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La resurrezione delle pesti
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Il lettore conoscerà quel marchio di avveniristiche automobili chiamato Tesla. Esse non hanno motore endotermico, dispongono della guida autonoma (compresa la funzione, comoda e al momento senza grande ostacoli regolatori, di uscire da sole dal garage), e pure della possibilità di accelerare come nemmeno una Lamborghini in quello che è detto «Insane mode» (c’è anche, per i più fortunati, il «Ludicrous mode», ancora più impressionante).

Ebbene, se qualcuno volesse farsi un giro sul sito della Tesla, scoprirebbe una ulteriore incredibile caratteristica: per i modelli più costosi è previsto infatti un optional, come dire, apocalittico.

«Sistema di filtraggio dell’aria: Model S dispone di un sistema unico di filtraggio dell’aria di qualità HEPA, che rimuove almeno il 99,97% del particolato esausto eliminando polline, batteri, virus e inquinamento. Il sistema HEPA che assicura una “difesa contro armi biologiche” protegge te e i tuoi i passeggeri garantendo nell’abitacolo un’ambiente di qualità clinica». [sic, l’orrendo apostrofo errato è sul sito].

Non è la prima volta che agli abbienti scappa questa strana chiacchiera della guerra biologica. Ricordate il video di Casaleggio Gaia? Lì la democrazia elettronica, grande sogno tecnocratico casaleggesco, arrivava solo dopo che una guerra batteriologica aveva spazzato via tutta la popolazione globale lasciandone un miliardo.

Quando emerse il filmato, dalla Casaleggio Associati partirono getti d’acqua per spegnere il fuoco. Ma no, si tratta di pura fantasia.

Tuttavia in una inchiesta de LEspresso emerse poco dopo un dettaglio molto indicativo: Grillo voleva investire sulla costruzione di un villaggio turistico in Costa Rica che, recitava il sito, metteva a riparo dalla guerra biologica.

«Ogni abitazione sarà dotata di un bunker antiatomico», si leggeva nella presentazione del progetto sotto la voce sicurezza, «fornito di particolari filtri depuratori progettati per difendersi da contaminazioni chimiche, biologiche e batteriologiche».

Insomma, Grillo e Casaleggio all’imminente pandemia di sterminio ci credevano proprio.

C’è da capirli, abbiamo passato i primi anni 2000 a sentire prospettive di catastrofe virale (H5N1, H1N1), con editoriali sui giornaloni che parlavano impunemente di crollo dei mercati (gli stessi mercati che oggi in teoria cascano per colpa del governo gialloverde) e granitico ritorno dei confini nazionali.

Come noto, non accadde nulla: se non, dietro le quinte, qualche impennata nei fatturati dei produttori di vaccini, comprati a manbassa dai sistemi sanitari Stati nazionali.

Tuttavia non era questo l’obiettivo: era che l’opinione pubblica andava, come dire, «vaccinata».

Il messaggio arrivò: la grande pandemia globale, con o senza sforzo militare, può accadere.

Nel frattempo, ci direbbero sotto siero della verità, guardatevi qualcuno dei tanti film di zombie che stanno producendo: è quello che vi faremo, vi ridurremo con la motosega.

Ma andiamo con ordine.

La resurrezione del vaiolo

Uno strano segno lo abbiamo avuto quando ad inizio anno, all’Università dell’Alberta il dottor David Evans sintetizzò l’Horsepox, un virus che era sparito del tutto, e che è cugino di Smallpox: il virus del vaiolo.

I dottori decisero pure di pubblicare la loro prodezza. Fioccarono le critiche: fare l’horsepox in laboratorio ha messo in pericolo il pubblico rivelando fondamentalmente la ricetta di come in qualsiasi laboratorio si potrebbe produrre il vaiolo da utilizzare come arma biologica.

Il dottor Evans ha risposta in modo semplice: volevo studiare il virus, e non c’era altra via se non sintetizzarlo. La hybris della Biologia Sintetica è piuttosto piatta.


David Evans e il suo collaboratore Ryan Noyce


Poi ha cominciato a tirare fuori la storia di un nuovo vaccino, di cui il mondo, per la verità, non sente il bisogno.

Evans avrebbe potuto fare ricerche su un esemplare di horsepox raccolto in natura, ma non perseguì quell’alternativa. Usare il virus naturale – dice lo scienziato – avrebbe potuto impedire alla compagnia farmaceutica con cui sta lavorando di commercializzare questo nuovo vaccino per il vaiolo.

Per la Tonix, la farmaceutica con cui sta lavorando Evans, sarebbe più commercializzabile un vaccino ottenuto da virus sintetico invece che uno ottenuto da virus naturale.

Se il virus della horsepox di Tonix viene approvato dalla Food and Drug Administration come vaccino contro il vaiolo, l’azienda potrebbe ottenere un lucroso premio: un buono speciale che il Governo dà alle aziende che hanno sviluppato contromisure mediche contro potenziali minacce alla sicurezza.

La libertà con cui si possono preparare nuovi patogeni è estrema. Farmaceutiche, enti e governi ci manovrano sopra in continuazione.

Il bioterrore è a portata: di tutti. Ora.

E tutto mentre malattie che si pensavano debellate, come fossero appunto degli zombie, risorgono misteriosamente e sono assetate di sangue.

La resurrezione della polio

Il Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie USA (il leggendario CDC) ha finora registrato 127 casi sospetti di un disturbo del sistema nervoso simile alla poliomielite che può causare la paralisi, dando via un’indagine sull’epidemia di questa malattia rara. Di questi 127, 62 casi in 22 Stati sono confermati come mielite flaccida acuta (AFM). Essa colpisce in genere i bambini e può causare debolezza muscolare o paralisi, insufficienza respiratoria e persino la morte. Al momento, sono colpiti in particolare Minnesota e Colorado.

L’AFM colpisce il midollo spinale, compromettendo la funzione muscolare ei riflessi, secondo il CDC. La debolezza delle braccia e delle gambe sono sintomi comuni, ma la malattia può anche comportare debolezza facciale; difficoltà a deglutire, parlare e orinare; può provocare inoltre intorpidimento, e formicolio.

La condizione può diventare pericolosa per la vita quando i muscoli coinvolti nella respirazione diventano così deboli che il paziente va in insufficienza respiratoria, o quando la malattia innesca gravi complicazioni neurologiche. Alcuni pazienti guariscono completamente, mentre altri vedono un danno neurologico duraturo.

Si tratta di una nuova polio? In sé, non sarebbe nemmeno la cosa peggiore, rispetto a ciò che potrebbe seguirne dopo, quando scienziati e manager di Big Pharma si occupano della cosa.

La polio, c’è da ricordare, fu oggetto della più massiva campagna di vaccinazione del secolo XX. Nel dopoguerra, i dottori Jonas Salk ed Albert Sabin ottennero un vaccino per via intramuscolo (1954) e uno per via orale (1962).

Albert Sabin, ebreo russo polacco emigrato negli USA, passa alla storia come benefattore dell’umanità, rinunciando ad un patent sul vaccino che lo avrebbe reso ultramiliardario. «Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo».

Grazie ai vaccini la polio è stata eradicata, è la versione che leggerete sui giornali e sui manuali di medicina: solo 223 casi nel 2013.

Vi era nel vaccino antipolio, tuttavia, un dono inaspettato. Già nel 1960 trovarono che le cellule renali di Macaca mulatta contenute nel vaccino (animalisti, vegetariani: siete stati avvisati) presentavano una singolare sorpresa: erano affette dal Simian Virus 40 (SV-40), un virus naturalmente contenuto nel corpo delle scimmie, alle quali parrebbe non produrre alcun danno.

I problemi insorgono quando l’SV-40 esce dal suo ambiente per essere iniettato in altre specie. Nel 1961 si trovarono evidenze di come l’SV-40 creasse tumori se iniettato nei topi.

Studi a cavallo del 2000 – tanto ci volle perché qualcuno osasse intraprenderli: 40 anni – correlarono la presenza dell’SV-40 contratto con la vaccinazione anti-polio a forme di tumore pure negli esseri umani: cervello, scheletro, mesotelioma, linfoma non Hodgkin. La questione, dice persino la Treccani online, c’è ma è «tuttora controverso il ruolo del SV-40 nell’insorgenza di alcuni tumori umani (mesoteliomi, osteosarcomi)».

Vennero infettati con l’SV-40 dai 10 a 30 milioni di vaccinati americani. Ma anche in Unione Sovietica, Cina, Giappone e in Africa c’è il sospetto che la popolazione ne sia infetta.

Qualcuno tira fuori cifre-monstre con centinaia di milioni di infetti al mondo. Capite a questo punto come l’immagine delle apocalissi-zombie sia estremamente concreta: il mondo intero è contaminato.

Sparisce la polio, parte l’epidemia globale del cancro. Grazie alle vaccinazioni.

Aggiungiamo anche questa leccornia, che approfondiremo magari un’altra volta: la teoria, messa a tacere a suon di querele milionarie delle farmaceutiche contro giornalisti e ricercatori, secondo cui l’HIV – cioè il virus responsabile dell’epidemia mondiale di AIDS – nasce dalla contaminazione del vaccino orale antipolio di Sabin con un il virus degli scimpanzé SIVcpz, cioè il primo progenitore del virus HIV-1.

È così?

No, è peggio: ora pare che ritorni persino la polio. E con essa, chissà quali vaccini, e quindi, chissà quali altre malattie che questi portano.

La resurrezione di Ebola

In questo 2018, c’è stato un altro focolaio di Ebola in Congo. Eterno, immancabile babau di Ebola. Ecco che l’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia il suo numero: colpite 1.500 persone.

L’OMS sostiene che sono state potenzialmente esposte al virus mortale dell’Ebola nella regione del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, luoghi piagati dalla presenza di milizie locali e quindi difficilmente accessibili agli operatori umanitari. Non è stato quindi possibile identificare tutte le catene con cui il virus si è trasmesso nella parte orientale del paese assediata dalla violenza delle milizie. In particolare, la regione è infestata dalle Allied Defence Forces, un gruppo ribelle islamista ugandese che negli ultimi quattro anni ha massacrato e ucciso centinaia di civili.



L’idea di Ebola in mano agli islamisti dovrebbe mettere i brividi, e in effetti è nel plot della recente serie di Amazon Jack Ryan, ispirata al personaggio creato da Tom Clancy, dove l’incubo è appunto un gruppo jihadista che porta su suolo americano il tremendo virus africano dissotterrandolo nottetempo dai cadaveri dei cimiteri.

La realtà è un po’ diversa: gli USA i malati di Ebola se li portano in casa da soli. Per «curarli», ovviamente. Cioè: ti dicono, ce li portiamo attraverso l’Oceano, rischiando di scatenare una pandemia anche nel nostro Continente. Perché siamo generosi.

Anche un bambino capisce che l’interesse americano è il solo studio del patogeno che se da una parte è una minaccia civile dall’altra è una opportunità militare.

Si chiede un ex berretto verde sul sito SHTFPLAN: «Quando quei pazienti erano qui, pensi che Fort Detrick [dove si trova la principale struttura di ricerca di armi biologiche degli Stati Uniti, NdR] non abbia ricevuto campioni di sangue da questi pazienti?».

L’Africa nera (il caos del Congo, in ispecie), a pensarci bene, è un laboratorio splendido per testare armi biologiche: la gente nasce e muore nel nulla, le anagrafi sono un optional, il potere politico assente o corrotto all’inverosimile, la dignità umana un concetto inesistente.

Tuttavia i militari americani hanno dimostrato di non disdegnare anche lo stesso suolo patrio per fare esperimenti batteriologici: ad esempio, con il rilascio del Bacillus subtilis (1960) che gocciolava dalle lampadine della metropolitana di Manhattan per «testare» la diffusione di microrganismi in strutture di transito civile di massa come metropolitane e autobus; una cosa accaduta solo pochi anni fa. Oppure l’Operazione Sea-Spray, cioè l’esperimento segreto della Marina Militare degli Stati Uniti (1950) in cui i batteri Serratia marcescens e Bacillus globigii venivano spruzzati sulla baia di San Francisco in California. Oppure la diffusione segreta, nel maggio 1965, del Bacillus globigii presso l’aeroporto nazionale di Washington e il suo terminal dei Greyhound, gli autobus a lunga percorrenza: più di 130 passeggeri furono esposti ai batteri, viaggiando in 39 città in sette Stati nelle due settimane seguenti al finto attacco.

Aggiungete tutte le volte in cui Washington ha testato armi nucleari e biologiche abusando i suoi soldati e civili.

Il lettore può immaginare quale strage per la popolazione se una versione bioingegnerizzata di Ebola finisse oggi negli aeroporti, nelle metropolitane, sugli autobus, come il Governo americano già faceva prima nei ben meno feroci anni Cinquanta.

Ci sono tanti film catastrofici sull’argomento: compresi soprattutto le loro declinazioni horror, quelle con gli zombie.

Ma perché auspicare il ritorno della peste?

Shock and Cull

Perché essenzialmente l’epidemia, e ancor di più la sua componente emotiva principale – la paura – è un grande strumento di ingegneria sociale.

Uno shock sistemico ottenuto tramite epidemia – lo sapeva Casaleggio che sognava la peste che avrebbe reso possibile un mondo largamente depopolato e controllato dai computer, lo sa il suo ministro Giulia Grillo che ieri ha parlato di «Epidemia di morbillo» per estendere le vaccinazioni agli adulti – permette una riconfigurazione integrale della società, delle mansioni dello Stato e della sensibilità umana stessa.

Un recente articolo apparso sulla BBC lodava il potere trasformativo avuto dall’Influenza Spagnola di inizio Novecento.

«L’influenza spagnola è emersa mentre il mondo si stava riprendendo da anni di guerra globale. Avrebbe avuto effetti sorprendenti e di ampia portata».

Uno degli effetti fu la creazione dei Servizi Sanitari Nazionali. «A partire dagli anni ’20, questo cambiamento cognitivo ha cominciato a riflettersi nei cambiamenti alla strategia di salute pubblica. Molti Paesi hanno creato o riorganizzato i loro ministeri della salute, istituito sistemi migliori di sorveglianza delle malattie e adottato il concetto di medicina socializzata — assistenza sanitaria gratuita per tutti».

Se vogliamo leggerlo in altro modo, possiamo dire che questo paradigm shift investe anche la Chiesa: da padrona di cliniche ed ospedali, l’arrivo dello Stato nazionale ne diluisce la presenza in ambito sanitario sino a farla scomparire. Si tratta quindi dell’implementazione di un fato di secolarizzazione della malattia. La religione perde il presidio materiale del luogo dove il fedele sperimenta direttamente il male e la morte, per la felicità di quelle forze che, oltre che a odiare la religione, ritengono che solo il piacere sia la dimensione che l’uomo deve ricercare. I danni alla Chiesa, da un punto di vista di Apostolato, sono incalcolabili.

Davanti allo shock, tutte le carte in tavola si possono cambiare. E la morte e le malattie, da fatti di mistero religioso, divengono questioni statali.

Ma c’è da discutere anche della mira precisa che ebbe la pandemia. «L’influenza è stata a volte definita una malattia democratica, ma nel 1918 era tutt’altro. Ad esempio, se avessi vissuto in alcune parti dell’Asia, avresti avuto 30 volte più probabilità di morire che se vivessi in alcune parti d’Europa».

A morire insomma erano, come da darwinismo sociale britannico, i poveri.

Nello Stato americano del Connecticut, ad esempio, il nuovo gruppo di immigrati – gli italiani – subì le peggiori perdite. A Rio de Janeiro, allora capitale del Brasile, le favela furono infettate completamente. A Parigi, enigmaticamente, all’apparenza, la più alta mortalità registrata in alcuni dei quartieri più ricchi, ma si trattava delle cameriere oberate di lavoro che dormivano nelle fredde chambres de bonne in genere situati nei sottotetti.

In tutto il mondo, i poveri, gli immigrati e le minoranze etniche erano più sensibili — non  perché erano costituzionalmente inferiori, come gli eugenetisti amavano sostenere, ma perché erano più propensi a mangiare male, a vivere in condizioni affollate, a soffrire altre malattie di base e avere scarso accesso all’assistenza sanitaria.

«Le cose non sono cambiate molto – è l’amara considerazione degli inglesi – uno studio sulla pandemia di influenza del 2009 in Inghilterra ha mostrato che il tasso di mortalità nel quinto più povero della popolazione era triplo rispetto a quello più ricco».

È il grande cull, parola poco traducibile in italiano: sfoltimento, abbattimento... È così che è chiamata la contrazione della popolazione terrestre programmata dai potenti. Come da imperativo malthusiano, in assenza di guerre, solo la malattia può riportare equilibrio nell’universo.

Se volete, è il tema del più grande kolossal dell’anno, Avengers: Infinity Wars, dove il cattivone Thanos, che in realtà è il vero protagonista, vuole dimezzare la vita nell’universo per evitare sofferenze e carestie dovute alla mancanza di risorse. «Thanos non fa nulla di male» è stato il grido che si è levato dai millennial.

Una generazione cresciuta per amare la morte ed odiare la vita, una lost generation più di quella uscita dalla guerra o dall’Influenza Spagnola, totalmente incapace di vedere il piano sottostante.

Stordirci per eliminarci. Le grandi epidemie paventate in ogni momento — dalla super-gonorrea ai superbatteri antibiotico-resistenti servono a questo.

Nel frattempo, procede la scansione genomica della popolazione, soprattutto quella bianca: «Entro due o tre anni, il 90% degli americani di origine europea sarà identificabile dal loro DNA».

La tecnologia genetica, anche come semplice censimento, aiutata dal narcisismo dell’era dei social media per il quale gli americani mandano a compagnie private il loro DNA, mostra il suo lato huxleyano di strumento di controllo sociale.

Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

Roberto Dal Bosco



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