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Giuseppe Flavio - Storico giudeo/romano
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Una Breve Biografia e la “Guerra Giudaica” 

Introduzione

L’Abate Giuseppe Ricciotti (1890-1964), nel tradurre dal greco all’italiano la Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio (Torino, SEI, 1937-1938, 2 voll.)[1], volle scrivere un’Introduzione all’opera dello storico giudeo/romano intitolata Flavio Giuseppe, lo storico giudeo-romano (Torino, SEI, 1936).

In quest’articolo mi avvalgo di essa per porgere al lettore un succo ben concentrato sulla vita e le opere di Flavio Giuseppe, affinché ci possa aiutare a capire meglio il significato dei suoi scritti su quel tratto di storia che abbiamo appena terminato di studiare[2], alla luce dell’opere di Giuseppe (principalmente la Guerra Giudaica e secondariamente le Antichità Giudaiche) e della S. Scrittura (I e II Maccabei). Vedremo, inoltre, anche le altre sue opere: le “Antichità Giudaiche” in dettaglio (anno 75-79); la “Vita” (anno 95); il “Contra Apionem” (I edizione, anno 94; II ed., anno 100), e il “Testimonium Flavianum” (anno 102 c.ca).

Giuseppe Flavio è uno storico molto importante per noi, anche se non gode le simpatie del suo miglior “biografo” italiano: Giuseppe Ricciotti. Perché è importante? Poiché “pur con i suoi difetti enormi, è uno storico insostituibile per chi voglia conoscere sia la politica di Roma in Palestina, sia soprattutto quegli elementi capitali nella storia dell’umanità che sono la ‘catastrofe[3] del Giudaismo e lo sfondo storico su cui è sorto il Cristianesimo” (G. Ricciotti, Flavio Giuseppe, lo storico giudeo-romano, Torino, SEI, 1936, p. V). Senza paura di esagerare si può dire che se la Guerra Giudaica non fosse stata scritta o fosse andata smarrita, noi non sapremmo quasi nulla della presa di Gerusalemme, della distruzione del Tempio e della prima catastrofe del popolo giudaico (70 d. C.). Infatti il Tempio di Gerusalemme era l’unico legittimo Tempio dell’Antico Testamento su tutta la terra e solo in esso si poteva offrire il sacrificio accetto a Dio, (realmente presenta nella “Sancta Sanctorum” del Tempio), che era una figura dell’Olocausto di Gesù Cristo, che ha rimpiazzato le ombre del Vecchio Testamento a partire dal Venerdì Santo, quando il Verbo  Incarnato “fu crocifisso proprio da quel popolo da cui aveva preso la carne umana” (Pio XI, Mit brennender Sorge, 14 marzo 1937) e il velo della “Sancta Sanctorum” del Tempio si scisse in due (Mt., XXVII, 51; Mc., XV, 38; Lc., XXIII, 45).

Inoltre dal punto di vista letterario, la lettura della Guerra Giudaica risulta, come ammette lo stesso Ricciotti, che pure non è tenero con lo storico giudeo/romano, “molto attraente e piacevole, tanto da poter valere anche come lettura amena” (Flavio Giuseppe, lo storico giudeo-romano, cit., ivi).

L’Introduzione alle opere di Giuseppe ebreo secondo il Ricciotti è indispensabile perché, nei suoi scritti, Giuseppe “offre al lettore alla rinfusa e senza alcuna avvertenza oro ed orpello, verità ed errore, storia e ciarle” (cit., p. VI). Quindi occorre premunire e guidare il lettore allo studio della materia trattata da lui.

Brevi Cenni Biografici su Flavio Giuseppe (37-103)

Giuseppe l’ebreo nacque in Gerusalemme. Egli era un discendente dai Sacerdoti, che per molte generazioni avevano officiato nel Tempio. Nacque tra la fine del 37 e l’inizio del 38 (cfr. G. Flavio, Vita, 5; Id., Antichità Giudaiche, XX, 267). Fu chiamato Giuseppe come i suoi antenati, mentre suo padre si chiamava Mattia, discendente da una famiglia nobiliare imparentata, anche se alla lontana, con la famiglia reale degli Asmonei o gli ultimi dei Maccabei. Suo fratello (Mattia), suo padre e sua madre rimasero chiusi nell’assedio di Gerusalemme (Vita, 8, 419; Guerra Giudaica, V, 419, 533, 544).

La formazione intellettuale di Giuseppe Flavio avvenne secondo i canoni rabbinico/talmudici, che si fondavano sulla conoscenza della Torà e soprattutto del Talmud (Antichità Giudaiche, XX, 264; Contra Apionem, I, 54). Giuseppe parlava abitualmente l’aramaico, ma non conosceva bene l’ebraico e solo qualcosa del greco.

A 16 anni Giuseppe si dette alla pratica intensa della vita spirituale, frequentando inizialmente i 3 partiti religiosi della Palestina: Farisei, Sadducei ed Esseni, recandosi nel deserto presso un eremita chiamato Bano ove restò 3 anni, poi 19nne tornò a Gerusalemme e aderì totalmente e definitivamente al partito dei Farisei (Vita, 10-12).

A 26 anni, nel 64 d. C., fu inviato dalle autorità gerosolomitane a Roma per ottenere la liberazione di alcuni Sacerdoti, che erano stati fatti prigionieri dal Procuratore Antonio Felice (52-60). Giuseppe riuscì a conoscere il mimo Alituro, che oltre ad essere giudeo era intimo di Poppea e di Nerone; Alituro lo presentò a Poppea, che era la moglie di Nerone ed era giudaizzante (Antichità Giudaiche, XX, 195). Poppea lo aiutò ad ottenere la liberazione dei Sacerdoti giudei. Fu così che Giuseppe rientrò a Gerusalemme nel 66 all’inizio della guerra giudaico/romana (Vita, 13-16). Molti Zeloti, invasati e fanatizzati religiosamente, aspettavano la liberazione nazionale della Palestina dai Romani ad opera del Messia militante che stava per venire. Essi “si preparavano febbrilmente e facevano di tutto per affrettare la venuta del Messia condottiero” (G. Ricciotti, cit., p. 3).

Giuseppe non faceva parte del loro partito. Infatti aveva vissuto per 2 anni (64-66) a Roma ed aveva visto la forza del suo esercito. Non riteneva possibile che un pugno di fanatici potessero abbatterla. Non era disposto a rischiare la distruzione della Giudea, fondandosi sulle previsioni apocalittiche degli Zeloti, che ritenevano imminente il trionfo del Messia giudaico (Vita, 10). Egli cercò di moderare gli animi, ma dovette arrendersi all’evidenza: oramai il fanatismo si era impadronito di molti spiriti e lui rischiava di essere ritenuto un “disfattista, disertore e traditore” e quindi di dover affrontare i Sicari, che alle teoriche allucinazioni religiose univano l’impiego pratico, ben più efficace, del pugnale (detto sica).

Giuseppe, essendo Sacerdote, si appartò e si rinchiuse nel Tempio, in cui regnavano gli aristocratici e i Sacerdoti, nella maggior parte Sadducei, che lui – benché Fariseo – preferiva ai forsennati Zeloti o Farisei estremisti e soprattutto al loro pugnale.

Egli dovette nascondere la sua avversione alla guerra contro Roma, poiché gli Zeloti non glielo avrebbero perdonato ed avrebbero lavato il suo cedimento nel suo sangue, versato dalla loro sica ben affilata.

Nell’ottobre del 66 Roma attaccò Gerusalemme, ma inaspettatamente, durante il suo primo assalto, venne sconfitta e ciò rafforzò l’illusione zelota della “missione divina d’Israele”, che con l’assistenza del Messia militante avrebbe schiacciato l’odiato Romano. Infatti il Governatore della Siria, Cestio Gallo, nell’autunno del 66 a capo della Legio XII Fulminata assediò Gerusalemme, però egli non solo venne respinto dai Giudei asserragliatisi nella Città Santa, ma addirittura batté in ritirata e inseguito dai Giudei perse molti uomini ed armi nella “ritirata strategica” presso Beth-horon. Ricciotti chiosa: “Questa vittoria trasformò la baldanza degli insorti in un vero delirio, perché fu interpretata come un segno chiarissimo dell’assistenza del Dio d’Israele” (cit., p. 5). Essi si sentirono invincibili ed andarono, così, allegramente incontro alla loro distruzione. Eppure il profeta (Geremia, 7/4) li aveva avvertiti: “Nolite dicere: Templum Domini, Templum Domini, Templum Domini est / Non presumete di voi, dicendo: Abbiamo il Tempio del Signore, il Tempio del Signore, il Tempio del Signore”, ma quando si crede di essere gli eletti di Dio e di avere una “missione divina” non si sentono ragioni e si fanno le cose più irragionevoli.

Il Sinedrio di Gerusalemme, composto in maggior parte da aristocratici Sadducei, non poteva più tergiversare e prendere tempo, rischiava di essere travolto dal furore popolare, eccitato dai Farisei e soprattutto dalla loro corrente estremistica: gli Zeloti e il loro braccio armato: i Sicari, che non scherzavano davvero!

Pur se controvoglia, il Sinedrio - anche se composto in massima parte da Sadducei - dovette, “farisaicamente”, prendere in mano la direzione dei preparativi bellici contro i Romani, prevedendo che Roma sarebbe tornata ben presto a vendicarsi. Per questo motivo l’azione del Sinedrio fu molto… poco risoluta, sperando, senza lasciarlo vedere agli Zeloti, di poter arrivare ad un compromesso con i Romani.

La Prima Opera di Giuseppe: La “Guerra Giudaica” (Anno 75-79)

Giuseppe Flavio fu inviato in Galilea, che data la sua posizione geografica, sarebbe stata attaccata per prima dall’esercito romano (Guerra Giudaica, II, 562-568). Tuttavia questo provvedimento fu in un certo senso provvidenziale in quanto Giuseppe, dalla fortezza di Jotapata in Galilea, poté vedere e testimoniare i fatti storici della guerra giudaico/romana. Ricciotti commenta: “Le sue testimonianze come storico sono della massima importanza, ma noi ne possiamo usufruire solo in parte, sia per la tendenziosità e incompiutezza delle informazioni, sia perché la condotta di Giuseppe fu sotto l’influenza simultanea di sentimenti e di interessi svariati, contrastanti e non sempre apertamente confessati” (cit., p. 5).

Ricciotti mette in evidenza la doppiezza di carattere di Giuseppe Flavio, che interiormente era convinto della sconfitta di Israele, ma che “per troppa ambizione e troppo attaccamento alla carriera politica, preferì curvarsi a volta a volta in varie direzioni, come un umile giunco. […]. Ci troviamo davanti ad un Giuseppe dalla doppia faccia. Nel suo scritto anteriore, risalente agli anni 75-79, (Guerra Giudaica, II, 569 ss.) Giuseppe presenta se stesso come organizzatore della resistenza antiromana della Galilea, con una missione essenzialmente militare da compiere. Sennonché, nel suo scritto posteriore (Vita, 28 ss.), risalente all’incirca sùbito dopo il 100, Giuseppe appare con un’altra faccia meno militaresca, se non addirittura pacifista. Infatti secondo questa relazione posteriore Giuseppe si sarebbe recato in Galilea non per organizzare la resistenza antiromana, bensì per ridurre a propositi più calmi i fautori della guerra, per rafforzare il partito pacifista che in Galilea era ancora forte e mantenerla obbediente al potere centrale del Sinedrio di Gerusalemme. Qual è, allora, il vero Giuseppe, quello dalla faccia bellicosa o quello dalla faccia pacifista? Oggi si dà una generica preferenza alla relazione di Vita, che ci mostra il Giuseppe pacifista, e la preferenza è giustissima, tuttavia tra le due relazioni la differenza è più accidentale che sostanziale. Infatti Giuseppe nella Guerra Giudaica presenta solo ciò che in quel tempo gli faceva comodo, tacendo tutto ciò che lo importunava e che fu messo in piena luce solo più tardi. Quindi il vero Giuseppe è quello dalla doppia faccia simultanea”[4] (cit., p. 7).

In breve, nella Guerra Giudaica (anno 75-79) Giuseppe fa risaltare i suoi sforzi bellici, mentre nella Vita (anno 100 c.ca) quelli pacifisti.

Secondo il Ricciotti Giuseppe Flavio era animato da “una grande ambizione, da bassi interessi personali, da ignobili tortuosità pratiche” (cit., p. 8), che lo portarono a conciliare gli estremi opposti: Roma e Giudea quindi ad assumere contemporaneamente due facce (ivi). Certamente Giuseppe amava la sua Patria, era un Fariseo convinto, ma coll’anno 66 si trovò difronte ad un dilemma “cornuto”: o Roma o gli Zeloti, che erano Farisei estremisti, secondo i quali guardare a Roma era un peccato d’idolatria e non guardare a Gerusalemme era un peccato di scisma. Giuseppe non scelse nessuna delle due parti o “corni” del dilemma: o Roma o Gerusalemme, ma cercò di risolvere la questione nell’ottica dell’   et-et e non dell’aut-aut. Infatti gli Zeloti erano vicini, erano Giudei, erano Farisei, ma erano poco forti; Roma era potentissima, ma era distante ed era pagana. “Se il cuore di Giuseppe avesse voluto andare appresso agli Zeloti, il cervello rimaneva con Roma. Perciò si finse o si convinse provvisoriamente filo-zelota, nell’attesa di dichiararsi nel futuro filo-romano. Di qui le due facce di Giuseppe, rispecchiate nelle due relazioni della Guerra Giudaica (anno 75-79) e della Vita (anno 100 c.ca). Ma se egli scelse quell’atteggiamento di compromesso vi fu spinto dalla sua ambizione personale, più che dal suo credo religioso/nazionalistico” (cit., p. 9). Per cui in foro interno era avverso alla guerra contro Roma (come la maggior parte dei Sacerdoti, dei Sadducei e degli aristocratici), essendo convinto che sarebbe stata persa; mentre in foro esterno faceva finta di andare dietro alla corrente estremistica ed esaltata degli Zeloti per evitare la sica.  In breve Giuseppe, secondo il Ricciotti, fu un “cambia-colore, multicolore” pronto a cambiar bandiera non appena i Romani fossero arrivati vicino a Gerusalemme. Giuseppe, in attesa di tempi più chiari e sicuri, si dette da fare per organizzare la resistenza antiromana nella fortezza di Jotapata in Galilea, dove più tardi (giugno/luglio del 67) venne assediato e fatto prigioniero da Vespasiano e Tito.

L’esercito “partigiano” messo su da Giuseppe raggiunse i 100 mila uomini (Guerra Giudaica, II, 576), ma essi nella guerra di resistenza in campo aperto erano decisamente scarsi, tuttavia al riparo delle fortezze e nella guerriglia si mostrarono “valorosi e tenaci” (G. Ricciotti, cit., p. 15).

Nella primavera del 67 l’Imperatore Nerone affidò al Legato Flavio Vespasiano il compito di vendicare l’umiliazione subìta da Cestio Gallo nell’ottobre del 66. Vespasiano aveva con sé in Siria la Legio V Macedonica e la Legio X Fretensis, inoltre suo figlio Tito andò ad Alessandria d’Egitto e mobilitò la Legio XV Apollinaris, portandola in Palestina (cfr. Gaio Tranquillo Svetonio, Titus, 4) a ricongiungersi col padre Vespasiano arrivando, così, a formare un esercito di 60 mila soldati (Guerra Giudaica, III, 64-69) ben addestrati. I due abilissimi generali romani iniziarono, perciò, l’avanzata verso Gerusalemme, entrando nella Galilea dove si trovava Giuseppe.

La possibilità, sperata da Giuseppe in cuor suo, di un accomodamento con i Romani, era svanita, oramai non c’era altra via d’uscita, occorreva stare con Gerusalemme e gli Zeloti e combattere contro Roma. Secondo il Ricciotti (cit., p. 16) fu così che Giuseppe “recitò la parte del guerriero galileo”, incamminandosi verso un abisso che gli era ben evidente, ma verso il quale era oramai inevitabilmente spinto dal concatenarsi implacabile degli eventi. Egli si ritirò, quindi, a Tiberiade (Guerra Giudaica, III, 127-131), mostrando ancora la doppia faccia “che da una parte guarda all’esercito di Vespasiano e dall’altra a Gerusalemme. Egli non vuole tradire la Patria eppure già pensa alla possibilità che i Romani lo accolgano amichevolmente in caso di resa” (G. Ricciotti, cit., p. 17).

Giuseppe si rinchiuse nella fortezza di Jotapata nella prima metà di maggio del 67, appena un giorno dopo vi arrivò anche Vespasiano col suo esercito. Giuseppe, nella Guerra Giudaica (III, 141-339), fa una lunga e bella descrizione dell’assedio, della sua valorosa resistenza protrattasi 47 giorni e dell’espugnazione della fortezza ebraica all’inizio del luglio 67.

Vespasiano ordinò di catturare Giuseppe, poiché era stato il capo della resistenza ebraica antiromana di Jotapata, ma questi si rifugiò in una profonda cisterna comunicante con un’enorme spelonca scavata nella roccia, che era invisibile dal di fuori e, così, i Romani non riuscirono a trovarlo. Nella spelonca si trovavano già 40 aristocratici Giudei con molte vettovaglie, in attesa di poter evadere. Essi dovettero attendere 2 giorni nascosti nella grotta poiché i Romani fecero una ronda rigorosissima all’interno della fortezza. Tuttavia il terzo giorno una nobildonna ebrea tentò la fuga, ma venne fatta prigioniera e sotto interrogatorio vuotò il sacco. Allora due Tribuni (Paolino e Gallicano) furono inviati da Vespasiano nella spelonca a prendere i 40 e soprattutto il caporione Giuseppe, invitandoli ad arrendersi con la promessa di salvare loro la vita. Giuseppe avrebbe voluto arrendersi, ma gli altri rifugiati lo minacciarono di morte se lo avesse fatto. Allora stabilirono di comune accordo di uccidersi, uno per mano dell’altro, a due a due e così sino alla fine del gruppo. Siccome, dopo aver tirato a sorte, Giuseppe (stando a quello che racconta lui…) ed un altro furono gli ultimi due a doversi uccidere vicendevolmente, … invece di ammazzarsi … si consegnarono ai Romani (Guerra Giudaica, III, 387-391). Ricciotti dubita della veracità del racconto di Giuseppe e della “sorte”, fortuna o caso, che avrebbe consentito a Giuseppe di essere l’ultimo morituro e quindi di non… morire affatto (cit., p. 19).

Comunque sia, Giuseppe fu condotto da Vespasiano, che assieme a suo figlio Tito si mostrarono assai benevoli con il capo della resistenza antiromana. Inizialmente essi pensarono di inviarlo a Roma, come preda insigne da mostrare a Nerone, ma Giuseppe sfoderò tutta la sua furbizia farisaica e fattosi condurre davanti ai due generali, predisse loro, sotto “ispirazione” che un giorno sarebbero stati eletti Imperatori (Guerra Giudaica, III, 399-408). La “profezia” del “veggente” incuriosì i due Sabini e solleticò il loro amor proprio. Fu così che Giuseppe non si recò da Nerone, ma rimase con i due “futuri” Imperatori, anche se legato ad una catena, però ben trattato.

Il fatto della “profezia” è certo ed attestato da molti storici - tra cui Gaio Tranquillo Svetonio (Vespasianus, 5), Cassio Dione Cocceiàno (Epitome Xiphilini, LXVI, 1, 4), Appiano (Historia romana, XXII; Annales, XI, 16), Cornelio Tacito (Historiae, I, 10; II, 1; V, 13) - ma non è altrettanto sicuro che la predizione fosse dovuta ad un vero carisma profetico di Giuseppe e non fosse piuttosto un artificio della sua furbizia giudaica per evitare di andare a Roma (G. Ricciotti, ivi).

Giuseppe rimase 2 anni esatti (dal luglio del 67 al luglio del 69) in Palestina come prigioniero “privilegiato” dei due Flavi e, sùbito dopo il suo imprigionamento, passò tranquillamente anima e corpo ai Romani, pur restando religiosamente Giudeo e Fariseo, ma inquadrato politicamente “nella esplicita sudditanza a Roma” (G. Ricciotti, cit., p. 20). Secondo il Ricciotti rimase “inalterata in Giuseppe anche l’ambizione” poiché oramai, tramontato come Sacerdote in Gerusalemme, poteva avere “ampio consenso nel mondo politico romano” (cit., p. 21).

Tuttavia, ci informa il Ricciotti, Giuseppe già nel “Quartier Generale di Vespasiano (luglio 67 - luglio 69) non restò inoperoso. Infatti venne impiegato dai 2 generali come interprete, informatore, intermediario di trattative, e simili. Nello Stato Maggiore Romano non mancò chi, a più riprese, elevò obiezioni e sospetti a carico di Giuseppe, quasi sempre dopo qualche insuccesso bellico dei Romani, che veniva attribuito ad un doppio gioco e a segrete intelligenze [una sorta di “Mossad” virtualmente operativo, ndr] del prigioniero col nemico (Vita, 416 ss.); ma la benevolenza dei due generalissimi, in attesa di diventare Imperatori come “profetizzato” abilmente dal “veggente” Giuseppe, “lo protesse e lo salvò sempre” (cit., p. 21).

Frattanto a Roma dal giugno del 68 all’aprile del 69, in soli 10 mesi, erano stati uccisi ben 3 Imperatori (Nerone, Galba e Otone), uno ogni 3 mesi, (neppure i Governi italiani della Prima Repubblica duravano così poco). Ogni volta il nuovo Imperatore venne eletto dalle Legioni delle varie province romane. Vespasiano, data la situazione burrascosa in Roma, sospese le azioni belliche in Giudea dal giugno del 68 al giugno del 69. Nel frattempo ad Otone era successo Vitellio, ma il suo malgoverno scontentò tutti e soprattutto le Legioni romane presenti in Siria, Egitto e Palestina. Esse allora “varcarono il Rubicone” (o, meglio, il Tigri e l’Eufrate) e, il 1° luglio del 69, elessero Imperatore il loro generale più valoroso: Vespasiano. Dopo la morte di Vitellio (anno 69) il Senato Romano ratificò l’elezione di Vespasiano. La “profezia” del furbo Sacerdote Fariseo si era avverata appena 2 anni dopo la “predizione”. Vespasiano se lo ricordò e fece sciogliere dalle catene il prigioniero illustre, restituendogli la piena libertà. Fu così che il nuovo liberto, (ossia un ex schiavo liberato e protetto da un patrono), secondo il costume romano, prese il nomen di “Flavio” (Guerra Giudaica, IV, 622-629) in onore del suo antico padrone e neo-liberatore Vespasiano della gens Flavia.

Poco dopo l’elezione, Vespasiano oramai neo-Imperatore romano, riprese la guerra contro la Giudea, che era stata interrotta per un anno esatto sino al luglio del 69. Egli assieme a suo figlio Tito e a Giuseppe andò ad Alessandria d’Egitto e sul finire del 70 incaricò Tito di assaltare Gerusalemme e concludere la guerra giudaico/romana. Giuseppe accompagnò Tito da Alessandria sino a Cesarea e giunse davanti a Gerusalemme verso la fine del marzo del 70 per la festa della Pasqua ebraica (14 di Nisan nel calendario ebraico, corrispondente ai nostri mesi di fine marzo / inizio aprile). La città, che normalmente era abitata da circa 600 mila Giudei, durante la più importante festa ebraica, arrivava sino ad 1 milione e mezzo di uomini, compresi i pellegrini e i cittadini residenti abitualmente in Gerusalemme.

A partire da questo giorno della Pasqua ebraica (14 di Nisan del 70) Giuseppe stette sempre a fianco di Tito, sino alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio e alla fine della guerra, sotto le mura di Gerusalemme assediata (Contra Apionem, I, 49). Fu così che Giuseppe poté comporre un “diario di guerra”, da cui trasse la sua opera più importante per noi, ossia la Guerra Giudaica (terminata e pubblicata tra il 75 e il 79). Egli si avvalse non solo delle sue esperienze dirette, ma anche dei Commentarii (o appunti e resoconti scritti sulla guerra giudaico/romana) dei 2 Flavi, simili ai Commentarii lasciatici da Gaio Giulio Cesare sulla guerra contro i Galli del 58-51 a. C. o sulla guerra civile del 48-49 (Commentarii de bello gallico. Libri VIII; Commentarii de bello civili. Libri III). Ricciotti spiega che la forma greca fu data ai suoi scritti da alcuni collaboratori, essendo il Fariseo scarso in greco; inoltre come letterato anche in aramaico era “men che mediocre” (cit., p. 23). Decisamente Giuseppe Ricciotti non sopporta Giuseppe Flavio.

Durante l’assedio Giuseppe dovette presentarsi più volte sotto le mura della sua vecchia città per domandare ai suoi abitanti di arrendersi, attirandosi l’odio e gli insulti dei Giudei, che lo ritenevano un traditore della Patria e un apostata da Jaweh. Qualche volta ricevette anche il dono di … “frecce e sassi e una volta fu colpito da un sasso alla testa così fortemente che cadde svenuto: i Giudei assediati si lanciarono contro lui per finirlo, ma Tito inviò immediatamente un ‘reparto celere’ dei suoi Legionari, i quali lo difesero e lo portarono in salvo. Caduta che fu la città, Giuseppe chiese a Tito la libertà per suo fratello, suo padre, sua madre e alcuni suoi amici e parenti, che erano prigionieri in Gerusalemme” (G. Ricciotti, cit., pp. 23-24). Poi accompagnò Tito nel suo viaggio trionfale verso Roma.

A Roma Giuseppe visse come liberto o schiavo liberato e cliens protetto e favorito dai Flavi. Vespasiano lo ospitò nella sua privata domus, dove aveva vissuto prima di essere nominato Imperatore. Inoltre lo nominò anche civis Romanus e gli dette una pensione annuale, che gli permise di potersi dedicare completamente ai lavori storici (nell’immediato a pro della dinastia dei Flavi), che fortunatamente ci hanno trasmesso, posteriormente, tante notizie sulla guerra giudaico/romana sulla quale altrimenti non avremmo saputo nulla o quasi.

Sùbito dopo la morte di Vespasiano (anno 79) e durante il breve governo imperiale di Tito (79-81), la fortuna di Giuseppe non scemò. Egli pubblicò la sua Guerra Giudaica circa un anno prima della morte di Vespasiano, che ne rimase molto contento dato l’elogio dei Flavi contenuto in essa. Ma morto Tito nell’81, salì sul trono suo fratello Domiziano (81-96), che fu ferocemente antiebreo e anticristiano. Inoltre non era assolutamente amante della letteratura e quindi non teneva in nessun conto l’epopea storica scritta da Giuseppe sulla guerra giudaico/romana combattuta e vinta da Vespasiano e Tito. Le opere di Giuseppe posteriori a Tito (Antichità Giudaiche anno 94, Vita prima edizione anno 94, Contra Apionem anno 95) non furono dedicate a Domiziano († 96), ma ad un certo Epafrodito, che forse fu un mecenate di Giuseppe, mentre la Guerra Giudaica era stata dedicata a Vespasiano e Tito. Inoltre nessuna di queste canta le glorie di Roma, ma esse sono delle pure apologie del Giudaismo. I rapporti di Giuseppe con i Flavi erano decisamente cambiati a partire da Domiziano.

Nel 95 Domiziano prese delle misure severissime contro il Giudaismo e il Cristianesimo, le quali furono la conclusione di una irritazione crescente, che covava da lungo tempo nel suo animo. Scoppiò così, nel 95, la seconda persecuzione anticristiana, dopo quella del 64 sotto Nerone, dalla quale oramai i Cristiani si erano riavuti molto bene; mentre il Giudaismo, travolto dalla catastrofe del 70, aveva sparso con la Diaspora i suoi fedeli in tutto il bacino del Mediterraneo e specialmente a Roma, ma esso non fu toccato dalla persecuzione neroniana. Quindi i Romani conoscevano molto bene le differenze esistenti tra Giudei e Cristiani almeno dal 64, avendo perseguitato i secondi e neppure sfiorato i primi (Tacito, Annales, XV, 44).

La seconda persecuzione domizianea (anno 95), al contrario della prima persecuzione neroniana (anno 64), attaccò sia i Cristiani che i Giudei. Infatti a Domiziano non importava nulla di sapere se i Cristiani adorassero Colui che i Giudei avevano crocifisso, se si diventasse Cristiani mediante una specie di abluzione e Giudei mediante una incisione. Ciò che lo inquietava era il fatto che ambedue provenissero dalla turbolenta e sediziosa Palestina, la quale aveva dato tanti problemi al padre Vespasiano e al fratello Tito e che ora stava infettando Roma con la “barbara superstitio” (cfr. M. T. Cicerone, Pro Flacco, 28), la quale accomunava Giudaismo e Cristianesimo, che adoravano un solo Dio, si rifiutavano di adorare Cesare e gli Dei romani, aborrivano il libertinaggio pagano, corrompendo, così, lo spirito e i costumi di Roma. Perciò, praticamente, il Romano li riteneva un’unica medesima realtà anche se non si accordavano su astratte questioni di teologia, delle quali al Romano non interessava nulla, proprio come a Pilato non interessò sapere cosa fosse “la Verità”. Dunque chi non bruciava l’incenso agli Dei di Roma, chi non adorava l’Imperatore romano e chi conservava costumi casti era un nemico di Roma, fosse - teologicamente e astrattamente parlando - seguace o uccisore di Cristo. Il Giudaismo era ben conosciuto a Roma almeno dal 63 a. C., quando Pompeo espugnò Gerusalemme e vendette molti Giudei come schiavi in Roma (cfr. Filone, Legatio ad Caium, 23), i quali si distinguevano dal Paganesimo soprattutto per due caratteristiche evidenti ad ogni Romano: l’anti-idolatria e l’anti-libertinaggio. Queste due caratteristiche le presentavano chiarissimamente anche i Cristiani e, dunque, per Domiziano essi erano assimilabili ed equiparabili, praticamente parlando, ai Giudei, le distinzioni teologiche non lo interessavano affatto e, perciò, andavano perseguitati entrambi (cfr. Tertulliano, Apologetico, XXI, 1).

Per lui si poneva il dilemma “o Roma o Gerusalemme” ed aveva già scelto Roma contro Gerusalemme, non ritenendo possibile (come aveva fatto il Fariseo Giuseppe) la coesistenza o la duplice appartenenza (l’et-et). Egli era una specie di “Zelote o Zelante Romano”, che si proponeva la distruzione della “barbarie” proveniente dalla Palestina. Nerone era stato aizzato contro i Cristiani da sua moglie “Poppea la giudaizzante” (cfr. U. Benigni, Storia Sociale della Chiesa, Milano, Vallardi, 1906, vol. I, pp. 80-87, “Chi ha spinto Nerone a perseguitare i Cristiani?”). Domiziano fece tutto da solo, accomunò Cristianesimo e Giudaismo (in questo fu un “precursore della Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II”…), ma decise di estirparli entrambi e non di fonderli, subordinando il primo al secondo come “fratello minore a Fratello Maggiore” (in ciò non si conformò allo “spirito post-conciliare”). Ricciotti riassume mirabilmente il tutto in una frase lapidaria: “La persecuzione di Domiziano contro i Cristiani non poteva dunque, anche astrattamente parlando, essere disgiunta da una persecuzione contro i Giudei, dal momento che il motivo politico filoromano che spingeva alla prima spingeva anche alla seconda” (cit., p. 29).

Giuseppe terminò di scrivere e pubblicò le Antichità Giudaiche proprio quando la persecuzione contro Giudei e Cristiani scoppiò in Roma (anno 95). Egli in quel frangente fu davvero coraggioso, con Domiziano non si scherzava. Ora la sua opera era un’apologia di ciò che l’Imperatore aborriva, condannava e perseguitava. Persino il Ricciotti, che non aveva nessuna simpatia per lo storico Fariseo, scrisse: “Bisogna dare atto a Giuseppe del suo agire abbastanza coraggioso. Le sue Antichità Giudaiche erano state ideate, e in buona parte scritte, prima che si addensassero le nubi della persecuzione; ma apparvero in pubblico quando queste nubi erano già nere. È vero che in quest’opera Giuseppe parlava come storico, ma si vedeva che era uno storico molto favorevole al Giudaismo […]. Inoltre poco dopo le Antichità Giudaiche apparve il Contra Apionem, che è chiarissimamente un’aperta apologia ed esaltazione del Giudaismo, allora in disgrazia” (cit., p. 31).

L’Abate Ricciotti ci fa notare inoltre come “oggi, in tutti i suoi scritti, non troviamo alcun passo offensivo a quel Cristianesimo  che egli indubbiamente conobbe almeno sino dall’anno 64, in cui avvenne l’incendio di Roma, la prima persecuzione neroniana dei soli Cristiani, e la prima visita di Giuseppe all’Urbe immortale: invece vi troviamo più di un passo in cui si parla con onore di Giovanni il Battista (Antichità Giudaiche, XVIII, 116-119), di Giacomo ‘fratello di Gesù chiamato Cristo’ (Antichità, XX, 200), e perfino di Gesù Cristo stesso (Antichità, XVIII, 63-64). Giuseppe, dunque, in tempi di persecuzione si mostrò coraggioso, non soltanto verso i suoi connazionali e correligionari Giudei, ma anche verso i Cristiani” (cit., pp. 31-32). Tuttavia il Ricciotti solleva un’obiezione, secondo cui questi passaggi filo-cristiani di Giuseppe sarebbero dovuti all’interpolazione degli amanuensi cristiani, che ci hanno trasmesso i suoi scritti dopo l’epoca costantiniana. Per l’Abate Ricciotti sarebbe chiaro che costoro “erano esposti a tentazioni assai forti di alterare il testo originale. Tuttavia contro i due passi iniziali su Giovanni Battista e su Giacomo, oggi non si fanno più obiezioni, essi sono comunemente ritenuti autentici. Invece il terzo passo, relativo a Gesù Cristo stesso, è ancora dibattutissimo sotto l’aspetto dell’autenticità[5]” (cit., p. 32).

Giuseppe ebbe 4 mogli successive. La prima rimase chiusa in Gerusalemme assediata dai Romani (ma di essa Giuseppe non chiese la liberazione come fece invece per la madre, il padre, il fratello, i parenti e gli amici…); la seconda fu una Giudea fatta prigioniera dai Romani a Cesarea, che Giuseppe sposò, dietro invito di Vespasiano, a Cesarea medesima poco dopo la caduta di Jotapata e il suo imprigionamento. Ella morì quando Giuseppe partì, oramai “liberto”, (cioè da ex schiavo liberato e protetto da un patrono) per Alessandria assieme a Vespasiano; la terza la sposò ad Alessandria poco dopo la morte della seconda, ella gli dette tre figli, di cui solo uno,  chiamato Ircano, rimase in vita, ma Giuseppe la ripudiò prima che Vespasiano morisse nel 79; la quarta ed ultima fu una nobildonna giudea di Creta, da cui ebbe due figli (Giusto e Simonide soprannominato Agrippa), sempre sotto Vespasiano (Vita, 414-427).

Della morte di Giuseppe non si sa quasi nulla, dalle osservazioni cronologiche si arguisce soltanto che morì dopo l’anno 102-103, non prima di aver compiuto i 65 anni, essendo nato il 37/38.

L’Abate Giuseppe Ricciotti dà, tuttavia, un giudizio complessivo e finale su Giuseppe molto, forse troppo, severo: “Giudicato come uomo, Giuseppe, risulta uno spirito meschino, privo di carattere, pronto a qualunque accomodamento pur di arrivare e salire nella scala sociale. Assillato, soprattutto nei primi anni di vita pubblica, da un’ambizione smodata scelse tra le due parti sempre la più forte. […]. Si può notare come in Giuseppe i suoi due supremi affetti: ambizione e nazionalismo/religioso giudaico, stessero in rapporto inverso. Nei primi anni di dimora in Roma, quando l’ambizione era ancora cocente, scrisse la Guerra Giudaica (75-79), la quale esaltava la propria perizia bellica e, di riflesso, quella dei suoi protettori: Vespasiano e Tito; ma più tardi, quando i sogni di gloria si andranno dileguando, lo spirito nazional/religioso giudaico/farisaico tornerà in prima linea, ed egli scriverà le Antichità Giudaiche (93-94) e il Contra Apionem (100) ad esaltazione della sua razza e religione, la quale da buon Fariseo postbiblico faceva un tutt’uno con la prima. La tardiva Vita (dopo l’anno 100), tuttavia, verrà poi a dimostrare quanto egli fosse ancora attaccato ai vecchi ricordi, e come il politicante interessato vivesse ancora a fianco del Giudeo religioso. La religione stessa, infatti, per Giuseppe è un elemento essenziale del suo nazionalismo, una istituzione legale del suo popolo, non già la profonda fede che pervade l’uomo di fronte a Dio. Giuseppe si mostra freddo davanti ai veri valori religiosi” (cit., pp. 34-37).

Il titolo “Guerra Giudaica” si presenta sotto diverse forme. Giuseppe nei suoi scritti chiama, in greco, la sua prima opera “Pòlemos / Guerra” (Antichità Giudaiche, I, 203; XIII, 72; XVIII, 11; XX, 258; Vita, 412), anche Eusebio da Cesarea la chiama “Guerra” (Historia Ecclesiastica, I, 5, 6; II, 6, 4). Invece tra i manoscritti greci, che ci hanno tramandato l’opera, solo il “Codice Parigino Greco 1425”, del secolo X, ha il suddetto titolo di “Guerra” anche se allungato con “Giudaica contro i Romani”, mentre tutti gli altri manoscritti intitolano l’opera col termine greco “Hàlosis”, che significa “Conquista o Prigionia”. Giuseppe stesso, nel corso della sua opera, designa la sostanza del suo racconto, ossia la “catastrofe del popolo giudaico”, col termine di “Hàlosis” (Guerra Giudaica, II, 454; IV, 318; V, 3), volendo significare la Conquista o la Prigionia della Palestina o di Gerusalemme da parte dei Romani. Forse la circostanza che la prima opera di Giuseppe cominciasse con la “Conquista” di Gerusalemme da parte di Antioco IV Epifane e terminasse con la “Conquista” di Tito dette motivo di denominare l’opera “Hàlosis / Conquista”. Inoltre il Ricciotti reputa che il titolo “Conquista” sia divenuto prevalente da parte dei Cristiani, i quali “miravano a porre in rilievo come la nazione, che aveva ucciso Gesù Cristo fosse stata punita da Dio con la sua ‘Conquista’ da parte dei Romani” (cit., p. 41).

Quindi il titolo originario e vero dell’opera, secondo il Ricciotti, sarebbe “Guerra” e sarebbe il punto di vista dei Romani, non dei Giudei, poiché il titolo “Guerra” starebbe a significare la “Guerra dei Romani contro i Giudei” - come si trova ad esempio anche nel titolo romanissimo De bello gallico (la “Guerra di Roma contro i Galli”) di Gaio Giulio Cesare - e quindi non significa assolutamente la “Guerra” mossa dai Giudei (o dai Galli) contro Roma.

Per quanto riguarda la data della pubblicazione dell’opera, sappiamo che l’ultimo avvenimento menzionato in essa è la dedicazione del Tempio della Pace in Roma (Guerra Giudaica, VII, 158 ss.), che fu celebrata nell’anno 75 (cfr. Cassio Dione Cocceiàno, Historia Romana, LXVI, 15); inoltre sappiamo che una copia dell’opera già bella e pubblicata fu presentata a Vespasiano, che morì nel 79 (Contra Apionem, I, 50-51; Vita, 361). Quindi essa fu terminata e pubblicata tra il 75 e il 79, né prima né dopo.

Giuseppe presentò la sua opera personalmente ai due Flavi (Vespasiano e Tito), che l’approvarono, e addirittura “il giovane Tito vi appose anche una specie di imprimatur, giacché la firmò di suo pugno dandole l’autorità di relazione ufficiosa della guerra giudaico/romana (Vita, 361-363)” (G. Ricciotti, cit., p. 44).

Occorre anche considerare che la famiglia dei Flavi, originaria di Rieti, si era insediata sul trono imperiale solo da pochi anni (anno 69), proprio durante la guerra giudaico/romana (66-70). Ora la maggior parte degli storici, tranne Giuseppe, avevano deprezzato l’importanza di essa (Guerra Giudaica, I, 7-8) e ciò non fece piacere a Vespasiano e a Tito. Quindi lo scritto di Giuseppe, che descrisse la loro perizia militare nella guerra giudaico/romana, li ripagò e dette credito alla loro famiglia assurta da solo circa 10 anni alla dignità imperiale.

Nella seconda parte dell’articolo vedremo in dettaglio le altre opere di Giuseppe Flavio: le Antichità Giudaiche, composte e apparse tra il 93 e il 94; il Contra Apionem, apparso nel 95; la Vita, la cui prima edizione risale al 94 e la seconda al 100 ed in fine il Testimonium Flavianum del 102 circa, un anno prima della morte dello storico ebreo/romano.

Fine della Prima Parte

Continua

d. Curzio Nitoglia



[1] Per chi volesse leggere, in italiano, le altre opere di Giuseppe Flavio cfr. Francesco Angiolini, Delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio tradotte dal greco ed illustrate con note, 3 voll., Firenze, 1840-1844, nel 2° volume son contenute anche la Vita e il Contra Apionem, nel 3° volume si trova la Guerra Giudaica; Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, Torino, Utet, 2018, 2 volumi; Id., Contra Apionem, Genova, Marietti-1820, 2007.

[2] Essa va dai Maccabei (175 a. C.) sino alla guerra giudaico/romana (66-70 d. C.), terminatasi con la distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio, predetta da Gesù nell’anno 28 e riportata nel capitolo XXIV, dai versetti 1 al 21, del Vangelo secondo Matteo, che fu scritto attorno al 42. Questa datazione dopo il ritrovamento (1947-1953) dei papiri di Qumràn, nel deserto di Giuda presso il Mar Morto a 12 Km da Gerico, è oramai certa. Infatti i papiri nascosti nelle grotte del Mar Morto, le quali vennero chiuse nel 66 d. C., non sono posteriori al 50 d. C. (cfr. F. Spadafora, Dizionario Biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 387-389, voce “Manoscritti del Mar Morto”).

[3] In ebraico la parola “catastrofe” si traduce “shoah”, alla prima “catastrofe” - secondo gli storici israeliti - seguirono la seconda “catastrofe”, nel 1492, con l’espulsione in massa degli Ebrei dalla Spagna e la terza, con la deportazione nei lager tedeschi di una gran parte degli Ebrei dell’Europa nord/orientale tra il 1939 e il 1945. Questa terza “catastrofe” o “shoah” ora viene abusivamente tradotta con la parola “olocausto”, che significa il sacrificio completo di una vittima offerto a Dio, la quale viene distrutta e consumata totalmente, mediante il fuoco, dopo essere stata uccisa.

[4] Cfr. B. Morzo, Saggi di Storia e Letteratura giudeo-ellenistica, Firenze, 1924, pp. 226-240.

[5] Tratteremo prossimamente l’argomento in profondità, studiando la questione del Testimonio Flaviano: l’ultima opera di Giuseppe Flavio, posteriore all’anno 100, poco prima che morisse nel 103 circa.

 
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