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Diverse percezioni dell’orrore
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GERUSALEMME: «Occhio per occhio, e tutto il mondo è cieco»: è necessario porre questo detto di Gandhi ad ogni commento sull’eccidio di otto israeliani nella scuola rabbinica Mirkaz Ha’rav. E tuttavia, nemmeno sarà possibile tacere la sproporzione della condanna e dell’orrore, nella percezione mediatica.

I 130 palestinesi, di cui cinque lattanti, massacrati a Gaza dall’esercito israeliano in una settimana, non hanno avuto i titoli cubitali in prima pagina, né le aperture agghiacciate dei TG mondiali che hanno avuto gli otto morti israeliani. Nessun reportage abbiamo visto dal carnaio di Gaza.

Gli uccisi israeliani erano civili; anche una sessantina di palestinesi erano civili. Per i media, un azione è «terrorismo», l’altra «autodifesa». E come tali resteranno etichettati nelle menti delle masse. Le diplomazie occidentali condannano ad una sola voce il «terrorismo»: uno solo, naturalmente. Il sottinteso è che ci sono vite umane più sacre di altre. Le altre, quelle dei prigionieri di Gaza, diventano sempre meno sacre, pesano sempre meno.

Dal 2000 al 2005, sono caduti in media 4 palestinesi per ogni israeliani ucciso; nel 2006, erano 30 ad uno; nel 2007 la proporzione è stata 40 ad uno. Nei tre mesi passati dalla «conferenza di pace» di Annapolis, Israele ha già ammazzato 323 palestinesi; gli israeliani uccisi sono stati 7, cinque dei quali soldati di Tsahal impegnati nelle incursioni contro la gente palestinese, due i civili.

Il massacro di arabi è «giustificato» perché a Gaza governa Hamas «terrorista», e da Gaza partono i razzi Kassam. Ma nessuna tv né alcuno giornale ha detto che in Cisgiordania, da cui non parte un solo razzo, e su cui governa Fatah che ha accettato una tregua permanente, negli ultimi tre mesi l’armata israeliana ha condotto 480 operazioni militari, uccidendo 26 palestinesi.

I lanci di razzi da Gaza hanno ucciso in tutto 14 persone in 7 (sette) anni. Di ciascuno di quei morti da Kassam è stata data notizia con il dovuto rilievo. Dei dei 323 morti di Gaza, dei 26 palestinesi della Cisgiordania i grandi giornali non hanno mai parlato. Pesi diversi. Le notizie delle atrocità israeliane commesse a Gaza, sotto l’etichetta «autodifesa», sono apparse al massimo sotto piccoli titoli in pagine interne. I morti sono stati per lo più definiti «militanti di Hamas». Nella scuola rabbinica di Gerusalemme, sono «civili» e «studenti».

Ma se è difficile distinguere tra «militanti» e «civili» fra i palestinesi, anche qui dovrebbe esserlo: quella «scuola» è, come ha spiegato un editorialista di Gerusalemme, Khalid Amaryeh, «il sistema nervoso centrale del sistema studenti-coloni-soldati», da lì vengono i persecutori formati «religiosamente» a considerare gli arabi esseri inferiori. E quegli «studenti rabbinici» sono militanti del Gush Emunim, il «Blocco dei Fedeli», il cui motto è: «L’integralità della terra per l’integralità dell’ebraismo».

Il Gush Emunim proclama la necessità dell’espulsione totale (pulizia etnica) degli arabi dalla terra «santa» che dio ha donato a Giuda. La yeshivah colpita è stata fondata da rabbi Avraham Kook, primo rabbino di Israele, che formò i militanti dei gruppi terroristico-religiosi noti come Irgun e Lehi o Banda Stern, che nel 1948 massacrarono senza provocazione 500 palestinesi a Deir Yasin provocando la fuga di centinaia di migliaia di terrorizzati arabi (1). Un capo della banda stern Ytzak Shamir, divenne poi primo ministro.

Per rabbi Kook, le azioni degli ebrei, «qualunque sia la forma, sacra o profana che assumono, attestano il disegno di Dio». Anche il massacro. Perché accelera la venuta del Messia, e la ricostruzione del Tempio. Ragion per cui invitava gli ebrei religiosi «a collaborare attivamente al progetto sionista, che è di ispirazione messianica». Difficile dire qui se lo «studente  talmudico» è un «militante». Difficile negarlo.

L’attentato alla scuola rabbinica offre ora la «giustificazione» per il progetto che Ehud Barak, ministro della guerra israeliano, aveva in realtà già reso noto il 5 marzo, come ha rivelato il Canale 2 della tv israeliana: farla finita con il lancio di Kassam evacuando a forza tutti i palestinesi che abitano nella zona nord di Gaza, da cui apparentemente vengono lanciati i razzi.

Ottenute le autorizzazioni «legali», ha detto la tv israeliana, l’operazione comincerà immediatamente: dapprima con lancio di volantini per avvisare i residenti ad abbandonare le case, poi – su quelli che restano – i bombardamenti aerei per distruggere le case e costringere tutti a fuggire. Dove andranno, in una striscia di terra sovraffollata di un milione e mezzo di abitanti, queste decine di migliaia di civili, non è cosa che interessi le nostre coscienze dalla percezione sproporzionata: sono «terroristi», hanno massacrato degli «studenti religiosi».

Non si parlerà di deportazione di massa, sarà un atto di giustificata autodifesa. Resterà una striscia di terra bruciata, di terra desolata e quindi purificata. La pace e sicurezza, finalmente.




1) Da Wikipedia:
Nel 1940 e nel 1941, il Lehi propose d’intervenire nella Seconda guerra mondiale accanto alla Germania nazista per ottenere il suo aiuto nella cacciata della Gran Bretagna dalla Palestina sotto Mandato e per offrirle assistenza nell’«evacuare» gli Ebrei dell’Europa in base all’argomento che «comuni interessi potrebbero esistere fra l’insediamento di un nuovo ordine in Europa in conformità con le concezioni della Germania, e le reali aspirazioni nazionali del popolo ebraico.» Alla fine del 1940, il rappresentante del Lehi Naftali Lubenchik fu inviato a Beirut dove incontrò il funzionario tedesco Werner Otto von Hentig cui consegnò una lettera in cui il Lehi offriva di »prendere parte attiva alla guerra dalla parte della Germania» in cambio del sostegno germanico per «l’instaurazione di uno storico Stato ebraico su una base nazionale e totalitaria, connesso a un trattato con il Reich germanico». Il Lehi provò a stabilire contatti con la Germania ancora nel dicembre 1941, ancora una volta senza successo. […] Un articolo intitolato «Terrore» su He Khazit («Il Fronte», un giornale del Lehi in clandestinità), n. 2, Agosto 1943, portava le seguenti argomentazioni [1]:
Né la moralità, né la tradizione ebraica possono negare l’uso del terrore come mezzo di battaglia. Noi siamo decisamente lontani da esitazioni di ordine morale sui campi di battaglia nazionali. Noi vediamo davanti a noi il comando della Torah, il più alto insegnamento morale del mondo: Cancellate - fino alla distruzione.nNoi siamo in particolare lontani da ogni sorta di esitazione nei confronti del nemico, la cui perversione morale è accettata da tutti».


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