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Povero Obama
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Otto Stati USA hanno varato risoluzioni con cui reclamano la loro sovranità rispetto al governo federale, in base al nono e decimo emendamento della Costituzione. Sono Arizona, Hawaii, Montana, Michigan, Missouri, New Hampshire, Oklahoma e Washington.  Altri venti Stati sono pronti a fare lo stesso entro l’anno. Fra essi, Alaska, Alabama, Arkansas, California, Colorado, Georgia, Idaho, Indiana, Kansas, Nevada, Maine e Pennsylvania (1).

Non è il preludio a una nuova guerra di secessione (per ora) ma sono riaffermazioni della sovranità  fiscale locale di fronte all’aumento di spesa del governo federale, giudicata irresponsabile. E’ anzitutto la protesta contro i «mandati senza copertura», ossia i programmi (per lo più di assistenza sociale) che Washington impone agli Stati di applicare, senza fornire i necessari mezzi.

Ma alcune di queste dichiarazioni di sovranità hanno motivazioni più ampie, e insidiose per l’unità federale: il Montana ad esempio proclama la sua sovranità contro la legislazione limitativa del porto d’armi, e il Michigan perchè rifiuta l’ordine di emettere patenti di guida dotate di un chip elettronico con tutti i dati personali del proprietario, cosa che è considerata un’intollerabile forma di controllo federale sui liberi cittadini.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il «piano di stimolo» da un trilione di dollari (mille miliardi, dopo il trilione dilapidato da Paulson e Bernanke nella tramontata amministrazione Bush) che Obama vuol far accettare dal Congresso; un piano - secondo i critici di «destra» fortissimi negli Stati - troppo sbilanciato in  spesa «sociale» tipicamente da democratici, e finanziato in deficit.

«Anche uno studente delle elementari capisce che non si deve pagare i propri debiti prendendo soldi in prestito», ha detto Randy Brogdon, senatore dello Stato di Oklahoma (repubblicano, naturalmente): «Il Congresso sta spendendo trilioni di dollari da dieci anni, mettendo la nazione in una crisi debitoria mai vista. E questo 111mo Congresso è il più grosso mucchio di imbroglioni e fannulloni che abbiamo mai avuto».

«La sovranità degli Stati è stata erosa in tanti campi, che non si sa da dove cominciare», protesta Matt Shea, repubblicano, della camera dei rappresentanti.

«Ci sono tonnellate di mandati federali imposti agli Stati, nel campo dell’istruzione e della previdenza... nello Stato di Washington per esempio abbiamo dovuto aumentare la spesa locale del 33% in tre anni, e assumere 6 mila nuovi impiegati pubblici, per eseguire i mandati federali».

«L’Arizona è uno Stato sovrano, non una branca del governo federale», insiste Judy Burgess, rappresentante locale, che si batte contro l’obbligo di carte di identità con la memoria elettronica incorporata.

Povero Obama. Nemmeno da un mese alla Casa Bianca, è già l’anatra zoppa proverbiale, impallinata da tutte le parti. Due ministri scelti da lui, Tom Daschle alla Sanità e Timothy Geithner (Tesoro) sono caduti sotto le accuse di evasione fiscale e di conflitto d’interessi (Daschle faceva il lobbista per Big Pharma).

Obama ordina  al generale Petraeus un piano di ritiro dall’Iraq in 16 mesi, e quello se ne esce con tutt’altro piano, di nessun ritiro reale, mettendo contro al presidente metà dei generali e i giornalisti accreditati al Pentagono.

Nel Congresso, il suo «stimulus plan» (malcotto, ammettono anche economisti come Joseph Stiglitz) incontra la rabbiosa opposizione dei repubblicani vogliosi di vendetta per aver perso le elezioni; e dovunque nell’amministrazione, dei neocon ancora arroccati in posizione di potere, che mettono i bastoni tra le ruote per spirito partigiano, senza una strategia a parte quella di sabotare il democratico parvenu.

Ci mancava anche la rivolta degli Stati dove i repubblicani hanno voce in capitolo; con il sospetto che Obama non riesca ad ottenere collaborazione perchè una parte di questi Stati, e dell’America, non si rassegna facilmente obbedirte a un negro.
E non basta ancora. Due dei pezzi grossi che Obama ha convocato per salvare l’America dalla depressione, Paul Volcker e Lawrence Summers, sono ai ferri corti tra loro: Summers, direttore del Consiglio Economico Nazionale, non invita Volcker (ex capo della FED, 81 anni) alle riunioni della Casa Bianca; Volcker dal canto suo lamenta che Summers fa di tutto per ritardare l’insediamento del gruppo di esperti indipendenti che dovrebbero dare il parere sulla crisi (preferendo gli «esperti» della finanza, colpevoli del disastro).

Rahm Emanuel, il figlio del terrorista israeliano che Obama si è dovuto prendere come capo dello staff, sta intanto «facendo le scarpe» alla povera Hillary Clinton, emarginandola nelle sue funzioni di segretario di Stato a compiti decorativi. E’ stato infatti Emanuel, non Hillary, a imporre la nomina di plenipotenziari (envoys) di politica estera, che riferiscono direttamente a Obama e a Emanuel stesso. Sono figure dotate di forza propria e tutte gradite a Israele, come George Mitchell per il Medio Oriente, Dennis Ross per l’Iran, Richard Holbrooke per Pakistan e Afghanistan.

Esempio significativo della marginalizzazione di Hillary Clinton è la sua assenza dalla Conferenza sulla Sicurezza in corso a Monaco, un vero vertice, importante anche per la presenza dell’iraniano Ali Larijani (ex negoziatore nucleare); vi partecipano il vicepresidente Biden e il solito generale Petreaus, e invece Hillary è in Giappone a discutere di... caccia alle balene (2).

Emanuel noto prevaricatore, fa così pagare a Hillary Clinton il tentativo di questa, durante la presidenza del marito, di rimuovere l’israeliano dalla posizione di consigliere politico, con la motivazione che Emanuel sabotava lo sforzo di pace in Medio Oriente. Uniti a lui nell’odio sono i maggiorenti della comunità giudaica newyorkese, che non hanno mai perdonato ad Hillary, da first lady, il pubblico abbraccio con Suha Arafat, la moglie del defunto capo dell’OLP, nel 2000.

La Clinton è considerata una «antisemita» per aver tradito qualche insofferenza verso il potere della nota lobby.

Sempre Rahm Emanuel è dietro la bocciatura di Daschle (suo nemico personale) e, fatto più grave, nella liquidazione di Caroline Kennedy, la figlia del presidente ucciso a Dallas, che aspirava al posto in Senato lasiato libera dalla Clinton; invece Emanuel è riuscito a piazzarvi un suo uomo, Kirsten Gillibrand. Così, Emanuel ha fatto scontare alla figlia la «colpa» del padre: Jonh F. Kennedy si oppose allo sforzo di Israele di dotarsi di armi atomiche.

Nel complesso, Obama appare in balia di tutta una serie di sabotaggi da parte dei repubblicani sconfitti, che osteggiano qualunque sua proposta; di generali che non vogliono perdere il potere che s’erano presi sotto Bush; e di faide interne al partito democratico, di cui Emanuel appare l’anima nera e, insieme, il burattinaio del povero negro senza polso, e la causa dei suoi precoci insuccessi.

Difatti, Emanuel ha liquidato anche una quantità di esponenti democratici di stampo «sociale», per favorire invece gli elementi più legati a Wall Street. La sola consolazione è che con la sua arroganza il figlio del terrorista giudeo s’è fatto una quantità di nemici potenti: dalla Clinton al clan Kennedy, da Daschle a Nancy Pelosi (liquidata anche lei); più le iniziative di Barak Obama vengono colate a picco dall’insubordinazione generale che pare accompagnare le sue prime settimane presidenziali, più si avvicina una resa dei conti interna ai democratici, di cui Emanuel (si spera) sarà il bersaglio - o il cavallo espiatorio da cambiare.

E la debolezza del presidente Obama già si vede nei sondaggi, in calo pochi giorni dopo l’insediamento fastoso e le deliranti manifestazioni di «Obamania». Secondo un sondaggio (Rasmussen Report) sono 37 su cento gli americani che appoggiano lo «stimulus plan», ed erano 45% due settimane fa; mentre 43% sono contrari. Secondo Gallup, 38 americani su 100 sono a favore del «plan», ma 38 su cento vogliono invece che sia cambiato.

E come non bastasse, i media a cominciare dal New York Times - che hanno condonato tutto a Bush e a Cheney - sono all’attacco senza vergogna, pronti a cogliere ogni difetto, ogni passo falso, ogni errore di Obama e della sua amministrazione.

E’ possibile che l’errore di Obama sia quello di aver cercato una politica di unità nazionale, stendendo la mano ai repubblicani, accontententando troppo Wall Street, tenendo troppo conto del business e delle lobby, a cominciare dalla lobby più nota.

Franklin D. Roosevelt nel 1933, di fronte alla grande crisi paragonabile a quella che Obama ha la missione impossibile di domare, scelse la via opposta: quella della «rottura» contro una parte almeno dei poteri forti, contro la Corte Suprema e il politicantismo di Washington.

Anzi, la crisi che Obama ha di fronte è molto peggiore di quella degli anni ’30, perchè è «sistemica» e fatta di crisi convergenti: la disoccupazione di massa e l’impoverimento rapidissimo degli americani minaccia la rivolta sociale, la insubordinazione dei centri di potere e dei corpi separati e degli Stati in bancarotta è acutissima, e Bush gli ha lasciato un’America in pieno collasso di leadership e di prestigio mondiale.

Obama non ha mostrato l’energia necessaria; il suo «stimulus plan» è ancora un altro aiuto alle banche e alla finanza bancarottiera; non si vede un segno della volontà di colpire i ceti e i centri colpevoli del disastro.

«Forse tutta la strategia è sbagliata», ha scritto Joseph Stiglitz, «forse quel che ci vuole è un ripensamento fondamentale».

Forse quel che Obama dimostra è troppa continuità con un passato da liquidare, non da salvare.

«Manca la capacità di afferrare i cambiamenti radicali del nostro settore finanziario dai tempi della Grande Depressione, e ancor più avvenuti negli ultimi vent’anni», conclude Stiglitz, e non allude solo alla finanza; è l’intera ideologia americanista che crolla.

Povero Obama, può passare alla storia come il Gorbaciov dell’americanismo: quello che, per riformare il sistema socialista sovietico, ne affrettò l’esplosione.




1) Jerome Corsi , «Lawmakers in 20 states move to reclaim sovereignty - Obama’s $1 trillion deficit-spending ‘stimulus plan’ seen as last straw», WorldNetDaily, 6 febbraio 2009.
2) Wayne Madsen, «Rahm Emanuel’s ‘other adversary’ sidelined by top job», Online Journal,
6 febbraio 2009.


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