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Mangeremo domani?
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Da un comunicato stampa: «Produrre il grano in Toscana non conviene piu', anzi si ha una perdita media di 300 euro per ettaro». Cosi' la pasta fatta in Toscana potrebbe divenire solo un ricordo. L'allarme viene lanciato dalla Cia Toscana: «La crisi del settore cerealicolo - sostiene - non conosce soste e precipita sempre piu'. La coincidenza fra crisi di mercato, dei prezzi e i pessimi risultati dell'annata produttiva, stanno mettendo a rischio la tenuta delle aziende, delle cooperative e di tutto l'indotto (...) . Un calcolo spiega che non conviene piu' produrre. “Agli agricoltori - sottolinea Alessandro Del Carlo, della presidenza della Cia Toscana - non si puo' chiedere di produrre in condizioni di sicura perdita economica, quando i costi di produzione sono mediamente attorno ai 900 euro ad ettaro, con dei ricavi che oscillano sui 600 euro».

Altro comunicato: «La drammatica situazione di migliaia di imprese agricole deve preoccupare il Governo e l’intera collettività dal momento che il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli, ed in particolare del grano, che ha toccato il prezzo di decenni or sono, ovvero di 15/16 centesimi al chilo (mentre il pane e al pasta vengono venduti a prezzi assurdi) sta mettendo in ginocchio la nostra agricoltura e il rischio per il futuro è la scomparsa di tante aziende».

E’ un altro degli effetti perversi del capitalismo terminale. La finanza trascura l’agricoltura, perchè i capitali lì investiti rendono poco; i subprime, i Credit Default Swaps, i titoli tossici, le dot-com, gli hedge funds: quelli sì sono rendimenti da superbonus. Quanto ai governi, hanno stanziato sostegni all’industria dell’auto – che contrariamente all’agricoltura, soffre di una sovrapproduzione cronica, ma non ai contadini.

Dunque, ecco il risultato: nonostante la scarsità e i cattivi raccolti, la domanda superiore all’offerta, i prezzi dei cereali calano. Al punto che agli agricoltori non conviene più produrre. Almeno fino al giorno in cui la fame globale ristabilirà il «mercato», il giusto equilibrio tra domanda ed offerta.

Ma allora ci saranno ancora agricoltori? E inoltre, il grano non viene prodotto a macchina; ci vuole un anno a farlo maturare. Mentre noi dobbiamo già mangiare fra qualche ora.

Il fenomeno è mondiale, ed è stato notato da Dylan Grice, analista della Société Génerale. In questi ultimi mesi abbiamo visto rialzi di tutto: dalle azioni (l’indice di Borsa Standard & Poor’s è salito del 15%) al petrolio (da 65 a 83 dollari), per non parlare di tutte le materie prime metalliche e minerali. Una sola eccezione: il cibo. O per dir meglio, il cibo rincara per i consumatori, ma cala per chi lo produce.



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Il prezzo mondiale del frumento è precipitato del 70% dal 2008, quello del mais è sceso del 50%. Vuol forse dire che ne è stato prodotto troppo, come si stanno producendo troppe auto? Al contrario. Le riserve mondiali di grani, bastanti per nutrire il mondo per 4 mesi nel 2000, sono scese a 2,6 mesi. Le riserve cinesi in dollari sono sovrabbondanti, in granaglie sono ad un livello minimo mai visto da trent’anni. Gli stock di riso in Asia sono a livello di guardia.

Nè si può dire che le prospettive future della «domanda» siano incerte. La Cina già oggi deve nutrire il 22% della popolazione mondiale (la sua) disponendo solo dell’8% della terra arabile del mondo, e del 7% dell’acqua da irrigazione. Già oggi la Cina nutre 12,5 persone su un ettaro di terra, contro i 4,1 della «vecchia» Europa (escluso l’est) e gli 1,7 degli USA.

La Cina perde terra fertile a ritmi pazzeschi, fino dal ’75 al ritmo di 800 chilometri quadrati l’anno per desertificazione, oggi al ritmo di 1.800 chilometri annui sotto la cementificazione, le strade, le fabbriche e i nuovi grattacieli. E la terra arabile rimasta ha una produttività decrescente.

E la Cina è un cliente solvibile, può pagare. Anzi di fatto già compra, non grani, ma terreni in Madagascar e in Africa in genere, in America Latina, in Indonesia, e ne affitta in Siberia. Nel solo primo semestre 2009, Pechino ha trattato l’accaparramento di 30 milioni di ettari, la superficie coltivabile della Francia.

Intanto in USA, il granaio del mondo, almeno il 10% della produzione di grani viene usato per produrre etanolo: Obama non ha eliminato il sussidio assegnato da Bush agli agricoltori che convertono i loro cereali in carburanti, 45 centesimi a gallone. Secondo l’ONU, la produzione dovrà aumentare del 77% nel decennio prossimo.

Impossibile, se non si mette a cultura moderna l’area del mondo più fertile e meno produttrice a causa del passato socialista, le terre nere di Ucraina (che possono triplicare) e della Russia, che dall’epoca di Kruscev ad oggi è scesa dai 240 ai 207 milioni di ettari.

Insomma, «il cibo non sarà mai più a buon prezzo», dice Evans Pritchard sul Telegraph (1).

In altre parole, le prospettive, sinistre per le bocche da sfamare, sono ottime per i «mercati» finanziari. Tant’è vero che Grice consiglia gli speculatori di lasciar perdere i Buoni del Tesoro, e di buttarsi nell’agricolo, speculando in ETF (Exchange Traded Funds) per lucrare sui prossimi, inevitabili, rincari.

Sul Telegraph, Evans-Pritchard dà un consiglio analogo: investire in «Monsanto, Syngenta e Potash» può non convenire, perchè le loro azioni si scambiano a prezzi già alti. Ma promettono bene altri nomi del biotech, dei fertilizzanti e dei servizi agricoli, «Golden AgriResources, Yara, Agrium, Bunge», per non parlare di «Troika Dialog» di Mosca, e «Uralkali» che produce fertilizzanti.

E’ il più letale dei consigli che si possa immaginare, in un mondo e in un’Europa dove, come s’è visto, già agli agricoltori non conviene produrre perchè i loro profitti non compensano i costi. Lasciata libera di agire nel settore primario, comparndo i titoli delle nefande multinazionali come Monsanto, la speculazione finanziaria farà quel che ha fatto in tutti i settori che ha rovinato: retribuire il capitale a spese del lavoro, che da un ventennio è stato retribuito poco o nulla nell’industria. Affamare di più gli agricoltori, per pagare i bonus ai dirigenti di Syngenta e agli azionisti di Monsanto.

Non ce lo possiamo permettere e, se avessimo dei governi, non lo dovranno permettere.

E’ la stessa conclusione cui è giunto Joseph Stiglitz, Nobel per l’economia, commemorando la scomparsa di Norman Borlaug, Nobel per la pace. Borlaug è stato l’inventore della «rivoluzione verde», la crescita della produzione agricola che ha fatto passare l’India dalle carestie ricorrenti all’autosufficienza alimentare. Se la teoria economica liberista fosse vera, nota Stiglitz, Borlaug dovrebbe essere l’uomo più ricco del mondo; dovrebbe essere stato sepolto sotto «bonus» miliardari per l’accrescimento di ricchezza reale che ha prodotto; e invece, i traders di Wall Street, i banchieri e i capi di Goldman Sachs dovrebbero fare la fila alle mense dei poveri, per i danni che hanno provocato all’economia, la distruzione di ricchezza, e la disuccupazione che hanno sparso nel mondo sviluppato.

E’ la dimostrazione più patente, dice Stiglitz, che la teoria economica imperante è falsa, che non è nemmeno meritocratica, e che non alloca i capitali meglio di...

Meglio di chi? Dello Stato, magari. La dottrina agricola europea, dettata dal non-Stato UE, ha obbligato gli Stati a tagliare tutti i sussidi: sempre in nome del «mercato», della teoria economica falsa. Gli agricoltori europei si arrangino se non producono a costi competitivi, comprerermo il grano sui «mercati mondiali». Il piccolo particolare trascurato è che i «mercati mondiali», oggi a prezzi stracciati, rincareranno domani sicuramente quando i nostri agricoltori non ci saranno più perchè espulsi dal «mercato».

La sovrapproduzione di ieri è scomparsa in Europa, ed ora comincia il peggio. Tanto peggio, in quanto gli economisti che non sono pagati per mentire vedono un prossimo «secondo crack», che  colpirà un mondo occidentale già dissanguato, dove una immensa ricchezza è già stata distrutta, dove le fabbriche chiudono, e pieno di disoccupati e sotto-salariati (2).

Che fare?

Sarkozy ha appena lanciato un piano per il sostegno dell’agricoltura nazionale (3). Un miliardo di prestiti bancari e 650 milioni di euro di sostegno diretto dello Stato. Con tanti saluti alle regole europee: «Mi rifiuto di lasciare che l’agricoltura francese sia travolta dalla crisi».

I tassi reali dei prestiti al settore primario, grazie all’aiuto di Stato, saranno dell’1,5% per cinque anni, e caleranno all’1% per gli «agricoltori giovani». 200 milioni di euro saranno destinati ad alleggerire gli interessi e all’aiuto alle ristrutturazioni. Altri 170 milioni al rimborso della tassa sui prodotti petroliferi usati dai contadini. Cinquanta milioni di contributi sociali delle aziende agricole saranno presi a carico dello Stato, insieme ad altri 50 milioni di euro di imposte sulle costruzioni agricole.

Inoltre, Sarkozy ha annunciato una legge di modernizzazione dell’agricoltura prima della fine dell’anno, «onde inquadrare i rapporti tra produttori di latte e trasformatori». Ossia, se ben capisco, sarà stabilito per legge che i produttori devono essere compensati meglio rispetto ai trasformatori e commercianti.

«La crisi dell’agricoltura», ha detto infatti il presidente, «rivela in primo luogo una falla della regolamentazione europea e mondiale a cui si deve rispondere d’urgenza. In secondo luogo, rivela delle mancanze nazionali vere, nella ripartizione del valore in seno alle nostre filiere agricole».

Il valore sarà ripartito meglio, per ordine pubblico: «Ogni agricoltore deve poter vivere del suo lavoro e della sua produzione», ha aggiunto. «La terra fa parte dell’identità nazionale francese, e io sono stato eletto per difendere l’identità nazionale francese».

Sarà anche ridocolo Sarko, ma  il gollismo non è acqua. E magari, sta facendo l’investimento migliore.




1) Ambrose Evans-Pritchard, «Food will never be so cheap again», Telegraph, 25 ottobre 2009.
2) Così per esempio Nouriel Roubini: «C’è una grande bolla, perchè abbiamo tassi zero in USA, tassi zero nel mondo e un enorme ‘carry trade’. Tutti (i banchieri) prendono a prestito a tasso zero in dollari, e già hanno un capital gain per il solo fatto che, indebolendosi il dollari, s’indebitano a tassi negativi. E poi investono in ogni attivo rischioso, materie prime, azioni, credito. Così creiamo una bolla più grande di prima. C’è una muraglia di liquidità a caccia di attivi. Questa liquidità può far rincarare gli attivi per il momento, fino a quando il carry trade si ridurrà. Sicchè oggi abbiamo attivi rischiosi a prezzi  alti. Più rincarano, più divergono dai fondamentali dell’economia reale, e più la situazione diventa pericolosa. Alla fine, se la ripresa sarà anemica, ci sarà una correzione. Il mio consiglio è: stare alla larga dagli attivi rischiosi, stare liquidi. Non so quando la correzione avverrà, ma alla fine verrà, e sarà brutta, e colpirà attraverso le diverse classi di attivi», cartacei o solidi.
3) «L'Etat promet 1,65 milliard d'euros d'aides aux agriculteurs», Le monde, 27 ottobre 2009.


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