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Valentiniano III
Paolo Possenti
13/10/2006

Pubblichiamo uno stralcio del capitolo XLI dedicato ai nuovi capi militari dell'Impero.
E' l'ultimo relativamente al I volume (Il millennio romano) di «Le radici degli italiani», di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.


Valentiniano III


Frattanto il potere dell'Impero si andava restringendo alla sola Italia, perché un popolo poco numeroso, ma crudele e fanatico, nella religione ariana, i Vandali, aveva finito per occupare l'Africa, sovrapponendosi alla struttura provinciale romana, dopo aver eliminato i grandi latifondisti.
I Vandali, speculando sulla rivalsa della plebe rurale e sostenendo alcune sette eretiche locali, poterono non solo consolidare il proprio potere ma anche costruirsi una flotta, con la quale si dettero a depredare il Mediterraneo ormai indifeso.
Ebbero come re Genserico, astuto, crudele e violento, che spietatamente represse ogni opposizione anche in seno alla sua famiglia con stragi e assassinii.
Fu più un capo pirata che un re germanico e giustamente la storia ha bollato di «vandaliche» le imprese stolte ed inutilmente distruttive dei suoi guerrieri.
Essi arrivarono a saccheggiare orribilmente Roma, la Grecia, (dove affogarono a migliaia i prigionieri presi) e a conquistare le isole maggiori del Mediterraneo.
Tutto ciò fu possibile perché ancora una volta (e per l'ultima) lo sforzo dell'Impero era volto a far fronte al più terribile dei flagelli finora apparsi alle porte d'Europa; infatti gli Unni ormai premevano da ogni parte sui confini dell'Impero.
Non solo, ma avevano trovato un re feroce e spietato, ma anche intelligente e volitivo, che aveva posto nei suoi programmi la conquista dell'intero Occidente.
Nessuno dei capi asiatici andò più di lui vicino all'obiettivo finale; fatta eccezione per Stalin molti secoli più tardi.
Quando Attila si sentì pronto per il grande attacco, mosse il suo immenso esercito oltre il Reno per occupare la Gallia.
Fu un vero miracolo per l'Occidente che i Romani potessero disporre in questo frangente di un grande politico e di un grande generale: Ezio.


Prevedendo da lungo tempo l'attacco, questi aveva raccolto in un supremo sforzo tutte le risorse militari dell'Impero creando nuove leve specie in Italia (persino nel Lazio) ed in Gallia.
Lo stesso Ezio era figlio di un legionario italico di stanza nella Mesia e di una laziale.
Era cioè un vero romano anche di stirpe, uno degli ultimi, come il suo genio.
Accanto alle legioni era riuscito a ricondurre sotto le insegne romane molti dei popoli federati, che di fronte al supremo pericolo risposero numerosi all'appello.
In primo luogo i Visigoti condotti dal loro re Teodorico II, gli Alani che odiavano a morte gli Unni, i Franchi Ripuari.
L'esercito degli Unni, oltre a comprendere varie stirpi asiatiche, sarmatiche e slave, aveva nelle sue file intere nazioni di Germani vassalli, come gli Ostrogoti, i Gepidi, i Longobardi, i Franchi Salii ed altri ancora, provenienti dalle regioni della stessa Germania.
Ai Campi Catalaunici, nella odierna regione dello Champagne poco lontano da Lutetia Parisiorum (Parigi) ebbe luogo lo scontro.
L'antico storico Giordano ci dice che l'antichità non aveva mai visto una battaglia tanto feroce e di tali dimensioni per partecipazioni di uomini da ambo le parti.
Si pensa che oltre 300 o 400 mila guerrieri per parte si scontrarono con terribile e ferrea determinazione.
I Romani, coperti da corazze e con accorgimenti tattici per battere la cavalleria unna avanzante a ondate successive, sostennero il peso maggiore dello scontro.
Ma anche i Germani, ed in specie i Visigoti alleati, si batterono con grande valore.
Fu una vera alleanza dell'Occidente contro l'Oriente che vide uniti davanti al pericolo supremo Romani e i Germani più civilizzati e per lo più già insediati sulle terre dell'Impero.


Il re delgi Unni Attila  (406 - 453)


Il re Teodorico, che guidava il popolo dei Visigoti, dopo aver compiuto prodigi di valore ed aver affrontato al centro dello schieramento la furia degli Unni, moriva ucciso da un colpo di lancia tirato dall'ostrogoto Andeges, alleato degli asiatici.
Lo storico antico Giordano ci dice che fu una battaglia «atroce, contrastata, grandiosa, ostinata, quale nei tempi non si era mai vista».
I morti furono più di 150.000, per lo più dell'esercito di Attila.
Egli dovette solo alla velocità dei suoi cavalli ed alla rapidità con cui gli Unni sapevano muoversi, la possibilità di ritirarsi con i resti del suo esercito oltre il Reno verso la pianura del Tibisco.
Ma il suo grande esercito era sconfitto e la grande coalizione dei popoli soggetti spezzata.
L'anno dopo Attila tentò una rivincita in Italia.
Prima che Ezio potesse raccogliere forze sufficienti, riuscì ad espugnare la grande città di Aquileia superando le sue poderose fortificazioni.
Attila subì perdite gravissime e perse tempo prezioso.
Si vendicò in maniera atroce sulle popolazioni superstiti, ma da un punto di vista militare aveva subito un nuovo smacco mentre Ezio dalla Gallia arrivava con un nuovo esercito.
Non meraviglia quindi che il re degli Unni abbia accettato a questo punto di incontrarsi con Papa Leone ed abbia accettato la tregua offertagli dal Pontefice.
I cristiani esaltarono attraverso i secoli la grande vittoria morale del Pontefice romano e certamente la diplomazia del Papa giocò un importante ruolo.
Ma è assai probabile che la disperata difesa di Aquileia, le perdite subite e assai di più l'imminente arrivo del grande generale Ezio con un potente esercito nella Pianura Padana, fossero stati argomenti assai più persuasivi.
Attila non poteva rischiare un'altra sconfitta, perché il suo impero non era certo l'Impero romano.


Così il terribile conquistatore si ritirò nuovamente nelle sedi del suo popolo fra le immense tendopoli sul Tibisco per godersi un periodo di pace.
Gli antichi ci raccontano che i focosi amori nel suo harem lo stroncarono con un colpo apoplettico l'anno seguente (453 dopo Cristo).
Il suo impero andò rapidamente in frantumi e specialmente le popolazioni germaniche e gotiche, divenute sue vassalle, riuscirono ad acquistare ben presto la piena indipendenza.
Purtroppo furono i Romani che non seppero approfittare della grande vittoria ottenuta sugli Unni. L'indegno imperatore Valentiniano III, racchiuso nella sua città fortezza di Ravenna, aveva assistito al grande dramma solo rodendosi di gelosia per la gloria del suo grande generale Ezio.
Così accampando futili pretesti, come aveva fatto Onorio con Stilicone, lo fece venire disarmato a Ravenna e qui lo fece vilmente assassinare (454 dopo Cristo).
Quando Valentiniano chiese ad un senatore se approvasse o meno il suo gesto questi rispose: «Non so se avete fatto bene o male, ma so che con la mano sinistra vi siete tagliato la mano destra».
Puntuale venne la vendetta dei partigiani di Ezio.
Pochi mesi dopo Valentiniano veniva ucciso a sua volta mentre in Roma assisteva ai giochi nel teatro.

Paolo Possenti

«Il popolamento dell'Italia» (cap. II)
«Gli Etruschi» (cap. III)
«La stirpe romana» (cap. VII)
«La conquista della Valle Padana» (cap. XI)
«Germani, Cimbri e Teutoni» (cap. XVI)
«L'Impero di Augusto» (cap. XXVI)
«L'esercito romano - prima parte» (cap. XXXIII)
«L'esercito romano - seconda parte» (cap. XXXIII)
«Le province dell'Impero romano» (cap. XXXIV)




«Le radici degli italiani» (dettaglio prodotto)


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