Chi vince e chi perde in un sistema che non regge più
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Dossier: La stretta sulle pensioni

I sindacati che parlano spesso di «equità» e ora anche di «numeri magici» difficilmente vi farebbero un calcolo così. Un lavoratore autonomo che va in pensione oggi prende oltre tre volte e mezzo quello che ha versato durante la vita lavorativa, in termini di contributi. Per l’esattezza, fatto 100 il «montante contributivo», il commerciante o artigiano o contadino prende 346 se uomo, 368 se è donna. Il calcolo, fatto da Michele Belloni e Flavia Coda Moscarola sul sito Lavoce.Info , si applica anche a dipendenti pubblici, dove il rapporto è di due volte e mezzo (268 per gli uomini e 249 per le donne), e i privati dove è quasi due volte (162 per gli uomini e 188 per le donne). Il fatto è che questo «regalo del retributivo» come lo chiamano i due economisti, non vale per tutti. Vale, appunto, per chi gode del regime previdenziale molto generoso che era in vigore prima della riforma Dini. Per chi ha cominciato a lavorare dopo l’anno della riforma, dal 1996, il «regalo» sparisce: quando andrà in pensione prenderà esattamente quello che avrà dato: fatto 100 prenderà 100. Equo? Non proprio. Comprensibile, allora, che tra le prime riforme in cantiere dell’«agenda Fornero» ci sia l’estensione del considdetto metodo contributivo a tutti, anche ai privilegiati dell’««età dell’oro» pre-Dini.

Inoltre non c’è solo sproprozione tra quello che hanno versato e che incassano le generazioni pre-Dini. C’è anche una differenza notevole tra quello che c’è scritto sui loro assegni. Con il metodo retributivo pre-Dini le pensioni si calcolavano su una media degli ultimi stipendi, quelli da fine carriera, i più alti probabilmente dell’intera vita lavorativa.Il contributivo, invece, fa una media. Seguendo il ragionamento di una simulazione fatta dai due economisti Tito Boeri e Agar Brugiavini, mettendo a confronto due persone dal profilo lavorativo identico - stessi anni di lavoro e stessa busta paga - chi ha cominciato a lavorare a 23 anni nel 1974 può andare in pensione a 62 e prende il 76% dell’ultimo stipendio, esempio circa 1.340 euro. Chi aveva 23 anni nel 1996 andrà in pensione minimo a 64 anni e prenderà il 71 per cento dell’ultimo stipendio, circa 900 euro. Equo? Di nuovo, c’è da dubitarne.

Se questo sistema, oltretutto, fosse sostenibile, si potrebbe deprecarne l’evidente ingiustizia nei confronti delle coorti di lavoratori post 1995 ma fare finta di nulla finché il sistema retributivo andrà a regime, più o meno nel 2030. La verità è che la sproporzione tra contributi versati e pensioni erogate scava anche voragini nei conti delle casse previdenziali. Solo l’80,1 per cento della spesa pensionistica è coperta dai contributi versati. Il resto, quasi 50 miliardi di euro, li mette lo Stato. E la differenza tra Nord e Sud è notevole.

In Lombardia e in Trentino il saldo è positivo (rispettivamente con il 105,7 e il 103,5 per cento) mentre fanno venire la pelle d’oca alcune regioni del Sud come la Puglia (58,9) e Calabria (54,1).

Un trend messo in evidenza anche dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda: «L’andamento della spesa per pensioni incarna tutte le negatività del policy making italiano, soprattutto con riferimento alla questione delle pensioni di anzianità». In un saggio scritto per la rivista Industria , osserva che «in termini reali negli ultimi trent’anni la spesa per pensioni è cresciuta mediamente del 3 per cento all’anno, contro una crescita del Pil dell’1,7 per cento». E i l numero delle pensioni in essere è cresciuto mediamente dell’1,17 per cento mentre la popolazione residente è cresciuta dello 0,21 per cento all’anno». Numeri che giustificano interventi rapidi del governo che riescano finalmente a distribuire l’onere dei sacrifici del risanamento un po’ più equamente tra generazioni.

TONIA MASTROBUONI

Fonte > 
Stampa.it



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