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Dal felice regno di Katz
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A Gaza, metà dei forni per il pane hanno chiuso. L’altra metà, per continuare a fare il pane, usa granaglie di solito destinate al mangime del bestiame e del pollame. Ciò a causa del blocco totale che Israele ha imposto ormai da 20 giorni.

Il segretario generale dell’ONU Bank Ki-Mun ha chiesto a Olmert di levare il blocco, data l’incombente catastrofe umanitaria. Naturalmente, invano (1).

La centrale elettrica di Gaza (la sola) ha smesso di funzionare perchè Israele non consente l’entrata di pezzi di ricambio necessari. Il generoso regno di Sion ha concesso un invio di carburante (abbastanza per un giorno, la generosità ha un limite) ma, sadicamente, non le parti di ricambio.

Senza elettricità, niente pompe per lacqua: i campi profughi «Beach» e «Jabaliya» sono senz’acqua corrente.

Niente parti di ricambio nemmeno per gli ospedali, che pure hanno i loro generatori non funzionanti. Manca anche il gas per cucinare (ma che se ne fanno, tanto?).

La mancanza d’elettricità costringe gli assediati a scaricare in mare gli scoli di fogna non depurati, che hanno già cominciato a infettare le poche fonti di acqua potabile. E, per il blocco, hanno finito il cloro per depurare l’acqua.

Donna Wallach, una californiana (ebraica) che è arrivata a Gaza con un battello di volontari «Free Gaza», segnala che ai pescatori viene vietata la pesca: «Israele impone un limte arbitrario di 6 miglia, invece delle 20 miglia riconosciute negli accordi di Oslo. Sono testimone oculare: ogni giorno la Marina israeliana spara contro i pescatori, con gli M16, artiglieria, granate e potenti cannoni d’acqua, così potenti che danneggiano le barche e feriscono le persone. Da qualche tempo, con questi cannoni, lanciano un’acqua sporca, che puzza, e crediamo sia tossica. La Marina aspetta che i  pescatori carichino a bordo la rete coi pesci, poi sparano quell’acqua sporca, contaminando il pesce e il ponte» (2).

Generosi, dolci amici del genere umano (facevano così anche quando comandavano in URSS, Solgenitsin l’ha documentato). In compenso, Israele nutrice ha ammazzato 18 palestinesi nelle ultime due settimane.

Sotto le intense pressioni dell’UNRWA, l’ente dell’ONU che assiste i rifugiati - e dalle cui razioni dipende metà della popolazione di Gaza, ossia 700 mila persone - il regno di Sion ha aperto i varchi per poche ore, lasciando entrare 30 camion, di cui 11 per l’UNRWA.

«Ci occorrono come minimo dieci camion al giorno solo per fornire le normali razioni», dice John Ging, direttore locale dell’UNRWA; «Di solito abbiamo delle riserve nei nostri depositi per superare i periodi di emergenza. Ma ora, dopo 20 giorni di blocco, non c’è rimasto nulla. Già la scorsa settimana 60 mila persone sono rimaste senza cibo».

Karen AbuZaid, la commissaria dell’UNRWA sul campo, aggiunge che la malnutrizione, specie dei bambini a cui i genitori disoccupati e impoveriti non riescono a dar da mangiare che tè e pane, è a livelli di guardia.

«Galoppa l’anemia cronica, e la cosa sta peggiorando. Cominciamo a constatare ciò che chiamiamo “stunting” dei bambini, i bambini che restano piccoli, e mentalmente ritardati, perchè non mangiano abbastanza».

Nel silenzio servile dei kippà europei, una parziale eccezione: la Svizzera ha protestato - con una durezza di toni che ha preso di sorpresa il regno di Katz, non abituato alle critiche - la distruzione di case palestinesi che prosegue a Ramallah - cioè non a Gaza, dove Katz si giustifica di affamare 1,5 milioni di palestinesi per la colpa di aver votato Hamas (la punizione collettiva, tipica a quel che si dice del Terzo Reich, è una specialità del Quarto), bensì nella Cisgiordania «libera», sotto il fantoccio dell’Autorità Palestinese, riconosciuto come «legittimo» da Re David.

Il gran cuore di Sion si mostra anche lì: abbatte le case che praticamente sono a ridosso di Gerusalemme Est, per creare un più ampio spazio vitale alla razza superiore (3).

Il ministro degli Esteri elvetico ha avvertito che il suo Paese (che è il guardiano delle Convenzioni di Ginevra) considera gli abbattimenti di case, «che non hanno alcuna giustificazione militare», una «violazione del diritto umanitario internazionale». E per di più, ha definito la zona oggetto delle devastazioni, Gerusalemme Est, «parte integrante del territorio palestinese occupato»: espressione pensata apposta per far infuriare il Reich di Katz, che pretende di possedere l’intera Gerusalemme (gliel’ha data YHWH).

D’altra parte, il Regno di Katz s’era comportato in modo ben altrimenti minaccioso, quando - diversi mesi fa - la ministra degli Esteri elvetica, Micheline Clam Rey, era andata a Teheran a firmare un contratto miliardario per le forniture petrolifere del suo Paese. L’ambasciatore svizzero in Sion era stato convocato al ministero degli Esteri sionista e la dolce Tzipi Livni gli aveva fatto una lavata di capo; subito dopo, l’Anti Defamation League aveva pubblicato su miriadi di giornali del mondo, anche  svizzeri, la foto della ministra elvetica con la sciarpa sul capo, mentre parlava sorridendo ad Ahmadinejad, con uno slogan gentile: «La Svizzera è diventata il più recente sostenitore mondiale del terrorismo».

Questo è il modo in cui i Talmud intendono la diplomazia: dare ordini, impicciarsi delle faccende interne altrui. La Svizzera ha risposto che l’interesse nazionale veniva prima del servaggio a Katz.

D’altra parte, i rapporti si sono guastati dal 1998, quando la polizia elvetica aveva beccato cinque agenti del Mossad che trafficavano a mettere «cimici» in un appartamento di Berna abitato da un cittadino svizzero, che secondo loro aveva legami con Hezbollah. Israele dovette inviare una lettera di scuse. Da allora la Svizzera ha smesso ogni vendita di armi e ogni collaborazione milutrare con Sion per tre anni: poco male, Katz, di armi, ne ha già, anche se mai abbastanza per sentirsi sicuro.

A tal proposito, una curiosa notizia è apparsa sulla rivista Time (4): «Alti dirigenti USA hanno chiesto a Israele di frenarsi, e di non lanciare nessuna grossa azione militare  negli ultimi giorni della presidenza Bush». E il rispettoso altolà non si riferisce solo alla proclamata volontà katziana di bombardare l’Iran, ma anche alla sua minaccia di lanciare un attacco di terra contro l’assediato popolo di Gaza.

Sono pregati di non farlo, per ora; aspettino l’insediamento di Obama. O che se proprio gli prude di farlo, facciano un attacco militare piccolo, non «grosso».

Si può capire allora perchè il generoso regno di Katz si sia ridotto a stringere l’assedio a Gaza nel modo sopra descritto; deve pur ammazzarli in qualche modo, i palestinesi, altrimenti non si sente sicuro nella sua stesssa esistenza. Lo faccia piano, però.

D’altra parte, bisogna avere comprensione per quel popolo superiore, perchè è pieno di dolori. Ogni giorno un dolore nuovo.

L’ultimo, lo racconta l’agenzia ebraica Ynet.news: «Numerosi israeliani abitanti negli Stati Uniti hanno contattato i consolati di Israele in Nord-America per essere aiutati a tornare in Israele».

Oddio, cos’è successo, eterne vittime?

«Sono decine di israeliani che hanno perso denaro nella crisi finanziaria che spazza gli USA», al punto che adesso «chiedono ai consolati di pagar loro il biglietto aereo di ritorno per lo Stato ebraico», spiega l’agenzia (5).

Eli Yifrach, console del Katz in Florida, racconta con le lacrime agli occhi: «Abbiamo casi di israeliani che ci dicono di essere stati cacciati dalle loro case perchè non hanno pagato il mutuo». Un altro console: «Alcuni ci chiedono aiuto per il cibo. Ho pagato ad un israeliani 100 dollari, e  l’ho indirizzato a centri Habad (Lubavitcher) che fanno carità».

Sharon Glassman, il ministro dell’Assorbimento (eh sì: il ministero che agevola gli ebrei che vogliono stabilirsi in Sion) ha ammesso: «Sì, siamo al corrente di parecchi casi umanitari, di israeliani che non possono pagarsi il biglietto aereo», ed ha annunciato che sta creando un fondo per questi casi dolorosi.

Queste sono catastrofi umanitarie, altro che quelle di Gaza.

Un fondo sarà approntato: che - siamo pronti a scommetterci - sarà impinguato coi soldi dei contribuenti USA; quelli cacciati a milioni dalle case sequestrate, e che non hanno nemmeno un Regno di Katz dove scappare alla bufera.

Molti restano, si capisce. Anche brave persone. Come quei «Jews uniting against the war», che hanno cercato di costituire una contro-lobby  pacifista opposta a quella neocon, con quale successo lo vediamo tutti.

Ebbene: costoro si sono riuniti il 23 novembre alla sinagoga centrale di New York e, trovandosi fra loro, si sono detti certe verità che negano in pubblico.

Per esempio - riferisce il saggista Philip Weiss, che era presente - che la guerra all’Iraq è stata fatta per Israele, e che una lobby israeliana in USA esiste, ammettiamolo, esiste accome (6).

E’ stata Elizabeth Holtzman, ex senatrice, a buttarla lì: «Gli ebrei hanno avuto un ruolo decisivo nel portare la guerra all’Iraq»; alti elementi dell’amministrazione Bush (Wolfowitz, Feith, Zakheim, molti congressisti come Lieberman), ha ammesso Eli, «hanno agito da ebrei... Si sono detti: è bene questo per Israele?, invece di dirsi: è bene questo per la società, è bene per la democrazia?».

Poi ha parlato M.J. Rosenberg, capo di un Israel Policy Forum, un gruppo che sostiene gli accordi di Oslo: «Andate da un qualunque membro del Congresso e chiedetegli chi rappresenta gli ebrei in questo Paese, e lui risponderà: l’AIPAC», l’American Israeli Political Committee, ossia la lobby.

Ed oggi, «l’AIPAC non fa altro che drammatizzare la minaccia iraniana; l’intera organizzazione è votata all’aggravamento delle sanzioni contro l’Iran... Loro scrivono una legge, e poi raccolgono le firme (di parlamentari) per presentarla. Di recente hanno raccolto 386 firme di sostenitori per una legge che avrebbe imposto il blocco navale ai porti iraniani... Una seconda crisi dei missili di Cuba, per fortuna non è passata».

«La comunità ebraica americana non è una forza progressiva in questo Paese... Siamo una forza regressiva quando si tocca la questione Israele-Palestina... Barack Obama attuerebbe un accordo di pace anche domani, se non fosse per la comunità ebraica americana», ha detto Rosenberg.

Un po’ troppa verità.

«Da  che parte stai?», ha gridato un’anziana ebrea (la sinagoga centrale sta nel quartiere ebraico, il più ricco di Manhattan). Ma Rosenberg ha replicato: «Da che parte sto? Per una pace che metta fine a 40 anni di occupazione, che sta distruggendo Israele. E contro la guerra all’Iran. Guardi cosa fanno (quelli della lobby): Sanzioni, sanzioni, sanzioni. Vogliono sanzioni così dure da rendere ineluttabile una guerra. Non vi lasciate giocare da loro».

Un altro dei presenti, di aspetto europeo (sic), ha chiesto: «Cosa succederà quando gli americani che hanno perso figli e ricchezze in Iraq scoprissero che gli ebrei hanno spinto l’America in guerra» per Israele?

E Rosenberg, dopo aver riflettuto: «Io ho 61 anni. Non ho mai sentito alcun antisemitismo attorno a me. C’è pochissimo antisemitismo in questo Paese». Però, ha aggiunto, tra «intellettuali, docenti universitari, pensatori, c’è un vero risentimento contro i neocon». La comunità non capisce che «i neocon e la lobby sono, in essenza, le stesse persone. La sua preoccupazione è anche la mia».

Il fatto, ha aggiunto il coraggioso Rosenberg, è che quando pensiamo a queste cose, «dobbiamo pensarci in quanto americani, non in quanto ebrei che sostengono Israele... Dopotutto non sono i nostri figli che stanno morendo».

Alla fine della conferenza, Rosenberg è stato circondato da una folla di presenti, «parecchi di loro arrabbiati», dice Weiss. Lui si è fatto largo e gli ha stretto la mano.

Due congiurati della verità. Un piccolo resto.




1) Cherrie Heiwood, «Hungry Gazans Resort to Animal Feed as U.N. Blasts Israel», Middle East Times, 24 novembre 2008.
2) Anis Hamadeh, «War Crimes in Gaza - Interview with Donna Wallach», The American Muslim, 22 novembre 2008.
3) Neil Clark, «Swiss attack on Israeli policy escalates ‘cold war’ Switzerland is refusing to toe the West’s line on sanctions against Iran – and Israel is up in arms», First Post, 17 novembre 2008.
4) Tim McGirk, «US Puts Pressure on Israel to Refrain from Attacks», Time, 24 novembre 2008.
5) Itamar Eichner, «Israelis in US desperate to return home», YNet.news, 24 novembre 2008.
6) Philip Weiss, «Obama would put thru peace deal if not for the American Jewish Community – MJ Rosenberg», Mondoweiss, 23 novembre. A proposito del potere delle lobby su Obama, ecco un quadro degli ultimo collaboratore che si è scelto: Timothy F. Geithner: Treasury Secretary. Carriera nella  Ford Foundation, Kissinger and Associates, Fondo Monetario,  Federal Reserve Bank of New York, Under Secretary of Treasury under Larry Summers and Robert Rubin. Membro di: Bilderberg Group, Council on Foreign Relations, Trilateral Commission. Eventi notevoli: nel 2007 ha fuso la Bear Stearn con  JP Morgan usando I soldi dei contribuenti. Moglie: Carole M Sonnenfeld, lobbista e Katz. Larry Summers, messo da Obama nel  National Economic Council. Carriera: consigliere economico sotto il presidente Reagan, World Bank, Deputy Secretary of the Treasury under Robert Rubin (Clinton Administration). Harvard University, D. E. Shaw & Co (un fondo speculative di New York). Membro di: Bilderberg Group, Council on Foreign Relations, Trilateral Commission. Rahm Emanuel, che è il capo dello staff di Obama. Carriera: Israeli Army, Wasserstein Perella (una banca d’investimento), direttore di Freddie Mac, US Congress. Rahm è membro influente AIPAC (American-Israeli Public Affairs Committee). Ha sostenuto la Guerra in Iraq e il Patriot Act. Suo padre, Benjamin, è un noto terrorista dell’Irgun, oggi sperabilmente in pensione. Hillary Rodham Clinton, segretaria di Stato. Carriera: Senatrice e socia della Rose Law Firm (Legal/Lobbyist). Board of Directors TCBY, Walmart, & Lafarge. Membro di: Bilderberg Group, Council on Foreign Relations, Trilateral Commission. Ha votato «sì» alla Guerra all’Iraq, e sì al Patriot Act. Tom Daschle (messo alla Sanità). Ex senatore del South Dakota. Membro di: Bilderberg Group, Council on Foreign Relations, Trilateral Commission. Membro della Alston & Bird, uno studio legale e lobbistico molto importante. Moglie: Linda Hall, lobbista di mestiere. Ha votato a favore della Guerra all’Iraq e al Patriot Act. Eric Holder  (l’attorney general di Obama). Membro del Council on Foreign Relations. Socio della «Covington & Burling», grossa ditta di lobbisti, che ha fra I suoi clienti il colosso farmaceutico Merck, la Chiquita Brands, la  Philip Morris.


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