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Pubblichiamo una lettera indirizzata a Blondet, seguita da un'importante risposta del Direttore.
"Caro direttore, temo che, se fosse vivo oggi, sulla «questione ebraica» Valdimir Solov'ev polemizzerebbe molto. con Lei.
Mi pare, mi corregga se sbaglio, che Lei non abbia presente gli scritti dedicati da Solov'ev all'Islam e all'ebraismo, la cui traduzione italiana è stata pubblicata da La casa di Matriona nel 2002, col titolo «Islam ed ebraismo».
Da questi scritti emerge una differenza abissale tra la riflessione diSolòv'ev sul «problema ebraico» e la Sua, almeno quella esposta quotidianamente su questo sito.
Solov'ev scrive, ad esempio: «L'israelita non vuole riconoscere un ideale che non abbia la forza di vincere la realtà e di prendervi corpo; l'israelita è capace di riconoscere la più alta verità spirituale, è pronto a farlo, ma a condizione di vederne e percepirne l'azione reale.
Crede nell'invisibile (perché ogni fede è una fede nell'invisibile) ma vuole che questo invisibile divenga visibile e provi la sua forza (...). Mentre i materialismi pratici e teorici si sottomettono al fatto materiale come a una materialismo religioso degli israeliti li obbligava a prestare la massima attenzione alla natura materiale, non per servirla, ma per servire, in essa e attraverso di essa, l'Altissimo Dio (passaggio forse non riportato correttamente, ndr).
In essa dovevano separare il puro dall'impuro, il sacro dal profano, per renderla degna di diventare il tempio dell'Essere supremo. L'idea della santa corporalità e l'ansia di realizzare questa idea occupano, nella vita di Israele, un posto incomparabilmente più grande che in ogni altro popolo.
Si può dire che tutta la storia religiosa degli israeliti era diretta verso la preparazione, per il Dio d'Israele, non solo di anime sante, ma anche di corpi santi».
Nel commentare questo passo, Alain Besançon nota che «ciò che viene abbandonato, qui, è lo spiritualismo. Una religione che abbandona questa terra al male, disprezza le opere, sminuisce la legge, dequalifica il corpo, dimentica la giustizia pratica e la necessità di lavorare per il Regno, tradisce l'opera del Messia. Ora, è proprio questo che Solov'ëv rimprovera con veemenza alla chiesa ortodossa russa e al bizantinismo in generale. Gli ebrei lo aiutano a prendere coscienza, su tutti questi punti, della eterodossia pratica dell'ortodossia. Lo aiutano inoltre a misurare il vuoto e l'impostura del sublime morale tolstojevskiano. Che pulizia, decenza, purezza dei corpi siano la preparazione obbligata di ogni sforzo spirituale è certo all'opposto del patetismo dei Karamazov, o dell'Idiota. La scoperta della serietà morale, tramite gli ebrei, strappa definitivamente Solov'ëv a questa tentazione nazionale» («La falsificazione del bene. Solov'ëv e Orwell», Il Mulino, 1987).
E ancora: «Solov'ëv si sbarazza dell'eresia marcionita che va intesa in due sensi. Il primo, in senso diretto, e il rifiuto dell'Antico Testamento, e in modo equivalente del popolo ebraico. Il secondo, per analogia, e il rifiuto dell'antichità e della saggezza greco-latina. Almeno dalla Riforma in poi, il cristianesimo oscilla fra questi due marcionismi, ora rifiutando, in nome di un fondamentalismo biblico, l'umanesimo classico e la filosofia ora ripudiando, in nome di questi ultimi l'eredità biblica ritenendola inumana, barbara e opposta alla civiltà» (ibidem).
Liberissimo poi Lei di citare chi desidera e come desidera.
Ma almeno diamo a Solov'ev quel che è di Solov'ev".
Distinti saluti
E. F.
Mi è noto questo glorificato «materialismo spirituale» dei giudei.
Mi è noto attraverso gli scritti del rabbino Avraham Kook, che fu il primo rabbino-capo di Israele (non ancora Israele-Stato), verso il 1935.
Contro i rabbini che vedevano nello Stato ebraico una contraffazione del Regno promesso, non da ultimo perché i sionisti che stavano riportando il popolo in Israele erano atei socialisti, egli rispondeva: «No, perché per accedere alla pienezza della santità, per far venire l'era messianica, è necessario passare attraverso il profano nella sua lotta contro la religione e la spiritualità, e anche attraverso la profanazione».
Così David Banon, «Il messianismo», Giuntina, pagina 107.
Più specificamente, rabbi Kook scriveva in prima persona: «I peccatori di Israele (i socialisti atei) se la prendono dapprima con la spiritualità separata dalla materia e opposta a questa. La loro critica audace denuncia le sue mancanze e le sue menzogne. Essi distruggono e spezzano questa spiritualità con la passione tipica del popolo d'Israele e si rallegrano constatando la caduta dell'idolo della spiritualità».
Come vede, è appunto ciò che dice Solov'ev: «L'Israelita non vuole riconoscere un ideale che non abbia la forza di vincere la realtà e di prendervi corpo; l'Israelita è capace di riconoscere la più alta verità spirituale, è pronto a farlo, ma a condizione di vederne e percepirne l'azione reale».
E a lei e a Solov'ev questo sembra bello e vero?
Ma abbiamo già sperimentato dove porta questa volontà ebraica di voler incarnare la spiritualità nel materiale: il bolscevismo, le dice qualcosa?
L'utopia marxista realizzata, il socialismo reale, coi suoi Gulag e i suoi infiniti campi della morte, non sono forse il rigetto di «un ideale che non abbia la forza di prendere corpo nella realtà?».
Quanto a rabbi Kook, quella sua «teologia» lo portò ad essere il maestro dei gruppi terroristi israeliani, della banda Stern e dei massacratori talmudici di Deir Yasin.
Secondo lui infatti «i pionieri empi (socialisti) sono, a loro insaputa, gli agenti zelanti di un piano divino il cui obbiettivo è riunire gli ebrei nella loro terra, realizzando la redenzione di Israele e di tutta l'umanità» (Banon).
Per Kook, le azioni degli ebrei, «qualunque sia la forma, sacra o profana che assumono, attestano il disegno di Dio».
Ragion per cui invitava gli ebrei religiosi «a collaborare attivamente al progetto sionista, che è di ispirazione messianica».
Per lui lo stato d'Israele è «un segno innegabile del processo di redenzione» (tikkun, riscatto) ancorchè fondato sulla menzogna e sulla violenza, sulle opere del leone e della volpe di Machiavelli.
Provi a pensarci.
Questa «teologia» è, in fondo, nient'altro che una religione del successo: ciò che ha successo è «santo» per il fatto di aver successo.
E' una religione del potere: ciò che si impone e si afferma nella realtà è «spirituale», ciò che è sconfitto non lo è.
E' l'hegeliano «verum ipsum factum», l'idea dello spirito che s'incarna nella storia, che portò Hegel ad esclamare, vedendo passare Napoleone a cavallo, «ho visto lo Spirito»… ridicola asserzione, ancora pochi anni e Napoleone finiva a Sant'Elena, e il suo impero non era più.
Ci hanno riprovato i falsi messia, Sabbatai Zevi che si convertì falsamente all'Islam e Jacob Frank che in Polonia si convertì falsamente al cattolicesimo, perché per la verità non vale la pena di morire, e perché il Messia deve discendere «fino alle porte dell'Iniquità», facendosi apostata.
Ci hanno riprovato col marxismo.
Rabbi Kook ci ha riprovato insegnando ai suoi terroristi, fra cui Begin: ammazzate pure donne e bambini arabi (come a Deir Yasin, come oggi a Gaza), perché i nostri peccati preparano il Regno di Dio!
Non le si allegano i denti?
Dovrebbe, se lei si dice cristiano.
Perché, più nel profondo, quello che Kook predicava - e che Solov'ev ammira negli ebrei come «vera» spiritualità - non è altro che il progetto di «salvezza attraverso il peccato».
Attraverso la profanazione, denunciando «le mancanze di una spiritualità separata dalla materia», i sionisti preparano il trionfo di Dio.
Che coincide con il loro proprio.
Spero che si accorga che precisamente per questo gli ebrei hanno rifiutato Gesù come Messia. Perché Lui ha detto: «Il mio regno non è di questo mondo».
Dunque la sua spiritualità era «mancante» secondo Solov'ev e lei, perché «l'israelita è pronto a riconoscere la spiritualità più alta, ma a condizione di vederne l'azione reale» nell'aldiquà.
Ecco il punto: essi, per credere, pongono «condizioni» a Dio.
Facci vedere la tua potenza, e ti crederemo!
Gesù finì crocifisso: un insuccesso colossale sul piano umano.
E' questa la Sua lezione.
Ma già Isaia gridò: «Guai a coloro che dicono: 'Si affretti, si acceleri l'opera sua, sì che possiamo vederla; si acceleri, si realizzi il progetto del Santo d'Israele, e allora lo riconosceremo» (Isaia, 5,19).
Cristo Gesù, sulla stessa linea, disse a Tommaso: «Perché hai visto tu credi; beati coloro che, senza vedere, crederanno».
Dunque Gesù non faceva gran conto di una «spiritualità» che vuole «vedere» la forza di Dio incarnata nel reale, sotto forma di potere materiale.
Anzi, credo che in questa pretesa ci abbia insegnato ad annusare l'Anticristo.
Colui che ci ha promesso la salvezza attraverso il peccato: mangiate quel frutto, profanate, e «sarete come dèi».
I russi hanno avuto più della loro parte di questa «spiritualità» che si vuole inverata nel reale.
Hanno provato il marxismo, l'utopia realizzata ebraica, l'estremo materialismo nello stato più chimicamente puro.
Peccato che Solov'ev non abbia avuto il tempo di provare sulla sua pelle; non può dirci che effetto faceva questo sforzo supremo di creare l'Uomo Nuovo in un aldiquà perfetto, in un paradiso materiale che non ha bisogno di invisibile.
Isaia ha una parola anche per rabbi Kook: «Guai a coloro che chiamano il bene male e il male bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre».
Non mi pare che Cristo dica una cosa diversa, quando ci insegna: «Dai frutti li riconoscerete. Può un albero buono dare frutti cattivi?».
Li vediamo, i frutti della «teologia» ebraica così precisamente lumeggiata da Solov'ev: a Gaza, nella distruzione del Libano, nell'infinito massacro iracheno, in un Israele irto di missili atomici.
E' la sete di sangue mai placata dell'Omicida fin dal principio.
Sì, forse non ho letto abbastanza Solov'ev.
Non ho fatto dipendere da lui la mia fede.
La faccio dipendere, peccatore come sono (ma senza credere che il mio peccato attesti il piano divino) dalle semplici, chiare, inequivocabili parole di Gesù.
Non so quando lo spirito s'incarnerà nella materia; so che l'ha già incarnato il Dio fattosi uomo, e non s'è elevato ad un regno di questo mondo, ma sulla Croce.
Questa è la mia fede.
E per il resto, aspetto, senza voler «vedere», e senza porre condizioni a Lui.
Maurizio Blondet