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Il potere occulto dell’alta finanza sul mondo moderno
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Ricapitolando

Abbiamo visto nell’ultima puntata che, nel 1814, i Rothschild, finalmente, riuscirono, nella loro Francoforte, a entrare in contatto, sebbene indiretto, con la Casa reale d’Austria (nata in Svizzera nel X secolo), la quale sino ad allora era abbastanza riluttante a stringere contatti di lavoro finanziario con una banca che poteva vantare appena 40 anni d’età, mentre essa ne aveva compiuti già 800; infatti il capostipite dei Rothschild/banchieri, Mayer Amschel Rothschild, nacque nel 1744 e iniziò a muovere i primi passi nel mondo della finanza verso il 1770, grazie a Guglielmo IX Principe d’Assia, arrivando ad avere una certa notorietà verso il 1800.

Tra i due litiganti, il terzo gode

Egone Conte Corti - a partire dai finanziamenti erogati al Duca di Wellington, in Spagna e in Francia, dai Rothschild proprio dall’Inghilterra, nemica acerrima di Napoleone, osserva giustamente come “di solito gli Statisti, e quindi i rispettivi loro Stati, fossero strozzati in siffatte transazioni, dalle quali altri (ossia i banchieri apolidi) ritraevano immensi profitti”  (Egone Conte Corti, La famiglia dei Rothschild, Milano, Mondadori, 1938, p. 100). Napoleone ne uscì sconfitto e rovinato, l’Inghilterra vinse ma s’indebitò; chi ci guadagnò da entrambe i lati furono solo i Rothschild che avevano finanziato in gran segreto sia la Francia sia l’Inghilterra[1].

1814, l’Austria e i Rothschild

Nel 1814 anche l’Austria cominciava a cadere nelle mani dei Rothschild, che avrebbero iniziato sin da allora a prestarle il denaro indispensabile per fare le guerre, ma avrebbero poi preteso una sempre maggiore influenza e un maggior peso negli affari interni (direttamente finanziari e, quindi, indirettamente anche politici e culturali) dell’Impero degli Asburgo, che appena 100 anni dopo sarebbe andato incontro alla sua fine con la Prima Guerra Mondiale.

Casa Rothschild ottenne di pagare gli stipendi agli ufficiali austriaci stanziati in Francoforte da parte dell’Inghilterra all’Austria, passando da Londra, attraverso Francoforte, per arrivare finalmente a Vienna, ove i banchieri francofortesi avevano le loro filiali, avendo ben tessuto la loro tela proprio come fa il ragno per catturare la mosca.

Tuttavia gli Austriaci mostravano ancore una certa diffidenza per i banchieri nuovi arrivati e preferivano servirsi da banche più antiche e prestigiose, per cui non vollero ancora spingersi più in là e i rapporti tra i Rothschild e l’Impero austriaco si arenarono per ancora un altro po’ di tempo, ma i Rothschild sapevano attendere.

Nathan continuava ad agire “per rafforzare la posizione della propria Casa presso le Potenze continentali, coll’insistere sul vantaggio di concentrare tutti gli affari nelle stesse mani. Egli voleva così procurare a poco a poco alla propria Casa una situazione privilegiata, quale banca delle quattro grandi potenze (Russia, Austria, Germania e Inghilterra) che avevano trionfato su Napoleone. Se sino ad allora l’Austria, tramite il Barbier, aveva concluso affari finanziari con Case austriache come Bethmann, Metzeler, Weertheimer eccetera, ora si era fatta avanti la Casa Rothschild, per eliminare questi concorrenti” (Egone Conte Corti, cit., p. 101).

La Casa Rothschild aveva già iniziato a lavorare in maniera molto intensa con l’Inghilterra, la Prussia e la Russia, le mancava ancora l’Austria, che però ben presto sarebbe entrata anch’essa in relazione di affari con loro.

Ora, spiega Egone, “specialmente quando si tratta d’acquistare un nuovo cliente, Casa Rothschild insiste sempre d’aver di mira soprattutto l’interesse dell’altro contraente; e spesso assume effettivamente un affare con lucro modestissimo, a volte persino in perdita, per ricevere poi altri e più cospicui incarichi, sui quali rifarsi. È precisamente lo stesso schema applicato dal vecchio Mayer Amschel Rothschild di fronte all’Elettore d’Assia, vendendogli - all’inizio dei loro rapporti - monete e antichità assai al di sotto del loro valore. Il sistema ha recato i suoi frutti, tanto che, dal 1814 in poi, vediamo i Rothschild concludere transazioni per importi milionari” (Egone Conte Corti, p. 103).

Le ritrosie dell’Austria nei confronti dei nuovi banchieri Rothschild rispetto ai Bethmann (che, inoltre, erano Austriaci e Cristiani) vennero sorpassate poiché i Rothschild avevano saputo organizzarsi in maniera di avere loro filiali a Londra, Parigi, Francoforte, Napoli e ben presto anche a Vienna. Ora, in un’epoca in cui i traffici tecnicamente erano ancora arretrati, i pagamenti internazionali diventavano davvero difficili e senza intermediari quasi impossibili. Quindi, il sistema bancario dei Rothschild mosse anche l’Austria a varcare il Rubicone.

Egone nota: “Dopo la caduta di Napoleone, alla quale non poco contribuirono i provvedimenti finanziari di Nathan Rothschild in appoggio degli alleati e del Wellington, i suoi affari assumono uno slancio quasi senza pari” (Egone Conte Corti, p. 104).

I Rothschild e Luigi XVIII di Borbone

I Rothschild presero contatti anche con i Borbone, ricondotti sul trono di Francia dagli alleati, tramite soprattutto James che viveva in Parigi. Luigi XVIII Borbone era stato espulso dalla Francia napoleonica e viveva esule in Inghilterra dal 1807; nel 1814 gli alleati lo rimisero sul trono di Francia, egli decise così di ritornare a Parigi, ma gli mancavano i fondi necessari per il viaggio onde presentarsi in Francia col debito sfarzo dovuto a un Re. Qui intervenne Nathan, che mise a disposizione del neo Re oltre 200 mila sterline per far ritorno in patria.

Luigi XVIII arrivò a Parigi il 3 maggio 1814 dopo essere sbarcato a Calais il 26 aprile. Nathan preferì rimanere nell’ombra e non rendere pubblica la notizia del suo finanziamento elargito al monarca, lasciò all’Inghilterra l’onore dell’aiuto; tuttavia volle che Luigi XVIII sapesse del suo interessamento e di quello di suo fratello James, il quale rappresentava la banca Rothschild a Parigi.

Nonostante ciò a Francoforte si nutrivano ancora sentimenti di diffidenza verso i Rothschild, anzi la loro incipiente ricchezza viene mal digerita e guardata con invidia. Inoltre alcune Case di banchieri non ebrei (ad esempio i van Notten, originari di Amsterdam) si vedevano insidiate dal crescente potere dei Rothschild, che godendo dell’amicizia di Guglielmo IX iniziavano a scalzarli uno dopo l’altro. Siccome “la popolazione di Francoforte non voleva riconoscere, soprattutto, l’equiparazione giuridica degli Ebrei ai Cristiani, che consideravano essere stata ottenuta grazie alle laute sovvenzioni dei Rothschild. Tale minaccioso atteggiamento della città natale desta nei fratelli Rothschild apprensioni circa la Casa madre, fondamento della loro potenza. Decisero, quindi, di far di tutto per impedire che agli Ebrei di Francoforte tocchi di rinunciare ad alcuno dei diritti acquistati durante il regime di Dalberg” (Egone Conte Corti, p. 106).

In Austria frattanto - tra il 1814 e il 1815 - al Ministero delle Finanze è subentrato il conte Stadion (favorevole ai Rothschild) mentre il vecchio conte Ugarte (che era loro sfavorevole) si era ritirato. “Data la mutata atmosfera viennese, i fratelli Rothschild, sia tramite l’Inghilterra, sia con istanze scritte dirette, tornarono a esibirsi al governo austriaco, ma a Francoforte si faceva ancora alla famiglia Rothschild ogni sorta di difficoltà. Addirittura, per ostacolare il suo sviluppo finanziario sempre maggiore, con la scusa del reclutamento contro Napoleone ritornato, si cercava l’occasione di obbligare al servizio militare i fratelli Rothschild là presenti. Nathan decise allora di fare un’energica pressione sull’Inghilterra affinché si facesse sentire in Austria (che allora era di stanza a Francoforte con le sue truppe) di modo che intervenisse su Francoforte e nello stesso tempo aprisse le porte delle finanze ai Rothschild, che oramai esercitavano un vero monopolio bancario circa l’Inghilterra, la Russia e la Prussia. Il Ministero degli Esteri dell’Inghilterra intervenne tramite l’ambasciata austriaca a Londra affinché essa raccomandasse Casa Rothschild al plenipotenziario austriaco a Francoforte, barone von Huegel. […]. Il governo britannico teneva molto a che Casa Rothschild non fosse molestata in nessun modo; quindi pregava il barone von Huegel di accordare alla detta Casa ogni protezione e aiuto” (Egone Conte Corti, pp. 109-110). La lettera, continua Egone, “venne presentata dal barone von Huegel a Vienna, dove, fu porta al Metternich e allo Stadion, non mancò di produrre il suo effetto. Da quel momento, non si oppose più un atteggiamento negativo alla trasmissione di sussidi finanziari per il tramite dei fratelli Rothschild; anzi, gli affari finanziari per conto degli Stati si svolsero dappertutto molto più agevolmente data la dislocazione dei Rothschild in quasi tutta l’Europa” (p. 110). Quindi, grazie all’intervento decisivo dell’Inghilterra, anche l’Austria divenne - nel 1815 - cliente affezionata dei Rothschild, che diventavano così i padroni di quasi tutta l’alta finanza europea e avevano oramai in pugno le principali Case reali europee, che erano state sovvenzionate nella loro guerra contro Napoleone proprio dai Rothschild, i quali non furono meno decisivi delle armi dei re.

Il colpo di grazia inferto a Napoleone dall’Inghilterra con Wellington il 18 giugno del 1815, non sarebbe stato possibile senza le transazioni bancarie che dall’Inghilterra facevano pervenire denaro al Wellington tramite la Francia, sotto gli occhi di Napoleone, che non sospettava nulla.

Waterloo: Napoleone ultimo atto

Egone ci informa che “nel caso della battaglia di Waterloo, uno degli agenti di Nathan Rothschild, di nome Rothworth, si trovava in Ostenda e non appena conobbe l’esito della battaglia riuscì a imbarcarsi su una nave in partenza per Londra. Il 20 luglio, di prima mattina, giunse nella capitale britannica e avvertì immediatamente Nathan, il quale comunicò la buona nuova al Ministro degli Esteri, Herries, che lo trasmise al governo britannico. Questo lo accolse dapprima con un certo scetticismo, non avendo ancora avuto nessuna informazione ufficiale, ma quando il maggiore Henry Percy, latore del messaggio del maresciallo Wellington, giunse a Londra il 21 giugno e dette anche lui la medesima notizia con un giorno di ritardo, allora il fatto che Nathan Rothschild fosse stato in possesso, per primo, d’una notizia così importante, fece un’impressione molto profonda sui membri del governo britannico e divenne notorio” (Egone Conte Corti, p. 111).

Egone risponde anche alla leggenda, la quale vorrebbe che i Rothschild abbiano mandato un piccione viaggiatore da Waterloo - ove uno di essi avrebbe assistito alla battaglia - sino a Londra, dove Nathan avrebbe poi sfruttato la notizia per fare investimenti in borsa; dopo aver sparso la notizia falsa secondo cui Napoleone aveva vinto, di modo che gli altri banchieri londinesi avrebbero investito sulla Francia e avrebbero perso, mentre lui avendo investito sull’Inghilterra avrebbe decuplicato le sue ricchezze.

Secondo Egone queste sono “legende ricamate” (p. 112) e aggiunge saggiamente: “È ovvio che Nathan avrà sùbito tenuto conto, nei suoi calcoli affaristici, e certo non a suo danno, della notizia prontamente ricevuta, ma il patrimonio dei fratelli Rothschild si è formato essenzialmente coi profitti delle operazioni finanziarie sopra descritte; il felice esito della battaglia di Waterloo non fece che accrescerlo, aprendo nuove prospettive di lucrosi affari, tanto più che chi trionfò fu soprattutto l’Inghilterra, di cui Nathan aveva fatto il polo principale delle attività dei Rothschild” (ivi). Come non ammirare l’oggettività e l’equilibrio di Egone Conte Corti, il quale sa evitare sia l’eccesso di credulità sia il difetto di ricerca storica sulla Casa francofortese.

Oramai anche a Vienna si faceva piena fiducia, specialmente dal Metternich, ai Rothschild, sebbene in qualcuno della corte austriaca restasse qualche perplessità su di loro. Tuttavia, a partire da Waterloo, non solo iniziò il declino di Napoleone, ma pure l’ascensione oramai inarrestabile dei Rothschild anche a Vienna.

Francoforte contro i Rothschild,  1815

Tuttavia a Francoforte (“nemo propheta est in patria sua”) si continuava a osteggiare la Casa Rothschild, che “deve ancora lottare, per conservare l’equiparazione degli Ebrei col resto della cittadinanza ottenuta all’epoca dell’egemonia napoleonica. In ciò, i Rothschild contavano sull’aiuto del loro vecchio amico, l’Elettore d’Assia, e dell’altro loro amico francofortese, Buderus von Carlshausen, nominato nel 1815 plenipotenziario alla Dieta federale” (Egone Conte Corti, p. 114).

Nonostante ciò oramai i rapporti tra l’Elettore d’Assia e il Buderus con i Rothschild erano un tantino cambiati, infatti “le parti sono in un certo qual modo invertite; se, prima, erano i Rothschild i postulanti, ora sono l’Elettore e il Buderus a ricercare più stretti rapporti. I Rotschild, non dimentichi di quanto dovessero ai due personaggi, procurarono, nei limiti del possibile, di accontentarli in tutto; ma oramai gli affari con l’Elettore passavano assai in secondo piano, dacché i Rothschild concludevano, con quasi tutti gli Stati europei, transazioni di milioni” (ivi).

Ormai i Rothschild erano pienamente introdotti sia in Prussia che in Austria e si rivolgevano direttamente al cancelliere prussiano, Principe Hardenberg, e al Metternich, i quali raccomandarono al Senato di Francoforte di mantenere il riconoscimento delle libertà accordate ai Rothschild.

La Francia e i debiti di guerra

Inoltre a Parigi James Rothschild iniziò a sfruttare la nuova occasione per fare enormi affari con la disfatta francese di Waterloo; infatti, i vincitori imposero alla Francia di Luigi XVIII di pagare un tributo di guerra di 700 milioni di franchi, da versare ratealmente entro 5 anni. Sùbito si riaffacciava la difficoltà di trasferire tali pagamenti dalla Francia in Russia, Austria e Inghilterra. I Rothschild, essendo presenti in tutte queste nazioni, vincendo l’aspra concorrenza delle altre case bancarie, riuscirono ad accaparrarsi, in massima parte, il trasferimento del tributo francese alle Potenze vincitrici.

Inoltre ora che “Napoleone è prigioniero nell’isola di sant’Elena, il segreto rigoroso circa le operazioni finanziarie non è più gradito a Nathan; infatti, la notorietà delle ingenti somme allora passate per le mani di Casa Rothschild non potrà se non accrescerne assai il credito e il prestigio ” (Egone Conte Corti, p. 115).

A questo punto, per non tediare il lettore benevolo, mi debbo interrompere e … “il séguito alla prossima puntata” …

d. Curzio Nitoglia

Fine Della Quinta Puntata

Continua



[1] Cfr. anche J. Bouvier, I Rothschild, Roma, Editori Riuniti, Newton Compton, 1984; H. R. Lottman, I Rothschild, storia di una dinastia, Milano, Arnoldo Mondadori, 1994; P. Ratto, I Rothschild e gli Altri, Bologna, Arianna Editrice, 2015.

 

 
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