EFFEDIEFFESHOP



Aiutateci a crescere


Pubblicità Pisati traslochi
SEZIONI

politica
accesso al database "politica"
religione
accesso al database "religione"
esteri
accesso al database "esteri"
cultura
accesso al database "cultura"
storia
accesso al database "storia"
economia
accesso al database "economia"
scienze
accesso al database "scienze"



Effedieffeshop.com
Addio a Cretinopoli
Maurizio Blondet
13/10/2006
Silvio Berlusconi

«Banditismo», «Vendetta»: così protesta contro la proposta riforma del mercato televisivo Berlusconi; e con ciò conferma in modo definitivo la sua nullità politica.
Ovvio che la legge proposta, che riduce l’introito pubblicitario di Mediaset e la smantella in parte, è una «ritorsione»: non si scopre adesso che Prodi è un vendicativo, e che anzi la vendicatività attiva è una delle più prominenti qualità di tutti i dossettiani (e di quasi tutti i «cattolici» etichettati, in politica e no).
Ma ciò che l’insipiente politico non capisce, è che qui si tratta di ben più di vendetta.
Il blocco di potere dei miliardari di Stato, tornato sulle poltrone con grande sforzo e dopo il grande spavento di aver assistito a una società civile intenzionata a liberarsi di loro, sta sistematicamente creando le condizioni perché una simile rivolta non si possa più ripetere.
Cerco di spiegarmi.
Liberarsi delle burocrazie inadempienti, dei blocchi di parassiti pubblici incistati nella «legalità» statale, che saccheggiano l’erario e così si creano, pagandole, vaste complicità, collusioni e clientele nella società, è un’operazione difficilissima e quasi disperata.
Per tentarla, era necessario un ricco: un ricco sfondato, un miliardario «non di Stato», com’ è in qualche modo solo Berlusconi: perché in Italia gli altri ricchi sfondati, Montezemolo, o Tronchetti, o De Benedetti e mister Tod’s, devono tutte o gran parte delle loro fortune alla loro collusione col blocco delle magistrature parassitarie.
Su di loro i procuratori non fanno indagini, almeno finchè non scoppia un bubbone marcio come le intercettazioni Telecom, in cui ci scappa un morto suicidato; le cosiddette istituzioni di sorveglianza, chiudono un occhio sulle loro evasioni, elusioni e irregolarità gravissime e sfacciate: solo così un Diego Della Valle ha potuto dichiarare profitti aumentati del 35% e non pagare tasse, perché tutto il suo impero della scarpa sta in società di comodo lussemburghesi.


Solo per i signori Fiat ci sono rottamazioni, pre-pensionamenti ed altri trucchi di governo; è per farli sopravvivere, a dispetto della loro insipienza imprenditoriale.
Solo a un Tronchetti le banche del potere costituito, colluse con le burocrazie miliardarie, danno ancora il fiato della vita nonostante un debito di 42 miliardi di euro, 83 mila miliardi di lire.
E così via.
Questi non sono «imprenditori»; sono dipendenti.
Dipendenti da Draghi, Padoa Schioppa, Prodi.
Non potrebbero vivere un giorno senza la collusione con magistrati, sindacati, politici di mestiere rieletti da 45 anni, grand commis da 2 miliardi l’anno, tutti uniti nell’unico scopo: spremere dal popolo fino all’ultimo soldo per i loro emolumenti da sardanapali, e non essere mai chiamati a rendere conto.
Berlusconi era il solo che poteva tentare la vera grande riforma, ridurre il potere del grande blocco parassitario «pubblico», e chiamarlo a rendere conto dei suoi costi e del suo avido malgoverno.
Era il solo abbastanza ricco da non farsi rovinare dalla tempesta di indagini e processi, centinaia, che la magistratura più fannullona e strapagata del mondo gli ha scatenato addosso.
Era il solo popolare, grazie alle TV, al calcio e alla sua estroversione naturale.
Era il solo che poteva opporsi al blocco di potere, chiedendone la forza al voto degli elettori, ossia alla democrazia e alla sovranità popolare.
Questa forza gli è stata data.
E lui l’ ha tradita.


Diventato premier, Berlusconi ha interpretato il suo mandato - il mandato ricevuto dal popolo - in senso «moderato», mentre quel mandato era «rivoluzionario».
E il programma della rivoluzione  da fare, Berlusconi non aveva bisogno di inventarlo: era già stato scritto.
Dal popolo stesso.
Con i referendum del 1993.
In quell’anno, il popolo votò a schiacciante maggioranza ben otto referendum, con i quali la sovranità popolare si espresse chiarissimamente su alcune riforme essenziali:
- Adozione del sistema di voto maggioritario.
- Rendere la magistratura responsabile, anche pecuniariamente, dei suoi errori, delle sue omissioni  e delle sue persecuzioni.
- Vietare il finanziamento pubblico dei partiti.
- Impedire ai sindacati di estrarre automaticamente dalle buste paga e dalle pensioni la tassa che li fa vivere riccamente, e di cui non presentano un vero rendiconto.
Con quei referendum, il popolo volle abolire persino le Partecipazioni statali (il nucleo di potere originario di Prodi) e impedire la nomina da parte del governo dei vertici delle banche pubbliche. Una indicazione chiarissima: con piena consapevolezza, l’elettorato andava alla guerra contro il blocco di potere dei parassiti, voleva colpire i suoi nidi di forza (lucidamente identificati) e le sue collusioni, voleva staccarlo dalla mammella del denaro pubblico.
Il popolo votò un programma rivoluzionario.
E lo votò, si badi, con maggioranze fra l’80 e il 90 %: dunque spaccando tutti gli steccati, senza ascoltare le indicazioni dei partiti di potere (dei miliardari di Stato), e per una volta senza allinearsi devoto dietro le false bandiere di «destra» e «sinistra».


Evidentemente, anche una marea di comunisti votò contro la magistratura, contro i grand commis, contro le partitocrazie corrotte e inamovibili.
Mai un mandato popolare fu così forte.
E mai più lo sarà.
Berlusconi lo ha tradito, e questo è politicamente imperdonabile.
- Ha lasciato che il sistema maggioritario richiesto dall’elettorato diventasse il «Mattarellum»: un proporzionale appena attenuato, concepito apposta (da un democristiano che la rivoluzione avrebbe dovuto mandare in galera, non alla Camera)  per far sopravvivere i partiti che il popolo non voleva più. Con ciò, garantiva anche la continuazione della semisecolare instabilità governativa italiana, con la conseguente «necessità» di coalizioni, ossia di collusioni d’affari.
- Non ha fatto nulla contro la magistratura, che continua a malfare nella piena irresponsabilità, ed anzi è più forte di prima.
- Nulla di nulla contro i sindacati, che continuano a succhiare 1800 miliardi l’anno dalle tasche italiane, e ad essere la cinghia di trasmissione delle burocrazia inadempienti: scioperi a milioni di ore sotto Berlusconi, niente oggi.
- Non ha ridotto gli emolumenti dei Gifuni e degli altri segretari-parassiti, non li ha pubblicati, non ne ha smascherato la natura corrotta e parassitaria. Non ha ridotto gli strati di «amministrazione» che ci soffocano, e che arricchiscono in sinecure d’oro migliaia di favoriti.
- Non ha imposto un sistema fiscale più agile e moderno e meno oppressivo, come proclamava e come cercava di fare Tremonti.
Peggio: quando ha tentato di ottenere qualche risultato, ha cercato di farlo attraverso accordi di vertice (con D’alema, con i suoi cosiddetti «alleati» Fini e Casini, in gran parte omogenei al blocco di potere), mentre la sua forza gli veniva dal mandato popolare.
Su questo solo doveva poggiarsi.


Da capo rivoluzionario, doveva proclamare: sto facendo solo quello che il popolo mi ha dettato coi referendum.
E doveva farlo nei primi cento giorni, con audacia, tagliando nel vivo dei poteri forti, dei salotti buoni, degli stipendi da dirigenti senza corrispettivo di responsabilità dirigenziali.
Non l’ha fatto.
E non potrà più farlo.
Ormai il blocco di potere, radunato sotto l’etichetta di «Sinistra», ha imparato.
L’ascesa e la forza popolare dietro Berlusconi l’ha spaventato: sta facendo in modo che il suo potere non possa essere più insidiato.
Tutte le sue operazioni e «riforme» mirano a stroncare il ceto che ha creduto nella rivoluzione, e che solo per questo ha appoggiato Berlusconi.
Appena un giovane apre la partita IVA, unico modo per lavorare, deve pagare in anticipo tasse e INPS anche se non ha guadagnato ancora nulla:  così non ci saranno nuove partite IVA, né giovani che s’ingegnano per lavorare in proprio.
Le tasse di Visco colpiscono specificamente e deliberatamente non gli evasori, ma quel ceto che, guadagnando il 17 % della ricchezza nazionale, paga il 36 % del gettito tributario: ossia tassa i già tassati.
Padoa Schioppa si permette persino di insultare questo ceto, e li chiama «i ricchi».
Ovviamente cieco agli yacht, ai cavalli da corsa e alle evasioni (fiscali, sessuali, cocainomani)  dei suoi amici e complici, e ai suoi stessi emolumenti che fanno di lui, di lui sì, un ricco di Stato.
Sono azioni sistematiche, coerenti secondo un preciso programma, e dal punto di vista degli interessi illegittimi dei parassiti, del tutto razionali: vogliono vendicarsi del popolo dei referendum, ma non solo questo: vogliono cambiarne la natura sociologica: che sia meno indipendente e autonomo, che abbia meno risparmi, che paghi più tasse (gli evasori, quelli, non pagheranno mai) perché non possa più rialzare la testa.


La «sinistra» introduce a tappe forzate il sistema sociale «americano»: dove la gente è troppo affannata a lavorare per mettere insieme il pranzo con la cena, troppo facilmente licenziabile, troppo indebitata e intenta a pagare i mutui o le rate, per avere capacità di protesta politica.
E’ il relativo benessere il clima giusto per le rivoluzioni; e la casta dei parassiti di Stato - al contrario dell’Ancien Régime che si fece scacciare dalla borghesia benestante in Francia - ha capito benissimo come perpetuare il suo potere: immiserendo la borghesia, rendendola più povera, riducendola a sottoproletariato affannato e precario.
Quanto più si è tartassati, tanto meno si protesta.
Quanto più si è licenziabili e quanto più è difficile trovar lavoro, tanto meno si pensa alla rivoluzione.
Non è vero che le rivoluzioni sono provocate dalla miseria: la miseria conserva i privilegiati, perpetua lo status quo, perché rende le masse più dipendenti dai dispensatori di favori e denaro pubblico.
Non a caso Draghi ha bocciato la Finanziaria di Prodi: «poche riforme», ha detto.
Le «riforme» a cui pensa lui, dipendente di Goldman Sachs, le conosciamo: più «flessibilità del lavoro», ulteriore abbassamento di paghe, tagli alle pensioni.
Già Dini (un altro miliardario della «sinistra», ex grand commis di Bankitalia, parassita pubblico con moglie miliardaria in Costarica) tagliò le pensioni del 25%: senza un’ora di sciopero della CGIL, senza un sospiro dei rifondazionisti.
Questa è la strada segnata: un nucleo piccolo di ricchi di <stato deve dominare su una marea di poveri che vanno ai mercati a comprare la verdura con lo sconto a fine giornata.


Romano Prodi


In questi mesi, che cosa ha fatto Berlusconi davanti alla strage del suo elettorato, e al disastro sociale perseguito dagli avversari?
Nulla.
Feste con eruzioni e chitarrate, dozzinale allegria in compagnia di Briatore e delle Santanchè varie.
Si sveglia adesso: perché è in pericolo la «sua» Mediaset.
E ancora una volta, sbaglia.
E’ chiaro che vogliono rendere anche lui meno ricco, e più dipendente.
Ed è chiaro perché lo vogliono: per la propria sopravvivenza.
Se fosse colluso come Tronchetti o come Della Valle, gli lascerebbero tutti i suoi miliardi e anche più.
La difesa, dunque, dev’essere «politica», non «aziendale».
Ma questo, Berlusconi è incapace di capirlo.
Anzi, ora lui spera di chiamare il suo elettorato a difesa della sua azienda.
Ma che cosa dovremmo difendere?
Il «diritto» di Mediaset di accaparrare il 67 % degli introiti pubblicitari italiani,
anziché solo il 45 %?
Il «diritto» di bombardarci di 10 minuti di pubblicità per ogni ora di trasmissione televisiva, anziché solo di otto come propone la «riforma» della cosiddetta «sinistra»?
O il diritto dell’insopportabile, nullo, Emilio Fede di non finire sul digitale?
No, grazie.
La pubblicità televisiva è la ragione fondamentale dell’imbarbarimento della società e della sua volgarità: e questo è tanto più vero per la pubblicità «italiana», di vergognosa rozzezza e piena di doppi sensi sessuali, un’orgia di stupidità che legittima la stupidità generale e la promuove.


Questa pubblicità da video ha distrutto le virtù antiche del popolo italiano.
E’ ormai la sola «educatrice» dei ceti sfavoriti - non solo economicamente, ma degli sfavoriti di cultura e di intelletto - e ci ha reso il popolo delle discoteche e del telefonino, il popolo dei frenetici per il calcio, il popolo dei maleducati incolti che ormai siamo: precisamente quel sottoproletariato mentale ed economico che Prodi ci vuol far diventare sempre più.
Molto del lavoro è stato già fatto.
Di questo degrado, la TV berlusconiana, cosiddetta commerciale (nel senso che vende il suo pubblico ai pubblicitari) è stata una delle cause determinanti: stupida e piena di protagonisti insopportabilmente stupidi, di giornalismo di serie C, di partite e di «domeniche in», e senza mai l’ombra del bello, dell’educativo e dell’intellettualmente stimolante. 
La TV di Berlusconi ha trasformato l’Italia in Cretinopoli, sia detto senza assolvere la TV di Stato, voluttuosamente seguace della cretineria commerciale (il facilismo è facile, non occorre sforzarsi: una pacchia, per le burocrazie RAI, inadempienti come tutte le altre).
Noi elettori serii abbiamo sopportato Cretinopoli perché era un mezzo di penetrazione; non ci interessa difenderla come «azienda» o per garantire una presidenza ai figli.
Quelli sono fatti privati, se li difendano privatamente.

Maurizio Blondet


Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.




Lettere al direttore


Come raggiungerci

Copyright