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CATTOCOMUNISMO E CATTOADELPHISMO: LA PADELLA DEL CONFORMISMO E LA BRACE DELLA STUPIDITA'
Piero Vassallo
18/02/2004
Roberto Calasso

Dissolto l'incubo comunista, che tormentava il viaggio dei tradizionalisti attraverso l'arco costituzionale, e traghettata la sinistra cristiana sulla riva della falsa destra marchiata Adelphi (passaggio che si evince facilmente dalla lettura dell'ultimo libro di Raniero La Valle) è forse possibile "fermare le bocce" dell'affanno esorbitante e inventariare gli errori strategici - le alleanze innaturali e le letture arruffate, bifide e incapacitanti - inevitabili compagni nel pericolo quasi passato, intollerabili dopo che il mezzo ribaltone berlusconiano ha fatto intravedere orizzonti meno catastrofici e impellenti. Si tratta di comprendere che il cattocomunismo ha percorso la stessa orbita (l'orbita iniziatica disegnata da Walter Benjamin, Alexandre Kojève, Georges Bataille, Jacob Taubes, ecc.), che ha indirizzato il comunismo a bruciare le illusioni rivoluzionarie nel fuoco di quelle passioni decadenti, che, in Italia, sono sistematicamente attizzate dalla casa editrice Adelphi.


E di valutare finalmente l'illusorietà di certe alleanze anticomuniste (l'alleanza con l'oligarchia protestante e/o l'amicizia spirituale con l'autore di "Volgarità e dolore", lo stravagante Elemire Zolla, fomite delle ambiguità della case editrici Dell'Albero, Borla e Rusconi). Alleanze spirituali suggerite dall'incombenza (offuscante) del pericolo, mai da una seriamente controllata affinità ideale. Alleanze che, prolungate senza ombra di ragione, oggi sono diventate funzionali alla sovversione postcomunista, al nichilismo libertario e neodestro, grondante dai libri adelphiani e da pubblicazioni come "Il Corriere della Sera", "Il Foglio", "Il Domenicale", "Area", "Percorsi", "Babilonia". In breve: queste alleanza, nate all'insegna della confusione tra aristocrazia e oligarchia, tra tradizione e spazzatura regressista, costituiscono il principale ostacolo sulla via dell'affermazione di una vera destra. Di più: senza la demistificazione di queste matrici dell'ambiguità, la falsa destra cattolica (la destra cantoniana, incensata da Ferrara nel "Foglio", la destra che consente e avalla il passo doppio del "Domenicale" e di "Percorsi") invaderà il mercato come una cattiva moneta. La fumosa storia del cattocomunismo ebbe, infatti, inizio nel "sublime" salotto milanese di un famoso occultista, il banchiere Raffaele Mattioli, il quale, assecondando le candide voglie di Franco Rodano, in poche sedute lo persuase a circolare senza freno intorno a due lucenti miraggi. Nella prima seduta visionaria, il celebre mago della finanza e della cultura, evocò e fece apparire, davanti agli occhi ecumenici dell'utopista romano, gli splendori fittizi d'un cristianesimo primitivo, avvolto nel vessillo d'una povertà rivoluzionaria, perseguitata dai borghesi e costretta a rifugiarsi nell'ospitale palazzo del potere sovietico.


L'eroico fondatore della sinistra cristiana, affascinato dai suggestivi argomenti dell'illusionista, credette allora di essere deputato dalla Provvidenza ad intrufolarsi nel corteo comunista, per incontrare, riscattare e "sposare" la povertà evangelica, marciante in compagnia delle splendide virtù proletarie. Nel secondo abbaglio (o magia alla Fanfulla) fattagli dal banchiere iniziatico, Rodano credette di vedere Pio XII nell'aspetto di un reazionario corrotto dagli americani e dai fascisti. La missione spirituale dei cattolici di sinistra consistette, pertanto, nella "demistificazione" del cattolicesimo. Opera illuminata, che ebbe inizio dalla collaborazione di Rodano ad una rivista laicista, fondata dal "salotto" di Elena Croce allo scopo di continuare l'opera anticattolica di Benedetto Croce. Nella realtà, l'utile visionario Franco Rodano e i suoi gongolanti discepoli e arnesi non hanno mai incontrato le virtù proletarie, che Mattioli evocava durante le sedute magiche nella banca: da tempo, infatti, il pensiero comunista marciava insieme con l'orgoglio liberal-libertino, in direzione delle discariche frequentate dal poeta Pier Paolo Pasolini. In compenso gli amici di Rodano hanno assistito al capovolgimento della morale e all'umiliazione della civiltà italiana, piano attuato secondo lo schema che l'oligarchia massonica aveva inutilmente tentato d'imporre nell'età del cosidetto risorgimento italiano.


Le "riforme liberatorie" d'ispirazione squisitamente massonica - sfascio della famiglia, culto dell'adulterio, sostegno statale alla pornografia, legalizzazione dell'aborto, liberalizzazione della droga, sacralizzazione della pederastia, mano libera ai criminali - sono state imposte grazia al voto, che gli elettori proletari, persuasi dai comunisti e dai cattocomunisti, hanno riversato sui partiti che progettavano di pervertire la morale controriformistica, intesa come "maledetta malattia italiana". Alla fine della favola: la politica dettata dalla sapienza bancaria al guastatore Rodano, è servita ad insaponare la corda comunista, con la quale l'alta massoneria (quella che si raduna nei luoghi di malaffare) e l'oligarchia degli affari sporchi tentano di impiccare gli italiani al palo della dissoluzione nichilistica. La kermesse cattocomunista è durata cinquant'anni, resistendo prodigiosamente all'insidia mortale del ridicolo, personificato da un alto dignitario della massoneria, un banchiere più papista del Papa, che, ritto sul banco dei prestiti a strozzo legale, predicava la purezza evangelica e la beata povertà.


Da questo pulito bancario sono state lanciate le leggende funzionali al depistaggio dei cattolici, la pia leggenda di Franco Rodano e quella parallela di Cristina Campo. L'incantesimo è infine svanito dal lato sinistro, e la scena eversiva ha girato le spalle al progressismo. Un elegante virgulto del salotto pannelliano, il candido Francesco Rutelli, si è presentato alla parrocchia destabilizzata con l'abito del radicalismo da sera: all'improvviso molti hanno capito che il socialismo era diventato un inutile attrezzo. Non tutti, Rosy Bindi e Pier Luigi Castagnetti non hanno ancora letto l'annuncio funebre che riguarda il marxismo. In compenso, l'azione corruttrice e allucinatoria della scolastica magica continua, utilizzando la tattica che si adatta perfettamente alla società del libero inganno: la deposizione di polpette "squisite" sui palati dei vanesi, che l'assiduo commercio con la stupidità - un sostenitore di Dollfuss parlava di "indurimento nell'idiozia" - inclina ad ammirare i vettori del carbonchio spirituale. Gli intellettuali magici, in prima fila, a bocca e orecchi aperti. E non solo.


Insieme con loro la rinnovata tribù dei cattolici più papisti del Papa: come in uno specchio rovesciante, il delirio cattocomunista, passando (o "trasbordando") da sinistra a destra, si trasforma in cattoadelphismo, cioè in tradizionalismo contraffatto. Ora è indispensabile rammentare che la metamorfosi adelphiana del tradizionalismo ha una lontana origine dal delirio antigentiliano del poligrafo Giacomo Noventa, un autore che ha avuto successo nella destra cattolica grazie all'autorevole mediazione di Augusto del Noce, un autore che peraltro si era fatto apprezzare per il coraggio dell'anticonformismo. A Del Noce toccò quindi la parte dell'inconsapevole ambasciatore adelphiano. Per influsso degli intellettuali europei legati all'oligarchia iniziatica, Noventa aveva concepito un astioso e sconvolgente disprezzo per l'idea del primato civile dell'Italia, disprezzo che, ovviamente, si tradusse in avversione alla filosofia di Gentile. Guidato da tale impulso, Noventa elaborò una teoria (seducente ma del tutto infondata, ché Gramsci dipende piuttosto da Croce) che pretendeva di squalificare la filosofia di Gentile dimostrando che essa altro non era che il preambolo al gramscismo. Sui cattolici, che ignoravano o dimenticavano la lucida soluzione del problema gentiliano proposta da Michele Federico Sciacca (in "Atto ed essere") il potere della suggestione noventiana era irresistibile, in quanto permetteva di chiudere (a buon prezzo ed evitando faticose letture) il contenzioso con il neoidealismo e con l'uso risorgimentale dell'idea di "primato".


Le interpretazioni noventiane di Del Noce erano usate come quei repertori analitici, che risparmiano la fatica della ricerca e dell'analisi. Bastava leggere Del Noce e Gentile cadeva nella polvere. Ovviamente alla presunzione di possedere una clava teoretica capace di abbattere il neoidealismo, corrispondeva l'umiliante realtà di un abbassamento delle difese immunitarie indispensabili per reagire alla sfida dell'eversione nichilistica. L'avversione noventiana a Gentile fu rafforzata per un verso dal crocianesimo di Del Noce, per l'altro dall'effervescenza magica, guénoniana ed evoliana, che, da tempo, disturbava e alterava l'area culturale che avrebbe dovuto, invece, conservare e sviluppare religiosamente la grande e nobile eredità di Gentile. Quando si rammentano tali precedenti si può comprendere senza difficoltà come poté penetrare nell'area della destra cattolica un banditore magico dell'eversione nichilistica e libertina come Elemire Zolla. Infatti Zolla (e dietro a Zolla il fiume limaccioso dell'irrazionalismo magico) acquistò prestigio nell'area cattolica grazie ad un giovane pensatore magico (Alfredo Cattabiani) e ad un filocrociano influenzato da Noventa (Augusto Del Noce). Il primo e incolpevole nucleo del cattoadelphismo si è sviluppato (nella casa editrice Borla) grazie ai fraintendimenti intorno a Simone Weil, Jean Danielou, Elemire Zolla, Léon Bloy e Titus Burkhardt.


Di lì si giunge all'ambigua stagione della casa editrice Rusconi ed infine alla sconcertante apologia di Roberto Calasso, probabilmente dovuta a scarsa informazione, visto il grande spessore morale e culturale dell'autore Emanuele Samek Ludovici, (cfr. "Metamorfosi delle gnosi", Milano, 1979, pag. 188-205). L'ultimo capitolo dell'avventura è la pietosa fruizione delle oscene facezie cucinate dal decadente sudamericano Gomez Dávila. Mediante l'inversione del ruolo, un tempo utilmente interpretato da Rodano, oggi i cattoadelhiani corrono all'impazzata sulla passerella del tradizionalismo avventizio, allestito da prestidigitatori iniziatici sul fondamento del romanticismo (la carta d'identità usata da Roberto Calasso per trasferire l'eversione sessantottina nell'area riservata ai dormienti). Interpretando fedelmente la parodia massonica della tradizione, i cattoadelphiani trasferiscono la loro "romantica" ostilità da Gentile all'umanesimo cristiano. Per valutare l'osceno e grottesco spettacolo, che gli attori magici e i caudatari reclutati fra i cattolici destabilizzati recitano a soggetto settario, è sufficiente considerare i manifesti culturali diffusi dalle agenzie eversive, ad esempio i desolanti prodotti della funerea casa editrice Adelphi. E vedere quel che corre a chiare lettere nello spurgo continuo: la crema del messaggio nichilistico di Blob. Nel liquame zampillante dal sottosuolo adelphiano, la frenesia dissolutoria sostituisce - "logicamente" - la teologia della liberazione. Conclusa la fase della rivolta sessantottina, è tempo di raccoglierne e gustarne i frutti tossici.


La festa hippy è finita, i maestri dell'immaginazione utopica, Marx, Freud e Reich, sono archiviati. Ora il piano rivoluzionario contempla solamente la lapidazione della cultura umanistica e il trionfo del pensiero obituario. Come Freud aveva previsto lucidamente, la sequela rigorosa del principio di piacere incontra il principio di morte. E' quello che si vede esposto nelle librerie colonizzate dagli adelphiani e nelle terze pagine dei più autorevoli e potenti quotidiani: l'inondazione di una letteratura catastrofica, che propone viaggi di piacere verso l'Aids (quali modelli sono offerti l'irrequieto pederasta Chatwin e i suoi ossessionanti imitatori), mortificanti bevute urofile (alla salute dei raffinati sommeliers Guido Ceronetti e Alberto Arbasino), rincorse della più incontrollata follia (al seguito di James Hillman), osceni predicozzi nichilistici (firmati da Emile Cioran, Albert Caraco e Jacob Taubes) commenti (Zagaina) al luminoso programma suicidario di Pier Paolo Pasolini, inviti vandalici al regresso (nelle opere degli heideggeriani "bipartisan": Emanuele Severino e il veterosinistro Umberto Galimberti), e infine tetre e jettatorie banalità (elucubrate dal barzellettiere sudamericano Gómez Dávila). Possiamo finalmente cogliere il senso letterale del proverbio "la rivoluzione divora i suoi figli" (spegnendone l'intelletto). E apprezzare il paradosso che ha plasmato uno scenario dove il trono dell'utile idiota non si trova nella sede comunista ma in una conventicola di cattolici addomesticati dalla scolastica dei maghi.



di Piero Vassallo

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