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Le vicissitudini del Cattolicesimo integrale sotto Benedetto XV e Pio XI
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Divergenze di carattere o teologiche tra Della Chiesa e Benigni?

Nella prima parte di questa serie di articoli abbiamo visto, per sommi capi, i rapporti conflittuali che sono intercorsi tra l’ala detta “moderata” e quella detta “integrale” nell’ambiente ecclesiale da San Pio X (1903 – 1914) sino a Benedetto XV (1914 – 1922).

Ora approfondiamo il tema, studiando dettagliatamente e un po’ alla volta i diversi profili storici, di carattere e teologici dei loro principali rappresentanti (Rampolla, Della Chiesa, Gasparri, Ratti, Sarto, del Val, De Lai, Boggiani, Benigni). Cercheremo - pure a partire dalle vicissitudini che hanno caratterizzato le loro vite - di scorgere le affinità e le diversità non solo di carattere o di sensibilità, ma anche  le sfumature filosofico/teologiche, che immancabilmente diversificano un uomo da tutti gli altri.

Il cardinal Pietro Gasparri, nelle sue memorie, ha descritto una reciproca diversità, se non addirittura un certo vicendevole “dissenso”, tra Umberto Benigni (riconducibile all’ala cattolico/integrale ben supportata durante il pontificato di Pio X) e Giacomo Della Chiesa (il futuro Benedetto XV, che sarà quanto al modo di agire più moderato di papa Sarto e in questo senso ricondotto all’ala moderata dell’ambiente ecclesiale): “Né monsignor Benigni era in odore di santità presso Benedetto XV, né questi presso monsignor Benigni” (G. Spadolini, Il cardinale Gasparri e la questione romana, Firenze, Le Monnier, 1972, p. 114).

Ciò che occorre studiare in queste pagine è se questa divergenza fosse stata solo una questione di diverse sensibilità, caratteri e modi di agire oppure se vi fossero all’origine serie contrapposizioni dottrinali e teologiche tra i due monsignori. Si noti che il Gasparri ha parlato di “non essere in odore di santità” e non di “eterodossia” o di “errori per eccesso o per difetto”.

Abbiamo già detto che alcuni storici vedono un antagonismo profondo e addirittura dottrinale o dogmatico tra la linea integralmente cattolica di Pio X e Benigni e quella più moderata di Benedetto XV e Gasparri (la quale viene fatta risalire a Leone XIII con il cardinal Rampolla e sarebbe proseguita con Pio XI e Gasparri/Pacelli). Ora, ci si chiede, le cose stanno realmente così o si tratta di una esagerazione che vede una lotta dogmatica e dottrinale ove sussistono solo diverse sfumature soprattutto politiche, ossia quanto al modo di governare la Chiesa, dovute ad una diversa forma mentis? Mi sembra che la seconda ipotesi sia quella più vicina alla realtà.

Benigni secondo Nina Valbousquet

La storica francese Nina Valbousquet descrive nei seguenti termini il fondatore del Sodalitium Pianum (d’ora in poi SP): “La figura eminentemente polemica di Benigni, esponente del cattolicesimo più intransigente” (N. Valbousquet, Trasformazioni del cattolicesimo integrale sotto Benedetto XV: la rete Benigni dopo lo scioglimento della Sapinière, in A. Melloni - diretto da - Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, I vol., p. 450). In effetti non si può negare che la personalità dei monsignor Benigni sia stata assai spigolosa e forse eccessivamente polemica, il che non ha giovato alla sua causa, che è stata quella sostanzialmente buona del cattolicesimo integralmente creduto, professato e vissuto.

Il cattolicesimo integrale o “integralismo cattolico”, chiamato dai suoi detrattori dispregiativamente “integrismo” ha rappresentato, a partire dal pontificato di San Pio X (durante il quale è stato sostanzialmente aiutato a crescere) sino a quello di Benedetto XV (durante il quale è stato - accidentalmente o quanto al modo di operare - ridimensionato, avversato e sciolto), una corrente di pensiero caratterizzata dalla volontà di professare integralmente la dottrina cattolica, senza sfumature e annacquamenti, anche se purtroppo alcuni dei suoi esponenti hanno ecceduto quanto al modo di agire eccessivamente polemico e litigioso.

Tuttavia ciò non toglie nulla alla bontà sostanziale del programma cattolico/integrale, che secondo le direttive del magistero ecclesiastico voleva combattere la modernità, intesa come pensiero antimetafisico e tendenzialmente idealistico/immanentista. La conseguenza pratica (in filosofia politica o di morale/sociale) di quest’avversione sacrosanta verso la modernità fu il rifiuto del laicismo, della secolarizzazione e del liberalismo, padre del modernismo.

Durante il pontificato di San Pio X si risconta una maggiore attenzione della gerarchia nel combattere e condannare non solo l’errore del modernismo, ma anche gli uomini e specialmente gli ecclesiastici che lo propugnavano, ossia gli elementi liberal/modernisti infiltratisi dentro la Chiesa.

Certamente, San Pio X, non solo condannò il modernismo (come fece anche Benedetto XV), ma fu fermissimo nel combattere i modernisti e nello scovare quelli che avevano scalato i gradini della gerarchia ecclesiastica (vescovi, sacerdoti, professori di seminario, teologi …); mentre Benedetto XV, non manifestò in concreto una simile attenzione riguardo ai modernisti, anzi cercò di calmare gli animi dei cattolici integrali, che avevano polemizzato aspramente contro i modernisti dentro la Chiesa, pur mantenendo teoreticamente la condanna del modernismo.

Il magistero di Benedetto XV (come quello di Leone XIII, Pio XI e Pio XII) è perfettamente e integralmente cattolico e non vi si scorge nessun errore tendenzialmente liberale o modernista, ma il suo modo di governare la Chiesa e di combattere i modernisti fu senz’altro molto più moderato di quello di San Pio X.

È vero che presso gli “integrali” vi furono degli eccessi (dove c’è l’uomo normalmente, tranne rare eccezioni, c’è l’eccesso o il difetto), ma “l’abuso non toglie l’uso”. Quindi se qualche difetto vi fu da parte degli integralisti non si può fare di tutta l’erba un fascio e rigettare assieme agli eccessi anche la sostanza della dottrina integralmente cattolica; così come non si può accusare di liberalismo o di modernismo chi ha delle opinioni non identiche alle nostre in questioni liberamente disputate oppure si mostra quanto al modo di operare più moderato di altri, purché sostanzialmente ortodosso. D’altra parte non bisogna pensare che non vi siano stati dei difetti di “moderatismo aggressivo” da parte dei cattolici “aperti”, come vedremo nel corso degli articoli. Infatti, se alcuni cattolici “moderati” furono strapazzati dal 1903 al 1914; altri considerati “integrali” lo furono non di meno durante gli anni successivi.

Il SP fu l’incarnazione associativa della mentalità di lotta integralmente antimodernista. In sé la cosa, l’idea o il piano del SP fu buona, ma essendo portata avanti da uomini, anche se animati dalle migliori intenzioni, risentì dei difetti che gli uomini (sia integrali sia moderati) si portano appresso quale triste eredità del peccato originale; solo i santi riescono a liberarsene in massima parte. Infatti, se durante il pontificato di Pio X i cattolici integrali erano la corrente favorita dal Papa ed avendo una certa libertà d’azione nella lotta contro i modernisti poterono eccedere quanto al modo d’agire; anche i cattolici moderati, favoriti durante il pontificato di Benedetto XV ebbero i loro difetti di “moderazione eccessiva” e non furono teneri con i “vecchi” integristi oramai caduti in disgrazia. Se si studia oggettivamente la questione del SP durante il pontificato di Benedetto XV si notano senz’altro diversità quanto al modo di agire e diverse tendenze dottrinali, ma non si riscontrano errori teologici in nessuno dei due campi, i quali tuttavia poterono peccare per eccesso o per difetto quanto al modo pratico di operare.

La Valbousquet nota giustamente che dopo la morte di San Pio X il SP venne a trovarsi “in una posizione delicata, tra l’espressione di critiche acerbe contro una politica papale [di Benedetto XV, ndr] giudicata troppo liberale e la rivendicazione di una fedeltà assoluta alla S. Sede” (N. Valbousquet, Trasformazioni del cattolicesimo integrale sotto Benedetto XV: la rete Benigni dopo lo scioglimento della Sapinière, cit, p. 451). In effetti spesso si nota in alcuni cattolici dottrinari e militanti un’asserzione teorica di totale devozione al Papato, che tuttavia coesiste, quando il Papa non è più San Pio X o santo come loro vorrebbero, con critiche mordaci contro il Papa regnante, che viene bollato quale “liberale” o “modernista”.

Soprattutto nella Segreteria di Stato vaticana, fin dai tempi di papa Sarto (come già ai tempi di San Pietro e al Concilio di Gerusalemme nel 49 d. C.), erano già presenti due correnti che rappresentavano bene le differenze tra la linea del cattolicesimo integrale (con monsignor Benigni e Merry del Val, visti come eredi di Pio IX) e quella del cattolicesimo moderato (con monsignor Della Chiesa e Gasparri, visti come eredi di Leone XIII e Rampolla e precursori di Pio XI e di Pio XII), ma è difficile parlare di divergenze sostanzialmente dottrinali tra i due schieramenti (divergenza sostanzialmente dottrinale che si troverà realmente in atto solo a partire dal pontificato di Giovanni XXIII), mentre si riscontrano differenze quanto alla “pratica governativa della Chiesa” (N. Valbousquet, cit., ivi).

La Valbousquet, nel suo saggio oggettivamente molto ben documentato, rimarca che i due diplomatici (Gasparri e Della Chiesa) di linea “più moderata” deploravano “la rigidità intransigente e la mancanza di tatto diplomatico di Benigni” (ivi), il quale in realtà aveva un “caratteraccio” che non lo rendeva simpatico ai suoi confratelli, senza che ciò ci autorizzi a condannarlo come eterodosso o rigorista. Inoltre aggiunge che monsignor Benigni era “influente presso Pio X e non avrebbe esitato a divulgare voci malevole contro Della Chiesa e Gasparri, secondo la testimonianza retrospettiva di quest’ultimo. La sua veemenza costò a Benigni il sostegno di Merry del Val e lo costrinse a dare le dimissioni da sottosegretario il 7 marzo 1911, rimpiazzato da monsignor Eugenio Pacelli” (ivi). In effetti il carattere a tratti difficile ed eccessivo di Benigni, una certa veemenza nella polemica e una tendenza alla denigrazione personale di coloro che non la pensavano come lui, lo portarono a scontrarsi non solo con i “moderati”, ma anche ad alienarsi le simpatie di alcuni “tradizionalisti” (vedremo poi i problemi che ebbe anche con Merry del Val nel 1911 e persino con De Lai nel 1922). Non era una questione di dottrina, ma di carattere o di modus agendi.

Benigni contro Benedetto XV

Con il pontificato di Benedetto XV l’ala moderata rimpiazzò largamente, nella Curia Romana e nella politica governativa della S. Sede, quella integralista e Benigni venne ulteriormente marginalizzato. “Se dei fattori di dissenso con Della Chiesa sono già presenti prima del 1914, la fine del pontificato di Pio X (20 agosto 1914) segna una svolta nella marginalizzazione di Benigni. C’è una sincronia evidente tra l’arresto de facto del SP e l’avvio di una fase di distensione con l’elezione di Benedetto XV (3 settembre 1914) e la nomina di Gasparri a Segretario di Stato (13 ottobre 1914). Malgrado reiteri la condanna del modernismo, il nuovo Pontefice sin dalla sua prima Enciclica (Ad beatissimi, 1° novembre 1914) cerca di appianare le discordie [sorte tra “integristi” e “moderati”, ndr], evitando il ricorso a quegli epiteti che dividevano i cattolici. […]. Il nuovo clima è dunque sfavorevole allo zelo antimodernista mostrato da Benigni, che annuncia al cardinal De Lai, allora segretario alla Congregazione Concistoriale, la sospensione del SP a partire dal 22 agosto 1914” (cit., p. 452). Certamente il “clima” era cambiato, ma non la sostanza della dottrina, non si può accusare Della Chiesa, Gasparri e Pacelli di filo/modernismo o liberalismo anche se la loro maniera di gestire la direzione della politica ecclesiastica fu meno rigida e diversa da quella del pontificato di Pio X.

La Valbousquet (cit., p. 452), ad esempio, cita una conversazione molto rivelatrice intercorsa tra Benigni e il direttore de “La Liguria del Popolo” (Giovanni Boccardo) anch’egli del SP in cui si anticipava e s’intravedeva la situazione, che sarebbe stata sfavorevole agli integristi senza papa Sarto, nella quale il Papa ancora regnante veniva chiamato poco riverentemente “il Vecchio” e “il Nonno” (cfr. ASV, Fondo Benigni, b, 52, Boccardo a Benigni, 20 agosto 1914). Insomma si riscontra nel modo di agire, di scrivere di esprimersi del Benigni e dei suoi stretti collaboratori un certo zelo eccessivamente aspro, mordace e persino irriverente, il quale denota un difetto di carattere, ma non certo una vena eterodossa o dottrinalmente rigorista.

Sùbito dopo la morte di San Pio X, Benigni sottopose al cardinal Gaetano De Lai (che gli era rimasto ancora amico pure dopo la morte di Pio X, mentre Merry del Val se ne era allontanato nel 1911) i nuovi statuti del SP che tenevano conto del clima mutato e secondo le direttive dell’Enciclica Ad beatissimi di Benedetto XV, soppresse l’espressione “cattolici integrali” (ASV, Fondo Benigni, b, 52, Benigni a De Lai, 30 giugno 1915). Tuttavia De Lai e la Congregazione Concistoriale non accordarono l’approvazione canonica al nuovo SP (5 agosto 1915) e, secondo Benigni, l’orientamento più moderato del nuovo Papa avrebbe posto un freno alla sua iniziativa di rilancio del SP (Risposta di Benigni al cardinal Sbarretti Tazza, 16 novembre 1921). Vedremo in séguito come nel 1922, dopo la morte di Benedetto XV, Benigni arrivò a prendersela anche con De Lai… francamente non si può non notare un’attitudine eccessivamente critica verso tutti coloro che si discostavano pur minimamente dal suo modo di pensare e di agire.

Il 1° gennaio del 1917 monsignor Benigni scrisse una lunga lettera al cardinal De Lai in cui si lamentava dell’ostracismo di cui sarebbe stato vittima col nuovo pontificato (ASV, Fondo Benigni, b. 49, Benigni a De Lai, 2 gennaio 1917), mostrando un pessimismo radicale e un senso di frustrazione che lo portò ad inacidirsi sempre di più dal 1914 sino alla sua morte (1934) e ad aumentare la sua eccessiva vis polemica.

La Valbousquet cita Emile Poulat (Catholicisme, démocratie et socialisme. Le mouvement catholique et Mgr Benigni, Tournai, Casterman, 1977, p. 358) secondo cui Benigni e gli integristi, nel dopo Pio X, si erano sempre di più convinti non solo della “infiltrazione modernista e liberale” in ambiente cattolico, cosa acclarata e già denunciata da San Pio X, ma addirittura che essa fosse arrivata “al vertice della Chiesa”, ossia fino a Benedetto XV medesimo e ai suoi più stretti collaboratori. Ora è difficile accusare Benedetto XV di modernismo o di liberalismo, anche se il suo modo di governare la Chiesa si era scostato dalla prassi seguìta sotto Pio X, divenendo più moderato, ma non per questo liberale o modernista.

Benigni, dopo la morte di papa Sarto, si vide “tradito” da quasi tutti coloro che lo avevano protetto, nel 1922 arrivò addirittura a prendersela persino col cardinale De Lai, che gli era stato sempre amico e protettore anche sotto il pontificato di Benedetto XV, scrivendo amaramente: “De Lai Gaetano: sotto Pio X molto combattivo nella lotta antimodernista, poi cedevole per conservare il suo posto. Privo di fondo, impressionabile, violento, mutevole, ambiziosissimo sino all’intrigo…” (ASV, Fondo Benigni, b. 59, lettera di Benigni ai suoi collaboratori  francesi del febbraio 1922).  Ora, se si può ammettere che Benigni dopo il 1914 sia stato avversato da alcuni prelati di mentalità più moderata quanto al modo di governare la Chiesa, è difficile seguirlo nelle sue accuse contro Merry del Val (sin dal 1911) e De Lai (dal 1922). Non si può, dunque, negare che dopo la scomparsa di Pio X vi sia stato “un caso Benigni”, caratterizzato da una frustrazione e un abbattimento rancoroso sempre maggiori, che lo portarono a critiche eccessive e ingenerose, ma ciò non autorizza a condannare in toto l’opera del SP, la lotta antimodernista e la produzione accademica di monsignor Benigni.

Non bisogna neppure credere che Benigni fosse un “isolato” nella sua opposizione critica all’orientamento governativo più moderato di Benedetto XV. Molti dei suoi collaboratori la pensavano come lui. Emile Poulat, seguìto dalla Nina Valbousquet, citano il caso dell’Abbé Paul Boulin, che sorpassava persino Benigni quanto ad ardore polemico (N. Valbousquet, cit., p. 453).

Anche il cardinal Pio Boggiani, fiero antimodernista e nemico del Partito Popolare, appoggiò Benigni durante il pontificato di Benedetto XV (ivi).

“Negli ultimi anni del pontificato di Benedetto XV, le invettive di Benigni contro il Papa e il suo entourage si amplificano. […]. Benigni avrebbe persino gioito del fatto che la salute precaria di Benedetto XV potesse essere di buon auspicio per un prossimo ritorno alla linea integrale” (N. Valbousquet, cit., p. 454).

In ogni caso dopo la fine della prima Guerra Mondiale Benigni capì che il “nuovo orientamento pratico e politico” (non la “nuova teologia”) della S. Sede aveva reso praticamente impossibile la continuazione dell’attività del SP come era stata condotta sotto Pio X. Quindi non cercò più il sostegno ufficiale della S. Sede, ma tentò di tenere sempre di più la sua attività lontano dalla vigilanza dei vescovi e della Curia Romana oramai a lui estranea se non ostile.

Il “nuovo SP” del dopoguerra

Nell’immediato dopoguerra la strategia della nuova associazione antimodernista di Benigni, che seguì lo scioglimento del SP era alquanto diversa da quella iniziale, essa sottolineava maggiormente l’aspetto politico e sociale della battaglia controrivoluzionaria oltre la denuncia del modernismo religioso interno alla Chiesa, anche se gli attori e i metodi erano i medesimi.

Benigni “iniziò a collaborare anche con attivisti politici non cattolici, per esempio i nazionalisti tedeschi e inglesi, i russi bianchi emigrati. Il cambiamento di strategia di Benigni nel post-SP spiega inoltre la sua convergenza, a partire dal 1923, con il regime mussoliniano, di cui sarà informatore sino alla morte (1934), divenendo esponente del clerico/fascismo difensore della romanità” (N. Valbousquet, cit., p. 460, cfr. G. Vannoni, Integralismo cattolico e fascismo, in F. Margiotta Broglio – a cura di – La Chiesa del Concordato, Bologna, 1977). Ora, non mi sembra che si possa scorgere nel fascismo un movimento integralmente cattolico. Quindi, durante il pontificato di Pio XI, si potrebbero ritorcere contro Benigni le stesse accuse di “collaborazionismo” con i “moderati” o i “non-integrali” che lui aveva rivolto, durante il pontificati di  Pio X e Benedetto XV, ai cattolici “conciliazionisti”. Sono state ben dimostrate dal Poulat, come vedremo in séguito, le simpatie di Benigni, durante l’era fascista, per il Risorgimento italiano e l’avversione per la Compagnia di Gesù sin dalla sua fondazione. Il che non è in piena sintonia con l’integralismo cattolico. Come si vede “una sola è l’Immacolata Concezione”, anche monsignor Benigni ha avuto le sue ombre “non integralmente cattoliche”, ma si può aver misericordia di uno spirito esacerbato e ulcerato, che spinto dagli insuccessi si è sbilanciato un po’ troppo verso il Risorgimento, il fascismo e l’anti-gesuitismo senza per questo condannare in blocco tutta la sua militanza e la sua lotta dottrinale.

Le polemiche contro Benedetto XV continuarono anche dopo la sua morte (1922). “Durante il conclave del 1922, gli integrali non vedono di buon occhio la posizione di forza di Gasparri, percepito in diretta continuità politica con Benedetto XV, e sperano nella pressione esercitata dagli eredi dell’ala di Pio X (Billot, Merry del Val, De Lai, Boggiani). Dopo l’elezione di Pio XI Benigni si lamenta con il sostituto della Segreteria di Stato Giuseppe Pizzardo della persistente ostilità di Gasparri […] facendo  notare l’influenza modernista all’interno della stessa S. Sede. Benigni continua la sua lotta contro i liberali della S. Sede attraverso il nuovo bollettino Veritas (lanciato nell’aprile 1922) e le pubblicazioni Agenzia Urbs e Corrispondenza Romana, che egli dirige con suo nipote, il giornalista fascista Pietro Mataloni. Anche la rivista di Fiesole Fede e Ragione è altrettanto virulenta contro il retaggio di Benedetto XV. Essa è costantemente richiamata all’ordine da Gasparri, sino alla cessazione definitiva nel dicembre 1929. Il 6 marzo  del 1922 il cardinal Gasparri indirizza una lettera circolare ai vescovi d’Italia, prevenendoli contro le affermazioni irriverenti di Fede e Ragione riguardo alla memoria di Benedetto XV. Secondo Gasparri gli integrali distinguono il papato (istituzione venerabile e permanente) dal Papa (persona mortale e transeunte): un pretesto utilizzato in realtà per criticare Benedetto XV e Pio XI, rivendicando al tempo stesso una fedele obbedienza alla causa della S. Sede” (N. Valbousquet, cit., p. 458). Questa distinzione tra “Sede” e “sedente”, tipicamente gallicana e conciliarista, stupisce nella bocca dei cattolici integrali e ultra-montani, che in teoria professano la più assoluta devozione al Papato, ma in pratica sono schierati contro il Papa regnante. Questo è uno dei punti meno belli o più contraddittori della storia del SP.

d. Curzio Nitoglia

Fine Seconda Puntata

Continua


 
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