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I Longobardi (200 anni di storia italiana)
Paolo Possenti
14/10/2006

Pubblichiamo una introduzione al capitolo II del secondo volume (Romania e Longobardia) di «Le radici degli italiani», di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.


I Longobardi (200 anni di storia  italiana)


Origini e stanziamenti in Italia

La nazione dei Longobardi, il popolo svevo che tanto ruolo doveva giocare nella storia d'Italia, aveva avuto la sua origine lungo le rive dell'Elba e sulle rive del mare del Nord.
Qui essi avevano incontrato i Romani quando all'epoca di Augusto avevano esteso i propri confini fino al grande fiume germanico.
Nel 5 dopo Cristo erano stati vinti da Tiberio, durante la campagna di conquista nel nord della Germania.
Da allora, per alcuni secoli, le notizie che abbiamo sono rare o addirittura inesistenti.
Abbandonate le sedi originarie, che venivano quindi occupate dai Sassoni, gruppo di tribù molto simile per natura ed origine ai Longobardi, si addentrarono verso l'interno della Germania seguendo probabilmente le stirpi gotiche, in particolare i Vandali migranti verso sud-est.
Dopo varie vicende, sappiamo per certo che, assieme ai Vandali, entrarono a far parte del grande regno gotico di Ermanarico, che si estendeva a nord dei Carpazi e dall'Elba fino al Don.
Per un altro lungo periodo dei Longobardi non si sentì più parlare.
Non vi è dubbio che la grande avanzata degli Unni, che distrusse l'impero dei Goti, costrinse i Longobardi a sottomettersi ai nuovi dominatori della pianura sarmatica, come quasi tutte le popolazioni germaniche abitanti fuori dai confini dell'Impero Romano.
Alla storica battaglia dei Campi Catalaunici, i Longobardi assieme agli Ostrogoti ed ai Vandali, dovettero combattere dalla parte degli Unni di Attila contro i Romani ed i loro alleati Visigoti.
Il lungo periodo passato nelle steppe a contatto con Unni, Alani ed Ostrogoti li aveva ancor più imbarbariti e per sopravvivere avevano dovuto accettare gravose sudditanze, mantenendo però una identità nazionale ed una fama di popolo guerriero e spietato.
Alla morte di Attila avevano lottato con gli altri Germani per rovesciare l'impero degli Unni e avevano riacquistato la loro libertà.
In questo periodo occupavano le sedi della media valle del Danubio confinanti con il territorio dei Gepidi che avevano occupato la vecchia Dacia, dopo l'emigrazione dei Visigoti verso occidente.
La vecchia rivalità con questo gruppo gotico era riesplosa feroce, ed una lunga guerra aveva impegnato le due nazioni senza che si arrivasse ad una conclusione definitiva.
Ma i Longobardi che avevano sempre avuto buoni rapporti con i khan degli Unni, riuscirono a stringere una alleanza con gli Avari, un coacervo di varie popolazioni turche, slave e germaniche dominate da un gruppo unno, che si era mantenuto al vertice di questa potente coalizione.
Da quel momento la sorte dei Gepidi fu segnata e fu terribile.
Attaccati su due fronti dai Longobardi e dagli Avari, subirono una serie di tremende sconfitte.


Ma furono proprio i Longobardi a colpire più duramente la nazione consanguinea.
Approfittando del fatto che l'esercito dei Gepidi si era dovuto dividere, attaccarono di sorpresa con uno stratagemma le stesse forze del re Cunimondo e dopo averne fatta terribile strage, uccidevano il re ed i suoi figli, catturando solo le donne ed i fanciulli per farne degli schiavi.
Il re longobardo cui si doveva la strategia e la realizzazione della distribuzione dei Gepidi era il feroce ed astuto re Alboino, cui la storia riserva però un'impresa ben più importante: la discesa in Italia.
Dalla vittoria sui Gepidi, Alboino aveva infatti tratto ispirazione per un disegno molto più ampio. Pressato dai suoi stessi alleati Avari, che si andavano rafforzando ad oriente, egli decise di penetrare in Italia dai confinanti passi nelle Alpi Giulie, per trovare una sede più ricca e sicura al proprio popolo.
Nel 568 si accinse quindi a questa impresa, alla quale probabilmente pensava da tempo.
L'intera nazione longobarda si mosse portandosi dietro oltre a donne e fanciulli, alleati e popoli sottomessi.
Si calcola che l'emigrazione comprendesse non meno di 350.000 persone divise in 36 fare o tribù di circa 10.000 individui ciascuna.
Ciò che colpisce nella conquista è la sistematicità con la quale Alboino procedette nel suo disegno, creando sicure postazioni alle proprie spalle man mano che avanzava; conquistando i punti chiave della Valle Padana e le città maggiori ed infine cingendo d'assedio Pavia, la forte città romana che diventerà la capitale del nuovo regno.
Non riuscì però a forzare le fortificazioni bizantine della costa adriatica, né tanto meno a conquistare la capitale Ravenna, che resterà saldamente in mani romane per un'altro secolo e mezzo.
Dopo un decennio di lotta, i Longobardi avevano occupato i due terzi dell'Italia settentrionale e la Toscana.
Un successo parziale, ma definitivo per quanto concerne i territori occupati nella prima fase della conquista.
Ravenna e le coste adriatiche rimangono in mano romano-bizantina.


Inoltre non riescono ad occupare Roma, difesa da milizie locali e bizantine sotto la direzione di duces dell'imperatore d'Oriente e più tardi difesa direttamente dal Papa; così anche buona parte dell'Italia centrale sfugge al loro dominio.
Solo un duca longobardo, Farovallo,di sua iniziativa riuscì ad occupare la piazzaforte di Spoleto e da lì ad estendersi sulla costa adriatica a sud di Ancona (che resistette all'attacco longobardo) fra il fiume Potenza e il Sangro.
Un'altro duca longobardo, Zotone, penetrò più a sud e si insediò come sovrano semi-indipendente a Benevento, fra le montagne dell'Italia meridionale, da dove non sarà più sloggiato.
Le coste del meridione e le isole rimangono interamente in mano bizantina.
Questo frazionamento della penisola sarà l'altra permanente conseguenza dell'insediamento longobardo in Italia.
Il Paese rimase da questa data (568 dopo Cristo) diviso e non riuscirà ad unificarsi fino al secolo XIX.
Da qui la profonda diversità fra le varie regioni d'Italia di carattere non solo culturale e politico, ma anche storico ed etnico.
Altra conseguenza determinante sarà la diversa composizione dei gruppi dirigenti ed aristocratici nelle varie parti d'Italia.
Dove i Longobardi arrivarono, nel primo momento della loro invasione, eliminarono quasi completamente l'aristocrazia romana e la vecchia classe dei proprietari, lasciando solo poche terre a comunità montane religiose, prendendo il resto per loro direttamente o come dominio della corona.
Ma dove l'Impero d'Oriente riuscì a resistere, l'aristocrazia e i proprietari rimasero quelli antichi del tempo dei Romani.
Ebbe ciò una particolare importanza perché in tal modo riuscì a sopravvivere un collegamento fra i gruppi dirigenti della Roma antica e quella medioevale in vari parti d'Italia.
Specie nel Lazio, nella Pentapoli ed in una striscia di territorio attraverso l'Italia centrale, che non caddero in mani longobarde, si mantenne ininterrotta la tradizione e il potere romano.
La stessa cosa accadde per Venezia e le isole.
Questa continuità etnica e civile non spezzate certamente dai massacri dei Goti (400 giovani nobili uccisi) consentì la formazione di quella orgogliosa discendenza che a Roma giocò un ruolo tanto importante nella storia del Papato e a Venezia consentì il sorgere di una repubblica veramente romana, destinata ad influenzare più di ogni altro Stato la futura storia d'Italia.
Nonostante il famoso valore guerriero dei Longobardi e le offensive oltre i confini, sia contrastando l'espansione dei Franchi nella Gallia meridionale, sia in Illiria che a nord delle Alpi, il loro potere restò quanto mai debole proprio in Italia.
Essi potevano contare su pochi alleati mentre i nemici sorgevano un po' dovunque.
Solo il forte popolo dei Bavari li sosteneva.


La resa di Pavia, Biblioteca Nazionale, Parigi


Si venne a creare così lo storico collegamento fra Italia settentrionale ed alpina con la Baviera. A questa difficile situazione, verso l'esterno, per i Longobardi si aggiungeva una perenne irrequietezza dell'elemento romano all'interno dei territori conquistati.
Gli invasori inoltre, sull'esempio delle stirpi germaniche precedenti, si erano probabilmente impadroniti delle proprietà che in precedenza erano state dei Goti e dei Bizantini e solo dopo l'avvento del re Clefi, i Longobardi si diedero ad una sistematica spoliazione delle rimanenti proprietà romane.
Si sa che le 36 fare longobarde si insediarono come statarelli semi indipendenti in varie parti d'Italia, spesso frammisti a territori ancora a sovranità romano-bizantina.
Quale fosse la posizione della popolazione romana nei territori longobardi è un problema sul quale si è molto discusso.
Sembra però assai simile a quella di una popolazione sotto occupazione militare.
Le condizioni probabilmente non furono eccessivamente dure per le classi inferiori.
Queste infatti avrebbero ben presto abbandonato le terre longobarde, come fecero nobili e proprietari terrieri, per rifugiarsi in territorio bizantino.
Sarebbe inoltre stato facile ribellarsi con l'appoggio di Ravenna; invece questo accadde molto di rado e non è escluso che in molti casi le popolazioni romane vivessero meglio nei territori governati dai Longobardi che non in quelli dei Bizantini, dove l'avidità del fisco imperiale era talvolta più gravosa delle stesse rapine dei barbari.
Inoltre può ritenersi che buona parte della stessa popolazione longobarda, non appartenente alla nobiltà, ed il numeroso stuolo delle popolazioni soggette ed alleate trovassero ben presto
un «modus vivendi» e sviluppassero interessi comuni con le genti locali.
I nuovi abitanti dell'Italia si erano insediati in un Paese, mescolandosi a una popolazione romana dilaniata e diminuita dalle guerre e dalle pestilenze, e costituivano così una buona percentuale della popolazione totale.
Si calcola che i Romani abitanti nelle zone longobarde non fossero più di 2 milioni.
Perciò i Longobardi costituivano il 15% ed in alcune zone il 20 % o 30 % dell'intera popolazione.
In tal modo gli interessi delle classi inferiori longobarde furono ben presto più simili a quelli dei Romani che a quelli della loro nobiltà.


In un paio di generazioni i due gruppi etnici cominciarono a fondersi nonostante vari ostacoli di carattere legale, giuridico e religioso.
In particolare modo la lingua longobarda finì per sparire quasi completamente, sostituita da quella locale.
Solo i nobili mantennero a lungo una certa continuità etnica e per vari secoli continuarono a vivere secondo il diritto longobardo mantenendo tenace memoria della loro origine.
Vedremo così in numerose città e province italiane vivere gli uni accanto agli altri, nobili a diritto romano ed altri a diritto longobardo, anche se da gran tempo ambedue i ceppi si erano completamente italianizzati.
Fra le schiere dei Longobardi scese in Italia, vi erano larghi gruppi di altri popoli vinti o alleati o semplicemente aggregatisi ai Longobardi durante il lungo periodo delle loro migrazioni, come Gepidi, Goti, Alani ed altri.
Vi era anche un forte gruppo di Sassoni, simili ai Longobardi per lingua e origine.
Una parte di questi, non soddisfatti del trattamento loro riservato dagli alleati, decise di ritornare alle loro sedi originarie sulle coste del mare del Nord, dopo aver vagato per mezza Europa.
Al momento di andarsene cercarono di prendere tutto il possibile: suppellettili di ogni genere, grano e bestiame, facendo bottino e incetta nelle città e nelle campagne.
Ad un certo punto entrarono anche in violento contrasto con i Longobardi, perché gli irrequieti Sassoni, non contenti di aver razziato tutto il possibile prima di andarsene, avevano imparato a falsificare in maniera perfetta (per i tempi) le monete d'oro.
Paolo Diacono, famoso storico longobardo, ci dice che i Sassoni, abilissimi nel fondere i metalli, riuscirono a coprire con una perfetta patina d'oro le monete di bronzo contraffatte ed in questo modo arrecarono danni gravissimi specie ai Duchi della Neustria ed all'intero regno.
Pare che questa attività rendesse meglio dei saccheggi per cui i Longobardi cercarono di inseguirli per dar loro la giusta punizione.
Ma essi seppero sfuggire, tornando al loro Paese senza subire ulteriori danni.
Frattanto erano nati forti contrasti fra gli stessi duchi longobardi e l'autorità reale che si era andata progressivamente indebolendo.


A fare le spese di questa precaria situazione fu lo stesso Alboino e gli intrighi dei Bizantini riuscirono ad arrivare fin dentro la famiglia regnante.
Dalle lotte con i Gepidi, Alboino si era portato dietro come preda di guerra Rosmunda, la bella figlia di Cunimondo, re dei Gepidi, da lui vinto in una memorabile battaglia e poi ucciso di sua mano.
Con il cranio del re Cunimondo, Alboino si era fatto un bel boccale intarsiato d'oro e di gemme secondo l'usanza del suo popolo.
Ma Rosmunda non aveva perdonato al re longobardo né la morte di suo padre né la violenza subita. Ella era una tipica bellezza germanica, dalle lunghe trecce bionde e aveva anche il carattere battagliero ed energico tipico della sua stirpe.
Alboino frattanto dopo la morte della moglie, aveva ufficialmente sposato Rosmunda, che diventò così da concubina, regina dei Longobardi.
Ma sulla sua lealtà Alboino doveva avere qualche dubbio.
Ci tramanda la vulgata che una sera il re, alticcio, costrinse Rosmunda a bere nella famosa coppa intagliata nel cranio del padre.
Forse con la sua richiesta voleva ottenere un atto di sottomissione incondizionato alla sua volontà. Ma Rosmunda non era donna da farsi impressionare da simili gesti ed è probabilmente vero che da quel momento avvenne la rottura definitiva, con lo sposo che le era stato imposto.
Perciò la frase «bevi Rosmunda nel teschio di tuo padre» tirata fuori in tante storie drammatiche sui Longobardi a dimostrazione della loro primitiva e assurda ferocia, poteva anche avere un «significato politico» più profondo.
Certo è che Rosmunda a corte si era fatta degli alleati fra i nemici del sovrano.
In primo luogo si era legata a Elmichi, scudiero del re, appartenente alla più antica nobiltà della nazione.
A lui si appellò e a lui chiese giustizia e trovò in lui un orecchio pronto ad ascoltarla.


Il portale della basilica di S.Michele, dove furono incoronati tutti i re Longobardi


Che tra i capi esistessero lotte e faide ferocissime non era una novità e sarà una cosa che si ripeterà sovente nella futura storia dei Longobardi e dell'Italia.
I due erano alla base della congiura contro Alboino il quale ormai non più molto giovane, era divenuto sempre più insopportabile alla moglie ed ai nobili di corte.
Tuttavia dietro le manovre di questa congiura possiamo facilmente riconoscere la mano dell'esarca di Ravenna il quale cercava di seminare rivalità fra i capi longobardi.
I cronisti del tempo ci raccontano che decisa la soppressione del re, Elmichi scelto per portare a termine l'impresa all'ultimo momento non ebbe il coraggio di farlo personalmente.
Come esecutore materiale del delitto si pensò allora ad un fortissimo guerriero, capo delle guardie del re, Peredeo, innamorato di un'ancella della regina di nome Gisella.
Per comprometterlo la regina decise uno stratagemma abbastanza originale.
Notte tempo, mentre Peredeo stava aspettando Gisella, la regina senza proferire parola, entrò nuda nell'alcova del guerriero.
Quando Peredeo si accorse che la donna non era la sua Gisella ma la regina, era ormai troppo tardi. L'atto che avrebbe potuto costare la vita a Peredeo stesso era consumato.
Quindi Elmichi e Peredeo sorpreso il re nella sua stanza lo uccisero.
E' indubbio che alla morte del re dovettero seguire violenti contrasti ed è certo che la posizione di Rosmunda (non appartenente alla nazione longobarda) e quella di Elmichi si dimostrò molto debole.
I due decisero allora di fuggire alla corte di Ravenna portandosi dietro i tesori del re morto.
L'esarca Longino li ricevette con grande pompa e cominciò a circondare Rosmunda di ogni attenzione.
A questo punto l'astuto Longino si fece avanti addirittura con offerte di matrimonio, consigliando l'ambiziosa donna di uccidere Elmichi.
Rosmunda dopo una certa esitazione decise di compiere l'ultimo passo e di eliminare colui che l'aveva aiutata nel regicidio.
Nei bagni di Ravenna offrì allora ad Elmichi una coppa nella quale aveva disciolto un potente veleno.
Elmichi dopo aver bevuto alcuni sorsi si accorse di essere stato avvelenato e costrinse quindi Rosmunda a bere a sua volta.


Così i due finirono morti avvelenati con probabile soddisfazione dell'esarca Longino, il quale potè subito mettere le mani sui tesori della regina.
Non vi è dubbio che questa vicenda piuttosto intricata sta a indicare quanto fosse difficile e complicata la situazione al vertice dello Stato longobardo e dimostra altresì molto chiaramente che Longobardi, Sassoni e Goti, non erano in fondo diversi nei metodi e sistemi politici dai Romani e dai Bizantini.
La leggenda della generosità e lealtà germanica rimane appunto una leggenda.
Sia i Goti sia i Germani occidentali erano evidentemente abituati, specialmente arrivati al grado di comando, ai più spregiudicati compromessi, alle alleanze più strane, quale ad esempi quella con gli Unni o gli Avari, alle guerre più spietate fra tribù affini ed agli assassini fra congiunti e familiari.
Non vi è dubbio che questa spregiudicatezza politica dei Longobardi fu una delle loro note predominanti e l'accusa di doppiezza che viene lanciata così frequentemente contro di loro dai Pontefici e dagli stessi Bizantini, doveva avere qualche fondamento.
Neppure i Franchi, famosi per la loro schiettezza nel parlare chiaro (da qui la parola franchezza) non erano in fondo molto diversi dagli altri Germani (basti pensare ai delitti fra congiunti).
I Baiuvari, gli Alemanni o gli Svevi erano più o meno come gli altri e specialmente i capi sempre avidi, infidi e pronti a tradire anche i loro re e la loro gente per conquistare qualche vantaggio personale.
Ci sembra poi che Goti, Vandali ed Anglo-Sassoni (ed anche i loro cugini stretti, i Longobardi) erano tutti particolarmente abili negli inganni e famosi per l'astuzia con cui conducevano le azioni di guerra e la politica in tempo di pace.

Paolo Possenti

«Il popolamento dell'Italia» (cap. II)
«Gli Etruschi» (cap. III)
«La stirpe romana» (cap. VII)
«La conquista della Valle Padana» (cap. XI)
«Germani, Cimbri e Teutoni» (cap. XVI)
«L'Impero di Augusto» (cap. XXVI)
«L'esercito romano - prima parte» (cap. XXXIII)
«L'esercito romano - seconda parte» (cap. XXXIII)
«Le province dell'Impero romano» (cap. XXXIV)
«Valentiniano III » (cap. XXXIV)




«Le radici degli italiani» (dettaglio prodotto)


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