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Al bivio
Pier Carlo Landucci
11/09/2006
Il Cristo dopo la crocifissione in un quadro del Bellini (1426-1516)

«'Prima che Abramo fosse, io sono'- Il Dio in cui crediamo», Effedieffe, 2001, è uno straordinario testo di apologetica in cui l'autore, monsignor Landucci, partendo dalla vera scienza, da lui coltivata laureandosi in ingegneria civile, oltre che, in filosofia ed in teologia, dimostra l'esistenza di Dio attraverso il creato, la divinità di Gesù, vero Dio e la divinità della Chiesa cattolica, unica vera Chiesa, da Gesù direttamente fondata e depositaria della parola
e della volontà divine.


Due sono le risposte possibili al grande quesito.
O Dio esiste, o Dio non esiste.
Consideriamone, per andar subito al pratico, le rispettive e ovvie conseguenze.


Ipotesi dell'esistenza


Se, come affermano i credenti, esistesse realmente il Creatore e Signore di tutte le cose, esso dovrebbe essere certamente grandissimo e potentissimo: così grande e potente che nessuno se ne potrebbe disinteressare.
Che sarebbero infatti i più grandi costruttori, condottieri e dominatori della terra, di fronte al costruttore, ordinatore e signore dell'universo intero?
Un niente.
Se non si può essere noncuranti degli uomini più influenti sulle sorti dell'umanità, a ben più forte ragione non si potrebbe esserlo di cotesto supposto Signore dell'universo, da cui tutto dipenderebbe.
Tanto più che ai grandi della terra si può talora, per la loro umana limitatezza, resistere con la ribellione o sfuggire col nascondimento, ma al Creatore onnipotente non lo si potrebbe in alcun modo.
È vero che, a differenza dei potenti della terra, questo ipotetico Dio se ne starebbe nascosto, senza chiamarci a comparire, in vita, davanti ad alcun suo visibile tribunale.
Ma sarebbe solo questione di tempo: di attendere cioè, con la morte, il nostro affacciarci all'eternità - che i credenti ritengono così certa come l'esistenza di Dio - per ricevere allora l'inappellabile sentenza.


Inutile dire quanto essa sarebbe più importante di qualsiasi sentenza terrena.
In tale ipotesi dell'esistenza di Dio e della sua piena sovranità su di noi, dovremmo quindi, da un punto di vista eminentemente pratico, investigare, con accuratezza molto superiore a quella che si mette in ogni ricerca e interesse terreno, quale sia la sua volontà, ossia la sua legge.
Conseguentemente il problema della rivelazione cristiana, se cioè Dio abbia veramente parlato, mediante il suo divino legato Gesù, e dove questa divina rivelazione si trovi autenticamente depositata e custodita - se nella Chiesa cattolica o fuori di essa - acquisterebbe nella vita un'importanza eccezionale.
E una volta risolto il problema, una volta conosciuta cioè la divina legge, dovremmo impegnarci a fondo, nello sforzo di conformare ad essa tutta la vita.
Se Dio esistesse insomma, il pensiero della sua realtà e delle nostre relazioni con Lui dovrebbe assumere, sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista pratico, un valore supremo.


Ipotesi della non esistenza


Nell'ipotesi negativa invece, se cioè, come gl'increduli sostengono, Iddio non esistesse, la sua idea, la credenza in lui tanto ancora diffusa nel mondo, sarebbe l'ombra più fosca e il fardello più ingombrante e fastidioso del pensiero e della vita umana.
Gli atei militanti, i «senza» Dio attivamente organizzati, avrebbero non solo il diritto, ma il dovere di stringere le loro file e intensificare la loro azione, per togliere questa ombra e questo fardello dal mondo.
Niente infatti sarebbe più umiliante per la ragione umana, fatta per la ricerca del vero, niente più contrario al fecondo progresso scientifico, che mira a scoprire in modo sempre più profondo i «perché» ossia le «cause» dei fenomeni naturali e di tutte le cose del mondo, che la falsa affermazione d'un Creatore dell'universo, ossia l'errore circa l'ultima e più alta causa di esso.
La dabbenaggine di quei rozzi che, alla vista delle prime automobili, si chinavano a guardare al di sotto chi le spingesse, sarebbe un nulla, rispetto alla stoltezza di persone colte che, di fronte alla macchina e ai movimenti del mondo, affermassero la fantastica esistenza dell'onnipotente loro artefice e regolatore.


E niente sarebbe più ingombrante per la libera espansione della nostra vita che l'inchinarsi erroneamente all'impero non già d'una volontà umana, sia pur quanto si voglia sopraffattrice e minacciosa, contro la quale sarebbe pur sempre possibile una qualche resistenza, ma di una misteriosa, fittizia e invincibile potenza infinita.
Ovvio sarebbe anche il giudizio che dovrebbe darsi di quelle organizzazioni religiose - e soprattutto della Chiesa cattolica - che pretendono di parlare in nome di Dio.
Anche se fossero in buona fede, si tratterebbe sempre del più tragico errore e del più intollerabile oscurantismo: quello di presentare delle semplici e fallibili opinioni umane come infallibile pensiero d'un Dio ed espressioni del suo sovrano volere.
Sarebbe perfettamente coerente la ribellione dell'ateismo militante contro «il piccolo mondo della religione, oscuro, chiuso, con la sua affermazione della nullità dell'uomo davanti alla volontà di Dio». (l)


È vero che, da un punto di vista «pratico», ossia per l'utilità e l'ordine sociale, sarebbe innegabile il vantaggio - o, molti direbbero, la necessità - di questa credenza in Dio, come efficace mezzo di coercizione delle tumultuanti e disgregatrici passioni umane.
Perché infatti compiere i sacrifici richiesti dalla vita onesta se non v'è un Giudice eterno e una vita futura?
Ma sarebbe pur sempre un penoso oscurantismo il dover fondare il benessere umano su un così colossale errore.
Gli spiriti retti non potrebbero non ribellarsi all'inganno e non tendere a rivendicare, per il vero benessere, innanzi tutto, gli insopprimibili diritti della verità.


Il bivio pratico


Le due opposte ipotesi, così gravide di conseguenze, non ammettono evidentemente, quanto alla obiettiva realtà delle cose, alcuna scappatoia intermedia, poiché non vi è altra possibilità tra l'esistere e il non esistere: tra l'esistere e il non esistere di Dio.
Potrebbe trovarsi una via media invece, quanto alla «conoscenza» di tale realtà, poiché tra la certezza dell'esistenza di Dio e la certezza della non esistenza ci può essere il «dubbio» derivante dalla non sicura dimostrabilità della verità dell'una o dell'altra ipotesi.
Ma è facile vedere che «sul terreno pratico» tale terza via non c'è.
In pratica si tratta di ritenersi o non ritenersi «obbligati» a riconoscere la esistenza del Creatore e ad inchinarsi davanti al suo volere, ossia alla sua legge.
Ma un eventuale dubbio «insolubile» su tale esistenza e quindi su tale legge, verrebbe a escludere qualsiasi vero e proprio obbligo di coscienza, in base al principio giuridico: «la legge dubbia non obbliga».
Ognuno si potrebbe regolare quindi «come» se tale legge non esistesse.
E se, di fatto, Dio esistesse?


Anche in tale ipotesi egli non potrebbe «esigere» legittimamente l'ossequio degli uomini - nel che si risolve il lato impegnativo e pratico della religione - senza dar loro modo di «assicurarsi» della sua esistenza e del suo volere: e dovrebbe dar loro il modo di assicurarsene con la piena certezza adeguata al supremo valore e al supremo obbligo della legge divina.
Mancando tale certezza - per intrinseca impossibilità, non per mal volere dei ricercatori - anche ogni obbligo cadrebbe.
E la reazione contro qualsiasi organizzazione religiosa che pretendesse d'imporlo, in nome di Dio, sarebbe - a prescindere dal danno pratico sociale - giustificata.
Sul piano pratico dunque, il bivio fondamentale, per ogni vita umana, è di credere o non credere «certamente» all'esistenza di Dio.
Nel campo di coloro che non vi credono ci sarà tutta la graduazione, dagli incerti agli atei militanti.
Ma tutti saranno congiunti nel comune atteggiamento di non impostare o almeno di non ritenersi obbligati a impostare la loro vita secondo la sudditanza a Dio.
L'opposto nel campo dei credenti: certezza e sudditanza; una sudditanza piena che il credente vedrà come liberazione dall'errore e dal male e come segreto e caparra della felicità.


L'enorme importanza del problema e del bivio, in ordine alle conseguenze pratiche della vita, è dunque evidente.
L'indifferenza, a tale riguardo, appare profondamente irragionevole.
E l'obbligo morale di ognuno d'affrontare il problema con la massima imparzialità e il massimo impegno è chiarissimo.
Non si pensi tuttavia a faticose indagini e a studi complicati.
Non sarebbero alla portata di tutti, come invece - almeno in qualche sufficiente misura - debbono esserlo, poiché il problema di Dio è un problema di tutti.
«Se Dio esiste, le sue prove fondamentali non possono essere molto difficili: anzi debbono essere relativamente facili».
Un qualche sforzo indubbiamente si richiederà per risolvere il problema: ma forse più del cuore che della mente.
E' facile intuire infatti quanto sia necessario il cuore retto e la buona volontà, per impedire che, in una questione così vitale, la passione, l'interesse, il puntiglio di parte, i pregiudizi di filosofie artificiose, facciano velo alla imparzialità di valutazione e confondano i termini d'un problema, per sé, semplicissimo.

Monsignor Pier Carlo Landucci

(tratto da "Prima che Abramo fosse, Io sono" , Effedieffe, 2001)


1) Rapporto su «L'educazione atea» di Ilitchev, presidente della Commissione ideologica del PCUS, 1964.


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