l'imperialismo graffia alle porte della Russia, che si ritrova a dover costruire un socialismo nuovo, proprio li dove aveva promesso la giustizia sociale, l'uguaglianza del potere operaio, deve risorgere nel XXI sec. attraverso gli errori, le lotte interne che vogliono abbattere il sistema del tutto per eliminare qualunque speranza verso i lavoratori del mondo intero. L'impronta rossa è ancora viva e indica dove stà andando l'URSS .02
La Russia desidera una nuova URSS, sente orrore di fronte alla continua ripetizione insensata di discorsi egemonici, come si inietta un i veleno . Il Partito comunista dell'URSS abbandonò l'ideologia del pensiero umano quando iniziò a dare al popolo beni materiali, inforca la via del consumismo per concepire una forma di competizione con l'occidente, ma nel suo terreno, dove il capitalismo vuole vincere perchè il suo ultimo orizzonte è produrre beni di consumo nel mercato, unico Dio. Quando l'URSS cessa di occuparsi dell'uomo, in senso filosofico, oppure del perchè si aliena la sua essenza, libera al suo posto la forza produttiva, per eliminare la miseria e lo sfruttamento, che esisteva dai tempi di Marx o Lenin, e si sente frustrata. Allora inizia a consumare di più, non risolve più l'aspetto umano, perchè in Russia apparivano personaggi riformisti alla Gorvachov, mentre covava sotto la cenere la disuguaglianza e lo sfruttamento comunista. Ciò che si faceva vedere in tutto il mondo è stato il marxismo volgare, il materialismo male interpretato a partire dal leninismo.
La guerra contro il comunismo è stata costante, ha avutio picchi acuti, guerra civile, Seconda guerra, guerra fredda, l'imperialismo ha voluto distruggere l'URSS, ma il popolo russo, rischiando, ha vinto il nazismo, cadendo sotto la mafiocrazia che si annidò lì per sconvolgere persino le conquiste rivoluzionarie. Nonostante le varie Thatchers e traditori, la storia resta lì, la memoria reclama un tempo nuovo, perchè si vive come una prolungata guerra civile, di fronte ad un imperialismo terminale di giorni crudeli ed aggressivi.
Putin significa la stabilità di fronte alla guerra interna scatenata da Soros, appoggiato da un imperialismo statunitense decadente, di fondazioni distruttive, apparentemente umanitarie che adoperano forze di destra ma di sinistra, per invertire e manipolare il senso delle lotte rivoluzionarie russe. L'attacco continuo per dividere, indigna i russi, costa persino crederlo e capirlo, loro avrebbero voluto essere amici dell'occidente, fondersi con questa Europa da Vladivostok a Lisbona, ma il settore dell'elite che Putin rappresenta non è disposto a spezzare il paese, le continue sanzioni e l'accerchiamento NATO uniscono il popolo russo per difendersi dal nemico esterno, hanno tentato persino di ripristinare il nazismo in Ucraina, ma la gente ha le idee chiare, capisce che si pretende criminalizzare la Russia, mentre ha un ruolo internazionale indimenticabile . Putin non è sottomesso, vuole essere amico, socio dell'occidente, entrare nel suo sistema finanziario ed economico liberale, giocare secondo le sue regole, ma Trump ha detto : " Se volete entrare nel nostro sistema, non dovete criticare nè disubbidire in Ucraina e in Siria". Putin crede nei valori moderni, nel capitalismo, nel liberalismo classico, nelle leggi dello stato sovrano, nei valori tradizionali, nel mercato libero.
Ciò che Putin non ha capito, che stà scoprendo piano, è che l'occidente è da parecchio tempo che non è più tutto questo. Al posto dei valori classici capitalisti c'è la mutazione cancerosa detta post-modernismo che li ha distrutti, che non rispetta la costituzione, la legalità internazionale, la presunzione d'innocenza nel sistema giudiziario e la sovranità dei paesi. Putin ha due problemi, uno interno, ed uno esterno. L'esterno è che l'occidente non difendendo i valori che Putin ha in mente, li distrugge. Engels parlava di familia , di proprietà privata, di stato, ma sono cose che l'occidente stà distruggendo: la familia con le teorie gender, le leggi che mettono in guerra donne contro uomini per distruggere l'identità sessuale, dunque il vincolo affettivo e considerare la vita una mercanzia. Le sanzioni e gli embarghi continui vogliono far vedere che la base del capitalismo, cioè la proprietà privata, non è più sacra. Con il pretesto della globalizzazione e la democrazia avanza la distruzione degli stati nazionali sovrani ( Siria, Irak, Libia)
La marcia forzata ( En marche, partito di Macron) prosegue per distruggere la legge in quanto legge creando quelle strutture parallele con i pretesti, tipo guerra al terrorismo, oppure difesa dell'infanzia, che oramai non contano con la presunzione di innocenza nè con la necessità di dimostrare colpevolezza. Servono solo per poter bombardare, sequestrare bambini,evitare la sentenza dei giudici. Ogni sistema giudiziario è superato dalla performance. Il problema interno è che la Russia non ha potuto costruire un sistema capitalista funzionale, perchè le riforme di Yeltsin, crearono un sistema criminale, un capitalismo del furto, la Russia di Putin deve superare la demonizzazione della tappa sovietica, questo costa ai liberali che appartengono alla elite globale post- moderna distruttiva neofascista che rappresenta Soros.
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