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Papa Benedetto davanti al Muro
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«E’ peggio di quanto sembrava alla TV», ha detto il Santo Padre quando ha visitato l’Aquila terremotata. E’ l’ingenua ammissione di un sentimento ben noto agli inviati speciali: per quanto si siano informati prima di partire, per quanto abbiano letto in aereo tutti i dati d’archivio e le notizie giornalistiche, quando poi arrivano «sul posto», scoprono che le cose sono peggio - oltrechè diverse e strane - di quanto s’erano aspettati. Se questo accade costantemente agli inviati di guerra, che hanno pratica del mondo, figurarsi a un teologo accademico, uso alle biblioteche.

«E’ peggio di quanto sembrava in TV», dev’essersi detto il Papa (fra sè) quando l’hanno fatto parlare sotto il Muro di separazione. Gli inviati lo sanno che la Palestina è così: se non vedi come gli ebrei trattano i palestinesi ai posti di blocco, non puoi crederci. Puoi essere filo-israeliano quanto vuoi, ma «sul posto», la coscienza comincia ad aprirtisi. Così il Muro: se non lo vedi, questo seguito chilometrico di massicci lastroni corazzati alti venti metri, con filo spinato e torrette; se non vedi la brutalità con cui schiaccia la terra (santa) col suo peso immane, come sega Nazareth (Nazareth!) col suo grigiore minaccioso, semplicemente, non puoi crederci. Quando lo vedi, qualcosa ti cambia dentro.

La cosa non è sfuggita ai giornali israeliani: dopo aver fatto le pulci ad ogni parola e ad ogni gesto del Papa (non s’è abbastanza pentito di essere tedesco, non ha incolpato la Chiesa della Shoah, è stato freddino davanti il muro del Pianto...), alla fin fine, hanno concluso: il viaggio è stato una vittoria per i palestinesi. Il Papa ha invocato la soluzione a due Stati...

Che cosa s’aspettavano, da uno che ha visto il Muro, e non in TV? Il Santo Padre si è trovato nelle condizioni di un signore che viene invitato da un vicino per un thè; e in salotto, mentre porta la teiera d’argento, il vicino gli spiega: «Caro signore, l’ho chiamata per chiederle di firmare una querela contro gli altri vicini. Mi odiano tutti, per il solo fatto che io voglio bene alla mia mamma. Pretendono, quei malvagi, che mi separi da lei, che la cacci di casa. Vero, mamma?...». Fa un gesto verso una poltrona, e il signore invitato scopre con raccapriccio che la mamma è lì seduta; più precisamente il cadavere mummificato di una vecchietta.

Son cose cui non ci si crede, se non le si vede coi propri occhi.

«Lei, che è una persona autorevole, se si unisce a me contro i miei vicini - ma dev’essere aggressivo, eh? - mi può aiutare», chiacchiera il vicino: «Latte o limone?»

Che cosa farà il signore invitato? Con molto tatto, tenendosi sulle generali, dirà qualcosa sulla bellezza poetica dei cimiteri come luoghi dove l’amore dei figli può dispiegarsi liricamente, disponendo fiori su una tomba amata; è oltretutto, più igienico. Poi s’accorgerà di essere in ritardo per un appuntamento, e cercherà di guadagnare l’uscita profondendosi in gentilezze.

Gli israeliani sono così assuefatti a vedere il mondo che approva la loro follia, che non si rendono più conto dell’effetto che fanno col loro cadavere nel salotto, su uno che lo vede per la prima volta.

Il Papa, come il signore del nostro apologo kafkiano, ha parlato con tatto, tenendosi sulle generali, di quanto sia meglio «edificare ponti» anzichè muri; di «pacifica coesistenza», di «salvaguardare i bambini dal fanatismo e dalla violenza». Sono frasi che si applicano ai musulmani, certo. Ma chissà perchè, gli israeliani hanno sentito come se fossero rivolte «anche» a loro.

«Pope Deflects Netanyahu’s Request to Denounce Iran», si lamenta «Arutz Sheva», che è l’agenzia dei coloni ebraici e dei Lubavitcher (16 maggio 2009). Il Papa ha cambiato discorso quando Netanyahu gli ha detto di  «far sentire continuamente ed alta la sua voce» contro Teheran. «Non può essere che uno Stato salta su a dire che intende distruggere lo Stato ebraico, e non si alza una sola voce forte e aggressiva a condannarlo».

Va notato il contesto di questa richiesta. E’ avvenuto nei 15 minuti di colloquio, in cui il Papa ha sollevato la questione (l’ha detto padre Lombardi, l’addetto-stampa vaticano) di come far avanzare il processo di pace. Netanyahu ha ribattuto: «Vogliamo la pace coi palestinesi, ma una pace che ci porti sicurezza. Non vogliamo veder crescere uno Stato terrorista vicino a noi, sostenuto dagli iraniani, che minaccia Israele».

Insomma, la solita scusa. Non si può lasciare che i palestinesi si diano uno Stato, in cui vivano liberi, finchè l’Iran non viene cancellato dalla carta geografica. Lei, signor Papa, piuttosto, denunci l’Iran. E lo faccia in modo «aggressivo»; ossia ci aiuti a giustificare l’attacco preventivo contro le centrali iraniane, che stiamo preparando da mesi. «Latte o limone...?».



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Si noti, non è che il Vaticano non abbia moltiplicato gesti di ostilità verso il regime iraniano. Il Papa che ha aperto lo sportello dell’auto a Bush non più presidente, ha rifiutato di incontrare Ahmadinejad. Alla conferenza ONU contro il razzismo di Ginevra, quando Ahmadinejad ha definito Israele «il più crudele e repressivo regime razzista», il sullodato padre Lombardi, a nome del Vaticano, ha emanato subito un comunicato: «La Santa Sede deplora l’uso del forum delle Nazioni Unite per esporre posizioni politiche estremiste ed offensive contro un altro Stato».

Ma Netanyahu vuole di più. Vuole che il Vaticano approvi i bombardamenti sull’Iran.

Il Papa ha risposto, tenendosi sulle generali e con molto tatto, che secondo lui, nella regione, è bene rafforzare gli elementi moderati, e contrastare gli elementi estremisti. Una frase che si applica tanto bene ad Ahmadinejad quanto a Netanyahu: non che ci fosse l’intenzione, magari, ma quando si è invitati a prendere il thè con uno che ha un cadavere nel salotto, la frase più generica può suonare un’allusione a quel cadavere.

Il Papa ha aggiunto che il Vaticano non è secondo a nessuno nella «lotta globale contro l’antisemitismo». Intanto si è fatto tardi, e ha dovuto congedarsi. Molto gentilmente.

Secondo gli  israeliani non è stato un successo, questa visita. E forse hanno più ragione di quanto non colgano. E’ che gli atti della «sola religione obbligatoria  rimasta» vengono neutralizzati dalla loro stessa ripetizione. Vedere un Papa che infila un foglietto al muro del pianto fa sensazione in TV, la prima volta; un secondo Papa che fà la stessa cosa, è già routine. Un Pontefice che chiede perdono a nome dei cattolici per i duemila anni di persecuzioni agli ebrei, è clamoroso; la seconda volta, la visita papale a Yad Vashem fa già meno effetto. E’ un gesto che compie ogni visitatore straniero di qualche notorietà, ed è come porre la rituale corona di fiori al Milite Ignoto, con annesso minuto di silenzio. Un atto di diplomatica cortesia. Ancora due o tre visite così, e tutti i discorsi diverranno prevedibili: «... sei milioni...», «… guai a dimenticare...», «... olocausto...», «… Yad vashem...».

E’ il destino delle giaculatorie, di finire per essere biascicate. Può essere un’applicazione politica imprevista del noto passo di Marco: «Non resistere al malvagio... Se uno vuol trascinarti per un miglio, va con lui per due». Com’è vero che ogni giorno il Vangelo ci rivela un tesoro.

Ancora nell’ultimo discorso, sulla scaletta dell’aereo, Benedetto XVI non ha potuto fare a meno di ricordare il Muro: la cosa più triste che ho visto, ha detto. Sì, bisogna vederlo per capire. E’ peggio di come sembra in TV.

Si figuri, Santità, se avesse visto Gaza.



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