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Dietro il Muro, quel Paese svanisce
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Ahmadinejad è un profeta, o è solo ben informato? Quel Paese che non nominiamo sta scomparendo dalla carta geografica. E non già perchè viene «spazzato via» da fuoco e guerra, ma perchè i suoi abitanti se ne vanno. Sta svanendo, come previde l’ayatollah Khomeini.

A dirlo in un denso saggio è Ian Lustick, cattedratico di scienze politiche alla University of Pennsylvania, famoso analista politico e storico del Medio Oriente moderno. Il titolo del saggio è «Abbandonare il Muro di Ferro: Isr** e il ‘letamaio medio-orientale’» (1).

A parlare del  Medio Oriente come «letamaio» (muck) sono i figli di Sion, i cui padri avevano scelto di viverci dentro. L’espressione è parte del discorso pubblico, e delle conversazioni private, che hanno luogo in quel piccolo popolo che-ha-tanto-sofferto. Ora i figli sono stufi, dice Lustick.

Qualche prova? Il Muro di 800 chilometri di cui lo Stato di Yehud si è circondato. «Il suo effetto è meno di quello che viene comunemente ammesso - tenere lontani i medio-orientali da Is** - che quello di rimuovere Is**, fisicamente e psicologicamente, dal Medio Oriente», scrive Lustick.

Lo slogan che il politico Ehud Barak adottò per una sua campagna elettorale (prendendolo in realtà da Rabin), viene oggi comunemente usato dai figli di Ktz per giustificare il Muro: «Anachnu po, hem sham». Che vuol dire: «Noi qui dentro, e loro fuori».

Un importante politico di nome Avraham Burg l’ha detto in modo chiaro: «Il Muro demarca fisicamente la fine d’Europa: dice che qui è il punto dove l’Europa finisce. Dice che voi siete l’avamposto d’Europa, e il Muro vi separa dai barbari».

Tempo fa Avraham Burg fece scalpore quando prese la cittadinanza francese e invitò gli israeliani che lo potevano ad imitarlo. Si noti, Burg è stato presidente del parlamento, nonchè presidente della Jewish Agency ossia l’avamposto del movimento sionista; suo padre, Yosef Burg, è stato il leader storico del National Religious Party, e ministro dell’Interno nel governo Begin.

Tradizionalmente, lo Stato, e specialmente il potente sindacato laborista Histadrut hanno mantenuto giornali in lingua araba; la radio trasmetteva servizi e notiziari in arabo per diffondere la versione sionista dei fatti in una lingua intesa fuori dal Muro. Oggi non più, come dice il giornalista Ehud Yaari, «Is** ha smesso di ascoltare i suoi vicini e anche di parlare a loro».

Commenta Lustick: il messaggio è chiaro e «crudele: ce ne infischiamo di voi. Non ci interessa cercare di cambiare il modo in cui ci dipingete. Non ci interessa quel che provate. Il Muro, il muro dell’alienazione, ci separa».

Questa voglia di estraniazione e di fuga (escape) si manifesta in un altro fenomeno: sempre più isr** abbandonano i posti vicini ai confini dove si concentrano gli arabi, abbandonano anche Gerusalemme (nodo di tutte le aspirazioni «religiose» sioniste, ma troppo mista) per stabilirsi a Tel Aviv, lontana dai confini, sul Mediterraneo, dove si può vivere senza incontrare un arabo. Qui la parola «escape» assume la totalità dei significati della «evasione».

Gerusalemme è un antico nodo angoscioso di fedi, di umanità diverse e di odii; Tel Aviv, un po’ Rimini e molto Atlantic City, è moderna e laica, città internazionale, dove si può vivere una vita del tutto «occidentale». Inoltre, volta verso il mare, dà le spalle a tutto ciò che Gerusalemme rappresenta; volta verso l’Europa, verso cui da Tel Aviv è facile la fuga dal «letamaio».

Secondo le statistiche, negli ultimi 15 anni 55 mila ebrei si sono trasferiti a Tel Aviv da Gerusalemme, e centomila dalle frontiere del Paese, addensandosi nella Grande Tel Aviv. E si tratta per lo più di giovani adulti in età produttiva, benestanti.

La forma estrema di evasione è ovviamente l’immigrazione. Per ammissione di Zeev Boim, ministro per l’Assorbimento dell’Immigrazione, tra 700 mila e un milione di israeliani (su 6 milioni di abitanti) sono espatriati, e 600 mila nella sola America (40 mila israeliani lavorano a Silicon Valley, una fuga di cervelli di tutto rispetto). Resta un flusso migratorio di eb** che fanno l’alya, ossia che «salgono a Gerusalemme»; ma non compensa il flusso contrario, degli espatriati: risultato netto, ogni anno, il Paese perde 8-9 mila cittadini.

Dal 1998 al 2000, attesta l’ufficio centrale di statistica, se ne sono andati 13 mila all’anno (in parte  compensati dagli immigrati); da quando è scoppiata la seconda Intifada (detta di Al Aqsa), da 18 a 21 mila se ne vanno ogni anno, prendendo cittadinanza e residenza stabile all’estero. Un aumento del 40%.

La nuova Intifada scoppiò, se ben si ricorda, quando il panzone  Ar**l  Sha**on andò a passeggiare, con 2 mila guardie del corpo, sulla spianata delle moschee; una provocazione tipica del personaggio, aduso a mettere periodicamente  Is** in pericolo per poterla poi salvare; di solito, il «pericolo» frutta simpatie, appoggi e denaro moltiplicato dalla diaspora, e un rafforzamento della coesione nazionale.

Stavolta non ha funzionato: un milione di cittadini su sei hanno votato con i piedi. Il governo ha annunciato forti incentivi, fra cui esenzione fiscale per dieci anni sui redditi percepiti all’estero, per incoraggiare questi espatriati a ritornare.

La fuga dei cervelli preoccupa: il 25% dei cattedratici isr* è risultato insegnare in USA nell’anno accademico 2003-2004. Nei tempi del sion*mo duro e puro, quelli che andavano via venivano chiamati Yeridah, termine che aveva un senso spregiativo (erano quelli «che scendono» anzichè «salire» alla sacra terra, che gettavano la spugna).

Oggi non è più possibile bollare gli emigranti come disertori: rispondendo a  un sondaggio condotto nel 2004 dall’agenzia Mina Tzemach, 67 israeliani su cento hanno detto che «comprendono la scelta di chi si stabilisce all’estero». Un altro sondaggio riportato nel 2007 da Maariv ha rivelato che un quarto degli isr*ni stavano pensando di lasciare il Paese, fra cui quasi la metà dell’intera popolazione giovanile. Quelli che se ne vanno sogliono dire che, col passaporto estero, si acquistano una «polizza di assicurazione».

Nel solo 2004, quando la Germania federale ha consegnato 3 mila passaporti ad altrettanti cittadini di Khazaria su loro richiesta, uno dei neo-tedeschi ha detto: «E’ una specie di polizza assicurativa in caso che qui accada qualcosa. Non è che faccio le valige e parto domani... Ma è bello sapere che hai un secondo passaporto. La Germania esisterà quando Is** sarà da lungo tempo scomparsa, è una cosa a cui rifletto».

Si assapori il senso profondo della frase. Un giorno Is** non ci sarà, ma la Germania esisterà ancora. Nessuna nazione vera teme la propria imminente scomparsa, vede la propria esistenza in costante pericolo di totale estinzione, qualunque sciagura e genocidio la minacci; questa prospettiva angoscia solo una nazione artificiale, basata su una volontà ideologica che sta svanendo generazione dopo generazione. I cittadini di questa pseudo-nazione «sanno» che, invece, « la Germania esisterà» quando l’altra terra sarà svuotata.

Dev’essere un pensiero fisso collettivo, in molti freudianamente «rimosso» perchè inconfessato, che emerge come angoscia di estinzione. Oppure che diventa una psicanalitica «proiezione» fantasmatica sul Nemico: siamo in pericolo di estinzione perchè l’Iran ha già la Bomba e ci incenerirà.

Questa proiezione è visibilissima in Benny Morris, giornalista ex-progressista di Khazaria, che ora sta predicando la «necessità» di bombardare l’Iran con le testate atomiche, di sterminare tutti i persiani, altrimenti loro stermineranno i khazari.

Intervistato dopo questi suoi spropositi, Benny Morris ha immediatamente parlato del fatto che i suoi figli dovranno lasciare il Paese: «Non ci sarà pace nella presente generazione. Non ci sarà soluzione. Siamo condannati a vivere della spada. Io sono già vecchio, ma per i miei figli è molto brutto. Non c’è pace quando si vive in un Paese dove non c’è speranza. Anche se Is** non è distrutta, non avremo una vita buona e normale per i decenni futuri».

Dunque: bombardare l’Iran per alleviare l’ansia, lanciare la Bomba come tranquillante.

Mentre la loro aviazione bombardava ferocemente il Libano nel 2006, vedendo gli sforzi delle nazioni europee per evacuare i loro cittadini, molti is** con doppio passaporto si sono chiesti: noi avremmo il diritto a questo tipo di soccorso in caso di emergenza?

Il giornalista e saggista Tom Segev, consultata l’ambasciata federale tedesca, ha potuto tranquillizzare i 70 mila is** felici detentori di passaporto germanico: sì, costoro saranno evacuati dalle forze armate tedesche (!) se accadesse qualcosa che metta in pericolo la loro sicurezza.

Questo si pensa nel Paese che ha l’armata più potente, aggressiva e sofisticata del Mediterraneo, e 200-300 bombe atomiche.

Da quando la UE si è allargata fino ad includere vari Paesi dell’Est, centomila israeliani si sono affrettati a chiedere (e ottenere) la cittadinanza di questi Paesi dove hanno le loro radici familiari, e che per di più danno passaporti UE. Un sondaggio condotto nel 2007 da un ente tedesco ha rivelato che il 75% degli israeliani vorrebbero che il loro Paese entrasse nell’Unione Europea; che l’11% (un altro milione) lascerebbero il Paese se ottenessero la cittadinanza dell’Unione Europea; e che nei tre anni precedenti, metà della popolazione ha visitato l’Europa.

Nessun altro Paese ha una tale proporzione di abitanti che acquisiscono una doppia cittadinanza, che cercano attivamente stabili lavori all’estero, e che comprano proprietà all’estero. In nessun altro Paese un numero così enorme di professionisti, uomini d’affari o docenti fa la spola transcontinentale anche bisettimanale, fra Is** e gli Stati Uniti.

Il «centro della vita» di tutte queste persone non è più la Khazaria a cui tornano; l’hanno già spostato, si sono preparati la via di escape.
Lustick indica come un importante segno della crescente «estraneità» o straniamento degli ebrei in Is* anche «l’uso non-razionale della violenza» a cui il popolo eletto ricorre sempre più. Cosa significa?

«L’uso della violenza contro gli arabi è stato concepito tradizionalmente dal sionismo come uno strumento pedagogico: per convincere gli arabi dell’indistruttibilità della patria nazionale ebr**, e persuaderli a negoziare accordi accettabili da entrambi, con l’alternativa di subire una sconfitta penosa».

Adesso, quest’uso «pedagogico» della violenza militare è stato abbandonato. Adesso gli assassinii mirati, gli attacchi missilistici sugli abitati, le incursioni devastanti con i cingolati a distruggere gli oliveti e le case palestinesi, non sembrano più strumentali a perseguire uno scopo politico. Sono gratuite manifestazioni di odio.

«Anche durante le trattattive di Oslo, l’irrazionalità di infliggere incursioni sanguinose che distruggevano la credibilità dei leader palestinesi a cui pur si chiedeva di governare efficacemente la sicurezza, saltava agli occhi».

Adesso, la violenza dei katz non ha più lo scopo di piegare gli arabi ad una pace e convivenza futura, ma solo di sfogare la pressione psicologica degli is**. Ma in questo modo, le azioni belliche di Israele perdono rigore militare e senso tattico, per ridursi a qualcosa di simile alle «ratonnade».

Questo il nome («caccia ai topi», ai maghrebini) che i civili francesi d’Algeria davano alle loro incursioni nella casbah di Algeri, ad ammazzare a caso gli abitanti arabi, per poi ritirarsi nei quartieri bianchi sorvegliati e cintati. Le ratonnades non servivano alcuno scopo politico, ma solo a sfogare la rabbia e il senso di pressione psicologica che la popolazione araba faceva pesare con la sua sola esistenza sulla minoranza europea; ma naturalmente, resero impensabile una futura convivenza tra europei e musulmani in Algeria, e con esse i bianchi si tolsero delle soddisfazioni ma si scavarono la fossa, e si prepararono il destino di espulsi in un Francia che li chiamò «pieds noirs», esattamente come loro  avevano chiamato i maghrebini «ratons», topi.

La guerra del Libano del 2006, dice Lustick, ha mostrato questo carattere: nessun vero piano, militare o politico, che coordinasse il colpo bellico contro Hezbollah entro un quadro coerente di obbiettivi strategici politici. Nessuna vera preparazione, nessuna lucidità tattica (da cui la sostanziale sconfitta del potente esercito di Katz).

La Commissione Winograd, istituita per indagare sulle cause del mezzo disastro, ha accusato «la decisione di rispondere» alla cattura di due soldati is** «con un’azione immediata ed intensa, che non era basata su un piano dettagliato». Un esercito scatenato per sfogare la rabbia, e per dare una soddisfazione psicologica al piccolo popolo che-ha-tanto-sofferto.

Il generale in capo, Dan Halutz poi messo sotto inchiesta, diede il via all’attacco proclamando che, se i due soldatini non fossero stati restituiti, avrebbe «riportato il Libano indietro di vent’anni» (ciò che infatti fece, senza però vincere).

Commenta Lustick: «E’ difficile trovare una esprssione più pura della mentalità da ratonnade». Con ciò, gli eb** di Is** non si preparano lo stesso destino dei pieds noirs in Algeria?

Uno dei grandi eventi della storia moderna - cominciato da quando gli europei presero a superare in modo schiacciante le altre popolazioni in tutto: nelle armi, nella costruzione di Stati, nella navigazione e nell’industria - è stato il diverso destino delle colonie europee sparse nel globo. Dove quei coloni hanno potuto totalmente eliminare o rendere politicamente irrilevanti le popolazioni aborigene, come in Nord America e in Australia, hanno creato nazioni occidentali bianche e permanenti, che non temono la propria estinzione.

Ben diverso il destino delle enclaves europee che non hanno potuto sterminare i precedenti abitanti: l’Algeria ha cessato di essere francese dopo 120 anni; La Rhodesia, di essere bianca dopo 34 anni. Il Sudafrica, dopo 80 anni.

La più lunga durata va assegnata ai regni che i Crociati insediarono proprio nella terra oggi occupata da Is**, fra la popolazione musulmana. Costruirono castelli, muraglie e fortezze ancora visibili; tuttavia, 200 anni dopo, quei superbi contrafforti erano già deserti, e i regni crociati finiti per sempre.

Is**  è l’ultimo sopravvissuto nella lista, un regno crociato sui generis: durerà almeno quanto quelli, o quanto il dominio bianco del Sudafrica?




1) Ian Lustick, «Abandoning the Iron Wall: Israel and the Middle Eastern muck», Middle East Policy, n.3, autunno 2008. Si può leggere al sito della Uiversity of Pennsylvania, www.polisci.upenn.edu/faculty/faculty-articles&papers/Lustick_MEP_2008.pdf


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