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Quegli israeliani che votano coi piedi
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Ultime dalla unica-democrazia-del-Medio-Oriente, dove regna inconcussa la libertà d’informazione: il 19 novembre, la Polizia israeliana ha chiuso Kol Hashalom (Pace Integrale) una radio pacifista fatta da israeliani e palestinesi, che dal 2004 trasmette dai Territori Occupati. La radio non aveva la licenza. Ovviamente, dato che i Territori Occupati sono in teoria fuori dalla giurisdizione israeliana. Il vice-presidente della Knesset, l’estremista Danny Danon, ne aveva reclamato la chiusura dicendo che la radio (che trasmetteva in ebraico) «incitava contro Israele».

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È l’ultima di una serie di misure repressive fatte per silenziare la sparuta opposizione di sinistra e anti-razzista israeliana.

«Atti di questo genere sono intesi a intimidirci e a ridurre al silenzio tutte le nostre voci», si legge in un comunicato di solidarietà firmato da note organizzazioni come B’Tselem, l’Associazione dei diritti civili in Israele, Medici per i Diritti Umani, Adalah, Yesh Din, Rabbis for Human Rights. Il loro comunicato esprime solidarietà a quei «palestinesi e israeliani le cui idee il governo ritiene discutibili», e che per questo sono «soggetti a minacce e ad atti di violenza, e percosse corporali fino a minacciarne la vita».

Isra Salhab
  Isra Salhab
Reporters sans Frontières denuncia l’arresto e la scomparsa di una mezza dozzina di giornalisti palestinesi che operano nei Territori Occupati (al di fuori della giurisdizione israeliana, ma capre parlanti secondo il diritto talmudico, la cui giursdizione si estende a tutta la sub-umanità). Il 16 novembre Isra Salhab, presentatrice della TV Al-Quds, è stata arrestata senza spiegazioni. È stato sottoposto a un processo a porte chiuse presso un tribunale militare; la sentenza non è nota.

Il 14 novembre, soldati israeliani hano arrestato ad Hebron Raed Sharif, presentatore di Radio Marah. Non si sa più nulla di lui. L’8 maggio era stato arrestato Walid Khaled, direttore del giornale Filistin di Gaza, e detenuto sei mesi senza processo. Ai primi di novembre un tribunale militare israeliano ha ordinato un’estensione di altri sei mesi di carcerazione preventiva. Khaled, in passato, aveva subito 4 anni di galera israeliana.

L’11 novembre commandos israeliani hanno attaccato due imbarcazioni dell’iniziativa Freedom Waves to Gaza, catturandone cinque giornalisti a bordo, portati via mani e piedi legati. L’abbordaggio, come al solito, è avvenuto in acque internazionali, dunque non al riparo dalla giurisdizione talmudica (il mare appartiene a Giuda, come del resto tutto il mondo).

A metà novembre il villaggio beduino di Amenzil ha ricevuto l’ingiunzione militare israeliana di smantellare i pannelli solari che erano stati donati da una ONG spagnola di nome Seeba. Gli abitanti, che avevano l’energia elettrica per la prima volta dopo decenni, sono stati ripiombati nell’oscurità (e nella privazione di qualunque elettrodomestico). Amenzil è infatti uno dei villaggi localizzati nella Area C (così definita da Israele) dove ogni tipo di costruzione è soggetto all’approvazione della Amministrazione Civile (ossia dei militari) israeliana. Autorizzazioni che non vengono mai. Amenzil è uno dei tanti villaggi nella Zona C a cui Israele nega i servizi elementari: non solo la fornitura elettrica, ma l’acqua, i trasporti, le fognature, la sanità, i telefoni e i servizi postali. E naturalmente ogni costruzione o riadattamento delle costruzioni esistenti. Ciò perchè Israele ha sancito che si tratta di villaggi illegali. Si noti che i beduini che vi restano sono, in teoria, cittadini israeliani dal 1948. Ma il diritto talmudico sancisce altrimenti: animali parlanti da scacciare con la persecuzione di cui sopra, onde occupare la Zona C da edifici di coloni talmudici.

Non stupisce che un numero crescente di israeliani votino coi piedi, ossia vadano a risiedere all’estero. La tendenza è sempre stata forte. Nel 2008, un’indagine condotta dal Menahem Begin Heritage Center ha rivelato che il 59% degli israeliani s’erano informati presso le ambasciate straniere sulla possibilità di ottenere la seconda cittadinanza e il relativo secondo passaporto. Nel 2005, l’ufficio centrale di statistica israeliano ha comunicato che 650 mila (circa un decimo della popolazione) israeliani, espatriati da oltre un anno, non erano tornati.

«Non è il Paese in cui emigrai tanti anni orsono», ha scritto su Haaretz lo scrittore Bradley Burston, titolando il suo sfogo «sono ridotto a invidiare la gente che odia Israele» (gli stranieri, che la propaganda sostiene odiano Israele). E Gideon Levy, il noto giornalista: «È unironia della storia, se si pensa che Israele fu creata per dare un rifugio al popolo ebraico. Oggi l’Europa diventa il rifugio per gli ebrei che vivono in Israele».

Si può dire che questi israeliani che votano con i piedi sanno riconoscere uno Stato nazista, quando ne vedono uno. Ma la loro emigrazione aggrava le cose: lasciano il campo libero alla maggioranza che resta e si trincera contro nemici immaginari, ossia i fanatici talmudico-messianici, che sostengono e rendono più estremista il governo Netanyahu. Sempre più liberi di perseguitare e massacrare i palestinesi, e di preparare la guerra finale contro l’Iran, e beninteso contro tutti i vicini e lontani del genere umano.



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